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Ilya Prigogine

Tempo e entropia

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DOMANDA: Nel suo libro "La nuova alleanza", lei spesso pone in risalto la netta differenza che esiste tra la fisica classica e la fisica contemporanea. Potrebbe descrivere a grandi linee cosa è cambiato da Galileo e Newton fino ad Einstein, Planck e Prigogine?

Innanzitutto non mi ponga insieme ad Einstein e Galileo: penso che sia un po' troppo. Poi vorrei dire che l'idea, l'obiettivo della fisica classica era descrivere ogni cosa in termini di leggi immutabili. Ora io penso che noi al contrario vediamo dappertutto diversificazione, incremento della complessità, fluttuazione, amplificazione. Abbiamo quindi la necessità di introdurre un elemento storico. La fisica classica voleva eliminare qualsiasi riferimento alla storia. La storia era concepita come qualcosa che esiste solo perché non comprendiamo le cause di un processo fisico. Quando riusciamo a conoscerne le cause allora l'elemento storico può essere eliminato. Ma oggi avvertiamo l'esigenza di avere entrambi: dobbiamo avere le leggi, ma dobbiamo avere anche gli eventi casuali. Eventi casuali e leggi. L'universo non è così semplice. Non può essere ridotto ad eventi indipendenti dal tempo. Ma abbiamo bisogno anche di eventi stocastici (stocasticità significa probabilità). Abbiamo bisogno di reversibilità. Abbiamo bisogno di eventi casuali: a un certo punto è iniziata la vita, ad un certo punto ha avuto inizio l'Impero Romano, ad un certo punto sono nati gli esseri umani. E ciò è vero anche per l'universo: a un certo punto l'universo ha avuto inizio. Quindi la visione che oggi noi abbiamo è molto più temporale, storica. Ed essendo molto più temporale, narrativa, questa visione è, naturalmente, più vicina alle scienze umane. Le quali non possono essere comprese senza un riferimento a un elemento narrativo.

L'esistenza di un tempo fisico separato da un tempo filosofico è un problema che è stato al centro delle preoccupazioni di molti filosofi: da Heidegger a Bergson fino, risalendo indietro nel tempo, ad Aristotele. Perché, come lei sa, Aristotele si pose la domanda: cos'è il tempo? E rispose in un modo direi, molto complesso, in un modo molto involuto. Egli disse: il tempo è differenza, è moto, è una rappresentazione della differenza tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo. Ma il moto è fisica. Chi determina la differenza di prospettiva tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo? Questo è il problema. E' l'uomo che determina le differenze o è la natura? Se è la natura allora, ovviamente, non vi è alcuna differenza tra il tempo filosofico e il tempo fisico. Ma se è l'uomo, allora la differenza c'è. Quindi, ripeto, la domanda chiave è: chi, cosa introduce la differenza tra ciò che viene prima e ciò che viene dopo? Heidegger, io penso, individua una differenza molto forte tra passato e futuro. E mette in risalto che non è il tempo, così come è introdotto dai fisici, a determinare tale differenza. Questa è secondo Heidegger la ragione per cui la scienza non è in grado di raggiungere l'essenza nel descrivere l'universo. Ma io penso che tutti gli sviluppi della scienza nell'ultimo decennio hanno dimostrato che il tempo, volendo intendere la direzione che ha il tempo, è un elemento essenziale della fisica dell'universo. Per cui la scienza resterà sempre alla superficie della descrizione dell'universo. Per esempio il fatto che si è costretti a parlare di un universo in evoluzione, perché è l'unico modo per descrivere i fatti che si osservano, è una prova che la direzione del tempo non è una costruzione dell'uomo, ma è insita nella natura. Ed è per questo che non è più possibile fare una distinzione tra tempo fisico e tempo filosofico.

Tratto dall'intervista "Tempo ed entropia" - Bruxelles, Università, Focoltà di Chimica, lunedì 19 dicembre 1988

 


Biografia di Ilya Prigogine

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