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Aforismi

Philippe Queau

La realtà virtuale

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DOMANDA: Sentiamo sempre più parlare di cyberspace, di realtà virtuale. Ma spesso non sappiamo bene neppure noi di che cosa stiamo parlando. Forse sarebbe opportuno riflettere su queste nozioni, magari facendo ricorso anche alla filosofia. Che cosa ci può dire su questi concetti?

Il cyberspazio obbedisce alle proprietà del tutto nuove di ubiquità, di istantaneità, di accessibilità, di trasparenza, di replica indefinita. Le concezioni classiche, kantiane, per esempio, di spazio e di tempo, spariscono ormai a vantaggio di uno spazio-tempo fluido, direi quasi plasmatico, fusionale, ma con frammentazioni, rotture, scarti, separazioni sempre più profondi.

Ci sono diverse specie di realtà. Il cyberspazio ci insegna che la realtà non è qualcosa di statico, ma che ci sono diversi livelli di realtà. Platone avrebbe detto che ci sono dei livelli intermedi di realtà. Dunque io credo che bisogna evitare di opporre il reale e il virtuale. E' troppo semplicistico. Bisogna cercare di comprendere che cosa c'è di virtuale nel reale e che cosa c'è di reale nel virtuale.

Aristotele opponeva la potenza e l'atto, il potenziale e l'attuale. Ma il virtuale è una nozione diversa che non viene da Aristotele, ma da Roma, dalla cultura latina. E' la "virtus". La "virtus" è la forza d'animo. La radice di virtuale e di "virtus" è "vir", l' "uomo", parola che è affine a "vis" la "forza". Sono due nozioni assai diverse, potenzialità e virtualità, secondo me altrettanto diverse, ancora una volta, quanto lo è la "virtus" della romanità e la "dynamis" che è come un embrione di realtà, mentre nel caso della "virtus" non c'è un embrione, ma un uomo, un "vir", che, in qualche modo, decide del suo destino.

Dunque, per parlare in modo pragmatico, la nozione di virtualità non è una specie di irrealtà, qualcosa che non è ancora reale, ma qualcosa che permette di passare all'atto, e che ne contiene la finalità profonda. Il virtuale è un progetto, un progetto di reale.

La realtà è sempre più virtuale. Prendiamo l'esempio della "bolla" economica. Si sa che il 99% dei capitali che circolano ogni giorno nel mondo - una circolazione di 3000 miliardi di dollari di capitale finanziario al giorno - è speculazione. Quindi soltanto l'1% dei capitali corrisponde all'economia reale. Qui dunque il reale è già virtuale e inversamente il virtuale è reale. Perché? Perché ormai, mediante segnali, si può "preparare" la realtà, si può agire sul mondo reale con immagini virtuali: questo vale per la chirurgia, per la guerra, per progettare nuovi piani urbanistici, ecc.

Dunque il virtuale contiene una parte di realtà e quindi non bisogna più opporre il virtuale e il reale, bisogna, al contrario, metterli insieme in una categoria più generale, in una metacategoria. Naturalmente ci sono delle passerelle tra il reale e il virtuale.

E poi c'è il virtuale della droga. La droga virtuale è una nuova categoria in uso, come gli "irreality park", i "parchi di irrealtà". Ma c'è anche il virtuale come strumento di guerra, come strumento economico, come strumento di educazione o comunicazione tra i popoli. Quindi non bisogna avere idee precostituite sulla nozione di virtuale, bisogna considerare che il virtuale è come una rappresentazione del reale, potenzialmente altrettanto buona delle nostre rappresentazioni reali del reale. E' una nuova rappresentazione che può benissimo essere efficace, ma che può essere altrettanto una rappresentazione alienante, una forma di droga; tanto un nuovo strumento di intelligibilità quanto uno strumento di alienazione dell'uomo. E sarà indubbiamente tutte e due le cose insieme.

Tratto dall'intervista "La rivoluzione del virtuale" - venerdì 12 maggio 1995

 


Biografia di Philippe Queau

Leggi l'intervista da cui è stato tratto questo aforisma

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