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Alan Ryan

Tirannia e federalismo: J. Stuart Mill

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DOMANDA: Prof. Ryan, uno dei massimi esponenti della filosofia politica liberale, J. S. Mill, parla anche di tirannia della maggioranza. Ci può spiegare cosa significa?

Anche in questo caso Mill è perfettamente consapevole di agire nel contesto del XIX secolo. E infatti la democrazia, che Mill difende come tale, è soltanto un ausilio al progresso. La sua opera non si esaurisce nel difendere, per così dire, i cittadini contro il malgoverno, benché anche questo abbia la sua importanza. La sua difesa contempla qualcosa di più: la necessità d'incoraggiare i cittadini ad agire realmente per se stessi. Mill sostiene pertanto - proprio come ci aspetteremmo da lui -, che l'unica garanzia di buon governo è la democrazia: in complesso i governi non perseguono integralmente l'interesse delle popolazioni, a meno che non siano spinti a farlo dal rischio di vedersi destituiti in forza del voto popolare.

Oltre a ciò Mill dice qualcosa che sorprende molti: sottolinea il pericolo della tirannia della maggioranza, il rischio che la maggioranza voti in modo da frustrare la libertà collettiva. Per evitare questo rischio, Mill arriva a proporre certi strumenti che, in tutto il XIX secolo, i democratici hanno sempre dimostrato di non amare granché.

Uno di essi è il sistema rappresentativo proporzionale, volto a far sì che le opinioni meno popolari abbiano più probabilità di venir rappresentate che non nel sistema pluralistico inglese, rigidamente applicato.

L'altro è la pluralità dei voti. In altri termini, Mill suggerisce che agli individui più colti andrebbe attribuito più di un voto. La democrazia richiede che, quanto meno, a ciascuno sia assegnato un voto; la democrazia liberale comporta, per così dire, una taratura del sistema, di modo che coloro i quali potrebbero altrimenti esercitare un'influenza eccessiva, rendendo quindi il sistema illiberale, trovino un contraltare nell'attribuire un maggiore numero di voti a coloro che hanno una formazione superiore, e potrebbero controbilanciare il peso dei numeri.

Come potete immaginarvi, nessuno, in pratica, accolse questa proposta ad eccezione dello stesso Mill. D'altra parte la cosa più importante da sottolineare in Mill è la sua forte enfasi sul governo locale (su quel che la gente dovrebbe impegnarsi a fare direttamente, sulla necessità di attribuire dei compiti, a livello locale, non solo agli eletti); sulla necessità, insomma, di estendere il sistema giuridico anche alla partecipazione ai consigli locali. Egli crede nel federalismo là dove ci vuole, e, nel complesso, si dimostra un nazionalista liberale moderato.

In modo del tutto particolare, egli è alla ricerca d'un certo equilibrio tra l'insistenza benthamiana sulla conoscenza, che dovrebbe stare al centro del sistema politico, e l'immaginazione e l'iniziativa politica, che si ritroverebbero in periferia. Di conseguenza, per un verso sottolinea la necessità di un governo locale, per l'altro l'importanza di un corpo gemellare d'intellighenzia centrale burocratica.

A differenza del lettore inglese, un europeo potrà facilmente cogliere in questo genere di equilibrio una sorta di continua oscillazione tra i principi francesi di conduzione burocratico-razionale e le preoccupazioni di de Tocqueville sui pericoli della centralizzazione; tra la passione tutta inglese per l'iniziativa locale, e un'attenzione razionalistica, ben più europea, alle qualità intellettuali del governo. Questo suo sforzo fu molto ammirato dai liberali, tuttavia irritò Bagehot quanto basta per spingerlo a stendere la costituzione inglese in termini che rappresentavano un attacco diretto contro di esso.

Tratto dall'intervista "John Stuart Mill: il pensiero politico" - U.S.A., Princeton University, venerdì 22 maggio 1992

 


Biografia di Alan Ryan

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