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Aforismi

Hans Georg Gadamer

Il male nell'inerzia della ragione

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Fichte inizia ad elaborare le sue riflessioni partendo in tutto e per tutto dall’essenza dell’autocoscienza, mostrando così la centralità dell’Io; se non ricordo male al suo esordio venne chiamato, in maniera un po’ derisoria, il "grande Io" perché parlava sempre dell’Io puro. Il Non-Io, un concetto inesistente prima d’allora, è il concetto che Fichte ha escogitato per tutto ciò che non è Io puro. Abbiamo quindi Io e Non-Io, si pensi al mondo, alla sostanza estesa e a quella pensante, la cui problematicità è emersa in Cartesio. Ora però non si tratta della res cogitans e della res exstensa, no! no! , ma di Io e Non-Io. Affermare tutto il resto è Non-Io vuole infatti dire: tutto il resto è sperimentato, posto dall’Io, dalla sua attività ed energia, è posto dalla potenza del suo pensiero e della sua volontà. E così Fichte si è potuto spingere fino ad affermare che cosa sia in realtà il male, la malvagità del mondo. Il male è l’indolenza, la neglittosità, l’inerzia della ragione. Il male è l’abbandono dello stato di veglia, del carattere attivo, produttivo del pensiero volitivo e l’affidarsi a qualcos’altro, come per esempio la materia. Che cosa deve significare l’espressione: qui c’è la materia? Si tratta di un nostro compito! Essa esiste semplicemente. E Fichte poi non ha del tutto torto quando afferma che il concetto di materia, l’espressione greca hyle , viene da "manufatto". La parola hyle significa anche bosco, ossia il legno che  si usa per costruire - partendo appunto dalla materia, dal materiale - tutto ciò che serve alla nostra civiltà e alla nostra cultura. Torniamo dunque indietro, torniamo alla tesi fondamentale asserita da Kant, ossia alla cosa in sé. Fichte risponde: no! L’energia del nostro volere e l’energia del nostro pensiero è quello che in generale ci fa comprendere in maniera unitaria l’intero universo come ciò che dobbiamo concepire a partire da noi stessi e dobbiamo far sorgere da noi stessi in un dispiegamento conseguente sia in ambito conoscitivo e teoretico, sia in ambito etico.

Fichte beginnt ganz aus dem Wesen des Selbstbewußtseins heraus zu denken und er zeigt, daß hier sozusagen das Ich (er wurde auch spöttisch in seinem Auftreten, wenn ich mich recht erinnere, das "große Ich" genannt, weil er immer von diesem Ich) ... - und diese seine Selbstverehrung, seine Explikation, ... - den Gegen begriff, den er für alles andere geschaffen hat (das gab es vorher nicht), ist das Nicht-Ich. Ich und Nicht-Ich, man stelle sich vor, daß die Welt, deren Schwierigkeiten wir an Descartes gesehen hatten: ausgedehnte Sachen und denkende Sachen - nein, das ist es nicht, sondern Ich, und alles andere ist Nicht-Ich, alles andere ist daher von dem Ich, seiner Energie, Denk- und Willenskraft erfahren, gesetzt. Und so konnte Fichte so weit gehen, zu sagen, was ist eigentlich das Schlechte, das Böse in der Welt? Faulheit, Trägheit, das Böse ist, daß man diese Wachheit des wollenden Denkens verläßt und sich auf irgendetwas einläßt, wie zum Beispiel, da gibt es Materie. Was soll denn das hei en? Das ist eine Aufgabe für uns; sie existiert - und da hat ja Fichte wiederum nicht so ganz unrecht, daß der Begriff Materie. der griechische Ausdruck Hyle, aus dem Handwerk genommen ist; das Wort Hyle heißt auch "der Wald", das heißt, das Holz, das man braucht, um aus der Materie, diesem Material, unsere Kultureinrichtungen aufzubauen. Also, ich kehre zurück zu dieser grundsätzlichen These, daß Kant sagt, Ding an sich? Nein! Unsere Willensenergie und unsere denkende Energie, das ist es! Was uns überhaupt das ganze Universum einheitlich verständlich macht, ist das, was wir zu begreifen haben und was wir in konsequenter Entfaltung sowohl in seinen theoretischen sowie dann in seinen moralischen Konsequenzen von uns aus zu entwickeln haben.

 

Tratto dall'intervista Da Kant a Fichte; l'apertura del nuovo secolo, Germania - Heidelberg, 24 gennaio 1991


Biografia di Hans Georg Gadamer

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