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Aforismi

Salvatore Natoli

La morte dell'altro

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Lo sforzo di Epicuro di allontanare dagli uomini la paura della morte era un escamotage finissimo, interpretando la morte nel senso della sensitività della fisiologia, diceva: "Quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo noi". Quindi la morte è un male ? No! Non è un male, anzi in senso stretto non esiste, viene da fuori, quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo noi. Ecco, questo collegarla alla fine intesa come un qualcosa di estraneo era il modo di tradire l'esperienza della morte, perché la morte come fatto d'esperienza è centrale nella vita stessa. Ma c'è un'altra dimensione più profonda dell'esperienza della morte e basta leggere le pagine dei tragici per rendersene conto: la morte dell'altro non è soltanto ritrovarsi in presenza di una trasformazione, che dall' essere vivente arriva al cadavere, ma ritrovarsi davanti a qualcosa di più profondo, di più radicale, l'altro che muore porta via con se tutto quello che io avrei potuto fare con lui. Basta avere una esperienza di intimità, d'amore per rendersi conto quanto dolore, perché questo dolore che non ha una connotazione solamente fisica è la sparizione dell'altro tutto quello che io avrei potuto fare ecco... altrimenti detto: tutto quello che tu sei per me, e qui c'è morte, la morte è qualcosa che io vivo al centro della vita come il deperire delle mie possibilità e quindi nel cadavere io vedo, scorgo chiaramente l'anticipazione della mia fine, in cui non ci sarà più un mondo per me, perché io diverrò una cosa, ma è nel cadavere che ho davanti che  ho l'anticipazione di cosa accadrà quando non ci sarà più un mondo per me. Qui la morte non è qualcosa di buono che giunge alla fine e questo il greco l'aveva capito; lo spirito tragico come agonismo aveva capito che la crudeltà inerisce alla vita, sta al centro della vita. Nel mondo greco si è sviluppata una cultura eroica nata proprio da questa consapevolezza del dolore al centro della vita, altrimenti non saremmo più in Grecia e confonderemmo l'eroe con Superman; che in genere è un fraintendimento diffuso, ma non dobbiamo dimenticare proprio l'apertura dell'Odissea: Ulisse, questo uomo che diviene sapiente. perché ha sofferto molto nel cuore, seleziona il dolore. L'eroe non è colui che ha avuto tutto dalla vita, forse non è neanche il più intelligente, è colui che si è cimentato con la sofferenza, che ha assunto il peso del dolore, ha sfidato la morte, ha saputo reggere al dolore. In un mio scritto su questo tipo di argomento io ho scelto "Nexsergo", che chiaramente mi pare definisca il sentimento tragico, è un testo di un inno antico di Teognide, quello stesso autore su cui ha lavorato il giovane Nietzesche. Che cosa dice Teognide? "Resisti cuore! anche se soffri mali irresistibili, si fa convulsa l'anima dei vili": viltà è non sapere assumere su di sé la sofferenza; non reggere al grado della lotta e quindi si è più uomini quanto più si è capaci di confrontarsi con la sofferenza, questo è il criterio di distinzione, ora probabilmente il modello aristocratico greco non è mai davvero esistito è una stilizzazione in larga parte successiva però che quel modello sia nato e poteva nascere soltanto entro la dimensione tragica, ma dimensione tragica vuol dire la inseparabilità della felicità dalla crudeltà. Questa dimensione nel mondo greco ha due facce perché c'è una faccia per cui questa presenza del dolore del mondo spinge a denigrare il mondo - nella sentenza del sileno: la peggiore cosa per l'uomo è nascere e allora una volta nato meglio per lui è il più presto perire, tema che è ripreso anche da Sofocle- però accanto a questo schema- il rifiuto della vita dove ci sono evidentemente infiltrazioni orfiche - c'è però anche l'altra dimensione che è rappresentata dall'incontro tra Ulisse e Achille negli inferi, in cui Achille dice: meglio essere l'ultimo e il più povero degli uomini sotto la luce del sole che il signore tra le ombre dei morti: grande nostalgia della vita, nostalgia che si trova anche in Antigone quando si avvia a morire. Il bel sole, il grande amore per la terra esplode in modo evidente e chiarissimo in tutta la lirica greca: l'amore del corpo, l'amore del vino con una grande malinconia perché questo non dura ma proprio perché non dura deve essere colto al meglio, proprio perché non c'è un altro mondo non bisogna lasciarsi sfuggire la bellezza di questo. Dicevo una corrente orfica: quando parlo di grecità di modello greco intendo dire qualcosa che è specificatamente greco perché noi poi vedremo che proprio nella stessa cultura greca si forma un idea di immortalità dell'anima . Platone cita questo e proprio nella Grecia stessa che si comincia ad impostare una certa idea di retromondo, però la Grecia, come tutti i luoghi della geografia, è un luogo di transito, ma c'è qualcosa di specificatamente greco: è questo grande amore per la vita, questa capacità di cogliere il momento opportuno, il "kairos", la saggezza è il non lasciarsi sfuggire il "kalòs", il sapere cogliere nella vita l'attimo di bellezza, con tutto un gioco di compiacenza e di moderazione che nasce in Grecia. Noi lo vedremo svilupparsi nella cultura latina, lo vedremo in Orazio, tutto questo su uno sfondo in cui è evidente che il dolore non può essere separato dalla vita e quindi resistere alla sofferenza, con delle modalità varie circa questo reggere. Io non entrerò qui in una analisi dettagliata delle modalità e ne indico solo qualcuna: il dolore, la crudeltà della vita suppone che si sia più duri del dolore, allora tutto l'elemento dell' "ars" è il grande modello propedeutico: come possibilità di contendere al dolore il suo spazio, di tenere lontana la morte, di entrare nel segreto della vita per sottrarre alla vita la vita.

 

Tratto dall’intervista L’esperienza del dolore, Napoli, 23 ottobre 1992


Biografia di Salvatore Natoli

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