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Aforismi

Karl Otto Apel

Tradizione e conoscenza

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In Essere e Tempo non si parla così tanto di linguaggio come nel secondo Heidegger, diciamo ad esempio nella Lettera sull’umanismo , dove Heidegger dice che il linguaggio è la casa dell’Essere e la dimora dell’essenza umana e dove egli si richiama anche a Humboldt. Però mi sembra che Heidegger già in Essere e tempo ha parlato della esplicazione pubblica della nostra comprensione del mondo ed abbia con questo inteso l’esplicazione linguistica e che in questo modo abbia già superato la fenomenologia eidetica del suo maestro Husserl che era orientata prelinguisticamente. Direi perciò che la fenomenologia in Essere e Tempo subisce una svolta ermeneutico-linguistica. Con questa svolta Heidegger per così dire si incontra per così dire con la svolta pragmatica della filosofia analitica del linguaggio e quindi con il secondo Wittgenstein, come ho già avuto modo di accennare. Lo si vede da alcuni passi che io ho già richiamato, quelli in cui Heidegger in riferimento al problema del mondo esterno perviene agli stessi risultati di Wittgenstein, quelli in cui egli rigetta il problema se c’è effettivamente un mondo esterno e la necessità di una prova del mondo esterno, perché la stessa domanda è mal posta, da cui risulta che egli si lascia guidare dalla esplicazione linguistica della nostra comprensione del mondo, proprio come il secondo Wittgenstein. Lo stesso si vede quando Heidegger dice che non è adeguato dire che noi percepiamo dei rumori, piuttosto noi percepiamo la motocicletta che passa o il picchio che batte. Egli ci vuole dire che tematizzare qualcosa nella nostra coscienza, poniamo rumori, dati di senso oppure rappresentazioni, è cosa che richide uno sforzo particolare, perché in questo caso dobbiamo oggettivare un oggetto particolare che è diverso dall’oggetto che noi oggettiviamo normalmente. Questo oggetto che noi oggettiviamo normalmente non è una semplice presenza nel mondo, ma, come dice Heidegger, qualcosa che è alla portata di mano, cioé che si incontra in un contesto pratico del mondo della vita, in una significatività e in una determinata appagatività. Qui Heidegger si incontra àncora una volta con l’analisi dei giochi linguistici di Wittgenstein. Ciò lo si può mostrare in concreto, direi però che tendenzialmente tra l’analisi linguistica di Wittgenstein e l’ermeneutica del linguaggio di Heidegger si rileva una certa differenza. Wittgenstein è sempre sulle tracce della mancanza di senso, delle insensatezze della filosofia tradizionale. A lui interessa sempre in primo luogo smascherare le questioni insensate della filosofia, per mostrare alla mosca la via per uscire dalla bottiglia. In Heidegger piuttosto l’accento è posto sul mostrare che si vive già sempre in un mondo interpretato, che c’è un mondo che è già determinato dalla tradizione e, come poi dirà, dalla storia dell’Essere. Su questo punto Heidegger compie una trasformazione del suo concetto di verità. In Essere e Tempo egli ha detto che noi ci troviamo già sempre in un mondo della vita che è aperto dall’essere-nel-mondo. In seguito egli può dire che il fatto di questa apertura del mondo proviene da una illuminazione, da uno svelamento del senso che è sempre al contempo anche nascondimento di senso e che lo svelamento è un evento nella storia dell’essere. Quindi ora per Heidegger l’accesso al mondo viene a dipendere dalla storia dell’Essere e questa accesso, questa illuminazione del senso dell’Essere nella storia dell’Essere si articola poi per Heidegger nei linguaggi concreti della nostra storia. L’accento giace per lui nel fatto che noi da questo punto di vista siamo dipendenti dalla tradizione e dal linguaggio alto, i quali hanno reso possibile la nostra comprensione del mondo.

 

In Sein und Zeit ist noch nicht so viel, so sehr von Srache die Rede als beim späten Heidegger, z.B. im Humanismus-Brief, wo Heidegger sagt daß die Sprache das Haus des Seins sei und die Behausung des Menschenswesens und wo er sich auch auf Humboldt beruft. Aber schon in Sein und Zeit denke ich hat Heidegger von der öffentlichen Ausgelegtheit unseres Weltverstehens und damit die sprachliche Ausgelegtheit gemeint und damit hat er bereits die prälinguistisch orientierte, eidetische Phänomenologie seines Lehrers, E.Husserls, wesentlich transzendiert. Ich denke daß, ich würde hier von einer sprachhermeneutischen Wende sprechen, die die Phänomenologie in Sein und Zeit erfährt. Mit dieser Wende trifft sich Heidegger sozusagen mit der pragmatischen Wende der Sprachanalytischen Philosophie und damit trifft er sich mit dem späten Wittgenstein, wie ich das früher schon angedeutet habe. Das zeigt sich z.B. in solchen Passagen, wie ich sie schon erwähnt habe, wo Heidegger hinsichtlich des Außenweltproblems zu denselben Ergebnissen kommt wie Wittgenstein, wo auch er dieses Problem gibt es tatsächlich eine Außenwelt? und die Notwendigleit eines Beweises der Außenwelt verwirft, weil schon die Frage unsinnig gestellt sei und da zeigt sich schon daß er hier am Leitfaden der sprachlichen Ausgelegtheit unseres Weltverständnisses denkt, ganz ähnlich z.B. wie der späte Wittgenstein. Dasselbe zeigt sich eben, wenn Heidegger sagt, es ist nicht der Fall, daß wir Geräusche wahrnehmen, sondern wir nehmen das fahrende Motorrad wahr oder den klopfenden Specht, nämlich etwas in unserem Bewußtsein zu thematisieren, Geräusche, oder Sinnesdaten oder Vorstellungen, das verlangt eine besondere Anstrengung, da müssen wir einen besonderen Gegenstand objektivieren, der unterschieden ist von dem Gegenstand, den wir normalerweise objektivieren,und der Gegenstand, den wir normalerweise objektivieren, das ist, ja es nicht einmal etwas Vorhandes in der Welt sondern es ist etwas, wie Heidegger sagt, etwas Zuhandenes, das in einem praktischen Kontext der Lebenswelt, in einer Bedeutsamkeit oder Bewandtnis begegnet. An dieser Stelle trifft sich Heidegger wiederum mit der Sprachspielsanalyse Wittgensteins. Das kann man im enzelnen zeigen, es gibt allerdings würde ich sagen einen gewissen Unterschied in der Tendenz zwischen der Sprachanalyse Wittgensteins einerseits und der Sprachhermeneutik Heideggers andererseits. Wittgenstein ist immer auf der Spur von Sinnlosigkeit, von Unsinnigkeiten der traditionellen Philosophie. Ihm geht es immer primär um Entlarvung unsinniger Fragen, um der Fliege den Ausweg aus dem Fliegenglas zu zeigen . Bei Heidegger dagegen liegt der Akzent darauf zu zeigen, daß wir immer schon in einer ausgelegten Welt leben, daß es da eine Welt gibt,daß durch die Tradition und daß heißt später durch die Sprachgeschichte schon bestimmt ist. Der späte Heidegger kann hier übergehen zu einer Transformation seiner Wahrheitstheorie, in Sein und Zeit hat er gesagt, daß wir immer schon in einer erschlossenen Lebenwelt uns aufhalten, durch das In-der-Welt-sein. Später dann kann er sagen , daß diese Erschlossenheit der Welt eine Sache der, eine Lichtung ist, eine Entbergung von Sinn, die zugleich Verbergung von Sinn ist und das eine Sache der seinsgeschichtlichen Ereignisse ist. Nun wird dann für Heidegger die Erschließung, die Welterschließung, abhängig von der Seinsgeschichte und diese Erschließung, diese Lichtung des Sinnes von Sein in der Seisgeschichte, die artikuliert sich dann für Heidegger in der konkreten Sprachen unserer Geschichte. Der Akzent liegt für ihn darauf, daß wir abhängig sind in dieser Hinsicht von der Tradition und der großen Sprache, die unser Weltverständnis möglich gemacht haben.


Biografia di Karl Otto Apel

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