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Aforismi

Umberto Curi

La guerra nucleare

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Non vi è dubbio che l’avvento del nucleare, l’età nucleare, ha anzitutto sconvolto i termini tecnici, la sostanza tecnica della guerra. Dobbiamo dire che la guerra storicamente ha avuto alcune caratteristiche tecniche molto precise. Anzitutto la guerra è stata uno strumento di rideterminazione di nuovi ordini e di nuovi rapporti di forza, tra le classi quando si trattava di una guerra interna, tra gli Stati quando si trattava di una guerra fra Stati. In secondo luogo la guerra, le guerre storicamente succedutesi fino all'avvento del nucleare sanzionavano la differenza tra vincitori e vinti. Qui l’espressione di Eraclito torna giusta: polemos che è basileus, che è re, e pater, è padre, distribuisce le sorti agli uomini e stabilisce chi vince e chi perde. Infine non vi è dubbio che la guerra, soprattutto in età moderna, lasciava il posto alla politica, si poteva parlare di una sorta di regolarità, quasi definibile in termini naturalistici, per cui a periodi di guerra guerreggiata succedevano periodi di politica, di pace. Queste tre condizioni fondamentali della guerra dall’inizio dell’umanità fino all’avvento del nucleare si possono dire essere radicalmente cambiate. E' evidente che quando la guerra coincide con la guerra nucleare non si danno più vincitori e vinti, ma come sappiamo e come è stato ricordato, tutti sarebbero vinti, una guerra nucleare non ridetermina nuovi ordini o nuovi assetti formati ma comporta la dissoluzione di qualunque forma politica definita e non vi è dubbio che dopo la guerra nucleare è difficile ipotizzare un altro periodo di politica. Quindi l’avvento del tempo nucleare, e questo mi pare particolarmente importante sottolinearlo, segna una soluzione di continuità netta nello sviluppo dei rapporti tra guerra e politica e quindi modifica sostanzialmente il rapporto fra il concetto di guerra e quello di politica e fra il concetto di pace e quello di politica.

***

In questo senso, se ci riflettiamo bene, l’avvento del nucleare trasforma ogni possibilità di polemos in stasis, qualunque guerra diventa una guerra civile, una guerra intestina, la guerra tra quei fratelli, cioè tra quegli uomini che si trovano tutti nella stessa condizione. In questo senso credo, che da questa perlustrazione di carattere storico che può essere anche segnata da accenti di pessimismo e spesso da un disincantato realismo, si possa uscire invece tutto sommato con una prospettiva di maggiore fiducia, anche di maggiore ottimismo, ritrovando in questa nozione di fratellanza come condizione oggettiva tra gli uomini, la possibilità di atteggiare la pace come obiettivo politico piuttosto che come semplice espressione del sentimento, nobilissima, ma come spesso accade con l’espressione dei sentimenti, destinata ad essere soppiantata o cancellata da esigenze di carattere concreto. Penso che sia possibile fare della pace un obiettivo politico, interno ad un processo di trasformazione dei rapporti tra gli individui e cioè interno ad un processo in cui vengono appianate quelle contraddizioni, quelle disuguaglianze, quegli squilibri che rendono in qualche modo sempre possibile la trasgressione nella guerra. Forse il XX secolo è quello che ci consente di dire che la pace non è solo un nome cui non corrisponde alcuna realtà ma può essere un obiettivo concretamente perseguibile.


Biografia di Umberto Curi

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