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Aforismi

Sergio Givone

La condanna platonica dell'arte

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La cosiddetta condanna dell'arte da parte di Platone si lega alla sua concezione dell'interpretazione, anche se non si riduce a questo. Ma incominciamo a vedere perché Platone condanna l'arte sulla base di un certo concetto di interpretazione? Perché Platone considera l'interpretazione appunto come l'atto che copia, che semplicemente riproduce la realtà. Ma se l'imitazione è questa, e se l'arte è l'attività fondata sull'imitazione, è chiaro che l'arte è qualcosa di povero, di misero, è l'attività del copiare, è l'attività di chi si allontana dal reale, perché, se io lo copio, non lo vivo, se io lo copio, appunto, ne dò un'immagine, se ne dò un'immagine, mi allontano dal reale stesso.

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Il reale per i Greci, e per Platone in particolare, è to on, è l'essere che è. E l' essere che è, l'essere che ha quella dignità che lo porta ad essere, è l'essere che è giusto che sia. Dunque il reale è anche il bene. Ma, se l'imitazione, e se l'arte come attività fondata sull'imitazione, mi allontana dall'essere, perché ne offre soltanto un'immagine, ne dà un'immagine depotenziata, più povera, più pallida, l'arte allontana, nel momento in cui allontana l'essere, anche dal bene. E quindi l'arte è qualche cosa di cui bisogna aver sospetto, perché, se allontana dall'essere e dal bene, allontana anche dalla verità. Se allontana dall'essere, dal bene e dalla verità, certo l'arte inganna, l'arte finge, l'arte è un elemento di disturbo agli occhi di colui che invece deve rivolgersi all'essere, alla verità e al bene. Ci sono anche altre ragioni, per cui Platone ha condannato, ha condannato l'arte, forse anche più profonde, più radicali di questa. Platone condanna soprattutto l'arte tragica.

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Secondo Platone l'arte ha un'essenza, una natura antifilosofica non solo e non tanto perché l'arte allontana dalla realtà e quindi dal vero e dal bene, ma perché l'arte si svolge tutta in una dimensione di ambiguità. Cioè il discorso, proprio dell'arte, è il discorso doppio, cioè è il discorso che non conosce il principio di contraddizione. In che senso? Nel senso che: andiamo, dice Platone, a teatro, andiamo a vedere che cosa ci mettono in scena i poeti, i poeti tragici. Ci mettono in scena personaggi, i quali sembrano ignorare il principio di contraddizione, o meglio, lo conoscono bene, ma lo patiscono, non lo dominano. Ci mettono in scena personaggi che sono, nello stesso tempo, colpevoli e innocenti. Edipo. Edipo è colpevole o innocente? Il tragico non ci sa dare una risposta, perché ci dice, nello stesso tempo, che è colpevole e innocente.

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La filosofia da questo punto di vista non solo ha un carattere profondamente antiartistico, cioè contrasta l'arte, rifiuta l'arte, ma ha una funzione, ha una precisa valenza politica, perché la filosofia rende possibile il tribunale. Se la polis, se il mondo della polis, desse retta a quello che accade a teatro, piuttosto (cioè desse retta a quello che insegnano i tragici) piuttosto che a quello che insegnano i filosofi, il fondamento stesso della polis non sarebbe possibile. Perché qual è il fondamento della polis? E' il tribunale. E' il fatto che qualcuno possa dire: questo devi fare, questo non devi fare, questo è giusto, questo non è giusto. Come si vede, dunque, tra filosofia e arte c'è una fondamentale inimicizia, quest'inimicizia non può essere conciliata, non può essere sanata, tra arte e filosofia non solo c'è inimicizia, ma, se si vuole dare fondamento al vivere civile, bisogna scegliere la filosofia. La filosofia deve escludere l'arte.


Biografia di Sergio Givone

Leggi l'intervista da cui è stato tratto questo aforisma

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