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Salvatore Veca

La tolleranza

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Io credo che la tolleranza sia un termine tanto prezioso quanto vago. Alcuni sostengono che dobbiamo andare oltre la tolleranza, di fronte sia al mondo che diventa sempre più multiculturale, sia alla povertà senza nazioni, cioè alle migrazioni coi piedi, sia alle mille Bosnie che sono contemporanee a noi.

La mia idea è che ci siano almeno tre modi di pensare la tolleranza, o tre ragioni per la tolleranza, ne citerò soltanto due per avere uno spettro: c'è una ragione minimale, che è quella che si usa chiamare la ragione "prudenziale" della tolleranza e c'è una ragione massimale - si va da un minimo a un massimo -, che è l'idea della tolleranza come valore in sé di reciproco rispetto. La prima è prudenziale, la prima è quella per cui si siglano i trattati di pace dopo il conflitto religioso, come accennavo prima, ed è all'origine di tutte le storie del liberalismo politico, anche se è sempre un punto di non ritorno piuttosto raro; questa idea prudenziale è basata sul fatto che ci si ammazza, ci si ammazza, ci si ammazza, alla fine si è stanchi e la si chiama tolleranza. Questa è una visione che può non eccitare troppo, ma questo è il punto con cui prudenzialmente la tolleranza insorge: i costi della repressione sono superiori a quelli della tolleranza. E allora questa è la prima soluzione, quella meno entusiasmante, ma tuttavia preziosa rispetto alla Bosnia, quella del modus vivendi, è un esito instabile di equilibrio.

Se questo è ottenuto, allora è possibile, non dico sia necessario ma è possibile, che la tolleranza si trasformi dalle sue ragioni prudenziali, da valore strumentale in un valore intrinseco, cioè consenta la crescita, generi, incentivi le condizioni per la crescita del mutuo rispetto. Il mutuo rispetto, secondo me, non dipenderà da teorie su "etica e politica", non dipenderà da principi di una super teoria della tolleranza, ma dipenderà dalla estensione delle nostre capacità di riconoscere semplicemente, in qualsiasi volto che abbia sembianze o qualcosa di affine o tratti umani, qualcosa che riguarda anche noi.

Credo, cioè, che la virtù di questa fine secolo, tra grandi migrazioni, guerre, massacro, carestia e deficit delle democrazie, sarà quella della capacità di tradurre, cioè di riconoscere negli altri tratti e storie che possono essere anche nostri.

Tratto dall’intervista "Etica e politica", Milano Università Cattolica , 15 dicembre 1994


Biografia di Salvatore Veca

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