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Clifford Geertz

Il metodo dell'antropologia

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DOMANDA: Professor Geertz, Lei, nel suo libro Opere e vite, ha parlato di due tipi diversi di ansia. Da una parte c'è il timore dello scienziato di non essere sufficientemente distaccato; dall'altra c'è il timore dell'umanista di esserlo troppo. Lei crede che la differenza fra scienziato e umanista sia il vero discrimine oggi in antropologia?

No, non credo che la catturi del tutto. Il mio scopo principale era quello di indicare questa ambiguità. Secondo la vecchia concezione l'antropologia va considerata alla stregua di una scienza naturale; di conseguenza gli studiosi di tale disciplina dovevano mantenere un certo distacco dall'oggetto di studio.

D'altro canto è evidente - e lo è sempre stato - che non si può capire la gente senza interagire con essa dal punto di vista umano. Non credo che lo schema che ne deriva debba essere necessariamente "scienze naturali contro scienze umane"; ma senza dubbio si tratta di un problema e di una preoccupazione molto diffusa. Esistono certamente molte altre posizioni contrastanti al riguardo, ma in questo caso il mio interesse era quello di cogliere questo aspetto, che negli anni è diventato sempre più acuto: la sensazione di essere talmente "obiettivo" nei confronti delle persone da trattarle come oggetti e, di conseguenza, non essere in grado di comprendere in maniera adeguata le loro emozioni, i sentimenti, le attitudini e la loro visione del mondo.

Allo stesso tempo, è anche vero che gli antropologi cercano di non essere esclusivamente "soggettivi": non vogliono comunicare solo la loro impressione, o l'idea che si sono fatti al riguardo, non vogliono parlare di intuizioni. C'è, quindi - e diventa sempre più seria - una certa preoccupazione su entrambi i punti.

Parte del problema sta nel fatto che l'antropologia non possiede una forte tradizione teorica autonoma. Certo le teorie esistono, così come esistono alcuni studiosi di antropologia che si occupano solo di teoria, ma non basta. Si tratta di un campo molto difficile da definire e, di conseguenza, caratterizzato da una serie di preoccupazioni che riguardano l'immagine che l'antropologia ha di sé, la sua natura stessa, in che cosa essa consista realmente. Una delle domande che gli antropologi si sono sempre posti è la seguente: che differenza c'è fra l'antropologia e la sociologia? E' una domanda a cui non si è trovata risposta, a parte forse il dire che "l'antropologia è meglio": ma certo non sono andati oltre.

Non c'è una teoria suprema, né un metodo generale. C'è il metodo empirico, quello usato "sul campo"; ma in fondo non significa nulla, perché alcuni eseguono lo studio in modo più oggettivo possibile, limitandosi a prendere nota di tutto quello che vedono, mentre altri svolgono lunghe e approfondite interviste. Sempre di antropologia si tratta.

Per questo oggi si cerca da più parti di circoscrivere il tutto attraverso una specie di definizione ideologica di questa disciplina. Si assiste quasi a uno scontro fra coloro che hanno concezioni diverse su quello che facciamo e quello che invece dovremmo fare.

Secondo me la distinzione fondamentale va fatta fra quelli che insistono per una teoria generale della società, da cui poi trarre conseguenze pratiche da applicare ai casi specifici, e quelli - fra cui mi metto anch'io - che desiderano comprendere società diverse per poter interagire con esse in modo intelligente negli anni a venire.

Credo che questa sia una differenza molto più profonda - che tende ad esprimersi in termini del modello di impegno o disimpegno - rispetto a quella tra scienza naturale e scienza umana, o a un'altra analoga.

Tratto dall'intervista "Temi e problemi dell'antropologia contemporanea" - U.S.A., Università di Princeton, lunedì 18 maggio 1992

 


Biografia di Clifford Geertz

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