![]() |
|
|||
|
|
|
|
||||
intervista di Silvia Calandrelli rilasciata alla DEAR di Roma il 30-7-96 Professor Remo Bodei, la definizione del brutto incontra le stesse difficoltà, se vogliamo, rovesciate e speculari, di quella del bello. Vi è qualche strategia allora per definirlo, per delimitare bene il campo? Il brutto è sempre stato considerato come l'ombra del bello, come il suo fratello
gemello cattivo. Sostanzialmente, all'inizio della nostra civiltà, il brutto, come il
falso ed il cattivo in senso morale, è una mancanza, è un'assenza di bello, un'assenza
di vero, un'assenza di buono. Quindi l'unica strategia per capire che cosa è il brutto,
è di strapparlo nella sua storia da questa assenza e vedere come acquisti
progressivamente dei caratteri ben determinati e poi come acquisti anche diritto di
cittadinanza nella patria dell'arte. Fu il Cristianesimo, per motivi religiosi, a rivendicare, in qualche modo, la positività del brutto. In quali termini è avvenuta questa sorta di riabilitazione? Vi è un motivo fondamentale per cui la religione cristiana in un certo modo riscatta il brutto, così come riscatta il peccato, sino, a volte, a raffigurare brutto il Cristo stesso. Mentre nella tradizione greca, in quella neoplatonica, è l'uomo che deve innalzarsi, attraverso l'ascesi, alla divinità, nella tradizione cristiana - se si guarda uno dei grandi testi di San Paolo che contiene l'Inno a Cristo - noi vediamo che là è Dio che discende, si degrada, si umilia nel farsi uomo, che si svuota della sua gloria e della sua divinità e diventa non solo uno come noi, ma il peggiore di noi dal punto di vista esterno. Così il Cristianesimo pone per la prima volta una separazione tra l'interno e l'esterno: bisogna riconoscere dietro la bruttezza esteriore di un'individuo la gloria di Cristo che risiede in ogni nostro simile. Nell'Età Moderna continua la riabilitazione progressiva di questo concetto, che ottiene addirittura legittimità nell'arte. Può riassumerci i momenti iniziali di questo processo? Nell'età moderna si scopre che la bellezza non ha più a che vedere con ciò che è misurabile, ma in un universo infinito noi abbiamo l'esperienza dello smisurato, dell'incommensurabile. Keplero, ad esempio, si vergognava della sua matematica e della sua astronomia, perché non voleva ammettere che il movimento dei pianeti fosse un movimento ellittico e non circolare, che era perfetto per eccellenza. Egli resiste vent'anni prima di accettare questa bruttura, cioè che l'universo non abbia delle configurazioni geometriche accreditate. Ecco, in questo periodo il brutto comincia a essere recepito come qualcosa che esiste in natura. Ci sono poi le esplorazioni geografiche che dimostrano l'esistenza di una quantità di animali strani, oppure bellissimi ma velenosi. Quindi nasce l'idea che la creazione è qualcosa di misterioso, che mescola il bene e mescola il male.Poi c'è stato Shakespeare, che nel "Canto delle streghe" del Macbeth fa dire loro esplicitamente "il bello è brutto, il brutto è bello". Il mondo, guardato in se stesso, non obbedisce più a quei canoni, rigidi, classici, che gli si attribuivano prima. Vi è una sensibilizzazione per il brutto, cioè per il non-classico, che bolle, per così dire, a fuoco lento per circa due secoli. Il Romanticismo con Schlegel sembra fare del brutto l'elemento distintivo tra l'arte antica e l'arte moderna. Cosa intende propriamente Schlegel con questa distinzione? Il Saggio sulla poesia greca del 1796, che è la prima grande opera di Friedrich Schlegel - fondatore del Romanticismo - presenta questa distinzione: l'arte antica cresce come fiori di campo, tende spontaneamente al bello, l'arte moderna invece ha bisogno dell' "interessante" cioè di qualche cosa che ci metta continuamente in istato di eccitazione. Questo dipende dal fatto che noi siamo diventati degli individui insaziabili di novità, perché ormai la cultura ha esaurito tutte le sue possibili forme ingenue, e ci è impossibile credere spontaneamente a quello che sentiamo, a quello che vediamo. Per questo il brutto è come un liquore per gli alcolizzati all'ultimo stadio, diciamo così, è quell'elemento di pepe, di interesse, che fa sì che noi siamo avvinti in maniera artificiale alle nostre produzioni artistiche. L'arte romantica si presenta quindi come una grande sperimentazione, in cui tutto viene mescolato, in cui il brutto tradizionale serve come lievito per scoprire nuove forme di bello, come concime, diciamo. Questa concezione del brutto nell'Ottocento matura ulteriormente sino ad assumere, nel campo dell'arte, addirittura la mostruosità? Soprattutto Victor Hugo e la letteratura francese dell'Ottocento, il suo "Misteri
di Parigi" oppure Baudelaire di quella poesia terribile "A una carogna",
vedono l'arte e la bellezza discendere dal loro piedistallo e mescolarsi tra le cose del
mondo. In un periodo in cui la società va a scoprire le sue fondamenta, le sue fogne, i
suoi aspetti più terribili e impresentabili, l'arte si presenta come un abbandono della
dimensione dell'eterno e come una caduta nel quotidiano, o come dirà appunto Baudelaire,
una "caduta di aureola". Bello e brutto ormai non si distinguono più, abbiamo
oltrepassato i confini stabiliti da Schlegel. Nascono così quei personaggi inquietanti,
ma in fondo positivi, come il Gobbo di Notre-Dame, Quasimodo, oppure Tribulé, che è più
noto da noi per l'opera di Verdi col nome di Rigoletto. Che cosa voleva sostenere Karl Rosenkranz, discepolo di Hegel, con il suo libro del 1853 intitolato l'Estetica del brutto? Per Rosenkranz vi è anche un'arte brutta, in cui il brutto non solo è qualcosa che l'arte non deve escludere, ma è qualcosa di cui l'arte e la bellezza hanno bisogno, cioè un'opera d'arte è tanto più bella quanto più grande è la quantità di negativo, di brutto, che ha dovuto vincere. Quindi l'arte è in sostanza concepita da Rosenkranz come un combattimento tra l'Arcangelo Gabriele e il diavolo. Se l'arte resta pacificata, se l'arte non si scontra coi grandi problemi che sono inafferrabili, ma che rappresentano il male del mondo, le patologie della realtà, quest'arte non avrà nessuna possibilità di grandezza. Professore, tutta l'arte moderna, rovesciando i canoni tradizionali del bello, produce opere in cui domina lo stridore dei colori, la deformazione delle figure, le dissonanze, le frasi assurde. Questo significa che il brutto è diventato la vera bellezza? Significa proprio questo, perché, siccome il bello non problematico, cellofanato, si è trasformato in kitsch, cioè in qualche cosa che non produce più nessuna emozione estetica. Questo perché un tale genere di bello asseconda, liscia tutti i pregiudizi e tutte le forme percettive ormai consunte . Ecco, in questa situazione allora l'arte reagisce sperimentando qualche cosa che va al di là delle forme "fruste", delle forme consumate, e quindi introduce, ad esempio in musica, in forma massiccia quelle dissonanze che già Mozart o l'ultimo Beethoven avevano sperimentato. E le introduce per far sentire il dolore del mondo, una specie di pianto, che invece l'arte ufficiale, in genere sotto la grande ala dello Stato, cerca di eliminare in forma trionfalistica. Se invece di rappresentare fiorellini, rondini, si rappresenta l'orrore, questo orrore ha un valore di carattere catartico e pedagogico, cioè ci fa capire come è fatto il mondo e nello stesso tempo ci addita una dimensione utopica di come il mondo potrebbe essere. Lei ritiene che la sensibilità dei nostri giorni sia ancora legata a questo pathos vero e proprio per il brutto? Credo di no, però dobbiamo pensare a cosa ha significato questo pathos per il brutto.
C'è stato un periodo in cui l'arte si è posta come compito quello di svelare la presenza
del dolore e delle lacerazioni all'interno della società e di ritrovare in questo rimosso
il senso più autentico del bello. Puntando cioè solo su tale rimosso e quindi con forme
di privazione sensoriale. Tutti i diritti riservati |