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=== === DOMANDA: Professor Ricoeur, qual è secondo Lei lo stato di salute della ragione nel mondo? Parlare di stato di salute è lo stesso che parlare di malattia. Io credo che noi siamo portatori di tre malattie. Non abbiamo finito di estirpare in gran parte del mondo l'eredità del totalitarismo. Noi abbiamo compiuto l'opera di ricostruzione post-bellica, ma non abbiamo affrontato la ricostruzione morale dopo l'esperienza inaudita della violenza e della tortura che è ancora praticata nel mondo. Io come membro di Amnesty International seguo da vicino i suoi rapporti. Come Lei sa, ci sono soltanto venticinque o trenta paesi nel mondo che possono essere considerati come quasi - dico"quasi" - esenti da pratiche di tortura. Questa è la prima malattia. Una seconda malattia è che la ragione strumentale ha progredito più rapidamente della saggezza pratica ed è in fondo di questo scarto che noi soffriamo o di cui soffrono gli scienziati, perché conosco molti scienziati che dicono: trovate voi una risposta, noi non ce l'abbiamo. Non bisogna credere a una pretesa arroganza degli scienziati. Io al contrario sono colpito dalla loro modestia. Il loro comportamento nel Comitato di Etica è in ciò assolutamente esemplare. Loro chiedono sempre, ma gli altri non hanno risposte, noi manchiamo di risposte. Dunque io direi che si tratta del crollo della phrònesis, di una ragione non strumentale, per usare ancora questa categoria. Il terzo punto infine è che siamo entrati in un mondo della comunicazione, nel senso materiale- per mezzo di satelliti ecc.- ma anche qui i mezzi di comunicazione sono molto più avanzati della qualità della comunicazione. Quello che dicevo poco fa- e ritorno su questo punto- è che un autentico confronto con i contenuti di fondo della saggezza indiana, della saggezza giapponese o cinese, del Buddismo o dell'Islamismo, non c'è ancora stato. Ora io credo che si possa dire che questo anticipo della comunicazione tecnologica sulla comunicazione culturale è una forma patologica della società contemporanea. In questo senso ci troviamo davanti a uno stato di salute critico. DOMANDA: La famiglia è in crisi, le istituzioni sono in crisi, la scuola è in crisi: da dove verrà la futura classe dirigente, a chi si affiderà la ragione? Io non faccio il profeta. Credo che la funzione della filosofia sia qui di diagnosi più che di prognosi, sia quella di farci conoscere meglio l'un l'altro in modo meno menzognero. Credo che ci sia nonostante tutto un problema di veracità, se non di verità. C'è un problema della veracità perché, gli scrittori in particolare, rappresentano una forza sovversiva estremamente avanzata e sono spesso loro che vanno più lontano nell'esplorazione del sottosuolo e dei bassifondi della vita moderna. E allora io credo che la requisitoria della filosofia attualmente si debba articolare su due punti: sulla nozione che la crisi non è passeggera, ma è come una condizione permanente della nostra esistenza e che, in secondo luogo, il conflitto fa anch'esso parte - non soltanto il conflitto d'interessi ma anche quello di idee fanno parte - della condizione moderna o post-moderna, come la si vuol chiamare. Se la si chiama moderna è perchè si crede di poterla unificare un giorno mediante la ragione; post-moderna è l'idea che la crisi è una maniera d'essere per tutti noi. E se mi permette di terminare con la philìa aristotelica, essa consiste oggi nell'apportare uno spirito di amicizia nel conflitto. Il mio maestro Karl Jaspers parlava della lotta amorosa, Liebeskampf. E' questo che i filosofi possono apportare: una sorta di generosità nella discussione non disgiunta dall'esigenza del rigore. Tratto dall'intervista "Aristotele e i problemi attuali delletica" - Parigi, abitazione Ricoeur, lunedì 6 marzo 1989 === |