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=== ===DOMANDA: Oggi vi è un'etica per ogni attività, dagli sport agli affari. Vuol dire che non esiste una ricerca sui fondamenti dell'etica? Si è soliti classificare le teorie etiche in maniera molto differenziata; ad esempio a seconda dell'ambito che esse occupano. Si può dire: c'è un'etica universale e un'etica speciale, come ad esempio un'etica economica, un'etica della medicina, un'etica dell'ambiente, un'etica sessuale, seguendo il loro ambito di riferimento. Le si può definire anche in virtù della loro estensione: si può così porre una distinzione fra un'etica individuale e un'etica sociale. Ciò che Lei ha domandato mira però alla teoria della fondazione. Quello che propriamente interessa una teoria etica è, in primo luogo, non ciò che accade nei fatti, bensì dare una risposta al quesito: "perché devo fare una certa cosa?"; "che cosa devo fare?" - come ha detto una volta Kant. Dunque il problema etico è: "che cosa qualifica un'azione morale in quanto tale?", oppure: "perché una certa azione è concessa e un'altra è proibita?". Ci si potrebbe innanzitutto chiedere che cosa viene in mente ad un uomo quando si domanda: "perché lo devi fare?"; "che cosa devi fare?". La risposta può essere: perché lo vuole Dio, i Dieci Comandamenti o il sacramento della confessione. Oppure si può dire: perché me lo prescrive la coscienza, oppure: perché così facendo vivo conformemente alla natura - la tradizione stoica classica, rappresentata ancora oggi -, oppure si può dire: perché ciò corrisponde alla natura della cosa, appartiene in qualche modo alla natura della cosa che con i propri pensieri si comunichi con gli altri e che quindi non si possa mentire; oppure si può semplicemente dire, perché è giusto, perché è mio dovere. E' verosimile che sia questo ciò che viene in mente all'uomo, quando si interroga sulla fondazione etica. C'è poi un tipo di risposta completamente diverso: quando ci si domanda perché si debba compiere una certa azione, si può dire che ciò accade perché tale azione ha delle conseguenze positive; oppure, se si deve scegliere fra due diverse azioni, si afferma che si compirà quella che presenta le conseguenze più positive rispetto all'altra. Oppure, facendo ancora un passo avanti, si deve compiere quell'azione che ha le conseguenze migliori. Le diverse risposte del primo tipo, che ho classificato sopra, appartengono tutte ad un unico ambito: quello delle teorie deontologiche. Le risposte del secondo tipo si richiamano invece ad una fondazione teleologica o consequenzialistica. La risposta è, in questo caso; che una certa azione è consigliata se ha delle conseguenze positive, o meglio, se ha più conseguenze positive che negative, in quanto sappiamo oggi che ogni azione ha anche delle conseguenze collaterali. Questo secondo tipo di teorie, le teorie consequenzialistiche, prendono le mosse dalle conseguenze di una azione, mentre le altre, le teorie deontologiche, non giudicano sulla base delle conseguenze di una azione, ma piuttosto sulla base della loro struttura interna, della conformità alla legge morale, all'imperativo categorico, alla volontà di Dio. DOMANDA: Può farci qualche esempio? Penso al seguente caso: un uomo che guida un'auto si trova di notte ad un semaforo, in una strada, ed ha il rosso e dunque non dovrebbe partire. Facciamo conto però che l'uomo abbia potuto scrutare senza ostacoli tutte le strade all'intorno: si sa con certezza che se io attraverso ora questo semaforo ciò non può assolutamente avere conseguenze negative. Non può accadere nessun incidente, e come spesso accade non c'è nessun bambino o nessun uomo a cui io possa dare un cattivo esempio. Si può sempre argomentare come segue: chi si comporta in questo modo distrugge in sé la disponibilità ad attenersi alle regole. In questo senso l'azione avrebbe anche conseguenze negative. Questo sarebbe un argomento a favore dell'opportunità di attenersi alle regole. Un altro esempio potrebbe essere il seguente - nell'etica anglosassone si lavora sempre con esempi molto belli -: un professore ha lavorato fino a mezzanotte nella sua stanza all'università e quando infine lascia l'edificio per raggiungere la propria auto, gli si prospettano due possibilità: puo' attraversare un grande prato che conduce alla sua auto, e vedrebbe cosi' il proprio cammino notevolmente accorciato; oppure si puo' attenere alle regole vigenti nel posto, per cui non bisogna calpestare il prato ma fare un grande giro all'intorno. Cosa deve fare? Ragionando in termini strettamente teleologici, e muovendo solo dall'idea dell'utilità, si potrebbe affermare - e ciò è pienamente giusto - che se si attraversa un prato ciò non comporta nessuna conseguenza negativa, durante la notte il prato si riprende subito. Un secondo argomento potrebbe essere: se lo fa a mezzogiorno, quando lo guarda un gran numero di studenti, ed il professore, che dovrebbe costituire un esempio, attraversa il prato, allora questa azione avrebbe immediatamente delle conseguenze negative per il prato. Il cattivo esempio avrebbe la conseguenza che improvvisamente cinquanta o cento studenti lo attraverserebbero, e in questo modo l'azione avrebbe delle conseguenze negative. A fondamento di questa nostra affermazione c'è un'argomentazione molto sottile, che veniva applicata spesso anche nell'antichità, per cui si dice a qualcuno: rifletti su ciò che accadrebbe se tutti lo facessero! Se ora uno solo lo facesse, ma non lo facessero tutti, allora l'argomento non sarebbe pertinente e bisognerebbe trasformare l'affermazione in senso puramente ipotetico: se tutti lo facessero, ciò avrebbe delle conseguenze negative e sarebbe sbagliato. Dietro questo ragionamento c'è un principio, che viene chiamato principio di universalizzazione, ovvero l'argomento che segue: non devo fare ciò che, fatto da tutti, avrebbe delle conseguenze negative. E questo non perché contravverrei qui al diritto altrui, ma perché mi accaparrerei questo diritto e, nel caso in cui tutti facessero altrettanto, la mia azione si rivelerebbe dannosa. Ciò significa che in fondo me ne infischierei del bene comune, e per questo non lo si deve fare. E' un argomento molto sottile, in cui l'etica teleologica rimanda ad una fondazione deontologica. Si tratta ancora una volta di ciò che è in sé giusto, anche indipendentemente dall'immediata, diretta utilità. Tratto dall'intervista "Aristotele, Politica, Etica e Scienza" - Nehausaen, abitazione Bien, lunedì 17 luglio 1989.===
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