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L’etica nell’epoca della scienza

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===Negli anni sessanta scrissi per la prima volta un saggio sull’etica pubblicato più tardi con il titolo "Trasformazione della filosofia". Il tema era quello della fondazione razionale dell’etica nell’epoca della scienza. Il problema per me era che da un lato l’epoca della scienza e della tecnica aveva accresciuto smisuratamente la responsabilità degli uomini e reso per così dire a portata di mano la necessità di una nuova etica. Dall’altro, però, la scienza stessa faceva sembrare impossibile una fondazione razionale dell’etica, in primo luogo la scienza viene considerata come avalutativa; in secondo luogo la razionalità è determinata dalla scienza, la scienza ha per così dire colonizzato il concetto di razionalità. E dunque, poichè la razionalità stessa deve essere avalutativa, diventava impossibile dare una fondazione razionale della scienza e delle sue conseguenze. Ne risultava un paradosso: mentre da un lato la scienza con la sua applicazione tecnica aveva messo al mondo nuovi problemi enormi e in particolare quello di una etica delle conseguenze delle azioni collettive, dall’altro una fondazione razionale dell’etica nell’epoca della scienza non sembrava più possibile. Questa è stata per me la sfida paradossale che mi ha spinto a fondare una etica della comunicazione. Il concetto decisivo per me allora è stato il seguente: certamente è corretto affermare che la scienza in rapporto al suo oggetto, sia necessariamente avalutativa – in questo senso almeno le scienze della natura sono necessariamente avalutative . Ma è falso pensare che gli scienziati nei rapporti tra loro - soggetti della scienza in rapporto ad altri soggetti della conoscenza scientifica- abbiano anch'essi necessariamente un atteggiamento avalutativo. Questo è del tutto sbagliato; al contrario, una condizione della possibilità della scienza è che vi sia almeno per la comunità degli scienziati una etica minima, fondamentale. Con questo non è naturalmente ancora data la base per una etica della comunicazione umana, però è possibile generalizzare questa impostazione, che muove dal modello della comunità della comunicazione tra gli scienziati, riflettendo sul fatto che la cosa ultima , ciò che nella filosofia non possiamo eludere, è il pensiero o l’argomentare. Ora se si considera il pensiero non come pensiero solitario , ma come argomentare – e questa mi sembra che sia la concezione che se ne ha nel nostro secolo – si vedrà che chiunque pensi seriamente fa già parte di una comunità della argomentazione ; più in particolare, fa parte sia di una comunità di comunicazione , reale, sia di una comunità ideale, anticipata in modo controfattuale: se egli argomenta seriamente, deve rivolgersi per così dire continuamente ad una comunità ideale della comunicazione in grado di controllare la validità dei suoi argomenti e in grado di fornire il consenso alle sue pretese di validità. Sotto questo profilo, sul piano di questa comunità della argomentazione, dobbiamo già sempre avere riconosciuto una etica: l’esistenza di determinate norme fondamentali della parità e della corresponsabilità di tutti i membri di questa comunità dell’argomentazione. Questo fu il modo in cui io allora trovai nel concetto della comunicazione o della comunità della comunicazione la via per uscire dal paradosso, dall’apparente impossibilità di fondare razionalmente l’etica nell’epoca della scienza.

Ich zum ertsen Mal ein Essay über Ethik geschrieben habe, das war am Ende dee sechziger Jahre und das ist später dann veröffenlicht worden in dem Buch Transformation der Philosophie und es ging damals um die Frage einer rationalen Begründung der Ethik im Zeitalter der Wissenschaft. Das Motiv lag für mich also darin , daß einerseits das Zeitalter der Wissenschaft und der Technik die Verantwortung der Menschen ins Unermeßliche gesteigert hat und sozusagen die Notwendigkeit einer neuen Ethik greifbar nahe schien, auf der anderen Seite aber dieselbe Wissenschaft eine rationale Begründung der Ethik gerade als unmöglich erscheinen ließ und zwar deshalb, weil die Wissenschaft als Awertfrei gilt und deshalb, da nun andererseits Rationalität etwas war, das durch die Wissenschaft bestimmt wird, die Wissenschaft sozusagen den Begriff der Rationalität präokkupiert hatte, so schien es unmöglich eine rationale Begründung für Wissenschaft zu geben, für die Folgen der Wissenschaft zu geben, da ja Rationalität wertfrei sein müsse. So kam ein Paradox zu Stande damals: einerseits hat die Wissenschaft durch ihre technische Anwendung gewaltige neue Probleme, besonders eine Ethik der Folgen kollektiver Aktivitäten in die Welt gesetzt und andererseits schien eine rationale Begründung der Ethik im Zeitalter der Wissenschaft nicht mehr möglich zu sein. Dies war für mich die paradoxe Herausforderung für die Begründung einer Kommunikationsethik und der entscheidende Gedanke damals war für mich der, es ist zwar richtig daß die Wissenschaft im Bezug auf die Sache, in der Subjekt-Objekt Relation wertneutral sein muß, wenigstens die Naturwisenschaft muß in diesem Sinne wertneutral sein. Es ist aber falsch, daß die Wissenschftler in Bezug auf die anderen Wissenschaftler, also die Subjekte der Wissenschaft in Bezug auf die Co-Subjekte der wissenschaftlichen Erkenntnis auch eine wertneutrale Einstellung haben müssen, das ist ganz falsch, im Gegenteil es ist eine Bedingung der Möglichkeit von Wissenschaft, daß es mindestens für die Gemeinschaft der Wissenschaftler eine minimale, fundamentale Ethik gibt. Nun ist damit natürlich noch nicht die Grundlage für eine Kommunikationsethik der Menschheit gegeben, aber man kann diesen Ansatz, der von der Kommunikationsgemeinschaft der Wissenschaftler als Modell ausgeht, man kann diesen Ansatz verallgemeinern, indem man sich darauf besinnt, daß das Letzte, was in der Philosophie für uns nicht hintergehbar ist das Denken oder das Argumentieren ist. Wenn man nun das Denken nicht als einsames Denken auffaßt, sondern als Argumentieren, und das denke ich ist die neue Auffassung in unserem Jahrhundert, dann kann man sehen daß jeder der ernsthaft denkt bereits Mitglied einer Argumentationsgemeinschaft ist und zwar einer realen und einer antizipierten, kontrafaktisch antizipierten idealen Kommunilkationsgemeinschaft. Wenn er ernsthaft argumentiert, dann muß er gewissermaßen ständig sich an eine ideale Kommunikationsgemeinschaft wenden, die die Gültigkeit seiner Argumente überprüfen könnte, die zum Konsens gelangen könnte über seine Geltungsansprüche. In dieser Hinsicht, auf der Ebene dieser Argumentationsgemeinschaft, müssen wir immer schon eine Ethik anerkannt haben: gewisse Grundnormen der Gleichberechtigung und der Mitverantwortung aller Mitglieder dieser Argumentationsgemeinschaft. Auf dieser Weise fand ich damals in dem Gedanken der Kommunikation oder der Kommunikationsgemeinschaft den Ausweg aus der Paradoxie, der scheinbaren Unmöglichkeit einer rationalen Begründung der Ethik im Zeialter der Wissenschaft.

Tratto dall’intervista "Etica della Comunicazione" , 24 aprile 1991, Napoli Vivarium===