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Seyla Benhabib
La fine dell'idea di progresso=== ===
DOMANDA: Professoressa Benhabib, qual è la Sua posizione a proposito della cosiddetta fine della modernità? Quali sono gli aspetti della modernità che secondo Lei abbiamo perso per sempre, e quali quelli che potrebbero essere ricatturati nel nostro progetto attuale?
La mia posizione su questo punto è questa: dobbiamo distinguere tra quegli aspetti del progetto della modernità che oggi non sono più difendibili e credibili, e quei progetti dei moderni che invece potremmo voler continuare. Tra gli aspetti che sono ormai irrimediabilmente perduti, ne citerei tre. Li segnalo perché sono anche le pietre angolari delle ideologie del liberalismo e del marxismo del XIX secolo, così che la fine di queste credenze mette in crisi anche due delle maggiori ideologie politiche del secolo precedente, e anche del nostro secolo.
Li chiamerò: (a) la fine del concetto di progresso; (b) la fine della visione prometeica dell'uomo, e (c) la fine della società, della Gesellschaft, così come l'abbiamo conosciuta.
Sin dal Settecento c'è stata una fede molto diffusa in Europa occidentale, secondo la quale il progresso del sapere scientifico, il progresso economico e tecnologico erano cose buone: questi progressi avrebbero portato sicuramente al miglioramento dell'umanità. Quest'idea era già stata espressa da Cartesio nel secolo precedente: il compito era quello di renderci, come disse lui stesso, "maîtres et possesseurs de la nature", padroni e possessori della natura.
Oggi stiamo cominciando a vedere che il progresso senza remore della scienza, della tecnologia, dell'economia non è un bene in sé e per sé. Dai problemi che sorgono dalla pratica dell'ingegneria genetica, dal problema di che cosa fare delle scorie nucleari, oppure di come gestire gli usi sia civili che militari dell'energia nucleare, fino al problema dell'effetto serra a livello planetario (il problema della scomparsa, dell'esaurimento dello strato di ozono); tutte queste questioni sono investite dalla sensazione che, in qualche modo, noi abbiamo scatenato processi che non riusciamo più a controllare.
Così, per ora, il sentimento prevalente è che i processi messi in moto dagli uomini nel corso degli ultimi due secoli abbiano cominciato a generare conseguenze che sfuggono ormai al nostro controllo. Oggi siamo consapevoli del fatto che quel tipo di progresso cumulativo lineare non porta sempre al miglioramento dell'umanità: oppure, per dirla in termini più semplici, "più non è sempre meglio".
La nozione secondo cui "la storia non è uno sviluppo progressivo" non è un idea del tutto nuova; basti pensare solo al maggiori pensatori pessimisti dell'Ottocento - a cominciare da Nietzsche, e fino a Freud nel nostro secolo. Tuttavia penso che ai giorni nostri il modo in cui stiamo sperimentando questo problema sia diverso dai modi in cui era posto nel passato. Direi che nell'Ottocento c'era un pessimismo antropologico: si pensava di non poter migliorare gli esseri umani, che in un certo qual modo gli esseri umani sarebbero stati sempre - per molti versi - egoisti, immorali, e avrebbero cercato di fare eccezioni per il proprio personale vantaggio.
Oggi invece, osserviamo non tanto più un pessimismo antropologico ottocentesco: si tratta piuttosto di una sensazione di pessimismo della civiltà. Si ha la sensazione che ci siano processi al di là di noi, al di fuori del nostro controllo; è la sensazione che certo facciamo fronte a questi processi, ma che non sappiamo affatto come affrontarli veramente.
Tratto dall'intervista "Politica e crisi della Modernità"U.S.A. Long Island, Abitazione Benhabib, domenica 17 maggio 1992.
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