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=== ===Estetica e paradosso Nella Critica della ragion pura di Kant si parla della possibilità di una conoscenza della natura, così come questa è costituita necessariamente attraverso i principi dell'intelletto che si applicano a tutti gli oggetti indistintamente. Tuttavia gli oggetti sono diversi, gli oggetti si presentano di volta in volta determinati in modi diversi: la varietà della natura, dice Kant, è molto grande, e potrebbe essere talmente grande da non permettere la costruzione di nessuna legge empirica, cioè potrebbe non presentare quelle ricorsività e regolarità che invece sono necessarie per poter precisamente parlare di legalità della natura in quanto natura empirica. L'arte è - per Kant - ciò che provoca l'accordo delle facoltà. Possiamo dire che attraverso l'esperienza dell'arte noi anticipiamo l'esperienza in generale: noi sappiamo che possiamo contare sulla conoscenza, che possiamo giungere alla conoscenza, perché le nostre facoltà tendono ad accordarsi: nel caso della bellezza, della natura o dell'arte, tutto questo ci viene posto - per così dire - sotto gli occhi Tutta la filosofia trascendentale kantiana è qualche cosa che non si può esporre, perché non parla di un oggetto, bensì parla dell'orizzonte stesso degli oggetti possibili di conoscenza. Kant, in un passo del cosiddetto Opus postumum, dà una definizione curiosa della filosofia trascendentale, diversa da quelle abituali ma - ritengo - sincera: la filosofia trascendentale si chiama così perché corre continuamente il rischio di cadere nel trascendente e quindi nel non senso. La stessa filosofia trascendentale corre questo rischio. Vorrei esporre una grossa difficoltà della filosofia e del pensiero in genere, anzi una impossibilità che chiamerei paradosso. In che cosa consiste questo paradosso? Noi dobbiamo poter parlare in qualche modo dell'esperienza in generale in cui stiamo, non la possiamo delineare dall'esterno perché ci stiamo dentro e quindi dobbiamo parlare del determinato, ma il determinato senza questo orizzonte sarebbe un oggetto privo di senso e non collegabile con altri oggetti, non si costituirebbe per così dire in un'esperienza in genere. L'orizzonte e il determinato si implicano vicendevolmente e inestricabilmente. Allora accade questo fatto curioso: la filosofia trascendentale è qualche cosa che, al tempo stesso, si impone e non può essere detta. Wittgenstein è un caso di questo tipo, non parla mai del problema interno della filosofia, del problema che la filosofia è a se stessa, del paradosso del parlare delle generalità da una parte e dello stare invece, nello stesso tempo, di volta in volta in determinati giochi linguistici; non dice questo e tuttavia lo suggerisce. Mi pare di vedere in Wittgenstein una superiore coscienza critica, ovvero il silenzio su certi argomenti che devono tuttavia essere affrontati e vengono soltanto accennati, guardati attraverso. "Guardare attraverso" è un'espressione di Wittgenstein, durchschauen. In altre parole noi attraverso la filosofia non conosciamo i fenomeni, ma piuttosto "guardiamo attraverso" le possibilità dei fenomeni. "Guardare attraverso" significa stare dentro l'esperienza e, al tempo stesso, obliquamente cercare di comprendere la totalità dell'esperienza stando tuttavia sempre sul determinato. Anche per Heidegger si può dire la stessa cosa. Mi pare che in Heidegger la categoria del trascendentale persista. La parola è presente in Essere e Tempo, ma forse attraverso altre mediazioni, e poi viene abbandonata: ma in fondo Heidegger non è sempre alla ricerca di condizioni necessarie e universali dell'esperienza possibile? Quando parla per esempio di "illuminazione" e "nascondimento", non sta forse dicendo che queste sono le due categorie assolutamente universali e necessarie di ogni esperienza possibile? Eppure la verità avviene, cioè di volta in volta succede qualche cosa di nuovo, e avviene perché l'essere si rivela in modo diverso, ma sempre attraverso queste due categorie fondamentali. Questo mi pare un chiaro trascendentalismo e - tutto sommato - sono nozioni che Heidegger non ha mai abbandonato. Ogni nostra esperienza determinata include il senso della totalità dell'esperienza. L'esigenza di questo senso, di questo orizzonte, non appartiene affatto soltanto all'arte, ma è comune ad ogni esperienza. Il paradosso nasce proprio da questo: che la filosofia non può stare in un non-luogo esterno all'esperienza; è proprio perché sta dentro l'esperienza che incontra questi paradossi, perché deve parlare di qualcosa che non può guardare dall'esterno, che deve sempre guardare e riguardare, comprendere e ricomprendere. Tratto dall'intervista "La nascita dell'estetica" , mercoledì 1 dicembre 1993, Roma DSE=== |