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DOMANDA: Prof. Balibar, cosa si intende con l'espressione "stato di natura"? Nel Leviatano e nel De Cive di Hobbes, lo stato di natura è presentato non tanto come uno stato originario, nella forma di un racconto allegorico, semi-mitico, ovvero come uno stato di cose che avrebbe preceduto l'istituzione del diritto e della sovranità, ma soprattutto come una possibilità di barbarie che resta latente e in un certo qual modo minacciosa, in permanenza, al di sotto del rapporto civile, al di sotto del rapporto civilizzato. Gli esempi che ne fornisce Hobbes sono, a mio avviso, abbastanza convincenti: "Perché - dice - chiudiamo le nostre case a chiave?"; "Perché camminiamo per la strada con una pistola o un pugnale, in modo da poterci difendere dai nostri simili, se non per il fatto che avvertiamo, in sostanza, questa minaccia latente della barbarie iniziale o dello stato di natura?". La manifestazione per eccellenza di questa minaccia è la barbarie collettiva, cioè la rivolta o la rivoluzione, che Hobbes aveva potuto vedere con i suoi occhi e che minaccia la stabilità dello stato. Spinoza ha voluto ha voluto rompere con questa idea. Spinoza non crede allo stato di natura come situazione di barbarie iniziale pura, così come la descrive Hobbes. Questo è il motivo per cui, ad esempio, nel Trattato Teologico-Politico e, ancora, nel Trattato Politico, egli mostra, proprio all'interno di un ipotetico stato primitivo dell'umanità, la presenza di un embrione di razionalità, sotto forma di utilità reciproca degli individui, degli uomini che collaborano gli uni con gli altri. Spinoza non crede neanche al dualismo tragico di Hobbes a proposito della società attuale, alla minaccia permanente nella forma in cui la descrive Hobbes, ovvero alla minaccia di un regresso dell'uomo verso una barbarie primitiva, che oltrepassi i limiti della civiltà. D'altra parte Spinoza crede completamente che la società umana è storicamente, per definizione, una società conflittuale (questa è un'idea che ha tratto da Machiavelli), che le rivoluzioni sono, in un determinato senso, la conclusione inevitabile dei conflitti interni della società e che, di conseguenza, il problema politico principale è quello della organizzazione della moltitudine. Questo è un aspetto essenziale della sua argomentazione politica. I concetti di cui Spinoza si è servito per pensare l'istituzione politica sono preposti a spiegare questa situazione pratica, ad uscire, in sostanza, dal mito di Hobbes dello stato di natura, per affrontare la realtà degli antagonismi e, in particolare, la realtà degli antagonismi ideologici: quelli che, nella sua terminologia, egli chiama gli antagonismi passionali, che costituiscono l'economia passionale, la quale rappresenta la base della vita politica della comunità. Direi che Spinoza è probabilmente non il solo, ma, comunque, uno dei grandi teorici del politico: il primo, forse, in epoca moderna, che si sia reso conto, che abbia voluto esplicitare l'idea che le passioni delle masse, i movimenti delle masse sono la materia per eccellenza della politica. Tratto dall'intervista "Il pensiero politico di Spinoza" - Parigi, Abitazione Balibar, mercoledì 14 dicembre 1988.===
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