Jean Heidmann

 

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In definitiva, se siamo a questo mondo, lo dobbiamo veramente - non vorrei usare la parola "miracolo" perché ha connotazioni religiose che sono fuori luogo in un discorso scientifico - a qualcosa di molto simile a un miracolo : è talmente incredibile che tutto ciò sia avvenuto!

Questo fatto comporta che si pongano molte questioni: questa odissea cosmica avrebbe potuto arrestarsi migliaia di volte, retrocedere o accelerare verso una catastrofe per centinaia di volte e, infine, non saremmo qui a poter osservare questo universo assolutamente straordinario.

Primo caso: se l'universo fosse stato meno vasto, la sua espansione si sarebbe conclusa già da moltissimo tempo e, in definitiva, non avrebbe dato luogo alla formazione delle stelle. E senza le stelle non si sarebbero avuti gli atomi di carbonio, che sono sintetizzati all'interno delle stelle. In assenza di atomi di carbonio non avrebbero potuto esserci molecole organiche, che sono i "mattoni" della vita e dunque non ci sarebbe stata la Vita.

Anche l'esistenza dei pianeti, peraltro, non è fenomeno che doveva necessariamente accadere, non è conseguenza necessaria nell'insieme degli eventi cosmici: e pure nel nostro sistema solare, su nove pianeti, ve ne è solo uno pressappoco conveniente all'esistenza della vita: la Terra. Su Venere vi è una catastrofe termica straordinaria - effetto serra, se vogliamo chiamarlo così - e su Marte si è avuta una catastrofe nel senso opposto, miliardi di anni fa: la glaciazione più rigida.

Quando si osserva l'universo, dunque, non ci si può non stupirsi che abbia potuto evolvere in una certa direzione fino a questo punto: da qui l'idea di Odissea Cosmica - l'Odissea in generale di tutto il Cosmo nel suo insieme, e particolarmente di noi poveri esseri umani che vi siamo dentro.

Ci si può stupire che esistiamo. Per dare una spiegazione a tutto ciò, Brandon Carter nel 1973 ha messo a fuoco la questione delineando quello che si chiama il principio antropico (da Anthropos, "uomo"). Questo principio prende le mosse dal fatto che l'uomo è osservatore dell'universo: bisogna che esso esista per poter osservare l'universo, dunque l'universo stesso si è necessariamente evoluto in modo che l'uomo potesse essere presente per osservarlo.

E' una formulazione chiara e netta, si può dire, che pone la osservazione astronomica a fondamento di una concezione che non era mai stata ammessa esplicitamente dagli scienziati in precedenza. In altri termini: non dobbiamo stupirci di esistere, poiché è necessario che noi siamo. Se non ci fossimo, non ci sarebbe nessuno a osservare l'universo. Alcuni pensatori sono arrivati a dire che l'universo si è evoluto in un certo modo "affinché vi apparisse l'uomo".

Per qualcuno che, come me, ha guardato con un po' di attenzione all'evoluzione dell'universo, tale principio sembra volerci dare un ruolo che nulla nella storia dell'universo può giustificare. Esistiamo da qualche milione di anni solamente, su un piccolo pianeta di una piccola galassia tra cento miliardi di galassie. La nostra presenza non ha alcuna importanza nell'evoluzione dell'universo.

Io paragono la situazione dell'uomo all'immagine di un piccolo Ty-kon giapponese del XIV secolo, in cui si dice che, in fondo, l'uomo è come la schiuma di un mare in tempesta - il mare tempestoso è il Cosmo con la sua odissea e noi siamo le bollicine che la schiuma lascia sulla superficie e che cercano di persistere: ma queste bollicine potrebbero benissimo sparire e, se scomparissero, non ci sarebbe niente da dire.

 

Tratto dall'intervista "Aspetti della cosmologia contemporanea" , Parigi, 1988