Il cammino della filosofia - Aforismi 

Hans-Georg Gadamer

Il pensiero dell'essere

Che cos’è "essere"? Ecco, la dea insegna: "Segui il noûs!" Questo è il termine greco per dire "ragione", o "spirito", o pensiero; ma questa parola noûs ha una peculiarità tutta sua… come vedremo. Il noûs è, per così dire, l’immediatezza del cogliere il vero interiormente, come quando si dice, per esempio: "me ne avvedo", vale a dire: "lo vedo con i miei stessi occhi"; "penso a ciò che vedo con i miei occhi". Naturalmente non è qualcosa che vedo davanti a me, ma che intuisco visivamente. Come si potrebbe concepire, altrimenti, l’inizio di tutto l’essere? Non ha alcun inizio, l’essere. Soltanto un ente può esserci o non esserci. "Questa è la prima cosa che devi imparare, mio diletto: quando dici che qualcosa è presente, oppure è assente, ciò non significa che l’una cosa è, e l’altra non è. Entrambe sono. Devi imparare che ciò che è presente e ciò che è assente sono entrambi. L’essere è Uno, tutt’intero, ed è ovunque uniformemente adesso. Non può essere generato, perché altrimenti un tempo non sarebbe stato… Non può muoversi, perché altrimenti in un luogo non sarebbe". Il movimento, la kìnesis, la ghènesis, richiamano in fondo il problema del divenire, del nascere dal nulla, di fronte al quale il pensiero si trova come davanti a un enigma. Ma nel Poema di Parmenide c’è tutto un complesso di argomentazioni, una specie di sentiero della verità su cui la dea vuole condurre il suo allievo, indicandogli, per così dire, dei segnavia: "Non deviare da questa strada e non ricadere in un impensabile come il nulla". E così la dea cerca di introdurre questo giovane (non è detto però che sia giovane)… questo suo allievo, a ciò che intendiamo propriamente per "essere". L’essere è ovunque, c’è sempre, non può mutare, non si dà alcun divenire, nessun trapassare in altro: tutto ciò infatti non è essere. E qui arriviamo al punto particolare che ha fatto storia: infatti, sotto il segno dell’essere sta anche l’inscindibilità di essere e noûs, noèin, che si traduce con "pensiero". Come si dovrebbe rendere, altrimenti? Sarebbe meglio dire, come ho proposto, "avvedersi di qualcosa", "intuire", con la stessa immediatezza che si ha nel vedere. Noèin è, per così dire, l’esperienza immediata … "ecco!", "è qui!". Già dire "qualcosa", è dire troppo: si tratta soltanto di un "c’è!". Noi non possiamo fare nient’altro che dire "c’è qualcosa", ma questa è già una proposizione assai complessa.

"C’è qualcosa": in seguito avremo modo di apprendere quanti problemi si nascondano dietro questo "qualcosa" che dobbiamo adoperare ogni volta che pensiamo.

Tratto dall'intervista Parmenide (Il cammino della filosofia)