Il cammino della filosofia - Aforismi 

Hans-Georg Gadamer

L'etica di Kant

 

Di fronte all’espressione: "legge incondizionata" si parla del "dovere". Ed è vero che Kant, servendosi di espressioni in voga nel suo tempo, tratte dal linguaggio stoico (o meglio dal Neostoicismo dell’epoca rinascimentale e del Cinquecento), parla sempre del concetto di dovere, che troviamo anche nel De officiis di Cicerone. Ma che cosa si intende con questo? Naturalmente egli non ha pensato (sarebbe stato incoerente) che la sua concezione dell’imperativo categorico dovesse insegnare agli uomini un maggiore autocontrollo. Kant ha descritto che cosa accade in un individuo che è consapevole del proprio dovere. Se ad esempio dico: "sto solo facendo il mio dovere", significa che sono disposto ad assumermi la responsabilità della mia azione, poiché la ritengo giusta; in altri termini: sono convinto di ciò che faccio, e assicuro di agire mosso dalla consapevolezza del dovere. Il dovere, quindi, non ha nulla a che fare con l’ottusa sottomissione ai comandi. Questo è il grande errore che ho sempre trovato, persino nelle interpretazioni di affermati studiosi di Kant, i quali dichiarano: "siamo di fronte al militarismo prussiano, cioè a quel sentimento di sottomissione, di sudditanza, che la Prussia militarizzata ha sempre fatto risalire a Kant".

Può darsi che in questo ci sia qualcosa di vero: i fraintendimenti hanno un forte impatto sociale. Ma ciò non equivale a una genuina comprensione di Kant, il quale intendeva dire una cosa del tutto diversa. Egli ha affermato: "Non ho bisogno di dimostrare l’esistenza del dovere; posso ovunque presupporla; invece che cosa esso sia, e come posso riconoscerlo, questo, sì,  deve essere dimostrato e spiegato. Se "dovere" significa: fare una cosa solo se mi aggrada o mi arreca vantaggio, allora siamo di fronte – direbbe Kant – a "imperativi ipotetici", che rispondono alla formula: "devi compiere l’azione se vuoi raggiungere questo scopo"; però se hai a che fare con un "fine in sé", che non può essere oggetto della tua volontà, la situazione cambia. Qui Kant rivolge effettivamente il suo sguardo all’uomo in quanto tale, cogliendo la coscienza della libertà, la comprensione di sé, il rispetto dell’altro e della sua vita, il rispetto della legge, e tutto questo insieme.

Così facendo, Kant ha formulato l’imperativo categorico nel senso di un’"etica formale" (che cioè non presuppone nessun contenuto specifico), con argomenti che sanno rivolgersi all’uomo della strada, e ha mostrato perché Rousseau aveva ragione nell’affermare che l’uomo comune, trovandosi in situazioni di conflitto, non è affatto inferiore, per sottigliezza morale, al più colto e disciplinato degli intelletti. Kant lo ha espresso molto bene, e in maniera chiarissima.