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Corriere della Sera
lunedì
7 febbraio 2000

Gadamer – Cent’anni senza solitudine
di
Donatella Di Cesare


"Spesso ho la sensazione angosciante di avere almeno trent’anni di troppo per il compito che mi viene richiesto ogni giorno. Non c’è più nessuno della mia generazione. Sotto un certo aspetto non appartengo a questo mondo. Eppure sono ancora qui. E non ho davvero fretta di andarmene. Per ora sto bene!"

Professore, che ne sarà della filosofia nel nuovo millennio?

"Mah! Sono tempi difficili quelli che viviamo e vivremo. Perché una cosa è chiara: la filosofia analitica si sta affermando ovunque. In Germania, in Italia, in tutta l’Europa. Parlerei di una e vera occupazione delle università da parte dei filosofi analitici. L’Europa sembra essere diventata l’America, per lo meno l’America che io ho conosciuto all’inizio degli anni ’70. È un paradosso. Mentre qui noi siamo, o sembriamo essere, passé, negli Stati Uniti, al contrario, è la filosofia analitica che sta passando di moda".

Ma come spiegare questa affermazione della filosofia analitica?

"Sono i vincitori. È la filosofia dei vincitori! E i vincitori, si sa, hanno sempre ragione. Non so, non posso dire se alla base ci sia un interesse reale o se sia solo una moda. Aspettiamo a dirlo. Nel primo caso la prenderò sul serio e ammetterò che con essa si può e si deve convivere".

Il suo non è un giudizio molto duro...

"La filosofia analitica è per me una riduzione della filosofia, una filosofia ridotta a logica. E noi non abbiamo bisogno solo della logica. Lo sa il cielo! Tanto più fino all’ossatura?"

Contrariamente ad un’immagine diffusa, lei appare oggi molto pessimista. Quale futuro attende allora la filosofia?

"No, nonostante tutto resto ottimista. Le dico perché. È vero, i filosofi non sono abbastanza presenti, sono anzi sempre più assenti. Fanno poche domande, poche domande sulla vita, non danno quasi risposte. E la filosofia, o meglio, la logica formale, si rinchiude sempre più nelle accademie e nelle università. Eppure, anche in questo deserto, che durerà forse per due, tre generazioni, la filosofia continuerà a vivere: vivrà, almeno, nell’esigenza di filosofia che c’è in ognuno di noi. Che lo si voglia o no, c’è una disposizione naturale dell’uomo alla filosofia. Può essere assecondata oppure no - certo oggi non viene assecondata -, ma finché resta l'uomo, e la sua umanità, resta anche la filosofia. Ogni bambino, al più tardi a sei anni, si chiede che cos’è la morte. È questa la forza enigmatica della filosofia".

Ma se non nelle accademie e nelle università, dove resta la filosofia in questi "tempi difficili"?

"La filosofia resta tra i giovani! Da quando non viaggio più, purtroppo devo aspettare che siano loro a venire a trovarmi. Vengono in tanti, tantissimi dall’Italia, con un bagaglio pieno di domande. Ed io li ricevo con gioia, semplicemente perché imparo da loro. Davvero! Ogni domanda – e sempre, o quasi sempre, fanno domande radicali – apre per me nuove possibilità. Un bambino è un po’ un filosofo, un filosofo un po’ un bambino".

Ma crede che essere filosofi oggi sia più difficile che nel passato?

"No, non credo. Guardi la mia storia. Mio padre era professore di chimica farmaceutica. La mia scelta, lui, non l’ha mai digerita. E questo ha finito per creare un solco incolmabile fra noi. Non poteva sopportare che il figlio, in cui aveva riposto tante speranze, andasse ad ingrossare le file dei "chiaccheroni", dei suoi colleghi delle Facoltà umanistiche. Ai suoi occhi sono rimasto sempre un figlio "perduto". Nel gennaio del 1927, già gravemente malato, fu ricoverato all’ospedale di Marburgo. Ma il pensiero del figlio non lo abbandonava un istante. Fece chiamare Heidegger al suo capezzale. "Sono così preoccupato per mio figlio!", "Perché mai? – replicò Heidegger – È bravo. Ancora un anno e prenderà la libera docenza. Riuscirà. Ne sono certo!". Ma mio padre non si dette per vinto e sospirò: "Sarà! Ma Lei crede che la filosofia possa essere un compito di vita?". E questo andò a dirlo a Heidegger, proprio a Heidegger!"

Per Lei, Professor Gadamer, l’Europa non si dà senza filosofia, né la filosofia senza l’Europa.

"Si, è così. L’Europa ci sarà solo attraverso la filosofia, solo attraverso la cultura, o meglio le culture. Non posso immaginarmi che la tecnica possa spazzare via le culture, che vorrebbe dire l’umanità. L’Europa deve essere un avamposto, l’Italia tanto più, perché proprio in Italia sono le radici della cultura europea. "Cultura" è una parola latina, del lessico contadino. Indica l’umiltà di chi sa chinarsi a raccogliere. L’Europa, nella sua storia tormentata, l’ha sempre saputo fare: ha raccolto non solo il proprio, ma anche l’estraneo. Nel bene e nel male ha saputo aprirsi alle culture straniere, estranee, altre. Questa apparente debolezza si è convertita ogni volta in forza. È questa la forza dell’Europa: rispettare quel che, pur essendo comune, è altro. E dove c’è alterità, si pone con urgenza il compito dell’ermeneutica".

Europa ed America. Può esserci un dialogo?

"Forse non ancora. Gli Europei – scusi, i Tedeschi, - hanno dovuto imparare molto, giustamente! Ma ora dovrebbe essere la volta degli Americani".

Sono pronti?

"Non lo so. Bisogna dire che viviamo nell’epoca della pax americana – soprattutto da quando la Russia è assente. E gli effetti negativi sono tanti. L’America ha esportato un po’ ovunque l’etica protestante, calvinista, del profitto e del successo. E questa sarebbe l’unica cosa che conta nella vita! Ebbene, io non credo che tutti, in Europa, abbiano un atteggiamento acritico verso questo modo di vivere e di pensare. Siamo sì americanizzati, ma – me lo lasci dire, - malvolentieri! E poi mi aspetto una risposta".

Una risposta? Da Dove?

"Proprio da quella che è considerata la periferia dell’Europa: dal Mezzogiorno d’Italia - da dove viene lei -, dalla Germania dell’Est - che fa parte della mia vita -, dai Paesi slavi, sottoposti al terrificante dominio delle banche che li ha gettati in una miseria ben peggiore di quella del passato. Da Sarajevo a Rostock, da Belfast a Palermo: non sono un profeta, ma mi aspetto una grande risposta".

Non può esserci un’Europa senza la Russia.

"La Russia è una ferita aperta per l’Europa. Non ci può essere e non ci sarà un’Europa privata della cultura russa: Dostoevskij, Tolstoj, Gogol. Non possiamo farne a meno! La Russia, ne sono certo, supererà la crisi spaventosa in cui si trova".

Le lingue sono importanti per l’Europa?

"Le lingue, nella loro diversità, rappresentano il modello politico concreto della pluralità. Credo che si sbagli chi pensa che avremo presto una lingua mondiale, uguale per tutti. È vero, l’americano è una sorta di lingua franca: la lingua del commercio. Ma per fortuna le cose più intime non ce le diremo in americano. La pluralità delle lingue è una grande ricchezza. Ogni lingua dischiude un mondo. Perché dovremmo impoverirci?".

Che cosa ha significato per lei l’Italia?

"Tanto, tantissimo. Un capitolo fondamentale della mia vita, che non si è ancora concluso. Penso che proprio in Italia la filosofia resisterà e finirà per imporsi. Sa, il mio primo rapporto con l’Italia è stato mediato da Loewith. Ero stato prigioniero in Italia durante la guerra: a Marburgo raccontava della serenità della vita italiana. Per me comunque l’Italia è Napoli".

Perché Napoli?

"La prima volta sono sbarcato a Napoli per caso. È stato nel 1972. Tornavo da un viaggio negli Stati Uniti. La nave italiana era diretta a Genova, ma fece sosta a Napoli perché era la domenica di Pasqua. Cominciai a girare intorno al porto e poi nei vicoli dei quartieri spagnoli. Dai balconi le donne lasciavano scivolare giù con una corda dei cesti, per poi tirarli d'un tratto su. Mai vista tanta umanità! Non sapevo che fare. Vidi un barbiere aperto e decisi - perché no? - di tagliarmi i capelli. Cominciai a parlare con il mio italiano balbettante. Raccontai di me. Sono un filosofo. Un filosofo? Il vecchio barbiere era al settimo cielo. Era stato per anni il barbiere di Croce e da allora non aveva più avuto occasione di tagliare i capelli ad un filosofo. Per lui fu una festa. Ma anche per me. Intuii già allora il significato della filosofia in quella città. Ma poi l’ho compreso quando, nel 1978, ho conosciuto Gerardo Marotta. Con cui ho cominciato a lavorare all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Vivere e lavorare a Napoli è stata un’esperienza straordinaria! Vico e i giacobini, gli hegeliani e Croce. Napoli è una città filosofica."

Venerdì prossimo compirà cento anni! Qual è l'elisir?

"Non saprei proprio! Non ho ricette. Ho cercato e cerco di evitare medici e medicine. Sono convinto che si debba e si possa sopportare il dolore, sia quello del corpo, sia quello dell'anima. E la follia dei nostri giorni pretende di eliminare il dolore dalla vita. D'altra parte io ho un grande vantaggio: non soffro d'insonnia. E anzi riesco a dormire la mattina anche fino alle nove – non fosse per i gatti che mi svegliano. Certe volte finisce addirittura che mi riaddormento. La giornata inizia lentamente, con il giornale e qualche tazza di tè. Alla mia scrivania, tra una telefonata e l’altra, si consuma l’avventura infinita di cercare invano quello che vorrei trovare e non trovo, ma anche di trovare, con grande sorpresa, quello che non cercavo".

Vuole esprimere un augurio a quelli che hanno molti meno anni di lei?

"La tecnica è una nuova forma di schiavitù. Tutta l’informatica è una catena intelligente di schiavi. Siamo tutti schiavi, dei media e dei nuovi media. Schiavi, però, non come nell’antichità, ma in un modo ben più raffinato: siamo schiavi pensando di essere padroni. Tante informazioni, troppe informazioni non danno il tempo di pensare. E allora l’augurio che non si lascino irretire troppo nella rete di Internet, che imparino a riconoscere i limiti, di se stessi e del proprio sapere. Ecco, mi auguro che rinuncino, finalmente, ad avere l’ultima parola".

E qual è il suo sogno?

"Continuo a sognare perché voglio continuare a vivere. Non so se si avvereranno, i miei sogni. Ma sa, i sogni non si avverano. O meglio, si avverano in se stessi".


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