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Il Messaggero 
giovedì 
10 febbraio 2000

Il futuro dell’Europa è nell’antica Roma
di Hans-Georg Gadamer
traduzione di Matilde de Pasquale


Parlare dei rapporti tra Italia e Germania, nell’ambito di un concetto di Europa che prescinda da quello di una semplice alleanza economica, è estremamente difficile. Perché molteplici sono gli elementi che contribuiscono nei secoli al costruirsi e caratterizzarsi di questo rapporto. Considerando la mia esperienza personale sono portato a pensare immediatamente alla filosofia, al mio approccio ad essa avvenuto sui testi in latino dei grandi filosofi greci, da cui tutta la nostra riflessione europea prende le mosse. Il grande merito di Roma, soprattutto della Roma repubblicano, è stato infatti, quello di aver fatto propria la lingua e la cultura greca e di avercele tramandate. Sappiamo che la lingua greca e la cultura greca, erano alla base dell’insegnamento delle classi elevate e che nelle corti, in epoca imperiale, si preferiva parlare greco.

Con l’espandersi dell’Impero romano la lingua latina diventa tessuto unificante di tanti popoli e culture e ad essa si rifanno anche le grandi istituzioni dell’epoca. Da questo antico universalismo, attraverso eventi sconvolgenti, accompagnati spesso da desolazione, epidemie, imbarbarimenti si è dipanata la storia europea: una storia costellata da momenti in cui quell’antica condizione in qualche modo riprende vita arricchendosi dei nuovi contributi culturali. Su questa trama fatta di incontri e allontanamenti si costruisce il rapporto Italia-Germania.

Tra i primi momenti di felice fusione tra modernità e tradizione ricordiamo la corte Sveva, che si trasferisce in Italia Meridionale con le sue forze e la sua potenza politica, e dall’incontro con il Sud con la tradizione greco-latina e con altri apporti culturali locali dà vita a quel miracolo che è la scuola sveva.

Un altro esempio è il Rinascimento, seguito anch’esso da anni in cui le migrazioni dei popoli avevano portato guerre e distruzione, e in cui si assiste al nascere delle formazioni statali individuali con il fenomeno della segmentazione del latino in tutte le lingue nazionali.

Eppure nel momento in cui si cerca una propria identità gli intellettuali ritornano alla tradizione greco-latina su cui fondare l’uomo nuovo. La stessa Riforma luterana, che in un certo senso rappresenta il punto più forte di rottura e l’atto di autonomia intellettuale più coraggioso, nasce dallo studio e dall’approfondimento dei testi biblici in lingua greca e degli scritti dei Padri della Chiesa in latino. Anche sul piano della lingua, sappiamo quanto fosse profonda fosse in Lutero la conoscenza delle lingue antiche e come nel suo programma di creare e rigenerare la lingua tedesca considerasse fondamentale darle una dignità pari a quelle delle lingue dell’antichità (si veda la sopravvivenza delle declinazioni, eccetera). Proprio nello studio dei classici i tedeschi trovarono la propria identità e l’orgoglio di protestanti all’interno della cultura europea.

Mentre la Germania era devastata dalle guerre, l’Italia diventa, molto prima che ci pensassero i tedeschi, meta di viaggio, di un viaggio culturale. Tutti i nostri grandi scrittori, artisti si sono recati in Italia non appena i rapporti politici lo permettevano. Di generazione in generazione si trasmetteva, quasi compito di vita, il viaggio in Italia. Basti pensare a Herder (padre e figlio) fino ai Goethe (il figlio di Johann Wolfgang è addirittura morto a Roma, dove riposa), tanto per citare solo i più famosi tra i moltissimi viaggiatori.

Ma cosa in Italia attirava e continuava ad attrarre così straordinariamente gli intellettuali, gli artisti e gli scienziati di quel tempo? Si trattava di un substrato segreto, che nelle opere degli artisti italiani e soprattutto nella lingua italiana rimandava a quel terreno segreto e pur comune costituito dalla tradizione linguistico-culturale greco-latina: non una nuova istituzione, quale poteva essere la Chiesa con il suo latino ecclesiale, ma l’incontro tra la scuola umanistica e quel substrato, sia pure recondito, che è l’eredità storica e spirituale comune.

Nonostante le terribili devastazioni e l’isolamento conseguenti alle guerre, possiamo vedere come quella terribile barriera divisoria che sembrano essere le Alpi non abbia intuito più delle contingenze politiche a separare il Nord dal Sud; e come il desiderio di avvicinamento e di scambio sia una costante, un filo rosso che percorre tutta la storia italiana, tedesca e, direi, europea.

Oggi quando pensiamo all’Italia, non lo facciamo come molti italiani che si riferiscono solo all’Italia industriale del Nord. L’Italia non è solo Milano, Venezia e ovviamente Roma. Ma è anche Napoli, la Sicilia e tutto ciò che vi ruota intorno, quel Sud in cui le tracce dell’antichità greca sono ancora avvertibili.

Vivissimo è ancora in me il ricordo della prima volta in cui andai a Napoli per un congresso di etica. Dopo aver visitato Napoli e tutto il Sud, sia io sia i miei studenti, provenienti per lo più dal Nord o al massimo da Roma, ci rendemmo conto che solo dopo aver preso contatto con le origini, con i resti di quella civiltà antica, potevamo veramente comprendere i capolavori dell’arte italiana, visti prima a Firenze, Venezia e via dicendo.

Del resto non possiamo non accennare all’importanza avuta dal contatto con la vita e lo stile di vita romani sul giovane Goethe, che dall’esperienza italiana trae quello spirito che supera di molto la cultura della sua patria, e che in Italia ha arricchito la propria visione del mondo divenendo quel poeta e uomo cosmopolita che riconosciamo nelle pagine del Viaggio in Italia. In Italia, infatti, Goethe vedeva e sentiva operare quella forma di vita e quelle potenti forze storiche, anche contemplando le conchiglie sulla spiaggia.

È davvero straordinario che, nonostante la guerra dei trent’anni nel XVII secolo, le due Guerre mondiali e gli anni tremendi del XX secolo che hanno avvilito le culture, proprio Roma antica offra ai popoli di oggi un esempio decisivo sul piano della storia e della civiltà, un punto di riferimento e allo stesso tempo di monito, un orientamento di come tante diversità possano coesistere e unirsi in un processo di arricchimento reciproco.

A questo dobbiamo pensare e rivolgerci, più che a tutte le altre possibilità che ci si offrono, soprattutto oggi quando abbiamo la fortuna di poter vivere in un’Europa senza più stati nazionalistici animati dalla volontà di affermarsi sugli altri. È il momento di accettare il nostro compito culturale, il compito di un’Europa universale quale l’antica civiltà greco-romana.


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