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Corriere della Sera
mercoledì
16 febbraio 2000

Gadamer felice tra i napoletani
di Gaetano Afeltra


Nella bella intervista pubblicata il 7 febbraio scorso, il filosofo Hans-Georg Gadamer, dall’alto dei suoi cent’anni compiuti in buona salute e con un eloquio smagliante, rispondendo alle domande di rito quando si ha a che fare con un centenario: "Qual è il suo elisir?" "Non saprei proprio", ha risposto, "non ho ricette. Ho cercato e cerco di evitare medici e medicine. Io ho un grande vantaggio: non soffro d’insonnia, anzi riesco a dormire la mattina anche fino alle nove". "Professore", gli è stato poi chiesto, "cos’ha significato per lei l’Italia?" "Tanto, tantissimo, un capitolo fondamentale della mia vita che non si è ancora concluso. Penso proprio che in Italia la filosofia resisterà e finirà con l’imporsi. Per me comunque l’Italia è Napoli".
"Perché Napoli, professore?" La spiegazione è semplice: la prima volta che Gadamer vi mise piede fu nel 1972, sbarcando dalla nave, di ritorno da un viaggio negli Stati Uniti. Era la domenica di Pasqua. Gadamer cominciò a girare intorno al porto, poi s’inoltro nei vicoli dei quartieri spagnoli, fra case con i panni appesi ad asciugare al sole; i bassi nei quali si scorgevano gli altarini dei santi insieme alle fotografie dei parenti defunti con i lumini che ardevano; le donne affacciate sulla mezzaporta, come a una finestra. Dalle case si calavano cesti che venivano tirati su dopo essere stati riempiti di frutta, verdura, pesci, dai bottegai sottostanti o dai venditori ambulanti. Di fronte a questa visione Gadamer in cuor suo dovette rimanere folgorato al punto da dire: "Mai vista tanta umanità!". Ma l’incantesimo non era ancora finito. Nonostante fosse il giorno di Pasqua, i negozi, specie quelli di genere alimentari, pizzicagnoli, salumieri, erano aperti. Aperti anche i barbieri. Gadamer ne vide uno e ci entrò per tagliarsi i capelli. Guarda caso, il padrone era stato per anni il barbiere di Croce.
Il suo vero rapporto con Napoli venne dopo. Nel 1978, invitato a un convegno nella sede napoletana del Goethe Institut, alla Riviera di Chiaia, fu raggiunto da Gerardo Marotta che si era precipitato per chiedergli di tenere una conferenza al suo Istituto per gli Studi Filosofici, di cui era stato tre anni prima il coraggioso ideatore. Tali furono le insistenze, che Gadamer, dopo una notte di lavoro, il mattino dopo consegnò il testo a Marotta per la traduzione. La lezione strabiliò l’uditorio e da quel giorno partì il filo rosso che lega il filosofo tedesco all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
Così per tutti gli anni, in primavera Gadamer viene a Napoli. I suoi seminari, anche ora che l’Istituto è passato ad una sede più ampia, a Palazzo Serra di Cassano, creano seri problemi logistici: anche se tutte le sale, collegate con video, sono affollatissime, non bastano a contenere studenti, professori, filosofi, il pubblico vario che accorre ad ascoltare Gadamer (che parla in italiano, sia pure con accento teutonico) da quella che ormai è diventata la sua seconda cattedra, dopo Heidelberg. Dalle 16 alle 19 anche gli scaloni di accesso sono stipati dal pubblico che non trova posto nelle aule. E quello spettacolo di folla variopinta, stretta e accoccolata lungo i gradini delle varie scale, in ascolto del verbo filosofico in religioso silenzio, è il segno dell’amore per la filosofia. Fa venire in mente la scena degli apostoli che ascoltavano la parola del Maestro. Ormai è un appuntamento che vede, ogni anno, accorrere a Napoli pubblico dalle regioni limitrofe, oltre che ai borsisti da tutta Europa.
A Napoli la casa di Gadamer è l’Hotel Vesuvio, la camera è sempre la stessa, l’833, all’ottavo piano, con balcone e terrazzino: davanti il golfo spalancato e Capri che si vede a occhio nudo. Al mattino Gadamer, con il suo bastone, attraversa la strada, e fa una passeggiata di tre quarti d’ora nei pressi del vicino Castel dell’Ovo. Sabato e domenica va a Capri, seguito da un codazzo di studenti, o, in alternativa, a Pompei, Ercolano, Capodimonte. A Gadamer piace molto la società culturale napoletana. Ammira i bei palazzi. Apprezza la grazia, la classe, l’eleganza e la bellezza delle donne napoletane. Barbara e Valeria le due giovani figlie di Marotta gli fanno compagnia e gli raccontano la città; con Titti Marrone e Antonella Ciccarelli dell’Istituto che, insieme al professor Gargano, fungono da assistenti, si trova benissimo; a tavola ama il Greco di Tufo, un vino squisito dell’Irpinia. E, alla sera, ascolta ancora studiosi nella sosta al bar, qualche whisky o un dito di vodka.
Gadamer è rimasto colpito dall’entusiasmo, dalla voglia di sapere dei ragazzi del Sud. A Cosenza, dove tenne una conferenza, in uno dei giri itineranti dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Marotta, mai visti tanti studenti. "Mi avevano parlato della difficoltà della regione, però io percepii l’impegno di quei giovani e la loro cultura. La scuola dovrebbe preparare i ragazzi alimentando il loro naturale desiderio di conoscenza e non soffocarlo: conoscere non vuol dire immagazzinare dati, ma imparare a ricercare, a ascoltare, a restare aperti alle nuove esperienze. Spero che l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici costituirà per il futuro un modello per l’Europa, per superare gli ostacoli rappresentati dalla burocratizzazione degli studi in un mondo che minaccia di irrigidirsi nelle proprie istituzioni e ideologie".
Napoli ha ricambiato tanto affetto con il conferimento a Gadamer della cittadinanza onoraria.
Quando il filosofo è a Napoli, la hall del suo albergo rigurgita di giovani che spesso finiscono addirittura fuori dall’albergo, sulla via. La gente che passa, vedendo tanta folla, pensa a un divo di Hollywood. Nella terra di Vico, di Croce e dove è risuonata la voce di Tommaso D’Aquino, di Giordano Bruno certe differenze si fanno ancora.


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