Il cammino della filosofia

Hans-Georg Gadamer

Parmenide

L’inizio è sempre oscuro. Da un primo approccio alla questione, risulta che ciò vale anche per l’inizio della filosofia, la quale ha percorso il suo cammino in Occidente, e anzi soltanto in Occidente ha potuto farsi strada come filosofia. Abbiamo visto che anche questo inizio ha avuto luogo nel bel mezzo della grande storia dell’evoluzione dell’universo, anche se, a dire il vero, piuttosto tardi. Sono trascorsi milioni di anni dalla grande esplosione che demarca, per gli astronomi e gli scienziati di oggi, l’origine dell’universo. E nonostante questo, le domande che cominciarono infine ad agitare il pensiero umano in una terra minuscola come la Grecia, e le coste a essa vicine, hanno a che vedere proprio con le questioni circa l’enigma dell’essere, e riguardano il problema decisivo che noi stessi non possiamo non porre di fronte all’inizio dell’universo: "Che cosa c’era prima?".

Abbiamo anche visto che i primissimi inizi del pensiero greco, presso le coste dell’Asia minore intorno al 600 avanti Cristo, in realtà tendevano già al mistero della cosmogonia, alla nascita dell’ordine del mondo. E senza dubbio questo non fu altro che la naturale conseguenza di una certa curiosità, di una apertura al mondo, di una disposizione al pensiero, che erano maturate in queste fiorenti città commerciali della costa egea. Di quegli uomini nulla sappiamo, se non che furono ammirati per il loro sapere e per certe premonizioni, non meno che per la loro profonda dedizione a… quella passione teoretica che è tipica dell’uomo.

Abbiamo parlato di Mileto, e anche della "Scuola di Mileto". Vorrei ricordare, brevemente, che non si trattò affatto di una scuola: fu piuttosto lo spirito "scolastico" della dossografia posteriore – Aristotele e altri ancora – a presentare come una scuola quella che fu invece la presenza di singoli sapienti assai ammirati, i quali, superando di gran lunga il rango spirituale degli altri, per la prima volta seppero portare le loro nobili idee tra gli uomini, in queste fiorenti città commerciali.

Questo fu dunque il principio, la "Scuola di Mileto". Già qui fu colto il mistero dell’inizio, della nascita dell’ordine… la parola "ordine" traduce appunto il greco kòsmos. Che già a quei tempi si afferrasse il grande enigma del pensiero, dipende certamente da una curiosità insaziabile, che non ci stupiamo di trovare in città portuali dove confluiscono e si incontrano popoli provenienti da tutti i Paesi. Tale fu quindi la "Scuola di Mileto", alla quale connettiamo innanzitutto il nome di Talete, che Aristotele definisce come il primo "fisiologo". "Fisiologia" è una tipica parola greca, e significa "dottrina della physis", ma certamente si tratta di una denominazione tarda, dovuta ad Aristotele e ai suoi contemporanei. Talete Però non è del tutto inadeguata, giacché questo era appunto l’enigma, come ho mostrato, come cioè questo mondo di acqua, terraferma e cieli lontani possa muoversi restando saldo, senza che un Atlante debba sostenere l’intero universo sulle sue spalle atletiche, come riportava la tradizione mitologica.

Fissiamo dunque un primo punto di partenza da cui continuare a seguire la storia del pensiero occidentale: e qui vediamo con chiarezza quale sia stato il contributo dei pensatori di Mileto. Essi furono i primi che, senza ricorrere al mito… con la pura osservazione della realtà… elaborando conoscenze provenienti dall’esperienza, hanno cercato di formulare il mistero dell’essere. E così hanno detto: l’acqua è ciò che viene prima di tutto. Oppure l’aria, che si trasforma ora in vento e in tempesta, ora in pioggia o in nebbia, insomma in una infinita variazione di fenomeni alterni, mantenendosi però identica a se stessa; persino la terraferma può essere considerata, per così dire, come una sorta di deposito espulso dall’elemento umido.

Dal mythos al logos

Si passa dunque dal mythos al lògos, con la fatica consapevole del pensiero che rende conto delle cose, rinunciando a tutto quel sapere mitico di cui si aveva conoscenza a partire da Omero ed Esiodo, smettendo quindi di scomodare gli dèi, costretti ad agire per spiegare le esperienze della vita. È un intento poderoso e audace che si servì, come ho mostrato, delle conoscenze matematiche dei geometri egiziani e degli astronomi babilonesi, ma che vi aggiunse, come novità, il lògos, vale a dire il bisogno di dimostrare ciò che si riconosce per vero. Questo fu certamente il primo passo verso l’Occidente. È una cosa che non dobbiamo nasconderci: noi abbiamo modo di ricordare questa prima peculiarità dell’Occidente, e ciò nel momento in cui la cultura e la civiltà occidentale ed europea entrano sempre più in stretto contatto con le altre grandi civilizzazioni mondiali, attraverso l’informazione e le tecnologie. Il mondo cinese, giapponese, indiano, tutto quello che potrà ancora offrirci l’oscura terra d’Africa, rappresentano altrettante occasioni di acquisire consapevolezza della nostra peculiarità e dei compiti che essa comporta per noi e per gli altri, al fine di sviluppare modelli fecondi di vita in comune. Abbiamo dunque ottimi motivi per familiarizzare con gli inizi del sentiero che ci è destinato. Per questo mi accingo a mostrarvi che quel primo passo compiuto nell’esperienza del meditare e del dimostrare, si imbatté però subito in enigmi. La cosiddetta "Scuola eleatica"… fu la prima a condurre questi enigmi alla dignità del concetto.

"Scuola eleatica" – è un’espressione comune; ma in realtà siamo certi che non si trattò di una scuola, come al contrario ce la fa apparire una sintesi di una tradizione successiva di pensiero che si sviluppò nella Magna Grecia, quindi nell’Italia meridionale, e in particolare a Velia, come oggi si chiama la città in cui Parmenide La porta di Elea scrisse il primo testo di una certa ampiezza che ci sia stato tramandato.

Come ho avuto modo di dire, è un fatto davvero inconsueto che quest’epoca ci consegni già un testo pienamente filosofico, redatto peraltro in versi, dei quali possediamo un’intera serie. Si tratta di un poema didascalico. Ma, come vedremo, pur essendo scritto nella lingua di Omero, pur essendo redatto con il lessico omerico, pur possedendo l’efficacia espressiva dell’epica omerica, … formula argomentazioni estremamente astratte e concettuali. Ma il fatto davvero straordinario è che si sia conservato un testo. In seguito dovremo esaminare le conseguenze del fatto che i cosiddetti "presocratici" (ossia tutti i pensatori che, in realtà, precedono Platone), non ci sono noti, a parte questo caso, attraverso testi veri e propri. Fu un erudito di nome Simplicio che, alla chiusura dell’Accademia di Atene, decise di ricopiare il celebre testo del Poema di Parmenide, facendolo arrivare fino a noi.

SENOFANE IL RAPSODO

Occupiamoci ora un po’ di questa "Scuola eleatica". Se si dà retta alla consuetudine scolastica (che in certo senso inizia già con Platone), si deve cominciare con Senofane… un rapsodo greco. I rapsodi erano cantori, che erano soliti declamare, cantando, le grandi storie di eroi e le antiche leggende della tradizione, nei nuovi centri della cultura greca. Sappiamo che dopo Omero ci fu un’intera letteratura cosiddetta "ciclica", i kìkloi, una gran quantità di saghe e racconti epici, di cui non sappiamo più nulla. Poi, però, arriva questo Senofane. (Tutto questo fa parte di uno dei destini della storia greca, che fece avvertire nelle città della costa, nei centri portuali dell’Asia minore, l’impeto dei Persiani – una minaccia per la libertà di città come Mileto ed Efeso – al punto da costringere molti a emigrare verso la Magna Grecia, verso l’Italia meridionale). Fu qui che Senofane recitò i suoi canti, in Sicilia soprattutto e nel sud dell’Italia. Ma questi non erano più storie di eroi o di dèi: Senofane fu piuttosto il primo rapsodo che conosciamo, che cominciò a cantare con successo, presso le aristocrazie della Magna Grecia, riferendosi al cosmo, alla natura, alla nascita del tutto, all’ordine che governa il mondo. Questi canti sono in parte conservati, ma naturalmente non sono paragonabili al Poema di Parmenide. Essi dovevano infatti dilettare le aristocrazie e il pubblico che frequentava le regge di Sicilia, dovevano suscitare la curiosità di uomini… che erano fieri di avere interesse anche per tali questioni e non soltanto per la guerra di Troia o… per il sacrificio di Ifigenia o per tutto ciò che sarà rielaborato qualche tempo dopo in vario modo dalla tragedia greca.

Senofane è dunque il presunto fondatore della "Scuola eleatica", e molti si sono chiesti, ripetutamente, come un semplice rapsodo sia giunto a tanto. Naturalmente già da tempo si è compreso che in realtà le cose non stanno proprio così: egli non fu il fondatore di questa scuola, bensì fu il primo che, da rapsodo, riportò le nuove teorie della "Scuola di Mileto" come qualcosa di sensazionale … e che attraverso questa sua funzione ha destato effettivamente un interesse teoretico nella nuova "Magna Grecia", sviluppatasi nell’Italia meridionale, muovendo così un primo passo che preparò infine il terreno al poema didascalico di Parmenide.

Questo è tutto ciò che sappiamo. Anche di Parmenide ci è noto ben poco: tutte le testimonianze che abbiamo su di lui sono molto incerte, però possediamo un brano consistente del suo Poema.

IL POEMA DI PARMENIDE

Vediamo un po’ più da vicino questo testo poetico. Esso comincia con versi di grande potenza descrittiva, in cui si narra di un uomo di notevole esperienza (che evidentemente deve essere l’autore stesso), il quale, in un viaggio favoloso su un carro solare guidato dalle figlie di Hèlios, è condotto fuori dalle città verso il palazzo della dea, che, in segnoParmenide di particolare favore, gli darà chiarimenti sulla verità dell’essere. "Verità" si dice in greco alétheia: questa parola, se vogliamo spiegarne esattamente l’uso linguistico, significa in realtà il "non occultamento", nel senso, ad esempio, di non nascondere niente in ciò che si dice e si pensa. Ma attualmente, e per buoni motivi, traduciamo di solito "sve-la-men-to". L’importante, in questa espressione, è appunto il modo in cui vi traspare l’immensa curiosità dei Greci per il mondo, lo sforzo di scoprire che cosa c’è sotto, di portare allo scoperto ciò che si nasconde e di collocarlo in nuova luce.

Ebbene, di questo scritto poetico, come ho già detto, è stata ricopiata la prima parte, una piccola porzione rispetto all’intero poema. È sorprendente… che ci sia un componimento così lungo sulla natura, sul cosmo, sulla genesi e l’essenza del mondo… già in questo periodo. Anche i sapienti hanno bisogno dell’interesse del loro pubblico, e perciò Parmenide ha forgiato i suoi versi per rappresentare al tempo stesso l’intera conoscenza della fisiologia (parliamo di physiòlogoi appunto) la nuova conoscenza della natura, ma anche al fine di esporla criticamente, e questo è in effetti il motivo per cui diciamo che, con Parmenide, comincia propriamente a essere posta la questione dell’essere. Questa prima parte del poema, l’unica che si conservi, ha perciò suscitato fin da principio un immenso interesse nella storia della filosofia. Platone ha scritto un dialogo intero, nel quale fa incontrare il vecchio Parmenide con Socrate. Gli studiosi inglesi, seguendo in ciò il loro carattere obiettivo e realistico, hanno congetturato a lungo se questo incontro fosse cronologicamente possibile, se potesse essere avvenuto; ma io credo che dovremmo risparmiarci questo cruccio: la fantasia greca non aveva bisogno di legittimarsi di fronte alla prosaicità inglese: la credibilità di questi racconti sta nell’essere verosimili; i Greci se ne dilettavano, pur riconoscendoli come giochi dello spirito, giochi della fantasia, nei quali però si parlava di cose importanti.

 

LA QUESTIONE DEL NULLA

La conoscenza del mondo che si aveva in questo secolo che ora affrontiamo, tra il 600 e il 500 avanti Cristo, si è certo ampliata enormemente. Ma la filosofia non è semplice conoscenza del mondo, filosofia è interrogarsi sugli enigmi che appaiono sullo sfondo di questo mondo che ci si apre davanti. Come è nato quest’ordine cosmico? Da che cosa si è generato? E che cosa c’era prima? Se esso è generato, allora prima non c’era nulla.… Davvero? … Si può davvero pensare che nulla… ci fosse?… Proprio questo è il grande interrogativo con il quale il pensiero si incammina a interrogarsi sull’essere. Esiste il nulla? Possiamo evitare questa domanda? Che cosa c’era prima? Donde è venuto? E così via… tutte questioni poste in seguito da Aristotele nella sua fisica e nella sua cosmologia.

In ogni caso, qui il pensiero è ormai diventato pensiero critico. Un filosofo ha rivolto ai saggi di Mileto la seguente questione: "Che cosa ne pensate, dunque, della genesi… dell’ordine cosmico? È dal nulla che è venuto all’essere? Che cosa vuol dire questo?". In effetti Parmenide ritiene che tale domanda sia il frutto di una vera e propria ispirazione divina. E mette in bocca alla dea ciò che avrebbe dovuto apprendere da lei. Come si può imparare a capire la nostra conoscenza del mondo? Come si può imparare a intendere il mondo come ordine, senza pensare un concetto inimmaginabile quale è il nulla? È davvero un assurdità – il nulla! Ecco, la filosofia, quando pensa, ha talvolta a che fare anche con pensieri astrusi, ma forse possiede anche la forza di esaminare criticamente certi termini oscuri, quali "il nulla", "il non essere". Questo poema è costruito in modo tale per cui Parmenide è accolto come ospite dalla dea, che viene sempre identificata con alétheia, la verità stessa. (Possiamo intenderla anche così, volendo, ma il poema non lo dice). Dice solo che essa esprime l’alétheia, la verità: come si deve pensare se si vuol restare nel vero e nel giusto; e questo sì, è del tutto esplicito nelle parole della dea.

Il testo dice infatti con parole assai chiare: "Se volete pensare secondo ragione, dovete tenervi lontani dalla via nella quale bisognerebbe pensare il nulla". È chiaro: divenire, nascere, movimento, alterazione… implicano sempre un nulla. Dal nulla nasce qualcosa. Come possiamo evitarlo? Bisogna imparare a pensare che cosa significhi essere, senza volerlo spiegare a partire dal nulla.

IL PENSIERO DELL’ESSERE

Che cos’è "essere"? Ecco, la dea insegna: "Segui il noûs!" – Questo è il termine greco per dire "ragione", o "spirito", o pensiero; ma questa parola noûs ha una peculiarità tutta sua… come vedremo. Il noûs è, per così dire, l’immediatezza del cogliere il vero interiormente, come quando si dice, per esempio: "me ne avvedo", vale a dire: "lo vedo con i miei stessi occhi"; "penso a ciò che vedo con i miei occhi". Naturalmente non è qualcosa che vedo davanti a me, ma che intuisco visivamente. Come si potrebbe concepire, altrimenti, l’inizio di tutto l’essere? Non ha alcun inizio, l’essere. Soltanto un ente può esserci o non esserci. "Questa è la prima cosa che devi imparare, mio diletto: quando dici che qualcosa è presente, oppure è assente, ciò non significa che l’una cosa è, e l’altra non è. Entrambe sono. Devi imparare che ciò che è presente e ciò che è assente sono entrambi. L’essere è Uno, tutt’intero, ed è ovunque uniformemente adesso. Non può essere generato, perché altrimenti un tempo non sarebbe stato… Non può muoversi, perché altrimenti in un luogo non sarebbe". Il movimento, la kìnesis, la ghènesis, richiamano in fondo il problema del divenire, del nascere dal nulla, di fronte al quale il pensiero si trova come davanti a un enigma. Ma nel Poema di Parmenide c’è tutto un complesso di argomentazioni, una specie di sentiero della verità su cui la dea vuole condurre il suo allievo, indicandogli, per così dire, dei segnavia: "Non deviare da questa strada e non ricadere in un impensabile come il nulla". E così la dea cerca di introdurre questo giovane (non è detto però che sia giovane)… questo suo allievo, a ciò che intendiamo propriamente per "essere". L’essere è ovunque, c’è sempre, non può mutare, non si dà alcun divenire, nessun trapassare in altro: tutto ciò infatti non è essere. E qui arriviamo al punto particolare che ha fatto storia: infatti, sotto il segno dell’essere sta anche l’inscindibilità di essere e noûs, noèin, che si traduce con "pensiero". Come si dovrebbe rendere, altrimenti? Sarebbe meglio dire, come ho proposto, "avvedersi di qualcosa", "intuire", con la stessa immediatezza che si ha nel vedere. Noèin è, per così dire, l’esperienza immediata … "ecco!", "è qui!". Già dire "qualcosa", è dire troppo: si tratta soltanto di un "c’è!". Noi non possiamo fare nient’altro che dire "c’è qualcosa", ma questa è già una proposizione assai complessa.

"C’è qualcosa": in seguito avremo modo di apprendere quanti problemi si nascondano dietro questo "qualcosa" che dobbiamo adoperare ogni volta che pensiamo.

L’EQUILIBRIO DEGLI OPPOSTI

Dunque, il colloquio procede per strade faticose, e viene detto anche che noèin ed èinai – pensare ed essere – sono inscindibili, si coappartengono; "Senza l’essere… non potrai mai trovare… questo intuire, questo avvedersi. Il nulla non è; questo pensiero, in cui ognora ci si smarrisce come mortali disorientati, deve essere del tutto abbandonato". Certo, questo ammonimento a evitare l’assurdo pensiero del nulla è, per così dire, una lezione divina. Ma gli uomini, possono far questo? Non devono forse pensare la pluralità di ciò che accade, che si altera, si organizza, è presente o assente – non è lecito che si pensi magari anche a queste cose? "Sì" – risponde la dea – "e voglio anche mostrarti come lo si può fare secondo ragione, senza pensare l’assurdità del nulla". E con ciò prende avvio la parte più ampia del poema, quella perduta, in cui Parmenide ripercorre le conoscenze dei pensatori di Mileto, sotto una nuova luce critica.

Qual è questo pensiero critico? Gli uomini devono sempre esprimersi per opposti. Ciò dipende dal loro modo di orientarsi. Si conosce, per così dire, il chiaro e lo scuro, oppure il caldo e il freddo. Si tratta sempre di opposti; lo aveva già detto Anassimandro, uno dei filosofi di Mileto: gli opposti si equilibrano; questa è la nostra visione dell’ordine del mondo. Non c’è inverno che duri in eterno, non c’è estate che bruci tutto: esiste un ordine delle stagioni, un ordine… della notte e del giorno, ed è evidente – se solo pensiamo bene le cose – che tutto ciò è inscindibilmente connesso con l’ordine del mondo. Parmenide nomina anche tale atteggiamento dell’uomo; non rimane imbrigliato da questo essere unico, immutabile e onnipresente. … I Greci si sono sempre formati le loro opinioni, si sono scambiati punti di vista, hanno fatto distinzioni e dato nomi diversi a cose differenti, e perciò hanno parlato ad esempio della diversità tra il giorno e la notte, come se qui davvero si combattessero due opposti: quando sorge il sole e il giorno rischiara, la notte, tenebrosa, deve arretrare. È forse davvero sbagliato pensarla così? Stanno proprio così le cose, che cioè due potenze si scontrano, notte e chiarore del sole o del giorno? – i Greci non sapevano ancora, inizialmente, che è il sole a portare la luce; per una esperienza ingenua, del sole non si vede ancora nulla quando l’alba già diffonde il suo chiarore. Solo in seguito i Greci compresero che invece è già il sole a far luce; in effetti, questo presume conoscenze assai complesse sul corso del sole e, in fondo, anche sul fatto che la Terra è sferica.

 

UNITÀ E MOLTEPLICITÀ

Insomma, non era così semplice spiegarsi come mai il giorno e la notte… si avvicendino. Ma questo era appunto il nuovo tipo di conoscenza che in fondo già i pensatori di Mileto possedevano, senza averne ancora colto il significato; vale cioè a dire: non si tratta affatto di un’opposizione, giorno e notte sono una cosa sola. In altri termini: c’è una via per spiegare le differenze e la molteplicità, la varietà dell’esperienza, senza dover pensare il nulla. Essa consiste nel concepire le cose come presenti nella luce e come dileguantisi da essa. Così come il giorno e la notte si succedono perché sono la stessa cosa, così la luce e il buio sono in verità forme nelle quali le cose scompaiono, sì, alla vista, ma non per questo cadono nel nulla. Questa è la nuova concezione, grazie alla quale, infine, anche la grande curiosità per il mondo dei fisiologi è stata considerata in maniera più acuta e più critica.

Ora, però, qualcuno potrebbe facilmente dire: "Ma come puoi tu, così, spiegare davvero l’ordine del mondo? Se l’essere è ovunque uniforme, non si deve in qualche modo pensare qualcosa come una mescolanza delle molte cose che sono? Che sono, appunto: non è necessario il nulla, ma almeno ci dovrebbe già essere la molteplicità". E di fatto c’è: è la grande intuizione degli atomi, con cui, in seguito, in diretto riferimento al pensiero eleatico, i Greci hanno sviluppato la teoria atomistica: pensiamo a Democrito e ai suoi predecessori, dei quali sappiamo veramente poco. Gli atomisti non hanno segnato la storia universale del sapere, come è avvenuto invece per la teoria atomica della scienza moderna, che dal 17º secolo a oggi ha diretto la nostra immagine del mondo. In ogni caso, essi ebbero un certo ruolo – Democrito fu comunque uno studioso importante, anche se, per motivi di cui diremo, le sue dottrine non ci sono pervenute in forma dettagliata.

Eppure ha lasciato più di cento manoscritti. Gli Alessandrini ne avevano ancora conoscenza, e la tarda antichità – in particolare Epicuro – ha ricavato molte delle sue nozioni proprio dall’indagine democritea. Ma, come si è già detto, questa è solo una tarda conseguenza di quella sfida per il pensiero che Parmenide mette in bocca alla dea: "Voi dovete pensare soltanto l’essere, uno, immutabile e vero, e nient’altro. Questo soltanto è propriamente vero. Tutto il resto… è luce mutevole e… buio che avanza, e così tutte le altre variazioni, in cui gli opposti si separano a vicenda, come il caldo e il freddo, il secco e l’umido e così via".

Questo è dunque il Poema di Parmenide, la cui parte teoretica, cioè la dottrina dell’essere, ci è tuttora conservata nei suoi versi.

Ebbene, non è certo facile mostrare come si potesse tener fede a questa sfida di pensare l’essere come immutabile e uno… di fronte alla pluralità e alla molteplicità dell’esperienza del mondo che hanno gli uomini. E perciò non dovremo meravigliarci del fatto che il pensiero eleatico, e Parmenide in particolare, avessero un concetto dell’essere come intuizione: "qui!", "questo qui!", riproposto poi sempre alla filosofia successiva, anche se nel frattempo si sono dovute considerare forme più complicate, più differenziate per poter cogliere la molteplicità dell’accadere, del diventare altro, del perire e del nascere.

Proviamo a seguire la prospettiva aristotelica, alla quale dobbiamo le nostre conoscenze (infatti, colui che ricopiò il Poema parmenideo era a sua volta un aristotelico, Simplicio).

ESSERE E DIVENIRE

Seguendo i manuali e le divulgazioni, di solito troviamo un accostamento, o meglio una contrapposizione, fra questo eleatico che immobilizza il cosmo, negando ogni movimento e ogni alterazione e – come sua controparte – la dottrina di Eraclito. È un’idea facile da pensare, e c’è poi un famoso frammento di Eraclito che dice: "Tutto è divenire. Tutto scorre". Se si confronta questa affermazione con quel concetto di conoscenza dell’essere, ne ricaviamo una dissoluzione sconsolata della possibilità di sapere in quanto tale. Se fosse vero questo che "tutto scorre", allora ci sarebbe solo quella estrema disperazione del sapere che chiamiamo scepsi. E in effetti, nel seguito della tradizione eleatica, si è supposto anche questo, che in realtà noi non possiamo sapere nulla. È la posizione dei cosiddetti sofisti – una parola che a quel tempo non suonava come un’accusa, quale appare invece oggi: era semplicemente un’espressione per "colui che… della sapienza ha fatto una professione, e la insegna". Già, ma che dire di Eraclito? Non potremo far altro che cercare anche in questo caso di vedere più da vicino questo personaggio. Purtroppo non abbiamo… testi di una certa ampiezza, ma fortunatamente conosciamo almeno la prima frase di un suo scritto; la riferisce infatti Aristotele, poiché vi si trova un problema di punteggiatura. Coincidenze di questo genere ci fanno capire che Eraclito faceva uso nei suoi scritti di una prosa altamente differenziata. Ma non lo sapremmo, se conoscessimo soltanto quelle citazioni che nella tarda antichità vediamo ripetutamente riprese dagli scritti di Eraclito.

Veniamo così a un problema teoreticamente importante per la nostra conoscenza degli inizi della filosofia: il fatto, cioè, che possediamo solo citazioni. Il Poema di Parmenide è ben di più che una citazione, è una trascrizione molto diligente. Ma nel caso di Eraclito… abbiamo soltanto singole frasi, anche se di una pregnanza, di una incisività, di una concisione estreme. Faccio solo un esempio: "La via in salita e in discesa è una e medesima".… È possibile darne una lettura aristotelica, che rimedita la visione della natura che c’era a Mileto. Potrebbe essere questa: "Ah, gli eventi naturali sono sempre un ciclo. Dall’alto vengono il fuoco, il calore e la luce, e poi ancora le nuvole e l’acqua, e… in mezzo… l’aria e alla fine la terraferma". Con questa visione retrospettiva viene individuata in questo frammento di Eraclito la ciclicità dei processi della natura, e in effetti, poi, molti hanno inteso così. Però, se consideriamo l’insieme dei molti frammenti eraclitei conservati, allora vediamo che questo non è certo il modo più avveduto di comprendere questa proposizione.

L’UNITÁ NELLA DIVERSITÁ 

"La via in salita e la via in discesa" – un’osservazione grandiosa! – "è la medesima". È proprio necessario che qualcuno ce lo dica, che sono la stessa cosa: sono così diverse! La salita è faticosa; anche la discesa è gravosa per le ginocchia, ma è più facile. Ma si potrebbe anche tradurre "l’andata e il ritorno sono la stessa strada" – in greco le parole sono uguali – ed ecco un’altra esperienza, anche chi non è alpinista: può farla.. All’andata la strada è più lunga; ma al ritorno per noi è più corta, perché la conosciamo già. Perciò, forse… anzi ne sono addirittura certo, Eraclito non ha voluto dire nient’altro che questo: ciò che ci appare così diverso, in realtà, invece, è il medesimo.

E questo vale anche per il famoso fiume. "Tutto scorre". "Non possiamo scendere due volte nello stesso fiume: è acqua sempre nuova che ci lambisce". Piano! Non nello stesso fiume! È infatti lo stesso fiume quello in cui scorre l’acqua! E allora il "tutto scorre" non esclude affatto che vi sia un’uguaglianza. E così possiamo imparare dalle citazioni di Eraclito molte cose interessanti, come avremo modo di vedere.

C’è un passo, riportato da Platone, che è indubitabilmente di Eraclito,: "L’uno che si sdoppia, torna a richiudersi in se stesso". Qui si riassume già tutto: lo sdoppiarsi, l’essere-differente, che non è però il distacco… come condizione irreversibile. Sempre, in ogni distacco, c’è – improvviso – il ritrovarsi insieme. È un’esperienza che si fa. Ecco un altro esempio, evidente a ciascuno, anch’esso sicuramente di Eraclito: "la fame e la sazietà…". Sembra che non ci sia un passaggio tra le due: conosco persone che dicono drasticamente e con grande sicurezza: "grazie, sono sazio", e non mangiano più. Oppure prendiamo altri casi: la guerra e la pace. Che impatto improvviso, quando la vita ordinata della pace da un giorno all’altro – letteralmente – si trasforma in un mondo completamente diverso! Eraclito, evidentemente, quando ha cercato questa unità nella differenza, l’unità nella diversità, aveva di mira una cosa di importanza decisiva: l’unità che, in tutte le differenze, torna sempre a prorompere. E a questo proposito ci sono delle esperienze – sulle quali dovremo un po’ intrattenerci prossimamente – che tutti conosciamo. Forse, una delle forme più impressionanti di questo passaggio istantaneo è quella fra il sonno e la veglia. Diciamo di addormentarci con piacere, mentre nel nostro mondo civilizzato troviamo sempre assai sgradevole il risveglio. E magari sarà anche vero. Ma, in fondo, come sappiamo benissimo: è un istante, e si è di nuovo "in sé"; è questo che diciamo, quando ci ritroviamo svegli. Così come è un istante … quello in cui ci si addormenta e non si sente più nulla, "come un morto". Vedremo che Eraclito ha riflettuto proprio su questi fenomeni e con ciò ha posto alla filosofia – accanto alla concezione parmenidea dell’essere – una nuova grande sfida.

Vedremo come Platone, nel solco di Eraclito, abbia fatto proprie queste due grandi potenze del pensiero, espresse da queste imponenti figure intorno al 500 avanti Cristo – prima ancora che la tragedia, come è noto a tutti, producesse la grande stagione della cultura greca di Atene. In questo preciso momento, dunque, erano già state gettate le basi di quella che sarà la strada del pensiero e dell’insegnamento nelle prime scuole filosofiche, quella di Platone per i socratici, e quella di Aristotele per i platonici.


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