Il cammino della filosofia
Hans-Georg Gadamer
Epicureismo e Stoicismo
Bisogna
ricordare che la grande epoca in cui la filosofia greca, ad Atene, ha
affrontato i temi vitali della società con particolare vigore (pensiamo
alla città ideale di Platone, ai suoi dialoghi sulle leggi, alle
lezioni di Aristotele sull'etica e la politica) è stata in verità
anche l'epoca del declino della vita politica della polis greca.
L'ideale di questa democrazia è stato pienamente descritto da Aristotele,
il quale osserva, fra l'altro, che una città non dovrebbe mai ingrandirsi
al punto da impedire che la voce stentorea di un araldo raggiunga simultaneamente
tutti i cittadini.
Sarebbe paradossale tentare di applicare questa profetica norma di Aristotele
all'epoca attuale, nella quale i mass media sono certamente in
grado di soddisfare questa condizione, ma purtroppo non hanno un Aristotele
che metta in pratica quell'ideale.
In ogni caso, la grande cultura, questo immenso potenziale culturale che
viene via via raccogliendosi ad Atene, continua anche in epoca macedone,
anche sotto l'amministrazione dei successori di Alessandro e per molto
tempo ancora, in sostanza fino alla fine dell'Accademia, intorno al V,VI
secolo dopo Cristo. L'Accademia, fondata da Platone, ha avuto una durata
paragonabile a quella dell'Impero romano.

LA FORMAZIONE DELLE SCUOLE
Insomma, è chiaro che la filosofia viene costituendosi in scuole,
anzi, solo in questo periodo si può cominciare a parlare di "scuole"
vere e proprie. Tutto quello che precede Platone e Aristotele è
semplicemente una proiezione a ritroso di ciò che solo in seguito
si è andato configurando come il sistema educativo greco. Così
anche tutti i filosofi successivi, che continuarono a concentrarsi in
Atene, sono stati considerati fondatori di scuole. Oggi possiamo dire
che vi fu qualcosa come una "scuola cinica". Ma sicuramente
non si trattò di una scuola vera e propria: basti pensare che la
sua sede sarebbe stata la celebre botte di Diogene, dalla quale, rivolgendosi
ad Alessandro Magno, alla richiesta di quest'ultimo: "Che cosa posso
fare per te?", il filosofo aveva risposto: "Togliti, mi copri
il sole!".
Non si tratta più di una scuola vera e propria. La polis
ha perso la sua autonomia, come tutte le città della Grecia. Ormai
sono i re macedoni e i loro discendenti a dominare la politica della regione,
e poco alla volta si fa percepibile, a oriente, anche l'influenza di Roma.
Ma in ogni caso, viene maturando una filosofia che è espressione
di questa situazione sociale e politica, che noi chiameremmo nazionale,
anche se questo concetto ancora non esisteva. Diciamo piuttosto che la
società cittadina, (cornice politica di tutto il pensiero degli
ateniesi nei secoli precedenti)… non è ormai più quella
di un tempo. Abbiamo dunque a che fare con correnti filosofiche, in cui
- per citare una famosa frase di Karl Marx -… "brilla la lanterna
del privato". I pensatori si ritraggono dalla scena pubblica, abbandonandola,
e le scuole diventano… refugia, luoghi di ritiro. E in particolar
modo… questo vale per le grandi scuole dell'epoca, soprattutto per due
di esse, che hanno mostrato una consistente durata storica: la scuola
degli epicurei e quella degli stoici. Vorrei cercare di mostrare come
questi due indirizzi, che si formarono inizialmente ad Atene come correnti
di pensiero e di scuola, abbiano influenzato attraverso i secoli, diffondendosi
a Roma, l'intera storia universale dell'Occidente, su cui hanno esteso
la propria sfera d'azione.

IL GIARDINO DI EPICURO
Già il nome stesso della scuola in cui Epicuro riuniva i suoi
amici ed esponeva le
proprie dottrine, è sintomatico: si chiamava "il Giardino".
Sicuramente ciò deriva dal fatto che queste riunioni avevano luogo
in una dimora con un bel giardino, appunto. Che il nome dell'intera scuola
fosse infine proprio questo, è un fatto assai eloquente; e ci fa
venire in mente anche la celebre frase con cui Voltaire rispondeva a chi
gli domandava che cosa pensasse del futuro, o di cose simili: "Lasciate
che io vada a occuparmi del mio giardino!" (queste erano più
o meno le sue parole).
Il giardino rappresenta già nella prima antichità qualcosa
come… la sfera protetta della vita privata. Ma questo "giardino"…
ha anche la peculiarità di dare il nome a una scuola, perché
il suo fondatore, Epicuro, vi insegnava e rappresentava filosoficamente
il mondo e la condotta di vita degli epicurei. Per capire il significato
di ciò, dobbiamo per un momento liberarci da una certa immagine
che ormai fa parte del nostro linguaggio, secondo la quale è epicureo
un uomo dedito al piacere. Non è del tutto falso; va detto, però,
che egli non è dedito al piacere perché ama il buon cibo,
ama bere, desidera le belle donne o altro ancora,… bensì in quanto
coltiva nei confronti di queste cose… anche una certa… cura spirituale
e interiore, insomma una cultura dell'anima… in senso proprio. Vorrei
peraltro ricordare che la parola "cultura" ha esattamente questo
significato: il latino agricultura, la cura dei campi, conserva
ancora oggi questa valenza di "coltivazione". E così,
ad esempio, quando parliamo dei terreni in campagna, diciamo: "a
che punto sono le colture?". Ebbene, una cosa è chiara: Epicuro…
ha saputo concepire, in quest'epoca di decadenza politica… e della vita
pubblica, una sorta di… rifugio, un atteggiamento… di serenità
e di armonia dell'anima, in cui si riconoscevano persone molto dotate,
spiritualmente aperte, giovani e non più giovani.
Certamente non disponiamo delle opere di queste scuole filosofiche nella
stessa misura in cui possediamo quelle di Platone e di Aristotele (casi
fortunati, più unici che rari). Il fatto che ci rimangano tutti
gli scritti di un filosofo come Platone, si spiega naturalmente con la
straordinaria qualità poetica e letteraria dello stile platonico.
Che poi di Aristotele, pur non possedendo nulla degli scritti da lui pubblicati,
resti comunque la massa dei manoscritti e degli appunti sulla base dei
quali costruiva le sue lezioni, è ancora una volta un bel colpo
di fortuna. La storia ci lascia in eredità un'opera di grande valore,
capace di enormi ripercussioni. Né di Epicuro, né della
Stoà, né delle altre scuole di questa nuova era, ci sono
pervenuti scritti in forma altrettanto completa.

L'EPOCA DELL'ELLENISMO
In quale epoca ci troviamo? Oggi abbiamo un nome con cui chiamarla: si
parla infatti di "età dell'ellenismo". È un'espressione
fittizia,… inventata e imposta da uno storico tedesco, Johann Gustav Droysen,
che per primo scrisse una "storia dell'ellenismo", affrontando,
in più volumi, un periodo che l'Umanesimo e… l'età rinascimentale
avevano fatto passare più o meno sotto silenzio.
Non già i filosofi che vi appartennero, bensì quest'epoca
nel suo complesso è stata considerata come un'età di decadenza.
Trascorsa la fase classica (dopo i vertici artistici della tragedia greca,
della scultura e della filosofia ateniese), seguiva un periodo di declino,
finché a Roma, in particolare con l'assimilazione del cristianesimo,
ebbe inizio una nuova età del mondo. Proprio così era visto
il periodo fra la morte di Alessandro Magno e l'inizio dell'era cristiana.
In tal senso è stato un grosso risultato, per uno storico, aver
mostrato che l'ellenismo non fu semplicemente un'epoca di declino, ma
offrì in tutti i campi una preparazione del futuro incredibilmente
feconda. Noi parliamo oggi di scienza ellenistica. Con ciò intendiamo
dire che la filosofia non ebbe più il ruolo di istituzione pubblica,
e comunque non con il significato che avevano avuto l'Accademia o il Liceo
ad Atene, che - certo - continuarono la propria attività, ma ormai
solo alla stregua di scuole superiori, prive delle originarie capacità
innovative. Lo stesso si può affermare per tutto ciò che
avvenne in quel periodo. Ma l'aver mostrato che quest'epoca, questa presunta
decadenza, rappresentò in realtà la preparazione della nuova
religione mondiale: il cristianesimo, questo è - in primo luogo
- il merito di Droysen. Il termine "ellenismo" gli fu, per così
dire, suggerito dalla stessa lingua greca, in cui "ellenízein"
significa appunto "parlare greco". L'ellenismo è dunque
l'epoca in cui nell'intera "oikumène", in tutto il mondo
abitato intorno al Mediterraneo, si comincia a parlare greco. Vedremo
che in questo senso l'ellenismo giunge fino a Plotino e alla Corte imperiale
romana, nel secondo e nel terzo secolo dopo Cristo.
Ho voluto fare questa digressione, solo per offrire il quadro storico
di un'epoca che conobbe grandi sviluppi scientifici, nel campo dell'astronomia
(con la cosmologia tolemaica), ma anche nella meccanica e nella medicina:
in tutti i settori della cultura greca ci fu in un certo senso una sorta
di età delle scienze.
Epicuro… fu il vero e proprio fondatore di un siffatto centro culturale,
chiamato appunto "il Giardino", in quanto seppe attribuire a
questa vita ritirata nella pace del giardino… un certo significato simbolico.
Risale a Epicuro… (soprattutto…) la scoperta dell'importanza che la scienza
e la conoscenza della natura possono assumere per la pace dell'anima,
quando corrono tempi non più tanto idilliaci per le cose del mondo.
Che cosa pensasse Epicuro, lo ricaviamo dai suoi scritti (dirò
subito che cosa è in nostro possesso). Da essi emerge chiaramente
su che cosa si fonda la fortuna storica di Epicuro. Di lui possediamo
invero due lettere, - lunghe lettere - proprio nel senso "letterario"
del termine - indirizzate ad altrettanti amici del filosofo, nelle quali
espose lucidamente e in maniera sintetica, verso la fine della sua vita,
le tematiche della sua dottrina e i propri suggerimenti per la felicità
dell'uomo. Le due lettere, indirizzate a Erodoto e a Meneceo, ci consegnano
circa una ventina di pagine in tutto, redatte in una lingua insieme elegante,
fluente e aulica, ma senza la pretesa di erigersi a capolavoro di un determinato
stile. È anche per questo che risultano ben traducibili, e hanno
trovato diffusione in tutte quelle lingue del mondo, in cui ci si interessa
di filosofia greca, e naturalmente i loro contenuti vanno al di là
dell'immagine popolare che si tramanda degli epicurei.
Ma prima di entrare nel dettaglio vorrei ricordare un'altra cosa importante…
esiste un bellissimo libro, un romanzo… di Walter Pater, un filologo inglese
che era anche poeta. Il racconto è intitolato Marius the epicurean
(Mario l'epicureo), un romanzo in due volumi che descrive un giovane aristocratico
all'epoca dell'imperatore Marco Aurelio. Costui trascorre la sua giovinezza
sotto l'influenza decisiva della filosofia epicurea, venendo infine a
contatto con il cristianesimo che si va diffondendo nelle catacombe -
un incontro per il quale egli non è spiritualmente e interiormente
ancora pronto, e che lo colpisce in maniera inquietante per la misteriosa
solidarietà della comunità catacombale…. Quest'uomo, però,
con tutta la sua spiritualità, mostra già i segni dell'avvento
della religione universale cristiana in un rappresentante della cultura
romana.
NEL SOLCO DI DEMOCRITO
L'ellenismo copre un arco di tempo che si estende dagli anni intorno
al 300 avanti Cristo… fino all'epoca del secondo, terzo secolo dopo Cristo,
appena prima che il cristianesimo si affermasse come religione universalmente
riconosciuta, con l'età di Costantino. Ma la preparazione vera
e propria di quella temperie religiosa, di quel clima di sgomento che
ormai in età romana dominava l'intero mondo spirituale greco, non
era ancora avviata… l'interesse era ancora rivolto a ciò che rimaneva
irrisolto nella questione della felicità… Questa incapacità
di essere pienamente felici, coincideva per molti versi con l'incapacità
a rassegnarsi ai limiti imposti sotto molti aspetti alla vita umana. Per
questo la visione del mondo epicurea è innanzitutto una sorta di
inno alla gioia della conoscenza teoretica.
In giovinezza, Epicuro divenne indirettamente famoso grazie alla figura
di Democrito, di cui fu allievo, il che ha influito su tutta la sua vita.
Pertanto, è opportuno soffermarsi brevemente su Democrito. Non
lo abbiamo ancora fatto nella nostra trattazione della filosofia greca,
ma non per nostra trascuratezza. Su di lui grava infatti il giudizio della
storia universale. Democrito era un contemporaneo di Socrate,… ma, come
viene riferito nella letteratura greca, proveniva da Abdera, nel settentrione
del Paese, una delle tante piccole pòleis in cui era divisa
l'Ellade - una città portuale, naturalmente. (In Grecia ci sono
solo città portuali! Peraltro con una costa collinosa. Particolarmente
adatta ai vigneti).
Democrito di Abdera, dunque. Si racconta che fosse uno scrittore celebrato:
ha lasciato una massa enorme di scritti, come sappiamo dalla Biblioteca
Alessandrina, e, ciò nonostante, a noi non resta neppure una pagina.
Tutto sparito! Egli uscì per così dire - sconfitto - da
una grande disputa filosofica. Lo smacco da lui subìto risulta
evidente ad esempio in un aneddoto, che mi sovviene, secondo il quale
Democrito avrebbe detto: "Quando giunsi ad Atene, non c'era nessuno
che mi conoscesse". Sono parole di un uomo famoso, che arriva in
un centro di cultura filosofica, ma non viene riconosciuto. Per quale
ragione? Questa è una di quelle grandi decisioni della Storia che
spesso segnano effettivamente il destino della filosofia, come accade
fino alla nostra epoca.

LA CONSAPEVOLEZZA DEI LIMITI
Democrito è, come tutti ricorderanno, il fondatore della teoria
atomistica. È lui il primo ad aver introdotto nella fisica l'idea
di atomo, ovvero di una particella ultima indivisibile. Non si tratta,
naturalmente, della nozione di atomo dei moderni. È un concetto
estraneo a quella particella infinitesimale di cui sono costituite le
molecole, e che risulta composta a sua volta, come sappiamo noi oggi,
di corpuscoli ancora più piccoli, misteriosamente saldati fra loro.
Quello di Democrito è, evidentemente, un concetto di atomo più
ingenuo, di natura corporea. Io stesso ho pubblicato uno studio sulla
differenza fra l'antica teoria atomistica e quella dei moderni, e ho avuto
la grande gioia di vedere molto apprezzato il mio saggio dal collega e
amico Heisenberg. Ma torniamo alla teoria atomistica. È evidente
che uno dei possibili sviluppi dell'illuminismo greco era quello di spingere
così a fondo la conoscenza della natura, da considerare in realtà
anche il grande passato mitico e religioso e la tradizione della Grecia
come una minaccia per la pace dell'anima… Epicuro fu colui che seppe trarre
questa conseguenza, con la sua dottrina, con la saggezza, con la serenità
e con l'ideale di screditare la paura della morte, mostrando che chi teme
la morte non è in grado di pensare. Chi pensa, infatti, si rende
conto di questo: "Di che cosa hai paura in realtà? Che cos'è
mai - la morte? Quando ci siamo noi, essa non c'è ancora, e quando
essa c'è non ci siamo più noi. Perciò, manteniamo
la calma! È del tutto naturale per un vivente seguire la propria
curva vitale dalla nascita alla maturità, fino alla cessazione
definitiva. Questi sono all'incirca i termini con cui Epicuro si rivolge
agli uomini, con grande finezza psicologica, per chiarire che cosa sia
in effetti la conoscenza, in che cosa consistano i piaceri della teoria,
cioè la beatitudine di cui ci si appaga quando si percepisce innanzi
a sé, come qualcosa di sovrastante, la saggezza, l'ordine, l'armonia,
ovvero, per usare le parole di Kant, "il cielo stellato sopra di
noi"… Di qui… l'importanza della scienza astronomica, ma anche di
tutte le conseguenze spirituali legate a questa passione teoretica per
ciò che è grande, armonico e stabile. In tal senso Epicuro,
nelle sue lettere, non si è limitato a raccomandare soltanto la
dedizione all'esistenza teoretica, alla ricerca e alla comprensione dell'ordine
della natura,… ma ha anche descritto gli effetti che vi si connettono,
cioè la conquista di una superiore serenità di fronte ai…
limiti, ai confini che sono posti all'esistenza umana, la capacità
di riconoscerli.
E qui, con le parole di Epicuro, continua a parlarci un pensatore davvero
grande, quale fu Democrito.

IL POEMA DI LUCREZIO
Democrito fu un grande pensatore, non solo perché la sua fisica
- sia pure in forma molto modificata - si è imposta nel corso dei
secoli XVII e XVIII, e infine nell'Ottocento come teoria fisica dominante,
ma, appunto, non solo per questo, bensì anche e soprattutto per
il suo atteggiamento di fondo… assai confacente al mondo moderno.
Il suo modo di atteggiarsi va ricondotto in un certo senso a un illuminismo
radicale, nei confronti del quale la tradizione mitica e la consuetudine
sociale non riescono a esercitare una funzione equilibratrice. Nel mondo
moderno, nel nostro secolo, anzi già alla fine del XIX secolo,
si è affermata con forza l'istanza che fu fatta propria dalla scuola
viennese, i cui esponenti sono logici radicali, come… Carnap, Wittgenstein,
e in qualche misura anche Popper, che in fin dei conti condivide, seppure
in maniera critica, questo spirito viennese. Tutti costoro, in fondo,
subiscono l'influenza di Democrito, cioè sono, nell'intimo, antiplatonici.
È infatti Platone - in buona sostanza - il responsabile della "rimozione"
di Democrito. Come e perché ciò sia accaduto, non lo so,
non lo sa nessuno. Ignoriamo quale ne sia stata la ragione, ma è
proprio così: Democrito non figura nemmeno una volta in tutta l'opera
scritta di Platone, nella quale ritroviamo invece, in tutti i dialoghi,
molti altri nomi di maestri del pensiero. - Ma non Democrito. È
solo con Aristotele che ci giunge notizia della presenza di tali teorie
di Democrito sugli atomi, assieme alle critiche che lo stesso Aristotele
rivolse, uniformandosi evidentemente a Platone, a questo pensiero radicalmente
illuminista. Ebbene, questo è un fatto… di enorme importanza. Noi
non saremmo in grado di farci un'idea… dell'opera di Democrito e del significato
che questa ebbe per la scienza antica (ma anche per quella moderna) se
non possedessimo un poema della letteratura romana, opera di un lontano,
anzi lon-ta-nis-si-mo allievo degli scolari di Epicuro e Democrito: il
grande poema didascalico di Lucrezio, intitolato De rerum natura,
"Sulla natura delle cose", nel quale, con rara forza poetica
(e ormai nel primo secolo avanti Cristo), viene esposta la complessa materia
della teoria atomistica e del radicale illuminismo democriteo. Vi si possono
leggere cose sublimi, e fino all'epoca moderna non c'è grande pensatore
o scrittore che non abbia letto e ammirato Lucrezio…. Si pensi, ad esempio,
alle pagine in cui viene descritto l'amore come incerto tentativo di accedere,
con le carezze, a quella segreta riservatezza che separa l'uno dall'altro…
quasi l'ultimo anelito di conciliazione, nel compiere un atto di disperazione
estrema. Si può dunque trovare anche nel pensiero sobrio e illuminista
dell'epicureismo l'attrattiva di una disposizione d'animo realmente poetica.
È quanto avviene in questo poema.
Quella di Epicuro e i suoi fu dunque senz'altro una grande scuola. A
Napoli - da dove sto parlando ora - si è ricostruito il pensiero
di molti allievi di Epicuro a partire da frammenti carbonizzati conservati
nelle rovine di Ercolano e Pompei e che ora, grazie a moderne tecnologie,
rivelano un poco alla volta, e con paziente lavoro, il segreto di quanto
vi fu inciso. Sono stati rinvenuti scritti di Filodemo e di altri. Io
stesso non ne so molto. Devo anche ammettere che trovo straordinario,
come sia ancora possibile decifrare dei pezzetti di carbone. Ma, in fondo,
non è necessario arrivare a tanto: ci basta poter leggere Lucrezio
per sapere quale fosse propriamente l'intimo significato dell'epicureismo.
Per questo ripenso a quel meraviglioso romanzo di Walter Pater, di cui
consiglio una traduzione in tutte le lingue di cultura del mondo - laddove
non esista - oppure una nuova edizione.

IL PORTICATO DEGLI STOICI
Da tutto ciò deriva l'impressione - ed è qui che voglio
arrivare - che, accanto alle altre scuole ellenistiche, l'epicureismo
non sia stato soltanto un ramo secondario, ma abbia rappresentato per
l'appunto un presupposto fondamentale per lo sviluppo della cultura nell'antichità.
Naturalmente ci sono anche altre scuole e, inoltre, le scuole si trasformano.
Se le nostre conoscenze fossero maggiori, probabilmente tratteremmo dell'epicureismo
come facciamo con altre correnti di scuola, distinguendo cioè un
epicureismo originario, un epicureismo medio, e un tardo epicureismo.
Proprio questa suddivisione si attaglia invece all'altra grande scuola
filosofica dell'ellenismo, vale a dire quella stoica, la Stoà.
Questa si presenta in modo un po' diverso. Non si tratta di un giardino;
è piuttosto una sorta di porticato, attraverso il quale si può
andare e venire, e in questo senso ha una maggiore apertura al mondo.
Ma anche se non si può dire che la Stoà sia "illuminata
dalla lanterna del privato", tuttavia anch'essa si trova a debita
distanza dalla vita pubblica. Molta parte del destino del mondo tardo-antico
si rispecchia nella dottrina stoica, secondo cui l'uomo non è cittadino
di una nazione, bensì cittadino del mondo. "Cittadino del
mondo" è anzi un concetto stoico. Esso non connota semplicemente
una qualche disposizione liberale o una certa tolleranza, e tutto ciò
che vi si richiama, ma sta a indicare qualcosa di molto diretto e preciso,
vale a dire che la libertà… del cittadino è raggiungibile
per chiunque, anche per lo schiavo in catene. Questo è stoicismo!
E qui tutto dipende dalla propria forza d'animo, che consente di aver
ragione del destino. Il pensiero di fondo della tarda Stoà è
ben caratterizzato da questa espressione: "La nostra peculiarità
dobbiamo… assumerla come un compito" - questa è la nostra
libertà". Ma, in definitiva, dobbiamo comprendere che la cosa
importante è uniformarsi correttamente alle leggi della natura.
Lo slogan della Stoà era "homologuménos zèn",
che letteralmente significa "vivere in accordo con se stessi".
In seguito la scuola stoica estese questo concetto a indicare che innanzitutto
è importante vivere in accordo con le leggi della natura.
Qui devo fare un passo indietro, per mostrare in maniera ancora più
precisa, il confronto fra queste due scuole, in contrasto fra loro, quella
epicurea e quella stoica e per evidenziarne le implicazioni dottrinali.
LA LIBERTÀ DALLE PASSIONI
La scuola epicurea e la nozione stessa di "epicureo" hanno
attraversato, come abbiamo visto, un arco temporale davvero ampio. Quando
usiamo l'aggettivo "stoico", invece, ci riferiamo a una corrispondenza
più diretta con la Stoà vera e propria. Si parla ad esempio
di "impassibilità stoica"; in Orazio leggiamo queste
parole: "Se anche la Terra, l'intero universo crollasse, impavidum
ferient ruinae, le rovine seppellirebbero un impavido". Questa
è la virtù stoica dell'impassibilità rispetto a tutte
le passioni, e in particolare a tutte le paure, ed è anche il significato
popolare che si attribuisce alla parola "stoico",… che non ha
conosciuto la deformazione che ha invece interessato il concetto di "epicureo"
in epoca moderna. Sarebbe opportuno riflettere sul motivo per cui questo
atteggiamento stoico si sia conservato tale nelle diverse costellazioni
culturali. Perciò, come è bene ricordare, nel caso della
Stoà parliamo di una prima, antica Stoà (Zenone, Crisippo
e altri),… di una Stoà media (Panezio e Posidonio), e… infine anche
di una Stoà
romana, che poi è entrata nella coscienza popolare con Cicerone
e, soprattutto, con Seneca. Chi conosce i quadri famosi, nei quali insigni
pittori hanno descritto la morte di Seneca, ha ben presente la forte esemplarità
che gli stoici ponevano nel loro modo di atteggiarsi. Seneca, un ministro
di primo piano, se così si può dire, nell'epoca imperiale
di Nerone, cadde in disgrazia e fu infine condannato a darsi la morte.
In circostanze del genere, alle persone benemerite veniva offerta la possibilità
di sottrarsi all'esecuzione pubblica, suicidandosi. Però, le cose
sono ancora… più complesse, nel caso della Stoà, perché
entra in gioco anche la consapevolezza della libertà umana. C'è
un'unica forma di suicidio… che, possiamo immaginare, consenta all'uomo
la libertà di pentirsi: chi magari… si spara, o si getta sotto
un treno in corsa, si lancia dalla finestra di un palazzo, può
agire anche per mancanza di libertà, per paura del futuro, in preda
a uno stato d'animo. Invece chi si taglia le vene dei polsi… e lentamente…
lentamente si dissangua, in qualunque istante può dire: "Basta,
voglio continuare a vivere!". Questo tipo di suicidio, assieme alla
morte per inedia (la rinuncia al cibo, la volontaria morte per fame),
erano dunque le classiche forme di suicidio del mondo stoico,… poiché
conservavano la libertà fino all'ultimo momento. Persino nell'immagine
popolare dello stoicismo è presente l'idea che per esso la libertà
consista in tali forme di autocontrollo. Ciò che sta in noi - "tò
ef'emîn" - questa è la parola d'ordine della tarda Stoà!
L'ATTUALITÀ DELLO STOICISMO
È giusto comunque tener presente che si trattò di un movimento
molto grande, al quale vanno ascritti parecchi meriti:… anche nel campo
della logica e della filosofia del linguaggio la Stoà ha compiuto
un grosso passo avanti rispetto a Platone e ad Aristotele. Non posso qui
entrare nei particolari; dovremmo scendere troppo nel dettaglio, e spiegare
come anche la metafisica… sia stata trasformata dagli stoici. Quello che
tutti conoscono della Stoà è la concezione del lògos.
Quest'ultimo viene inteso come un seme: "lògos spermatikòs";
elementi della ragione seminale costituiscono l'intero universo. In definitiva,
questo logos, questa forza evolutiva della ragione, si ritrova ovunque
nell'essere. Anche l'uomo, nella sua libertà, dovrebbe sempre assumere
come modello ciò che egli non può modificare, per impegnarsi
stoicamente nell'accettazione di questi limiti, di cui fanno parte anche
la malattia e la sofferenza. Se nel mondo, per ipotesi, si affermassero
un tenore di vita e una disposizione d'animo stoici, si potrebbe ad esempio
risolvere almeno un problema, ormai inesorabile, quello dei malati cronici
nei nostri ospedali, che richiede altrimenti nel paziente una disposizione
alla fede cristiana. Oggi, invece, molti si rifiutano di accettare i dettami
del cristianesimo, e perciò in questi momenti di dolore e di trapasso
si sentono terribilmente soli. Ma questo è un discorso a sé
stante.
Con tutto ciò volevo mostrare solo una cosa: qui si nasconde una
sorta di esortazione ad appropriarsi realmente di quei concetti che appartengono
alla libertà dell'uomo. In questo senso vorrei richiamarne uno
che ha di fatto assunto il giusto valore solo nella visione del mondo
degli stoici. È merito di un libro di Cicerone, il De officiis,
quello di avergli dato la giusta evidenza. Si tratta del concetto di dovere.
Se pensiamo che il dovere, la sua inderogabilità, rappresenti per
la Stoà un grande sistema di indirizzo, possiamo farci un'idea
di quale fu la forza vitale della concezione stoica del mondo attraverso
i secoli. In effetti, non vi sono soltanto queste tre fasi della scuola
stoica, la quale, dal canto suo, ha avuto una notevole evoluzione, come
si può immaginare, non solo come impulso a conservare l'impassibilità
dell'anima, ma anche come desiderio di comprendere l'armonia dell'universo.
Un grande filologo ha scritto un libro molto bello su Posidonio, che si
intitola Cosmo e simpatia. "Simpatia" non nel senso di umana
passione, bensì come forza cosmica, che si esplica nell'azione
comune e reciproca, e quindi anche nel prendere parte alle cose, alla
vita dell'uomo e della natura nel suo complesso.
CASO E VOLONTÀ ORDINATRICE
Come ho già detto, è Lucrezio a mostrarci che Epicuro e
la sua scuola discendono in realtà da Democrito. Chiediamoci: come
è sorto l'ordine del mondo?
Innanzitutto c'era una confusione di atomi e, in sèguito, casualmente,
gli atomi hanno iniziato ad aggregarsi. Fu poi da questo punto di partenza
che, per così dire, si è sviluppato il mondo. Non mi soffermerò
a descrivere, ora, il modo in cui la fisica attuale presenta la nascita
dell'universo dopo il "Big bang", ma il quadro d'insieme è
simile. Non si tratta di altro che di un caso,… di una deviazione. Epicuro
è ancora più estremo in tal senso, in quanto, come aristotelico,
ha presente anche tutta la dottrina di Aristotele, e quindi conosce tra
l'altro la nozione di caduta. Tutto ciò che è pesante cade,
tende verso la terra. Perciò gli atomi sono anch'essi una sorta
di continua pioggia di atomi. Però essi non cadono in maniera ordinata,
bensì secondo "declinazione". È un termine da
non confondere con l'espressione grammaticale a noi nota: esso appartiene
alla teoria atomistica. Accade cioè che un atomo, nella sua caduta,
finisca per aggregarsi a un altro atomo che gli sta accanto. In questa
maniera, lentamente, proprio come direbbe un astrofisico dei nostri giorni,
un poco alla volta si genera una differenziazione nella materia originaria,
e da questa prende avvio l'intera storia dell'evoluzione dell'universo
che negli ultimi decenni molti esperti scienziati sono effettivamente
riusciti a descrivere. Ebbene, c'è voluto del coraggio intellettuale
per ammettere che questo meraviglioso ordine del mondo fosse un prodotto
del caso. A questa concezione si contrappone ovviamente… la convinzione
opposta, altrettanto forte, assai rilevante in Platone e in Aristotele,
e che non di rado troviamo espressa nei dialoghi: Platone, ad esempio,
descrive Socrate nell'atto di rivolgersi a un suo interlocutore con queste
parole: "Potresti tu forse immaginare che questo ordinamento, l'alternarsi
del sole e della luna, e gli strani movimenti delle orbite dei pianeti,
e tutto ciò che accade nel cielo con esemplare precisione possa
essere frutto del caso? Dietro tutto questo deve esserci uno spirito ordinatore".
Ecco, questa è la sua risposta! Perché, però, Democrito
fu sconfitto, e vinse invece la linea di Platone? Il fatto è che
Platone era un'anima naturaliter christiana; nella critica all'immagine
atomistica del mondo egli poteva argomentare in maniera più convincente,
in quanto il popolo, in generale, non era ancora in grado di comprendere
un ordine diverso da quello creato dall'uomo stesso. Tale ordine, in definitiva,
è lo spirito organizzatore che troviamo nel grande artigiano, nel
grande artista, e soprattutto in Prometeo, una figura mitica che si leva
al di sopra dell'intero sviluppo culturale greco. Ecco, la "poiesis"
- il saper fare: questo è il modello del vero ordine. …Infine,
l'evoluzione religiosa dell'Occidente poteva facilmente assorbire questa
mentalità nel passaggio al mondo cristiano.
È probabile che nella lezione su Platone io non abbia parlato del
Timeo. Ma il Timeo, che è descrizione del racconto mitico della
costruzione del mondo da parte di un demiurgo,… è stato continuamente
chiamato in causa nella tarda antichità e dai Padri della Chiesa
come anticipazione della dottrina della creazione dell'Antico Testamento,
ricevendo in tal modo il plauso della Chiesa cristiana.
Per finire, ancora un cenno a due concetti, che tutti possono intuire
come fondamentali: il rifiuto di vivere contro le leggi della natura,
e l'adempimento all'idea del dovere. Un grande imperatore romano, all'epoca
di Plotino, ha scritto le sue memorie… - In se ipso - si tratta del vecchio
Marco Aurelio, che esprime le sue idee stoiche, la sua autocritica come
imperatore, il rifiuto di qualsivoglia tentativo di autoglorificazione,
e lo fa nel modo migliore, utilizzando i mezzi del pensiero stoico. Da
ciò si è generata nell'epoca moderna, nel Rinascimento e
in ciò che da esso discende, una nuova Stoà. Questo nuovo
stoicismo, oserei dire, rappresenta in verità la forma mentis,
l'abito culturale degli scienziati di tutto il mo
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