Il cammino della filosofia
Hans-Georg Gadamer
Plotino
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Ho già parlato del periodo ellenistico, descrivendo due delle
grandi scuole di quest'epoca, che ancora oggi hanno grande importanza
per noi: l'epicureismo e lo stoicismo. Entrambi questi indirizzi influirono
fortemente nel campo educativo, soprattutto dell'impero romano. A questo
proposito, ho potuto mostrare, almeno per grandi linee, come l'ampliamento
degli orizzonti politici (rispetto all'età classica) abbia avuto
ripercussioni per la filosofia, nella quale comincia a "rilucere
la lanterna del privato", e come la felicità del singolo conquisti
sempre più un ruolo centrale nelle diverse dottrine. Ovviamente,
fu soprattutto la scuola stoica a valorizzare la cosmologia e la dedizione
alla scienza, ma i motivi di fondo sono proprio quelli che ho cercato
di indicare parlando della morte di Seneca e della peculiare autoaffermazione
della libertà, individuata nella forma di un lento suicidio con
il taglio delle vene o per inedia, come era tipico della cultura stoica.
CULTURA GRECA E IMPERO ROMANO
Adesso facciamo un grande salto nel tempo. Seneca si colloca già
nell'epoca imperiale romana, e Cicerone ne precede di poco l'inizio. Entrambi
rappresentano per noi quasi le uniche testimonianze letterarie complete
della filosofia stoica di questi secoli… D'altro canto, l'epoca ellenistica,
con il diffondersi della cultura romana in tutta l'area del Mediterraneo,
va ricordata anche per l'impero alessandrino, i cui confini sono tracciati
dai celebri viaggi di Alessandro, spintosi fino ai grandi fiumi dell'India,
e fino al Caucaso, a Gibilterra e alle coste spagnole. Tutto ciò
evidenzia l'enorme espansione degli orizzonti del mondo, in confronto
alle dimensioni della sfera politica entro cui le città-stato della
Grecia avevano realizzato le loro grandi conquiste culturali.
In quest'epoca l'impero romano ha già consolidato la sua estensione:
i suoi confini, come tutti sappiamo, giungevano all'attuale Inghilterra,
alla Germania, e naturalmente alla foce del Danubio, ai Balcani. Questi
erano i limiti settentrionali dell'impero romano, che però rimaneva
esposto e indifeso sul versante orientale, dove si ripresentava sempre
lo stesso problema: i Parti, l'obiettivo primario nella politica e nella
strategia dell'impero romano. Qui mi limito a ricordare un evento prodigioso,
come cioè all'interno di un mondo elegante e raffinato qual era
quello della Corte imperiale romana, la cultura greca (la filosofia greca
innanzitutto, ma anche la lingua greca) assunsero un ruolo dominante.
Accadde, cioè, come nella Germania del 18º secolo (quando
la lingua francese si impose in Prussia, come a Roma, finché si
affermò, grosso modo, come lingua culturale dell'Europa). Analogamente,
il greco divenne la lingua della cultura dell'impero romano, o almeno
del suo centro, Roma. La letteratura filosofica che di quest'epoca possediamo
appartiene ai Padri della Chiesa: Clemente e Orìgene (ma ci sono
anche altri testi filosofici). Il livello letterario, e in un certo senso
anche filosofico, di questa produzione è piuttosto modesto, e spesso
sono stato tentato di dire: il cristianesimo ha dimostrato la propria
vitalità proprio sopravvivendo a questa mediocrità letteraria
dei Padri della Chiesa.
Del tutto diverso è l'orizzonte che si presenta di fronte all'enigma
prodigioso rappresentato da Plotino, nel terzo secolo, presso la Corte
imperiale romana. Egli fu una specie di Platone redivivo, e rappresentò
la rinascita di un pensatore di prima grandezza (non possiamo definirlo
uno scrittore). Per fortuna, abbiamo i suoi discorsi. Uno dei suoi seguaci
e ammiratori entusiasti fu Porfirio, che raccolse… tutti i discorsi tenuti
da Plotino, tramandandoli ai posteri.

IL CARISMA DI UN NUOVO PLATONE
Plotino pronunciava dei "discorsi"; noi oggi parleremmo di
"lezioni", ma per me questo termine è una mostruosità
linguistica: non penso che si possa fare filosofia per mezzo di una lectio,
cioè leggendo ad alta voce un testo. È necessario, invece,
rivolgersi direttamente a chi ascolta; e per far questo si deve evitare
il ricorso a un testo scritto, precedentemente elaborato per un lettore
anonimo. Ecco quale fu l'aspetto straordinario di Plotino: aveva questa
capacità! Egli teneva discorsi piuttosto brevi (di circa mezz'ora)
che hanno lasciato una profonda impronta umana e spirituale. Plotino era,
come direbbe Max Weber, un "individuo carismatico". La sua apparizione
doveva possedere un magnetismo che catturava l'intera Corte imperiale.
Plotino era quello che si direbbe "un vero asceta"; la sua spiritualità
giungeva a rasentare lo spiritualismo. Si racconta che una volta disse
di vergognarsi di possedere un corpo. Che un Plato redivivus, un nuovo
Platone del terzo secolo dopo Cristo, possa affermare questo di sé,
dimostra l'enorme distanza e la grande trasformazione che lo separano
dall'Atene piena di vita dell'età classica, che si spegne poi nell'atmosfera
di decadenza della cultura pagana nell'epoca di Plotino. È già
molto indicativo che un platonico del terzo secolo potesse riferirsi a
se stesso con queste parole. Certo, anche Platone conosceva l'arte di
sublimare le seduzioni e i tormenti propri di un'anima sconvolta. Nel
Fedone, ad esempio, egli ha delineato il meraviglioso ritratto
di Socrate morente, che fino all'ultimo istante, con l'assoluto dominio…
di tutta la sua forte personalità, parla ai suoi amici della morte.
Plotino era evidentemente il portavoce di un nuovo modo di pensare. Occasionalmente…
nei suoi discorsi ricorre l'espressione "lassù". Con
questo "lassù" egli addita qualcosa di irraggiungibile,
di invisibile per noi, che è tuttavia fondamentale. I suoi scritti
conservano un tono lieve, non sono particolarmente difficili da leggere,
poiché, pur contenendo osservazioni acute, sono sempre direttamente
rivolti a coloro che stanno ascoltando.
LA FORZA POETICA DEL PENSIERO
È impossibile presentare tutti gli scritti di Plotino. Di quali
oggetti si occupassero e in che modo venissero affrontati, può
risultare soltanto da esempi. Ne sceglierò uno che, in una certa
prospettiva, ritengo importante. Nella selezione che intendo operare,
dovrò ricorrere a una traduzione moderna. Mi sarebbe impossibile
lavorare con il testo greco, anche perché la sua prosa greca, in
questo caso, non è certo facile.
È anche per questo che Plotino non ha esercitato un'influenza diretta
sulla storia della filosofia. Fu solo con il Romanticismo tedesco che
si produssero, per la prima volta, buone traduzioni tedesche di Plotino;
naturalmente c'erano versioni latine preesistenti, ma queste sono andate
perdute nella tradizione latina della Scolastica. Rimanevano però
i testi greci, e proprio questi ultimi hanno cominciato a essere trasposti
in tedesco in epoca romantica. Friedrich Creuzer, amico di Hegel, fu uno
dei primi a tradurre Plotino. Hegel era diffidente nei confronti di Plotino;
secondo questo "svevo caparbio" c'era un'atmosfera un po' troppo
poetica nelle meditazioni di Plotino. Gli preferiva il filosofo che alcuni
secoli dopo ne sistematizzò il pensiero, Proclo, ravvisando in
quest'ultimo l'effettiva eredità della filosofia greca. Su questo
non possiamo concordare. Ciò che vale per Platone, vale anche per
Plotino: entrambi, con la forza poetica della loro opera, sono spiriti
senza tempo; entrambi, nonostante la distanza e la diversità del
nostro mondo concettuale rispetto alla loro forma mentis, sono comunque
in grado di parlarci con immediatezza.
In una piccola antologia da me curata, in cui ho incluso anche Plotino,
ho voluto ritradurre uno scritto, un suo testo. Mi sono sforzato enormemente
di restituire almeno in parte la maestria linguistica e l'incanto poetico
di queste pagine. Rileggendole oggi, mi sgomenta un forte senso di estraneità.
Vorrei ora esporre qualcosa di questo scritto, a titolo di esempio. Esso
è intitolato Perì fìseos, perì theorìas
kai tù enòs, "Sulla natura, la "theoria"
(cioè la contemplazione o intuizione) e l'Uno": sono tre temi
riuniti insieme, che attraversano il pensiero di Plotino nel suo complesso.
Chiarisco però subito come tradurrei oggi. Per quanto riguarda
il termine natura, esso rimane intoccabile: "fìsis" è
"fìsis", e "natura" è "natura";
e questa versione è accolta in tutte le lingue, ormai è
definitiva! Ma per quanto concerne la "theoria", è proprio
necessario conoscere il greco per sapere di che cosa si tratta. "Theoria"
è… il prendere parte, come osservatori, a funzioni di culto; quindi,
in sostanza, è un termine religioso: esso sta a indicare una sorta
di partecipazione a qualcosa che avviene. Oggi modificherei il titolo
come segue: "Sulla natura, sull'aprirsi alla contemplazione e sull'Uno".

L'INCANTO DEL PURO SCATURIRE
"Aprirsi alla contemplazione": vorrei fare un paio di esempi
per spiegare che cosa debba risultare da questa traduzione, ammesso che
sia corretta. Il termine tedesco che adopero - "Aufgehen" -
è quanto mai adatto alla natura: quando viene la primavera e tutto
sboccia e si schiude - Aufgehen! - ecco, che cos'è la natura: questo
dischiudersi e aprirsi, oppure il levare del sole (ancora: Aufgehen!).
Con questa parola descriviamo qualcosa di diametralmente opposto rispetto
alla scienza della natura e alle moderne discipline scientifiche. Voglio
dire che Plotino, con la sua analisi della natura, intesa come "Aufgehen",
pensa allo "schiudersi in sé e per sé": una formulazione
che non ha niente a che vedere con le scienze naturali: egli ha in mente
la natura nel suo puro scaturire, non quella che viene indagata dalla
scienza in tutti i suoi fenomeni e in tutte le sue leggi. Questo sprofondare
nella fìsis, nello "schiudersi", diviene per Plotino
il modello per l'esperienza dell'essere in generale, diventa un archetipo
metafisico. Il termine "Aufgehen" è usato anche in altre
espressioni, ad esempio per intendere l'aprirsi degli occhi: "Mi
si sono aperti gli occhi", vale a dire "adesso comincio a vedere,
quello che già sempre avrei potuto vedere!". Pertanto, l'uso
di questa espressione si accompagna a un notevole potenziamento della
facoltà di osservare: lo schiudersi della natura ritorna nella
"natura naturata", concepita da un seguace di Plotino, Scoto
Eriugena, uno dei grandi autori del Medioevo. Il suo senso risulta arricchito
considerando altresì il ruolo dell'osservatore (non colui che assiste
passivamente a uno spettacolo teatrale,… bensì lo spettatore del
teatro greco, che è membro di una comunità di culto.…).
L'assistere a uno spettacolo è appunto: "aprirsi alla contemplazione".
Insomma, non c'è più frattura alcuna fra me, spettatore,
e il palcoscenico sul quale Edipo si dispera per il suo tragico errore
o Antigone va incontro alla morte… per la ragion di Stato e per amore
del fratello. Queste cose, che ci affascinano e ci incantano, stanno a
significare che noi siamo assorbiti - Aufgehen - in tutto ciò,
senza che rimanga alcun residuo delle nostre ansie, dei nostri progetti
di oggi e di domani: siamo rapiti dal nuovo presente. In effetti, Plotino
parla dello Aufgehen anche in quest'ultimo senso, che trova il proprio
compimento nel "risolversi nell'Uno", nel divino.
Plotino ha raccontato di aver vissuto due volte, nella sua vita, questo
istante in cui era così interamente assorbito nell'Uno divino,
da poter riconoscere se stesso solo dopo essere tornato indietro da questa
unione.
LA FONTE INESAURIBILE DELL'UNO
Di fatto, le trattazioni di Plotino non erano lezioni in senso stretto,
ma "esposizioni". Vorrei aggiungere che anche le nostre lezioni
dovrebbero essere "esposizioni", nel senso letterale del termine:
dovrebbero "esporre" qualcosa davanti all'ascoltatore, ed "esporre"
lui stesso allo sforzo di vedere. È tutt'altra cosa rispetto alla
lectio.
In quello scritto, Plotino ha anche parlato dei tre "stadi":
la natura, l'anima e lo spirito. Non si tratta però di un sistema
filosofico. Lo è diventato soltanto in seguito, in parte già
con Proclo, e poi, seguendo il destino della filosofia, nell'età
moderna. Si tratta, in realtà, di un cammino ascensionale di apertura,
che si risolve nell'Uno. Quando la natura si apre, vediamo effettivamente
realizzarsi qualcosa che è stato lungamente atteso. Chi conosce
il Meridione e ha presente i primi temporali autunnali, quando all'improvviso
tutto rinverdisce; chi ha fatto analoghe esperienze di ciò che
la natura può offrire, ben comprende che cosa sia quella natura
creatrice, che, aprendosi, si specchia in se stessa. In questi casi parliamo
di "contemplazione", ma bisogna intendere bene l'uso di questo
termine: non è un semplice contemplare, nel senso di "stare
a guardare", o "dirigere lo sguardo verso qualcosa". No!
Non è così che si specchia la natura; è piuttosto
come se i fiori o i frutti fossero interamente assorbiti proprio nella
cornice di ciò che sono.… Ovviamente la natura possiede, in questo
senso, una incredibile presenza; e ciò mi induce a ricorrere, ancora
una volta, a un termine tedesco. Plotino fa uso infatti di immagini, spesso
anche molto eloquenti, e una delle sue similitudini più belle è
quella della sorgente. Che cos'è, in realtà, una sorgente,
una fonte? È acqua che sgorga in continuazione e che alla fine
riempie tutti i fiumi e i mari, senza mai venir meno. Questo è
il grande mistero: è "dappertutto". Ho prestato particolare
attenzione, meditando su Plotino, al significato della parola tedesca
"überall", "dappertutto". "Über"
(sopra), "all" (tutto); che vuol dire? Più di tutto?
Meno di tutto? Al di sopra di tutto? Ciò che è sommo? Oppure
ciò che, essendo "sopra tutto", è anche dappertutto?
Ecco il senso della metafora della sorgente: l'acqua - che è dovunque
- è l'acqua della fonte. L'espressione tecnica, creata nella traduzione
latina per rendere questa idea, è "emanazione"; Plotino
viene chiamato "il filosofo dell'emanazione", poiché
l'intero teatro del mondo, che egli "espone" - appunto - davanti
agli occhi dello spettatore, questo scaturire di tutte le cose da un'unica
sorgente, si spiega proprio così; e infine, dalla molteplicità
di tutto ciò che accade, esso ci riunifica, ci assorbe interamente
in ciò che "è". Così si realizza il secondo
stadio, dalla natura all'anima.
L'anima non dev'essere intesa come la nostra chiusa interiorità,
a suggerire già un concetto cristiano di anima: è pur sempre
la nozione greca di anima, cioè la fonte della vita, presente in
ogni essere vivente. Anche questa è una sorgente.

IL TACITO PENSIERO DELLA NATURA
Plotino ricorre anche a un'altra immagine: dice che il mondo è
come un enorme albero. L'albero trae nutrimento dal terreno, dalle radici.
La vita, dunque, è qui. No, no! La vita è nel tronco, nei
rami,… in tutta la chioma frondosa che ricade da quest'albero gigantesco.
Questo è l'"ovunque" dell'essere. Ma proprio questo "Uno",
che si rivela nel suo fondamento, è estremamente difficile da esprimere;
alle volte, però, Plotino ricorre a formulazioni che siamo in grado
di rendere anche in termini attuali e che ci toccano da vicino. Egli scrive
di questa "visione", da cui veniamo assorbiti, quando ci abbandoniamo
alla contemplazione dell'Uno: ne parla come di "pensieri", ed
è inevitabile che la traduzione debba ricorrere a questi concetti.
Però troviamo anche l'espressione "tacito pensiero della natura"…
Viene da chiedersi se non sia già Rousseau, o magari Petrarca:
la prima scoperta della voce "che parla con silenzio". Vi risuona
insomma qualcosa di tutto ciò: la tacita segretezza del "genio
vegetativo" della natura - se posso usare questa espressione. Questa
"quiete" - una delle espressioni predilette di Plotino - si
manifesta in tutto ciò che muta e che scorre; e qui si avverte
tutta l'eredità platonica nella filosofia di Plotino.
A questo proposito, devo tornare brevemente a Platone. Un punto fermo,
su cui non è necessario aggiungere altro, è che con Platone
viene posta la domanda socratica sulla vita virtuosa, e quindi anche,
in un certo senso, sull'anima e sullo spirito… Ma i mezzi con i quali
un Greco di quest'epoca poteva esprimersi sul mistero della chiarezza,
della perspicacia del pensiero e della coscienza, erano ovviamente gli
stessi che gli provenivano dall'osservazione della natura nel suo dischiudersi,
cioè il movimento e la quiete. Ma movimento e quiete si identificano
in Platone - anzi coincidono - con il pensiero della diversità
e della medesimezza. "Identità e differenza", questi
termini tecnici della logica, che tanto timore incutono, sono al tempo
stesso la quintessenza di quiete e movimento; e proprio questo è
il segreto della nostra esistenza spirituale: l'identità con noi
stessi, nonostante questo flusso di immagini e di pensieri che ci attraversano,
nei quali riconosciamo però sempre i nostri pensieri e i nostri
concetti, in quanto è per opera nostra, e all'interno di noi stessi,
che questo fluire si raccoglie infine in un sapere unitario. Anche questo
è un segno della dottrina platonica. Improvvisamente, nel testo
plotiniano, viene nominato "l'auriga". Tutti ricordano quel
meraviglioso racconto del Fedro, nel quale Socrate, come per mitico incanto,
nel pieno di un afoso meriggio, passeggiando sulle rive dell'Ilisso presso
Atene, parla dell'ascesa al divino, della salita degli dèi che
sul loro carro procedono verso la sommità del cielo, per contemplare
le verità del mondo, mentre gli uomini, sul loro carro e con i
loro aurighi, cercano di seguire gli dèi, ma senza riuscirci, poiché
i cavalli sono ribelli e l'auriga è costretto a ricondurre il carro
sulla terra. Ebbene, l'auriga è un simbolo platonico, mentre il
"tacito pensiero" è forse una metafora autonoma dello
stesso Plotino.
L'ESTASI DELLA CONTEMPLAZIONE
Se ora affermiamo che l'anima è questo fondamento, che investe
di sé ogni cosa, e che unifica tutto il "vivente", come
mai, allora, ci chiediamo, quando qualcosa ci duole, non ci limitiamo
a esclamare "fa male", bensì "mi fa male",
è "a me che questa ferita al dito procura dolore!" Ecco,
questo è il punto di raccordo fra il semplice percepire e il provare
sulla propria pelle, che vale anche per tutte le impressioni, le offese
e i dispiaceri della vita.
Torniamo così, ancora una volta, a quella che la filosofia greca
(come abbiamo visto) individua, a partire da Parmenide, come la forma
suprema di consapevolezza: il nùs. Questo concetto peculiare può
essere tradotto con "spirito" o "ragione". Per i Tedeschi
è meglio "spirito", un termine che richiama quell'"essere
ovunque" di cui si è detto. Già in altra occasione
ho avuto modo di osservare che l'evidenza matematica, con la quale comprendiamo
una dimostrazione, accende in noi una luce: questa non proviene da noi
stessi, bensì è ciò che ci consente di vedere chiaro.
Lo stesso accade nella descrizione plotiniana dell'ascesa oltre l'anima,
che raggiunge lo spirito, inteso come consapevolezza di ciò che
è. In Plotino ci sono molti esempi e metafore che illuminano questa
realtà.
Plotino descrive ripetutamente le modalità della nostra conoscenza,
cioè di quella reminiscenza che ha luogo nell'ascesa del pensiero.
L'Uno è ovunque. È proprio per questo che lo ritroviamo
in ogni cosa, … è il terreno che tutto alimenta. Con ciò,
l'assorbimento assume forme sempre più elevate, finché ci
risolviamo a tal punto in ciò che ci ricolma, da perdere la stessa
cognizione e sensazione di noi stessi. Le esperienze più importanti
dell'esistenza umana avranno sempre il carattere dell'"estasi",
cioè di uno "stare fuori di sé". Tutto ciò
che turba o che incoraggia la nostra esistenza fisica e i moti del nostro
animo, si sublima per Plotino in un'estasi suprema, in attimi di vera
felicità, come la chiamavano i Greci. Noi stessi sappiamo bene
di che cosa si tratta, quando ad esempio contempliamo il bello, quando
cioè l'Uno si offre in una forma, la cui visione ci assorbe interamente:
accade in questo momento anche a me, che ho appena potuto ammirare, qui
al Museo Nazionale di Napoli,… gli affreschi pompeiani recentemente esposti.
Il nostro intimo è assorbito nella contemplazione: non è
più se stesso, eppure è proprio in esso che ciò accade.
Questo è un esempio di ciò che ciascuno di noi ha ricevuto
in eredità dal neoplatonismo, da Plotino. Il giovane Hegel ha descritto
questa esperienza in maniera stupenda - lui che fu, peraltro, un poeta
mediocre! La sua lirica Eleusis è una composizione scolastica abbastanza
scadente, ma quando descrive come viene assorbito dalla contemplazione
del sorgere del sole, affermando "io non sono più io",
riprende proprio l'intuizione plotiniana dell'aldilà, che la storia
universale del cristianesimo avrebbe poi riscritto a lettere d'oro.

L'ELEVAZIONE DELL'ANIMA
Rivolgendo lo sguardo al pensiero di Plotino, vi si scorge comunque qualcosa
di quella nascente concezione dell'aldilà di cui il cristianesimo
ha fatto dono, con la sua promessa e il suo messaggio, al mondo antico
ormai avviato verso il tramonto. Qualcosa di questa atmosfera escatologica
appare qui in veste davvero peculiare, non già nella forma del
culto, bensì come concentrazione dell'anima e forza spirituale
del pensiero. È assente, però, la pretesa che queste realtà
umane riescano, da sole, a risolvere il mistero della nostra esistenza,
della morte e dell'aldilà. Una tale tendenza era invece diffusa
in molti esponenti della filosofia di quel tempo: a proposito di questi
fenomeni del mondo tardo-antico si parla della cosiddetta "gnosi".
C'era uno gnosticismo ebraico, come oggi sappiamo, c'era una gnosi greca
e una gnosi cristiana. Si tratta di correnti e dottrine che pretendevano
di rendere accessibili i misteri religiosi grazie alla forza del pensiero
e del concetto. Questo è il grande pericolo in cui si muove sempre
la filosofia. Nemmeno Hegel si è salvato da questo genere di critica:
è stato detto, infatti, che il suo superamento del mondo della
rappresentazione (quello cioè della sfera religiosa) per raggiungere
il concetto e il sapere assoluto, altro non è che una gnosi. Ritengo
che, nel caso di Hegel, questo giudizio non sia del tutto corretto: egli
non ha affermato che la forma del concetto sia separabile dall'altra forma,
quella della rappresentazione, affidata al cristianesimo dalla Rivelazione
divina. Lo stesso rimprovero potrebbe essere rivolto a Plotino, ravvisando
in lui una via della ricerca, che ci condurrebbe infine alla contemplazione
dell'Uno. Ma non è affatto così: noi non potremo mai disporre
di quest'Uno a nostro piacimento; lo stesso Plotino è riuscito
solo due volte, nella sua vita, come racconta, a raggiungere in quest'attimo
di pienezza la dimenticanza di sé. Poi, però, comincia una
nuova separazione da se stessi: la conoscenza. Io sono qui, distinto dagli
altri; la natura è altro da me, e l'intero cammino riprende così
da capo. Pertanto, l'ascesa dell'anima non è l'iniziazione a un
mistero, bensì un'esperienza che ciascuno può fare, con
la forza del proprio pensiero, ma anche aprendosi a quel mistero che domina
la nostra vita.

LA GNOSI E LA GRAZIA
A ben guardare, quello che io descrivo come un'elevazione dell'anima,
nella quale l'uomo si raccoglie tutto nella sua interiorità, per
essere interamente assorbito, infine, nella contemplazione, non è
un'ascesa che conduca a un sapere. Si tratta piuttosto di una disposizione
ad accogliere, alla quale poi il cristianesimo ha dato il nome di "fede",
indicando in essa un dono della Grazia. Il concetto cristiano di Grazia
va tenuto sempre ben distinto dalla gnosi. Alle volte si usa impropriamente
il termine "gnosticismo", solo perché si percepisce un
certo linguaggio gnostico. E quest'ultimo può nascere dalla consapevolezza
della nostra impotenza di fronte a quanto ci viene offerto dal messaggio
cristiano. Ritengo, personalmente, che questo sia il caso di Hegel, come
pure di quanti mettono un così forte accento sull'Uno, di cui non
si può dire niente altro se non che è l'Uno; ciò
vale anche per la meditazione di Heidegger intorno alla metafisica cristiana.
Secondo me è gnostico uno che voglia affermare di essere in qualche
modo in possesso dei misteri della religione e del divino. Ma finché
si tratta solo di uno sforzo di ascesi, è più giusto parlare
di un'apertura al dono della Grazia.
IL VALORE DELLA FILOSOFIA
La situazione mondiale è critica. Anche in Europa, e più
ancora in alcuni Paesi sottosviluppati, si assiste a un'inquietante tendenza
al pessimismo da parte dei giovani, che vorrebbero vedere nel proprio
futuro una vita migliore e più ricca, e pensano che tutto ciò
sia possibile soprattutto grazie allo sviluppo dell'economia, della scienza
e della tecnologia. Essi cominciano però a rendersi conto dei problemi
cui si va incontro, sotto tutti gli aspetti, anche nei Paesi altamente
industrializzati. E se qualcuno sostiene che si dovrebbe guardare di più
alla filosofia, con la quale, un tempo, l'Occidente avviò il proprio
cammino spirituale, i giovani chiedono sbalorditi: "Chi mai si interessa
di filosofia?" Secondo me, ci si renderà conto, un po' alla
volta, che questo modo di vedere è il sintomo di una pericolosa
unilateralità nel nostro modo di affrontare il mondo. È
una falsità: nessuno crede, infatti, che la tecnica abbia ormai
risolto il problema della morte, o magari il problema della fame nel mondo,
o che sarà capace di mettere fine ai conflitti razziali - cosicché
avremmo risolto tutto! Questa fede nel progresso è controversa.
Le religioni, dal canto loro, laddove possono contare su una lunga consuetudine
di culto e di insegnamento, possiedono ancora oggi un forte impatto sociale.
Però la situazione è tale, che esse non sono più
in grado, da sole, di orientare verso un certo stile di vita un mondo
dominato dalla scienza, dalla ricerca e da tutte le possibili speranze
di progresso che la scienza e la tecnica diffondono negli animi.
Alla domanda sul valore che può avere oggi la filosofia, devo rispondere
affermando che non si immagina nemmeno quante siano le persone che si
occupano a tempo pieno di filosofia, anche fra i giovani. Secondo me,
non accadrà mai che negli anni dell'adolescenza un giovane non
venga in qualche modo toccato da domande filosofiche. Certe volte, già
nella prima pubertà si affaccia la questione della morte; anzi,
persino nei bambini. Insomma, è una assurdità ritenere che
la filosofia sia esclusivo appannaggio di persone particolarmente colte,
che parlano in modo del tutto incomprensibile. I problemi filosofici,
così come quelli religiosi, sono problemi umani.
Ma le religioni non raggiungono tutti gli uomini, sebbene tentino di fornire
a ciascuno risposte su molte cose. In questo senso la tradizione cristiana,
che perdura già da molto tempo, mi sembra ci abbia dato molto.
Ancora oggi, a mio avviso, la tradizione e il patrimonio culturale, artistico
e scientifico alimentano indirettamente - ovunque - questo bisogno dell'uomo
di trovare una risposta ai propri interrogativi. Il filosofo di professione
(il cosiddetto professore di filosofia) è un'istituzione magari
obsoleta. È in effetti molto difficile muoversi in tali questioni:
anche un giovane - o un anziano che in ospedale lentamente muore di una
malattia incurabile - sono messi di fronte a questo bisogno di trovare
risposta alle domande sul destino del mondo e sul futuro dell'esistenza
umana. E poi i figli, le generazioni che verranno, l'amicizia: sono problemi
con cui tutti sono chiamati a confrontarsi, i vecchi come i giovani.
Francamente, io penso che sia frivolo ottimismo ritenere che ciò
che interessa agli uomini siano solo le scoperte più recenti nel
campo… degli aerei, delle automobili o dei frigoriferi. La verità
è tutt'altra. In realtà, agli uomini stanno a cuore quelle
questioni che riguardano tutti, e alle quali non si trova alcun rimedio
diretto. Fino ad ora la grandezza della nostra storia occidentale (ma
anche di tutte le altre grandi culture) è stata questa: aver trasmesso
una lunga tradizione di conoscenza al fine di affrontare i problemi vitali
per l'uomo, quest'incredibile prodigio nel dominio della natura (un essere
che vuol sapere ciò che non si può sapere). Questo è
filosofia! Non possiamo concepirla come una sorta di completamento della
formazione, bensì come stimolo a coltivare il bisogno di imparare
a riflettere meglio sulle tematiche concernenti la nostra vita, quella
dei nostri amici, della comunità, insomma tutte le domande che
continuamente ci poniamo davanti a Dio e agli uomini. Così potremo
adempiere nel modo migliore a quei compiti che l'agire umano ci impone.
A mio avviso, la filosofia necessiterà di un lungo processo educativo
per mostrare all'umanità nuove vie di coesistenza. Queste dovranno
consistere nella "solidarietà". Quello che ci può
davvero salvare dall'autodistruzione è la solidarietà di
fronte al fatto che ci troviamo tutti nella stessa barca. Pensiamo, ad
esempio, alla questione ecologica: nessuno può immaginare di risolvere
un simile problema all'interno dei confini di una sola area culturale
o di uno Stato. È un problema globale. Lo stesso si può
affermare a proposito della guerra. Un conflitto fra grandi potenze (oggi,
sulla Terra,) equivale a un suicidio di massa, e alla distruzione dell'intero
pianeta. Tutto questo ci è noto, e di fronte a cose del genere
non ci resta che dire: la situazione richiede, nella lunga durata, la
coscienza della solidarietà, la sola che sia in grado di farci
assumere misure razionali, tali da proteggere il progresso delle nostre
conoscenze dalle peggiori minacce che incombono sull'umanità. Per
questo io sono convinto che la filosofia, oggi, debba assumersi un compito
più impegnativo che mai, proprio perché lo smisurato sviluppo
delle potenzialità umane non è più guidato da grandi
istanze spirituali.
Se ho ragione nell'affermare che la situazione mondiale ha bisogno più
che mai del pensiero, del pensiero filosofico, e che soprattutto la gioventù
esprima questa necessità con grande vigore, allora occorre che
in ogni Paese si attivino queste energie. Noi, in Europa, avvertiamo l'impronta
della nostra tradizione. In tal senso ritengo che l'Europa abbia un ruolo
particolarmente importante, nel momento in cui la filosofia sta conoscendo
una sorta di diffusione globale, quasi come la tecnica e la scienza. Ma
per far sì che tutto ciò concresca da un sapere fecondo,
è necessario rivitalizzare continuamente la nostra storia.
Trovandomi nel Mezzogiorno d'Italia, io avverto le forze vitali della
terra del sud; sento che qui c'erano i pitagorici. Ho voluto visitare
la Sicilia, per vedere i luoghi (Siracusa, ad esempio) dove Platone si
recò più volte, per mettere in pratica quelle dottrine che
aveva tratto dall'esperienza della democrazia greca, e farne un centro
storico mondiale; Siracusa era infatti, a quel tempo, il grande baluardo
contro Cartagine. Senza le rilevanti forze politiche della Sicilia, la
stessa storia di Roma non sarebbe stata quella che fu. Ecco, sono dell'idea
che vi sarà una globalizzazione; ma la via da intraprendere non
può essere quella di mettersi magari a studiare per un paio d'anni
il cinese per far propria la tradizione cinese. No! I costumi e le lingue
sono potenze che traggono la loro forza da molte generazioni; e noi dobbiamo
prestare ascolto alla tradizione all'interno della quale siamo nati e
nella quale viviamo.
Un problema enorme è quello di far sì che, in questo mondo
culturale commercializzato, le cose effettivamente importanti abbiano
il giusto risalto. Mi sembra, allora, che i mass media rappresentino oggi
il vero campo di battaglia sul quale si decide il destino dell'avvenire:
hanno infatti un ruolo di formazione dell'opinione pubblica, e questa
funzione può assolvere a un preciso progetto politico. Tutto ciò
che si sviluppa lentamente - e questo vale anche per i mass media, per
la televisione, la radio, i libri, i giornali, e via dicendo - produce
poi i propri effetti nel corso delle generazioni successive. Dunque: alla
domanda se saremo in grado, come umanità, di avviarci verso il
futuro senza distruggerci reciprocamente, e senza devastare il nostro
mondo, non so rispondere. Mi sembra però insano che i mass media
alimentino il pessimismo. Essi dovrebbero invece contribuire all'ottimismo:
sono infatti convinto che il pessimismo sia comunque una forma di disonestà.
Nessun uomo può realmente vivere senza una scintilla di speranza.
E questo i mass media non dovrebbero dimenticarlo mai.
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