Il periodo ellenistico, come abbiamo visto, rappresenta il ponte fra
due grandi epoche della storia politica e religiosa europea: da un lato
l'antichità classica, che cominciamo a considerare a partire da
Omero fino a Platone, Aristotele, e ancora oltre, dall'altro l'epoca medioevale
cristiana e l'età moderna del cristianesimo. Nel lungo arco di
tempo che prende il via dalla cultura di Atene (con la fine della sua
indipendenza politica) si collocano le scuole filosofiche dell'ellenismo.
Esse coprono il periodo di tempo che va dall'insegnamento platonico alla
straordinaria figura di Plotino, che, in veste di "secondo Platone",
merita quasi lo stesso rango di maestro spirituale che spetta a quest'ultimo.
Si tratta di un enorme arco temporale, nel quale la figura di Agostino
si offre come anello di congiunzione fra la tradizione classica e l'era
cristiana. L'ellenismo costituisce una delle grandi fasi di trapasso della cultura
europea. Esso non è più per noi, come fu in epoca rinascimentale,
semplicemente una prosecuzione dell'età classica greca e romana,
bensì rappresenta la lunga congiunzione fra la cultura ateniese
classica da un lato (quel periodo in cui spiccano la poesia e la filosofia
dei Greci) e l'inizio dell'era cristiana dall'altro, i cui effetti e la
cui presenza si fanno avvertire, in varia misura, ancora adesso. In questa
situazione, a gettare un ponte fra queste due grandi epoche è la
figura di Agostino, nel quale va ravvisato l'ultimo anello di congiunzione:
il periodo classico del pensiero greco si può riassumere infatti,
per usare una formulazione azzardata, da Platone fino al neoplatonismo,
cioè da Platone a Plotino.
UN'ANIMA ARDENTE FRA IL BENE E IL MALE
LA CONVERSIONE E LE CONFESSIONI Questa fu dunque la prima formazione manichea del giovane Agostino, che
era un figlio molto fedele di una madre estremamente affettuosa, era oppresso
da un disperato bisogno religioso, e padroneggiava l'arsenale argomentativo
dello scetticismo.… Questo libro (l'undicesimo delle Confessioni) non tratta di nient'altro
se non di questo: che cos'è il tempo? Che sorta di prodigio è
il tempo, che esiste fin da sempre, oppure non è mai? Come possiamo
comprendere che cosa sia il tempo, o addirittura l'inizio del tempo? Anche
Aristotele (che merita su questo problema una trattazione a sé
stante) ha meditato a fondo sull'essenza del tempo, giungendo ad affermare:
"Il tempo non può avere inizio, dev'esser sempre stato".
Ma che senso ha, allora, dire che è sempre stato, e sempre sarà,
proprio ciò che siamo costretti a riconoscere, nella sua natura,
come un venir meno, un effimero, un non-essere-già-più,
e che in nessun istante possiamo dire reale, perché, mentre lo
pronunciamo, tale istante è già passato? Insomma, il tema
del tempo coincide con la questione: "fino a che punto arriva la
comprensione greca dell'essere?". Già Parmenide aveva detto:
"l'essere è uno; l'essere è, il nulla non è.
Perciò non può darsi né il movimento né il
divenire. Tutto deve sempre essere". Ecco dunque la atemporalità
dell'essere, questo concetto di presenza, qui e ora. Agostino è un genio della variazione, della quale si serve per
dare sempre nuova concretezza alle sue intuizioni spirituali. Perciò,
non è un caso che ad Agostino si rivolga proprio il fenomenologo
Husserl, l'uomo cioè che lottò contro tutte le costruzioni
astratte, contro tutti i falsi sfruttamenti di conoscenze scientifiche
desunte da psicologia, fisiologia, meccanica delle sensazioni, e che ha
saputo restituire una nuova acutezza a quell'occhio dello spirito rivolto
alle nostre esperienze interiori. Egli ha quindi evitato ogni sorta di
costruzione di pensiero concentrandosi sulla descrizione, sull'analisi
precisa e accurata della nostra "vita coscienziale". Husserl
ha incentrato infatti la sua attenzione sulla coscienza del tempo, sull'enigma
rappresentato dal flusso di coscienza, che appare come un grande occhio
aperto sul mondo. E così il matematico Husserl, che, stando alla
sua formazione, avrebbe potuto esprimersi e ragionare al meglio secondo
formule matematiche, si richiama all'undicesimo libro delle Confessioni
di Agostino, proprio per esporre la questione del tempo e della coscienza
del tempo. In realtà è difficile leggere questo undicesimo
libro delle Confessioni di Agostino senza immergersi nella complessa problematica
della moderna filosofia dell'autocoscienza e della coscienza del tempo,
facendo magari riferimento al primato attribuito da Heidegger alla temporalità
come orizzonte della comprensione dell'essere. Questi sono ovviamente
i primi passi che dobbiamo fare, se vogliamo affrontare l'analisi agostiniana
del tempo.
È impensabile addentrarsi ora nel dettaglio dell'argomentazione
di Agostino, e non è possibile, in questa sede, operare un confronto
con l'analisi husserliana del tempo. Vorrei invece mostrare in quale particolare
maniera un uomo come Agostino abbia meditato su un problema filosofico
come quello del tempo, istituendo un colloquio religioso immediato con
Dio. Il libro è suddiviso in tanti piccoli paragrafi sempre inframezzati
da un'invocazione a Dio, per ottenere aiuto nelle difficoltà del
pensiero. Ho già detto che la capacità di creare varianti
e di scendere nel concreto fa parte del genio peculiare di Agostino, soprattutto
nella trattazione del tempo, dove egli conclude: "No, no, non si
può concepire il futuro come essere, né pensare il passato
come essere. Sono solo gli indizi attuali del futuro che possiamo immaginare
come presenti ed essenti; solo le tracce del tempo passato (tutto ciò
che la nostra memoria conserva e che le varie forme dell'arte e dell'agire
umano ci consegnano oggi, nel presente) questo soltanto possiamo chiamare
"essere"". Che cosa sia "essere", rimane un enigma:
come può il tempo, che è presente, passato e futuro, essere
un tempo unitario, se possiamo vedere sempre solo il presente? Ciò
richiede una "distensio animi", una capacità dello spirito
di distendersi; ed è proprio questa che chiamiamo coscienza. Ecco
perché insistevo sull'espressione tedesca "Gegenwart":
in essa risuona questa apertura, questo esser in attesa di ciò
che ha da venire; warten significa aspettare; attendere ciò che
ci viene gegen (incontro): l'avvenire, appunto. In questo senso l'esperienza
del tempo si produce solo sullo sfondo di quel pensiero figurato, di cui
abbiamo conoscenza empirica. Tutti sanno, ovviamente, che cosa sia la
speranza. E se un pensatore attuale come Ernst Bloch ha dato tanto rilievo
al principio della speranza, lo ha fatto a ragion veduta. È proprio
nell'aver speranza che consiste la coscienza umana e la certezza della
vita. Per questo ritengo che il pessimista manchi un poco di onestà:
egli non potrebbe affatto essere, se fosse privo di speranza. Non mi è possibile esporre nel dettaglio l'intera riflessione filosofica di Agostino. Non campeggia solo la domanda sul tempo. C'è anche un'altra questione (che si prospetta per chiunque conosca l'epoca cristiana e le esigenze di pensiero che essa avanza): la dottrina della Trinità di Dio. Viaggiando nel Vicino Oriente capita spesso di sentir raccontare come i Turchi si prendano gioco di noi, chiamandoci "tre dèi". Essi trovano infatti estremamente ridicolo che non si pensi a un unico Dio, come fanno gli Islamici (riconoscendo in Gesù, come è noto, soltanto uno dei grandi profeti della Divina Provvidenza). Non voglio deridere a mia volta questa canzonatura; mi limito a ricavarne il senso di un'autentica sfida. In effetti, bisogna dire che nessuno è in grado di cogliere intellettualmente la Trinità di Dio (Padre, Gesù Cristo, e Spirito Santo) così come è esposta nella dottrina della Chiesa. Essa rimane un vero mistero. E il compito più alto per il pensiero di ciascuno di noi è quello di fare spiritualmente i conti con questo annuncio. Il fatto è che proprio l'incarnazione, e la morte di Cristo sulla croce rappresentano la chiave di volta della religione cristiana: la morte entra a far parte del divino, viene pensata e creduta al suo interno. Dio non è soltanto l'eternità: è un'eternità che implica anche l'incarnazione divina. Senza alcun dubbio è questa l'anima del cristianesimo e tutti noi, sia quando possediamo la forza della fede, sia quando ci rimanga solo la nostalgia della fede, ci troviamo a tentare di pensare questo mistero: l'unità del divino e dell'umano. Vorrei però ricordare che Agostino ha scritto ben 15 libri sulla Trinità - il De Trinitate, che sono il suo capolavoro. Le Confessioni sono senza dubbio l'opera più famosa della letteratura mondiale (ne sono certo!), ma per i filosofi questi 15 libri sulla Trinità costituiscono il centro del suo pensiero. Come mai? Com'è possibile? Su questo punto occorre senz'altro essere chiari: il cristianesimo non sarebbe quello che è, se fosse una dottrina che si può insegnare, se l'esigenza della fede non fosse vissuta appunto come fede, come un dono. In realtà è proprio così: per il cristiano la fede in Gesù Cristo è un dono, è qualcosa che Dio gli destina e che si può solo accettare. Che cosa può fare allora il filosofo? Come deve comportarsi il pensiero filosofico di fronte al segreto della Trinità? Può appunto leggere Agostino, scoprendo che anche Hegel avrebbe fatto bene a studiare Agostino un po' di più C'è un misterioso processo che avviene in Dio. Il Vangelo ci dice
che Gesù di Nazareth era il Figlio di Dio. Ma che cosa significa?
Che cosa vuol dire che Cristo e il Padre sono uno solo? L'interezza del
messaggio cristiano sta proprio in questa unità, che si realizza
sulla croce, grazie alla morte di Gesù, in quanto uomo. A questo
proposito l'intelletto umano può trovare solo analogie. E il genio
di Agostino ha esposto, in quindici analisi incredibilmente valide, il
suo modo di approssimarsi a questo mistero dell'incarnazione di Dio e
dello Spirito Santo. Di questi 15 libri possiamo qui prenderne in esame
solo uno, e anch'esso solo per brevi cenni. Che cosa c'è di più
misterioso dell'incarnazione di Dio? La mia risposta è questa:
la possibilità che abbiamo, articolando i suoni della voce, di
comunicare qualcosa a qualcun altro. Anche il linguaggio è un "manifestarsi"
di qualcosa. La dottrina di Agostino non è certo scritta per la scuola. Egli
fu senza dubbio un uomo carismatico, nel senso migliore del termine, vale
a dire un uomo dotato della capacità di ascoltare gli altri e di
indicare loro la via, non solo in veste di missionario cristiano, bensì
anche al di fuori della sua attività pastorale. Agostino fu sicuramente
un pensatore che brillava di immensa luminosità spirituale, e sapeva
comunicarla, senza tuttavia concepire se stesso come un individuo speciale.
Nelle Confessioni ci appare sempre pervaso di gratitudine per il fatto
che Dio, perdonandogli i suoi numerosi errori, i molti peccati e le tante
colpe, lo abbia infine accolto nella sua Grazia, concedendogli la fede
e la fiducia in Dio. Detto questo, ci si può immaginare quanti
rimaneggiamenti abbia subìto la figura di Agostino, per sostenere
l'edificio dottrinale della Chiesa cristiana nel corso di tutto il Medioevo.
Egli rappresenta un filone, un aspetto del platonismo di stampo cristiano,
che nasce con Agostino, ma che non ha veramente improntato la dottrina,
la dogmatica della Chiesa cristiana nelle sue fondamenta. Per questo era
necessario un altro sostegno, che fu reperito in Aristotele, come sappiamo.
Il merito principale spetta però all'aristotelismo, che ha i suoi
primi divulgatori nei pensatori arabi, e ha affermato la propria influenza
verso la metà del Medioevo, grazie a Tommaso d'Aquino e alla traduzione
dell'Aristotele greco da lui promossa, in base alla quale egli discusse
l'intero universo spirituale di Aristotele con magistrale chiarezza. In
tal senso la mia trattazione salterà interi secoli di pensiero
dottrinale della Chiesa cristiana, per toccare però con Tommaso
un punto culminante, anche se non rappresenta certo l'ultima parola della
dogmatica cristiana. Ritengo infatti necessario rilevare che anche Tommaso
non fu così dogmatico come lo è la dogmatica ecclesiastica:
nessuno è in grado di soddisfare le imponenti esigenze di un'istituzione
come la Chiesa cristiana in una forma sovratemporale. Anche la Sacra Scrittura,
anche il Nuovo Testamento richiede perciò un'ermeneutica, un'arte
capace di farlo parlare nuovamente, e in questo senso Agostino rimarrà
imprescindibile per studiare le vette del Medioevo e cogliere quei germi
che poi, nel Rinascimento, alimenteranno una nuova stagione della filosofia
e delle scienze, facendole maturare in tutti i Paesi europei. Copyright - Rai Educational |