Il cammino della filosofia

Hans-Georg Gadamer

Cusano


Abbiamo assodato che l' "oscuro Medioevo" è un tema assai poco trattato nella storia della filosofia. La supremazia del Tomismo, grazie al suo legame con la dottrina della Chiesa, è rimasta incontrastata in età moderna, ma la ricerca storiografica, proprio per questo motivo, si è occupata molto poco di quest'epoca. Si può allora capire perché l'affermarsi della coscienza storica e della scienza storico-critica nel 19º e nel 20º secolo abbia comportato una presa di distanza dalla dogmatica del Tomismo. Che le cose stiano proprio così, che cioè quest'epoca sia stata in sostanza svalutata nel dialogo che la filosofia intrattiene con la propria tradizione, nel senso che l'età medioevale non vi è mai stata coinvolta, risulta con particolare chiarezza dal tema al quale ci dedicheremo oggi: esso riguarda il grande pensatore dell'incipiente Rinascimento, il dotto maestro della Chiesa [Nikolaus de Kues], Nicola Cusano - un uomo proveniente da una cittadina della Mosella, e che, come molte personalità di talento in quegli anni, già da giovanissimo era giunto al successo, in particolare nel contesto ecclesiastico che l'epoca gli offriva.

 

UN RIFORMATORE PRIMA DELLA RIFORMA

In un certo senso, egli fu uno dei primi riformatori prima della stessa Riforma. Il suo ingegno eccezionale si manifestò così precocemente, che venne accolto ben presto al servizio del papa e del Vaticano, ai quali chiese, ottenendoli, ingenti e congrui compensi. Cusano venne subito impiegato in viaggi diplomatici a Costantinopoli - a Bisanzio - e gli vennero affidati molti altri incarichi; prima di tutto, però, egli fu impegnato in grandi missioni pastorali, attraverso le quali doveva mettere fine agli abusi commessi dalla Chiesa in Germania e in Olanda. In questo senso lo si può considerare una figura parallela a quella di Lutero, con la differenza che, mentre quest'ultimo, con le sue idee di purificazione, non poté alla fine evitare la rottura con la Chiesa, Cusano restò per tutta la vita un eminente ecclesiastico, diventando infine vescovo di Bressanone - un presule per la verità poco potente, in confronto ai signori feudali di quel tempo. Ma questi sono solo dati biografici, che qui hanno poco rilievo, anche perché l'importanza di Cusano per la storia della filosofia ha avuto un tardo riconoscimento.
Fu solo verso la metà del 19º secolo che Cusano fu improvvisamente preso in considerazione nel dibattito sulla tradizione - il che è piuttosto strano, come vedremo approfondendo lo straordinario significato dei suoi contributi filosofici. Innanzitutto è necessario farsi un'idea dell'epoca in cui visse. Abbiamo già parlato del Tomismo duecentesco. Ora, nel Quattrocento, incontriamo questa nuova figura eccellente all'interno del movimento culturale e religioso dell'epoca, Nicola da Cusa, un pensatore che brilla di luce propria.…

 

TRADIZIONE ECCLESIASTICA E UMANESIMO

Ricordo molto chiaramente il primo incontro con Cusano, al quale si è cominciato a guardare con attenzione, come dicevo, solo a metà dell'Ottocento (in seguito ci si è in qualche modo occupati di lui in quella concezione storico-filosofica che si è formata nel Neoidealimo tedesco, cioè nel Neokantismo e nel Neohegelismo).… Nel frattempo è stata pubblicata una pregevole edizione dei suoi scritti. Io stesso, quando venni chiamato a Heidelberg, come successore di Ernst Hoffmann, divenni il principale curatore dell'Akademieausgabe delle opere di Nicola Cusano, e naturalmente guadagnai una maggiore familiarità con la letteratura e con i manoscritti che nel frattempo erano venuti alla luce.
Che cosa possiamo dire di quest'epoca, ovvero dei nuovi progressi che Cusano ha reso possibili? In una frase si potrebbe dire: egli fu sfiorato, nel bel mezzo della tradizione dogmatica della Chiesa cattolica, dal soffio dell'Umanesimo. Non era più, come Tommaso, un giovane e assai zelante maestro di filosofia. Era piuttosto, al tempo stesso, uomo di mondo e principe ecclesiastico, e nel suo lavoro politico per conto della Chiesa si fece tanti nemici quanti ammiratori.… Come sia stato possibile che un uomo con questa estenuante attività (che lo condusse, da legato papale, in tutti i vari conventi, chiese e diocesi d'Europa) abbia potuto lasciare una tale opera filosofica, resta un mistero, una testimonianza di un nuovo, prodigioso ingegno letterario. Il numero di pagine che egli ha scritto può essere benissimo paragonato a quello delle opere di Avicenna o di Tommaso d'Aquino. Ma la densità dell'argomentazione filosofica si accompagnava, nel caso di quest'uomo, al grande genio poetico-letterario del modello cui si ispirava: Platone.
In altri termini, all'interno della dottrina ecclesiastica ufficiale e dominante, che guardava ad Aristotele (e che nel 15º e 16º secolo cominciò a elaborare le potenzialità sistematiche maturate nella Controriforma) Cusano rappresentava lo scrittore geniale, che esprimeva le proprie opinioni teologiche e filosofiche in forma di dialogo, o comunque con un'arte letteraria molto raffinata.



LA DOTTA IGNORANZA

L'opera che in primo luogo consentì all'idealismo tedesco di assimilare il pensiero di Cusano fu il suo primo grande libro, De docta ignorantia, una formula in cui tutti riconosciamo il risveglio della saggezza socratica; una "dotta ignoranza" che però in questi secoli dominati dal cristianesimo aveva assunto, relativamente al concetto di "ignoranza", una valenza del tutto nuova. Adesso questo termine era diventato la parola d'ordine della "teologia negativa", una dottrina della conoscenza di Dio, del divino, che si distingueva essenzialmente per la negazione di ogni possibile affermazione su Dio, nonché di tutte le possibili qualità del divino e di ogni potenziale riferimento ad esso.
Il De docta ignorantia giungeva al momento giusto nel dibattito della Scolastica intorno al problema degli universali, ovvero nella discussione sul problema se i concetti universali, di cui ci serviamo per comprendere il mondo con il linguaggio e col pensiero, siano qualcosa che noi interponiamo nella realtà (frutto insomma di una nostra creazione) o piuttosto derivino dalle cose stesse, si formino in esse. Questa alternativa trovò un superamento proprio nello spirito universale di Nicola da Cusa. Egli riuscì a produrne una dimostrazione effettiva, nella sua lingua, (così come in diverse altre lingue, ma la lingua dei dotti era innanzitutto il latino); Cusano dimostrò che, se davvero i nostri concetti sono semplici costruzioni mentali (come sosteneva il nominalismo del suo tempo), ciò non esclude affatto che la forza con la quale lo spirito umano ha realizzato le proprie immagini concettuali non possa magari coincidere con la disposizione e con l'ordine del creato voluti da Dio. Di fatto, dunque, Cusano è stato il primo a concepire una grande sintesi, secondo la quale lo spirito umano, con tutti i limiti imposti dalla sua finitezza, mantiene comunque una certa unità con lo spirito divino.



UN MEDIATORE DELLE DISPUTE MEDIOEVALI

Questo era in realtà l'immane compito riservato al cristianesimo: da una parte riconoscere le potenzialità spirituali dell'uomo nella conoscenza del mondo e della vita, e dall'altra non dimenticare la dipendenza creaturale, vale a dire il limite e la finitezza che sono propri dello spirito umano, laddove esso conosce. Se si ammettesse che con il solo pensiero ci si possa avvicinare alle verità della religione cristiana, non ci sarebbe più una religione rivelata, mediante la quale - soltanto - ci vengono date le giuste direttive per intendere la nostra vita e la nostra morte.
No, questo sarebbe un tipico esempio di ciò che nella scienza si chiama gnosi, cioè la presunzione gnostica di potersi faticosamente avvicinare alla saggezza divina mediante una progressiva elevazione dello sforzo spirituale dell'uomo. Nicola da Cusa non fu dunque uno gnostico. Egli non fu nemmeno ciò che l'Idealismo moderno volle recepire in lui, il creatore di una unità mediatrice fra spirito umano e spirito divino, e cioè, in ultima istanza, un anticipatore di quello che la nostra ricerca storiografica e la filosofia moderna trova attuato altrove, cioè in Hegel, che ravvisò nello spirito speculativo e nella sua produttività la presunta capacità di elevare la stessa verità della religione fino alle vette del concetto. In questo senso lo stesso Hegel può essere definito gnostico, e in effetti tale apparve a molti suoi contemporanei. Ma non è assolutamente questo il punto. Il problema è piuttosto quello di vedere come la prima Scolastica di stampo aristotelico, e i suoi oppositori, gli scotisti - e assieme a questi anche i nominalisti - potessero trovare un nuovo accordo con la teologia ufficiale dominante. Questo fu, appunto, il risultato che Cusano riuscì sorprendentemente a ottenere. Bisogna rendersi conto che in queste dispute del tardo Medioevo, quando tutti i teologi eruditi di diverso orientamento si combattevano con opposte argomentazioni, le profonde forze religiose del cristianesimo correvano sempre il pericolo di allontanarsi dalle dottrine ufficialmente riconosciute.
Era il periodo delle eresie, delle "miscredenze" - come si diceva a quel tempo. Uno degli esempi più noti di tali presunte dottrine eterodosse fu Meister Eckhart, il grande maestro della teologia mistica dell'epoca, che sfiorò la condanna da parte della Chiesa.

NEL SOLCO DI MEISTER ECKHART

Credo che il modo migliore per definire l'opera filosofica e umana del futuro cardinale Nicola da Cusa, sia quello di ricordare come la sua maestria spirituale sia stata in grado di respingere (pur appropriandosi di alcuni motivi del pensiero di Meister Eckhart) qualsiasi sospetto di eresia. Questo è, a mio parere, un aspetto davvero sorprendente. Oggi conosciamo anche gli scritti latini di Meister Eckhart (cioè le sue imprese scientifiche in senso proprio, e non solo le sue prediche), e possiamo così riconoscere la genialità di un uomo che si è servito della spontanea lingua popolare nelle sue celebrazioni religiose, e che rappresenta per noi una fonte di modelli linguistici e intellettuali, in quanto imparò a pensare in tedesco, offrendo così un esempio che, a partire da Lutero, produrrà enormi conseguenze nel mondo protestante.
A questo punto si affaccia una domanda che desta curiosità (e spero che anche gli spettatori si incuriosiscano): che cosa può aver concepito Cusano per riuscire a mediare le grandi controversie del suo tempo? Certamente, una parte del suo successo è dovuta al fatto che egli non scriveva più nel latino ecclesiastico, bensì in una lingua già ammorbidita, per così dire, dalla ripresa della retorica ciceroniana (e anche questo ha avuto sicuramente la sua importanza). Ma l'elemento principale è la "teologia negativa", ovvero la negazione di ogni nostro sapere circa le caratteristiche e le qualità di Dio. Che poi da questa teologia si potesse produttivamente ricavare una "dotta ignoranza", è un aspetto che ha dischiuso, come si mostrerà, nuove prospettive per l'avvenire. Proprio qui si pone, ad esempio, il seguente quesito: "come si colloca Dio rispetto al mondo?". La dottrina teologica è chiara: c'è il Creatore del mondo - e c'è il mondo stesso - però, qual è il loro rapporto? Che cosa significa comprendere l'unità del creato mediante l'unità del Creatore? Sono antiche questioni platoniche, concernenti la possibilità di capire lo strano ordine dei fenomeni del mondo (e in particolare di quelli celesti) senza immaginare uno spirito che lo abbia progettato e voluto: questo era già un problema evidente nel Timeo platonico, cioè in un modello di pensiero tutt'altro che cristiano, bensì illuminato dal genio della grecità classica.


 

UNA NUOVA CONCEZIONE DELL'UNIVERSO

Ebbene, come ha risolto tutto ciò Nicola da Cusa? Due cose gli vennero in aiuto, o potremmo anche dire, al contrario: in due cose egli venne in aiuto alle tendenze della nuova epoca; la prima è questa: imparò a pensare l'universo in maniera nuova. Se, infatti, Dio è un'infinità che tutto abbraccia, allora non ha più senso parlare di un universo il cui centro sia fissato in qualche luogo. L'intero universo, che è derivato dall'universalità di Dio, è infinito. Perciò Cusano, ancora prima di Copernico (anticipando cioè la grande svolta copernicana, grazie alla quale la Terra non sarà più considerata il centro dell'universo) ha insegnato che in un universo infinito non esiste alcun centro. Il centro è ovunque, perché Dio è ovunque. Come hanno mostrato le ricerche degli studiosi negli ultimi cento anni, di fatto questa scoperta prelude all'ardita tesi cosmologica del sistema eliocentrico, formulata dal canonico di Torun, Copernico, secondo cui il sole è l'astro centrale, intorno al quale ruotano la Terra e tutti gli altri pianeti.
Questo fu un primo risultato, cui pervenne Cusano. Ad esso si connetteva, poi, un antico problema platonico: come conciliare l'ordine ideale degli eventi celesti con l'innegabile disordine degli accadimenti terreni? Rispetto a questa domanda, come è noto, il platonismo si è mosso prevalentemente in una medesima direzione: la via verso la verità e il divino consiste nell'abbandono di queste nostre realtà concrete, nelle quali il male e il bene, il maligno e l'errore (intrecciati variamente e alternativamente fra loro) determinano tutto ciò che accade. Nicola da Cusa, con la sua peculiare concezione dello spirito umano, ha spiegato proprio questo: l'intelligenza umana può avere conoscenze soltanto presunte, frutto di congetture.

 


LE CONOSCENZE COME CONGETTURE

Accanto alla sua prima opera, De docta ignorantia, (l'insipienza che concerne il nostro sapere intorno al divino), Cusano scrisse un altro libro, De coniecturis ("Sulle congetture") dove ha mostrato al tempo stesso che lo spirito umano non può penetrare nella realtà concreta con la pretesa di raggiungere un sapere compiuto e sicuro, e che tuttavia è opportuno, nella misura in cui le forze umane lo consentano, sapersi orientare in tale realtà. In questo modo egli divenne il pioniere di un nuovo modo di concepire la "misurazione". Egli meditò a lungo sui concetti di misura e di peso delle cose, rendendosi pienamente conto della relatività e della parzialità delle misurazioni. Questo risultato si inseriva peraltro nello spirito del tempo, anche se in lui aveva una funzione religiosa e teologico-filosofica, e non era in alcun modo in contraddizione con il dato di fatto che le nostre forze spirituali sono capaci (evolvendo in maniera analoga allo spirito del Creatore infinito) di mettere insieme le proprie conoscenze. Abbiamo già visto che vi è un punto in cui Nominalismo e Realismo hanno qualcosa in comune. Il Nominalismo è la fiducia nella capacità dello spirito umano di pensare le forme, di formulare idee e principi in guisa di concetti, (genere, specie e così via), intesi complessivamente come una produzione della nostra conoscenza, sapendo, d'altro canto, che la natura riceve questo suo assetto dalla Creazione divina, la quale si manifesta proprio in questo ordine. In altre parole: qui è all'opera uno spiritualismo comune ad entrambe le dottrine, che nella natura umana è limitato e nella natura divina è infinito; ma entrambe le posizioni, pur nella controversia, possono essere concordi nel riconoscere che è la realtà ciò che lo spirito umano deve cercare, basandosi solo sul proprio "essere gettato" nella finitezza. Insomma, le forme dello spirito umano e quelle della realtà si corrispondono reciprocamente, e ciò è confermato dall'intima correlazione fra spirito e spirito.

 

L'ESSERE COME POTER ESSERE

Questo aspetto ha sempre più avvinto il pensiero di Cusano nel corso della sua indagine. Egli ha scritto una serie di splendidi dialoghi, completamente nuovi, di stampo umanistico, moderni. Si tratta di conversazioni tra un erudito e un semplice profano,… nelle quali si parla della saggezza e dei limiti delle possibilità umane, calandosi in particolare nel problema di che cosa vi sia in comune tra il potere umano e quello divino. Entrambi sono poteri, entrambi possiedono evidentemente una vera universalità. C'è un suo scritto della vecchiaia… (Cusano non era molto anziano, ma la senilità è in definitiva una questione che dipende dalla durata della vita media di una certa epoca. In ogni caso, credo che avesse raggiunto i sessant'anni, quindi era comunque piuttosto attempato). Un giorno (come lui stesso riferisce) gli accade di incontrare un suo giovane allievo (nel frattempo diventato prete); lo saluta felicitandosi di ritrovarlo, e comincia a dialogare con lui, promettendogli, nel caso abbia domande da porgli, di approfondirle molto volentieri. Egli ha riferito di questo incontro in uno scritto intitolato De apice theoriae, cioè sulla cima più alta che il nostro pensiero possa raggiungere. Qual è la cosa più universale che possiamo sapere? La risposta è: il posse, il potere; una risposta che suona strana, di primo acchito. Secondo me, qui si capisce immediatamente perché noi, nel ventesimo secolo, ci siamo interessati con tanta passione proprio di Cusano; e perché proprio sulle sue opere sia stato svolto un notevole lavoro di chiarimento e di interpretazione, non soltanto negli ambienti vicini alla Chiesa cattolica.
Questa è davvero un'idea molto ardita e lungimirante: la vera essenza dell'essere e dello spirito si esaurisce nel grande ambito del possibile. "Posse" è il termine latino per indicare "ciò che è possibile"; vale a dire: ciò che possiamo pensare è, già per questo, spirito. La sua intenzione era far vedere che il vero essere possiede sempre, in se stesso, la dimensione dell'accadere: un insegnamento che Cusano ereditò da Sant'Agostino …riprese da Sant'Agostino…, di cui fu devoto ammiratore.

 

LA COMPRENSIONE DELLA TRINITÀ

Voglio fare qualche esempio di ciò che egli ha mostrato: che cos'è la Trinità, quella dottrina fondamentale del cristianesimo che né il pensiero concettuale né l'intelletto naturale possono comprendere effettivamente? Ancora oggi, voglio ricordarlo, questa dottrina rappresenta per l'Islam il maggiore ostacolo a un possibile dialogo fra le religioni: che cioè i cristiani debbano avere tre dèi: Dio, Cristo e lo Spirito Santo. Come è possibile capacitarsi di ciò? Agostino ha scritto, su quest'argomento, 15 libri profondissimi, nei quali sostiene la tesi che lo spirito umano non può capire interamente questo dogma. Ma ci sono innumerevoli esempi che consentono di cogliere comunque alcuni aspetti di questo grande mistero, per esempio il rapporto tra Padre, Figlio e Spirito. Pensiamo a questa relazione nella sua forma terrena: un padre ha un figlio, e in quest'ultimo si risveglia lentamente la "maturità spirituale". Questo è solo un esempio; ma in quei 15 libri ve ne sono numerosi altri, in cui Agostino ha esposto argomentazioni geniali. Egli ha parlato anche del "Verbo" che incarna tale mediazione: Dio è il Verbo. Egli è, per così dire, già sempre presente, nella parola (appunto) che poi, a sua volta, viene accolta nell'anima umana. Così, di nuovo riusciamo ad afferrare l'unità dei tre, il miracolo della Trinità. Lo stesso Cusano, che è un maestro dell'educazione al pensiero, ha dato vita a una grande molteplicità di esempi in tal senso. Uno che ci sorprende è questo: "Che cos'è propriamente un corpo?". Al corpo appartiene, in primo luogo, una determinata lunghezza, e poi, anche, un'estensione nella superficie, e infine una certa misura in profondità. Nessuna di tali dimensioni esiste per sé. La realtà è l'unità di queste tre dimensioni: ecco la Trinità …la Trinitas…. In maniera analoga egli ha descritto anche il significato della dottrina cristiana, il rapporto tra uomo e Dio e la promessa di redenzione insita nel messaggio cristiano, e lo ha dimostrato nella maniera più incisiva. Lo stesso vale per i numeri. I numeri sono di volta in volta l'insieme di molte unità. Naturalmente il concetto di numero è la nozione greca di quantità numerica. L'uno non è ancora un numero, ma è solo, per così dire, qualcosa che viene contato: quante unità costituiscono un "due" o un "tre" o un "dieci", eccetera? Il dieci è un numero a sé, ma è anche l'insieme di molte singole unità. Questo è ugualmente un esempio tangibile del modo in cui, nella vita umana e nell'esperienza spirituale, si verifica sempre una sorta di preparazione per la comprensione del più grande e misterioso messaggio del cristianesimo. Ecco, si può dire che il "posse" è il vero e proprio universale che ha messo fine alla disputa sugli universali.

 

L'ONNIPRESENZA DELLO SPIRITO DIVINO

Questo - diremmo oggi, lo avevamo già intuito tutti! Lo ha presagito Hegel nella sua cognizione della processualità dello spirito. Lo ha percepito, in epoca contemporanea, Whitehead, quando cercava il movimento nello stesso essere. Lo ha intuito Heidegger, non da ultimo laddove ha interpretato l'essere a partire dalla sua valenza verbale. L'essere non è la mera presenza del già presente, ma è il "rivelarsi dell'essere", che ha sempre in sé un carattere di processualità.
Si può cogliere quindi chiaramente una sorta di spiritualismo, nel senso che l'infinitezza con cui l'umano può pensare se stesso è concepita in una sorta di parallelismo con lo spirito divino. Ma non è tutto qui, no! Dietro tutto ciò si nasconde una più profonda universalità, quella del "posse", cioè dell'unità del molteplice, che si esprime nella coappartenenza. Non c'è contraddizione fra uno e molteplice: qui traspare la tendenza platonica a una suprema unità, di cui anche Plotino ci parla, confessando di aver provato solo un paio di volte nella sua vita l'esperienza di essere totalmente assorbito nell'unità dell'essere divino. Questa possibilità dell'unità in Dio va dunque pensata insieme con il molteplice, che consta di molte unità a sé stanti, come nel caso del numero, e (in effetti) come accade in tutte le forme di ordine all'interno della nostra realtà; anche in esse, infatti, ci viene incontro l'unità. Non si può pertanto parlare di panteismo: è la presenza del Dio creatore a rivelarsi in questa molteplicità. Si può dunque intuire come Cusano, con la potenza del proprio pensiero, potesse realmente scagionare e legittimare un personaggio come Meister Eckhart. Non è panteismo affermare che Dio è in tutto. Egli rimane comunque Dio, il Creatore di tutto. Si può vedere, a questo punto, come la forza speculativa di Cusano si sia rivelata in un'epoca che non era ancora matura per certi contenuti. Fu solo grazie all'ardente eloquenza di Giordano Bruno che le idee di Cusano (inasprite peraltro da un senso polemico contro il clero), penetrarono nella storia della filosofia, dove il concetto di una presenza infinita del divino è stato interpretato nell'ottica di un panteismo anticlericale.

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