Il cammino della filosofia

Hans-Georg Gadamer

Bruno e Galilei

 

Il periodo di tempo poco conosciuto, che abbiamo cercato di illustrare negli ultimi incontri, presenta molteplici aspetti. Esso ricopre vari secoli. Parlando del distacco da Tommaso, dalla funzione dominante di Tommaso d'Aquino all'interno della dottrina cattolica (nell'epoca medievale, ma soprattutto nell'età moderna e contemporanea) avevamo iniziato a trattare di un grande pensatore, la cui effettiva scoperta risale solo agli ultimi cent'anni: [Nikolaus de Kues], il celebre Nicola Cusano. Come abbiamo visto, questa figura si colloca al di sopra delle grandi controversie scolastiche. Il suo profondo insegnamento, che rimanda ad uno sfondo comune tra l'uomo e Dio, tra spirito e spirito, si raccoglie intorno al concetto di "potere" o di potenzialità, termini con cui traduciamo il latino "posse", che rimanda sempre al "possibile"… al "possibile"…, cioè all'universo delle possibilità illimitate.

 

 

NEL SOLCO DI CUSANO

Giordano BrunoOggi ci accosteremo (compiendo ancora un salto di un secolo e mezzo) a un altro pensatore, che si è richiamato con particolare entusiasmo al modello del cardinale Nicola da Cusa. È davvero degno di nota che Giordano Bruno parli di lui con la massima ammirazione, pur affermando che "l'abito talare ne aveva occultato lo spirito" (sono parole sue).
Di fatto Giordano Bruno è stato molto apprezzato dalla storiografia filosofica moderna, anche se in una prospettiva molto parziale, cioè come il grande martire dell'Inquisizione, come l'eloquente e geniale scrittore che ha trasformato il nuovo sentimento della vita (affermatosi nel Rinascimento e agli inizi dell'epoca delle scienze) in un atteggiamento critico nei confronti della tradizione, sempre però nell'intento di rimanere nell'ambito della grande istituzione salvifica della Chiesa. Intanto, però, la situazione si era fatta molto più pericolosa: la parola "Inquisizione", ci dice infatti che era già in atto la Controriforma.
Il compito che egli si assunse fu quello di portare avanti quelle idee ardite e pericolose (che Cusano aveva ancora potuto sostenere indisturbato e con la benedizione della Chiesa) in un momento nel quale Galilei aveva già iniziato, con le sue indagini, a difendere l'immagine copernicana del mondo sulla base di precise argomentazioni.
L'argomento cui vogliamo dedicare la nostra attenzione non è dunque la ricezione filosofica delle idee di Cusano in Giordano Bruno; il nostro compito è piuttosto quello di esaminare come, in quest'epoca, si siano formate le nuove scienze, e come queste abbiano cercato di confrontarsi con la Chiesa. Ovviamente, Galilei non si è comportato da martire, non era certo assetato di martirio, e fece anzi, sempre, le necessarie concessioni di fronte alle autorità ecclesiastiche, anche se con la dovuta cautela, e senza mai tradire le proprie convizioni scientifiche. Ma, come vedremo, il suo caso è totalmente diverso.
Che cosa sappiamo dunque di Giordano Bruno, questo domenicano che ha fatto il suo ingresso nel teatro della storia universale con incredibile ingegno retorico e letterario, e che, dopo aver redatto una serie di eccellenti scritti divulgativi entrò in conflitto con la Chiesa? Non voglio raccontare la vicenda di questo martirio, che è stato fin troppo descritto e celebrato dalla storia della filosofia negli anni del moderno liberalismo secolarizzato, nella seconda metà dell'Ottocento. Ai miei occhi Giordano Bruno è stato, sì, un grande scrittore, ma non mi sembra essere un degno continuatore di quella tradizione intellettuale che da Tommaso e Duns Scoto, attraverso Cusano e i maestri della Controriforma, come Suarez,… conduce fino a Cartesio. Vorrei quindi descrivere molto brevemente come sono state recepite le nuove idee di Cusano, secondo le quali vi è una sorta di universalità del divino (di Dio), che conferisce anche all'universo gli stessi predicati di infinitezza che sono propri della divinità.

 

IL SISTEMA ELIOCENTRICO DI COPERNICO

La medesima istanza - con la quale Cusano cercava di conciliare il nuovo interesse per il mondo, dimostrato dal primo Umanesimo, con la tradizione dottrinale dogmatica della Chiesa - aveva già ricevuto, nel caso di Giordano Bruno, un accento completamente differente. Era passato mezzo secolo da quando Copernico, onesto e prudente scienziato e canonico ecclesiastico, aveva portato a compimento con successo il rivolgimento dell'immagine astronomica del mondo che era stata dominante fino ad allora.
Il passaggio al sistema eliocentrico consisteva, come è noto, nel superamento di tutte le innumerevoli difficoltà derivanti dalla descrizione del moto dei pianeti offerta dal modello astronomico tolemaico, nella tarda antichità. Risultava molto difficile continuare a sostenere tale immagine del mondo, fondata sull'idea che le stelle siano fatte di una sostanza differente rispetto alle cose terrestri, e siano cioè costituite di una materia speciale, l'etere, che ha la peculiare caratteristica di compiere solo movimenti circolari. Di conseguenza, il calcolo dei moti planetari presentava già nell'antichità notevoli complicazioni, e la situazione peggiorò ulteriormente con le nuove opportunità di osservazione dei fenomeni (pensiamo a Tycho Brahe). Effettivamente, però, il capovolgimento di metodo, che consiste nel pensare il sole come il centro vero e proprio, a partire dal quale si potevano spiegare gli altri movimenti celesti, conduceva a una evidente semplificazione.
L'unica sfortuna era l'inconciliabilità di questa dottrina con l'esperienza naturale che tutti facciamo, nonché con la tradizione biblica dell'Antico Testamento, con il racconto della Creazione, e così via. L'ipotesi eliocentrica contrastava con l'ingenua evidenza del fatto che, ovviamente, noi siamo fermi, qui sulla Terra, e sono gli astri lassù a sorgere e tramontare; noi ci troviamo, per così dire, al centro, rispetto a tutti questi eventi. È chiaro. Questo era quanto appariva naturale a tutta l'umanità, in tutte le regioni del pianeta: la Terra era vista come l'immobile fondamento dell'essere.

 

IL FONDAMENTO DI UN'IPOTESI

In questo senso, dunque, la Chiesa cristiana (e non soltanto essa) avrebbe dovuto imparare a cambiare il proprio modello del mondo, se avesse accettato la nuova immagine dell'universo, perché più corretta rispetto alla precedente. È proprio per questo motivo che i buoni amici del canonico di Torun, Niccolò Copernico, hanno tentato di intendere la sua nuova teoria come una pura e semplice "descrizione". Osiander, a Norimberga, il portavoce di questo gruppo di sostenitori, lo ha sottolineato in maniera persino commovente: "Non si vuole affatto affermare che il sistema solare abbia realmente il sole come centro! Si dice solo che, alla luce di tale modello, possiamo meglio descriverlo, ma questa ipotesi non ha naturalmente alcuna pretesa di verità. Essa è, come tutte le ipotesi" - questa era l'argomentazione - "un'invenzione matematica". È vero: non si dovrebbe mai dimenticare che il concetto di "ipotesi", quale è stato assunto poi dalla retorica, nasce proprio nella matematica, in seno al sistema euclideo della geometria.
Non deve quindi sorprendere che la dottrina di Copernico venisse tollerata come un'operazione meccanica, come un ausilio per valutare e descrivere i fenomeni celesti. Ma quando gli stessi risultati di Copernico furono raggiunti da Galilei, quasi contemporaneamente al tedesco Keplero, tutto ciò rimise in discussione quell'indebolimento della teoria copernicana e del suo significato. Keplero apriva uno dei suoi primi scritti con un saggio sul concetto di ipotesi, evidenziando come quest'ultima non sia soltanto una forma di dimostrazione matematica, ma abbia una pretesa di realtà, vincolata alla sua conferma o smentita da parte dell'esperienza. Da quel momento in poi la scienza conobbe uno scarto. Nacque in tal modo un concetto, che fu adoperato per la prima volta nella lingua tedesca, quello di "scienze empiriche".
All'orecchio degli umanisti un simile concetto di "scienze dell'esperienza" avrebbe suonato come "ferro ligneo": o l'esperienza o la scienza! Questa è l'alternativa alla luce della quale i Greci e i Romani - e con loro tutto il Medioevo - hanno inteso la nozione di scienza. Tutto deve essere dimostrabile su fondamenti razionali, e noi sappiamo che solo con Kant si è riconosciuta la giusta parzialità di questo fondamento apriori della ragione nel trionfo delle scienze empiriche.

 

LA MATERIA DI TUTTE LE FORME

Abbiamo inquadrato, così, il momento storico in cui un predicatore ardente e visionario quale fu Giordano Bruno (domenicano di formazione, ma uscito poi dall'Ordine) tentò di descrivere l'infinità dell'universo, difendendo con veemenza quel concetto di comunanza nella molteplicità dell'essere, che è implicito nel posse, nel poter essere, di Cusano. Afferma Bruno: "A ben vedere, il fondamento è la materia, che accoglie e respinge le forme. Essa è per così dire l'Uno, ciò che unifica tutta la realtà". In qualche misura si poteva dare credibilità a questa teoria (e Giordano Bruno lo fece) ricorrendo ancora una volta a mezzi aristotelici, e ricordando che non esiste solo la materia intesa nel senso degli elementi terrestri (che sono appunto materiali), bensì anche una sorta di "materia intellettuale", quella che la tradizione chiama ìle noetè, vale a dire il fatto che le figure geometriche occupano anch'esse una sorta di spazio, tale per cui in ogni dimostrazione matematica sia implicito, ad esempio, che un triangolo possa essere congruente a un altro triangolo; il che infatti è uno dei principi basilari della geometria euclidea (la nozione, cioè, di congruenza).
Ma tutto ciò presuppone l'esistenza di un elemento comune, ravvisato appunto in tale "estensione", nella quale le diverse figure geometriche si rapportano le une alle altre, allo stesso modo dei numeri. Insomma: si poté sostenere, in prima istanza, che la materia è, in primo luogo e in un certo senso, ciò che supporta tutte le forme, e quindi ciò che tutto riunifica, affermando che questo vale anche in una sfera spirituale come quella dei numeri e dei triangoli, delle idee e del divino. Ecco dunque il modo peculiare in cui Giordano Bruno collegava tra loro, in una sorta di gerarchia, le forze unificatrici che agiscono nel creato e nel Creatore. Non voglio qui discutere nel dettaglio le accortezze che lo stesso Giordano Bruno adottò, nelle sue pubblicazioni letterarie, per evitare il conflitto con la Chiesa, assicurando: "No, no, è solo per la mia coscienza che devo considerare certe possibilità, ma naturalmente vale anche per me il vincolo che ci lega alle dottrine della Chiesa. Noi dobbiamo solo supporre, ipoteticamente, un diverso metodo con cui guardare alle cose, per poter giudicare correttamente la nostra razionalità".


IL MUTAMENTO DI PARADIGMI


Come è noto, tutto ciò ha subìto una radicale trasformazione con Galilei, soprattutto attraverso uno dei suoi libri (per non parlare dei grandi meriti che egli ebbe nella fondazione della meccanica in quanto tale, dove le sue scoperte furono appannaggio solo di una limitata cerchia di intellettuali nel ristretto mondo culturale di quell'epoca). Galilei pubblicò, nel corso del 17º secolo (credo che fosse il 1632), uno scritto che, nello stile, assomigliava molto a quelli di Giordano Bruno, il quale alcuni decenni prima era stato messo al rogo per l'ostinazione con cui aveva rifiutato di ritrattare le proprie dottrine. Il testo in questione è il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo; uno scritto che purtroppo continua a non essere sfruttato adeguatamente nell'educazione accademica e nell'insegnamento superiore. Non saprei citare nessun altro libro che sia in grado, come quest'opera, di far capire realmente agli adolescenti e ai giovani l'essenza della scienza moderna. Qui non c'è niente da memorizzare, come spesso accade per la matematica, che gli studenti, invece di capire, imparano, appunto, a memoria; in questo scritto, invece, si è coinvolti direttamente dall'argomentazione che Galilei espone in forma dialogica. Qual è l'assoluta novità di questa nozione di scienza? Adesso molti conoscono (grazie alla sua grande popolarità) la dottrina di Thomas Kuhn sul "mutamento di paradigmi", che nel corso della storia delle discipline scientifiche ha sottolineato per la prima volta l'importanza di questa nozione.
Non c'è soltanto un semplice progresso lineare che va dagli errori alle rettifiche e alle nuove conoscenze; in tutte le conquiste della scienza, coesistono sempre fattori ritardanti ed elementi di progresso: ciò che Thomas Kuhn ha definito appunto "paradigmi". Il "paradigma" cambia, e allora improvvisamente anche lo stato della ricerca sperimentale imbocca una nuova direzione. È singolare che questo scienziato moderno, intelligente e importante, si sia imbattuto in questa dottrina, perché affascinato dalla Fisica di Aristotele. Aristotele è stato certamente un grande pensatore, con la sua concezione teleologica del mondo, secondo cui tutto è dominato dalla finalità dell'"ordine" verso cui ciascuna cosa aspira: il fuoco va verso l'alto perché tende a unirsi col fuoco del mondo celeste; la pietra cade verso il basso perché si sente a casa propria nel grembo materno della Terra. È un'immagine del mondo che a tutta prima può apparirci infantile, ma che nella sua ingenuità è anche toccante e in un certo senso accettabile, perché in realtà è così che si articola l'esperienza umana del mondo.

 

LA CONCEZIONE ARISTOTELICA DEL MONDO

Nel nostro agire, siamo sempre attratti dai luoghi in cui ci sentiamo a nostro agio, e rifuggiamo invece da quelli che ci sembrano estranei e poco accoglienti. Nonostante ciò si pone comunque un problema: pur riconoscendo decisamente i meriti di Thomas Kuhn, si dà il caso che, con rispetto parlando, egli abbia sbagliato a considerare la fisica aristotelica come un paradigma della scienza. Quella aristotelica non è "scienza" nello stesso senso in cui, nella storia delle discipline moderne, si sono verificati tutti i grandi mutamenti di "paradigma"; lo stesso vale anche per le scienze più recenti, a proposito delle quali si sente vagamente affermare, che anche l'interpretazione della fisica quantistica della scuola di Copenhagen non rappresenta probabilmente l'ultima parola in merito, e che, forse, i metodi statistici non ci offrono solo uno strumento per descrivere i risultati della ricerca, ma stanno a indicare una sorta di casualità degli eventi stessi. Tutto questo può essere vero; vi sono cambiamenti di "paradigma" da Newton alla teoria quantistica, e forse ve ne saranno ancora dalla fisica dei quanti a un futuro che non è ancora il nostro.
La fisica di Aristotele era, a suo modo, una grandiosa visione del cosmo, una possibile concezione univoca di esso. Il mondo sublunare, con i suoi gradi di libertà e i suoi disordini, veniva nettamente differenziato dal resto dell'universo, in cui si verificavano fenomeni estremamente inquietanti come il passaggio delle comete, o le eclissi solari e lunari; queste ultime, erano state già registrate da molto tempo (fin dalla tarda antichità) come eventi dotati di una cadenza regolare. Come ci è noto, già i Greci avevano ricevuto in eredità queste conoscenze dai Babilonesi. Inoltre, in quasi tutte le regioni della Terra, in cui rimane traccia di presenza umana, sono testimoniate specole per l'osservazione delle stelle, in quanto la regolarità dei moti del firmamento era considerata una garanzia per la propria vita e per la sopravvivenza. Ma non è questo il punto a partire dal quale possiamo conciliare il concetto di scienza con quello di esperienza, come fece appunto la scienza moderna.

 

IL METODO DELLA NUOVA SCIENZA


Quale fu l'elemento nuovo introdotto da Galilei? Vorrei spiegarlo nella maniera più chiara possibile. Prendiamo uno degli esempi più famosi: le leggi di caduta dei gravi, ovvero della caduta libera. Sono cose che si studiano a scuola, e nessuno dimenticherà mai lo stupore provato di fronte a un certo esperimento: nel vuoto pressoché totale, creato artificialmente, una lastra di piombo e una piuma cadono all'incirca alla stessa velocità.… Galilei non aveva modo di produrre il vuoto in laboratorio: questo esperimento fu possibile solo alcuni decenni dopo la sua fondazione della meccanica. Tuttavia egli lo aveva intuito. Le sue parole erano, infatti: "mente concipio" - "è nello spirito che comprendo" - che il movimento non è probabilmente una qualità di ciò che si muove. Questo è ciò che appare a noi, all'esperienza comune, che fu anche quella di Aristotele, il quale ha redatto meravigliosi inventari di osservazioni, in parte anche errate, come quando, per esempio, illustra il moto degli animali, o la formazione delle gocce nell'atmosfera, e così via. Gli animali si muovono, strisciano, corrono, volano, nuotano, eccetera: perciò il movimento doveva essere una proprietà di un determinato essere, di un ente.
Successivamente Galilei, sulla base dei progressi della matematica del suo tempo e grazie al proprio acume intellettuale, raggiunse un livello di astrazione del tutto particolare: non è ciò che si muove a costituire il movimento; quest'ultimo è piuttosto una relazione tra tempo e spazio, come ormai tutti sappiamo.… La stessa accelerazione rappresentava ancora un problema spaventoso per quel tempo, e anche a questo proposito si era cercato di reperirne il fondamento in ciò che si muove: una pietra rallenta, infatti, quando viene lanciata verso l'alto, mentre accelera il proprio moto… quando cade dalla torre di Pisa. Si trattava di una nuova dottrina, che continuava a cercare il fondamento del moto nell'oggetto discendente. La vis impressa, - la forza applicata - questa era la spiegazione che si offriva della caduta. L'idea completamente nuova fu quella di smantellare i falsi presupposti della regolarità dei movimenti; e ciò portò alla scoperta di un nuovo ordine del mondo (come altrimenti definirlo?), senza presupporlo in un ente già dato. Si poté definire il movimento come relazione tra spazio e tempo, e da questo derivò di fatto una forma di pensiero completamente nuova. In questo modo si è venuto a creare qualcosa che non è per niente visibile: uno schema, frutto di una costruzione mentale, che trova maggiore o minore conferma quanto più ci si avvicina alla realtà, quando cioè, per dimostrare la caduta libera, si riesce a produrre il vuoto (ciò è possibile sempre solo per approssimazione, e mai, naturalmente, in maniera compiuta). Il vuoto assoluto era comunque al di sopra delle possibilità tecniche di quell'epoca.

 

LA MATEMATICA E L'ESPERIENZA

A questo punto potrei continuare a mostrare le conseguenze di tutto ciò, e vale la pena spendere una parola sulla matematica. Che cos'era la matematica per il mondo antico? La matematica veniva impiegata, utilizzata. Solo questo? Era veramente solo uno strumento? Non era anche, per così dire, realtà visibile? Prendiamo la dottrina pitagorica dei numeri, che veniva applicata alla teoria della musica. Gli intervalli musicali e i rapporti di lunghezza delle corde degli strumenti erano già noti ai Greci. La matematica si presentava ovunque come il vero scheletro della realtà. Il fatto nuovo è che essa continui a essere considerata un dominio misterioso, all'interno del quale la ragione umana, col più sottile ingegno dei suoi scienziati, rintraccia ancor oggi, nelle grandezze indeterminate, una legge numerica regolare. Tutto questo è certamente vero! Rimane un mistero anche per noi la possibilità di dimostrare che i numeri primi sono infiniti (ed in effetti le cose stanno proprio così), anche se è impossibile farsene un'immagine precisa: qui è riscontrabile ancora una conseguenza del fatto che la matematica non è soltanto un apparato che si adopera per certi scopi, bensì che essa urti, per così dire, contro la rigidità della ragione, la quale ci spiega che continueremo ripetutamente a incontrare numeri primi, seppure con intervalli sempre maggiori. Per quanto riguarda la matematica (cioè i calcoli in generale, la geometria analitica sviluppata da Cartesio, e tutti i nessi tra numero e geometria, ossia tra aritmetica e geometria) è comunque chiaro che tutto ciò assume forme sempre più complicate. C'è poi il calcolo infinitesimale, il nuovo passo avanti che è stato compiuto nello stesso tempo da Leibniz e da Newton: sono tutti progressi, nei quali l'apparato strumentale, che serviva al calcolo della realtà, si è molto raffinato, anche se propriamente non riguarda più qualcosa di reale, ma solo determinati risultati matematici. Lo si nota benissimo nella fisica moderna, dove non è più possibile cercare di istituire una connessione evidente tra i singoli processi di calcolo e i dati dell'esperienza, laddove è solo dai risultati che si può desumere se queste computazioni offrano ipotesi corrette e costruttive sulle leggi che regolano gli eventi. Anche in ciò ravvisiamo una svolta importante: nel fatto cioè che la matematica, nonostante tutto il suo autentico fascino teorico, possa essere prima di tutto uno strumento di calcolo con cui creare costruzioni intellettuali. Con questo si è già chiarito in che modo le scienze empiriche, nella loro vera essenza, abbiano reso possibile la nascita del mondo tecnico: il "posse", cioè la capacità di costruire, non è più imitazione della natura (come nella vecchia dottrina di Aristotele).
Che cosa fa l'uomo quando opera tecnicamente? Egli colma le lacune lasciate dalla natura, e, laddove possa fare qualcosa che sia appropriato ai fini dell'umanità, opera a imitazione della natura. Come è noto, in tutti i settori i progressi della tecnica si vanno allontanando dal modello originario della natura, per sviluppare infine le proprie potenzialità; la matematica dunque non è più solo uno strumento, non riflette più solo l'ordine visibile del mondo. Lo stesso accade, poi, per tutto ciò che è stato maturato in quell'epoca.

 


LA REALTÀ DI CIÒ CHE ACCADE

Non si dovrebbe mai separare la storia moderna e la storia della filosofia moderna, da quella delle scienze di questo stesso periodo (e non mi riferisco solo alla cosmologia, che venne a lungo ostacolata proprio dal conflitto con la Chiesa). Lo stesso Cartesio rinunciò a pubblicare il suo vero progetto di universo, coerente con quello di Galilei, per evitare lo scontro con la Chiesa. Persino Leibniz, e altri suoi contemporanei, devono in gran parte la loro importanza nella storia del pensiero non solo ai grandi meriti nel campo delle scienze naturali, ma anche al fatto che erano teologi. Di questo solitamente non si tiene conto quando si sente parlare di Newton e dei Philosophiae naturalis principia mathematica. Ma il numero dei volumi che egli ha scritto su temi teologici è molto maggiore di quello delle opere dedicate ai rivoluzionari progressi della fisica, come lo studio della gravitazione e la scoperta delle sue leggi (quei fenomeni misteriosi che non si potevano più spiegare con la meccanica galileiana, e per i quali si è concepita infine la "dinamica", una nuova teoria fisica dell'energia). E qui si chiude il cerchio aperto con Cusano e Giordano Bruno, ovvero con quel concetto di materia che, per così dire, sembrava tendere alle forme, formandosi da se stessa... Giordano Bruno aveva sviluppato a questo proposito un bel concetto, quello di "realitas entitiva", una nozione che richiede un orecchio latino. Qui, è chiaro, "ens" significa "qualcosa che è"; a prima vista sembra trattarsi solo di una tautologia: "realtà che è". Ma "entitiva", questa sorta di intensificazione del termine "ens" in "entitiva", indica ciò che è per così dire assetato di "realitas". Questo appare chiaramente nella forma grammaticale: la medesima struttura ricompare in Leibniz, quando parla di un "existiturire", in riferimento alla realtà, intendendo cioè l'esistenza come qualcosa che è assetato di essere. E così torniamo ancora una volta a Cusano, a quella nuova tendenza, che riconosciamo però anche negli antichi, di dimostrare che l'essere non è semplicemente oggetto, ma anche un accadere, un "evento". La filosofia moderna deve sempre mantenere un colloquio con i grandi pensatori e scienziati della nostra tradizione, per stimolare le possibilità intellettuali, e perché possa servire alla vita umana, al dominio della natura ed anche alla formazione della società.

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