Il cammino della filosofia
Hans-Georg Gadamer
Bruno e Galilei
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Il periodo di tempo poco conosciuto, che abbiamo cercato di illustrare
negli ultimi incontri, presenta molteplici aspetti. Esso ricopre vari
secoli. Parlando del distacco da Tommaso, dalla funzione dominante di
Tommaso d'Aquino all'interno della dottrina cattolica (nell'epoca medievale,
ma soprattutto nell'età moderna e contemporanea) avevamo iniziato
a trattare di un grande pensatore, la cui effettiva scoperta risale solo
agli ultimi cent'anni: [Nikolaus de Kues], il celebre Nicola Cusano. Come
abbiamo visto, questa figura si colloca al di sopra delle grandi controversie
scolastiche. Il suo profondo insegnamento, che rimanda ad uno sfondo comune
tra l'uomo e Dio, tra spirito e spirito, si raccoglie intorno al concetto
di "potere" o di potenzialità, termini con cui traduciamo
il latino "posse", che rimanda sempre al "possibile"…
al "possibile"…, cioè all'universo delle possibilità
illimitate.
NEL SOLCO DI CUSANO
Oggi
ci accosteremo (compiendo ancora un salto di un secolo e mezzo) a un altro
pensatore, che si è richiamato con particolare entusiasmo al modello
del cardinale Nicola da Cusa. È davvero degno di nota che Giordano
Bruno parli di lui con la massima ammirazione, pur affermando che "l'abito
talare ne aveva occultato lo spirito" (sono parole sue).
Di fatto Giordano Bruno è stato molto apprezzato dalla storiografia
filosofica moderna, anche se in una prospettiva molto parziale, cioè
come il grande martire dell'Inquisizione, come l'eloquente e geniale scrittore
che ha trasformato il nuovo sentimento della vita (affermatosi nel Rinascimento
e agli inizi dell'epoca delle scienze) in un atteggiamento critico nei
confronti della tradizione, sempre però nell'intento di rimanere
nell'ambito della grande istituzione salvifica della Chiesa. Intanto,
però, la situazione si era fatta molto più pericolosa: la
parola "Inquisizione", ci dice infatti che era già in
atto la Controriforma.
Il compito che egli si assunse fu quello di portare avanti quelle idee
ardite e pericolose (che Cusano aveva ancora potuto sostenere indisturbato
e con la benedizione della Chiesa) in un momento nel quale Galilei aveva
già iniziato, con le sue indagini, a difendere l'immagine copernicana
del mondo sulla base di precise argomentazioni.
L'argomento cui vogliamo dedicare la nostra attenzione non è dunque
la ricezione filosofica delle idee di Cusano in Giordano Bruno; il nostro
compito è piuttosto quello di esaminare come, in quest'epoca, si
siano formate le nuove scienze, e come queste abbiano cercato di confrontarsi
con la Chiesa. Ovviamente, Galilei non si è comportato da martire,
non era certo assetato di martirio, e fece anzi, sempre, le necessarie
concessioni di fronte alle autorità ecclesiastiche, anche se con
la dovuta cautela, e senza mai tradire le proprie convizioni scientifiche.
Ma, come vedremo, il suo caso è totalmente diverso.
Che cosa sappiamo dunque di Giordano Bruno, questo domenicano che ha fatto
il suo ingresso nel teatro della storia universale con incredibile ingegno
retorico e letterario, e che, dopo aver redatto una serie di eccellenti
scritti divulgativi entrò in conflitto con la Chiesa? Non voglio
raccontare la vicenda di questo martirio, che è stato fin troppo
descritto e celebrato dalla storia della filosofia negli anni del moderno
liberalismo secolarizzato, nella seconda metà dell'Ottocento. Ai
miei occhi Giordano Bruno è stato, sì, un grande scrittore,
ma non mi sembra essere un degno continuatore di quella tradizione intellettuale
che da Tommaso e Duns Scoto, attraverso Cusano e i maestri della Controriforma,
come Suarez,… conduce fino a Cartesio. Vorrei quindi descrivere molto
brevemente come sono state recepite le nuove idee di Cusano, secondo le
quali vi è una sorta di universalità del divino (di Dio),
che conferisce anche all'universo gli stessi predicati di infinitezza
che sono propri della divinità.
IL SISTEMA ELIOCENTRICO DI COPERNICO
La medesima istanza - con la quale Cusano cercava di conciliare il nuovo
interesse per il mondo, dimostrato dal primo Umanesimo, con la tradizione
dottrinale dogmatica della Chiesa - aveva già ricevuto, nel caso
di Giordano Bruno, un accento completamente differente. Era passato mezzo
secolo da quando Copernico, onesto e prudente scienziato e canonico ecclesiastico,
aveva portato a compimento con successo il rivolgimento dell'immagine
astronomica del mondo che era stata dominante fino ad allora.
Il passaggio al sistema eliocentrico consisteva, come è noto, nel
superamento di tutte le innumerevoli difficoltà derivanti dalla
descrizione del moto dei pianeti offerta dal modello astronomico tolemaico,
nella tarda antichità. Risultava molto difficile continuare a sostenere
tale immagine del mondo, fondata sull'idea che le stelle siano fatte di
una sostanza differente rispetto alle cose terrestri, e siano cioè
costituite di una materia speciale, l'etere, che ha la peculiare caratteristica
di compiere solo movimenti circolari. Di conseguenza, il calcolo dei moti
planetari presentava già nell'antichità notevoli complicazioni,
e la situazione peggiorò ulteriormente con le nuove opportunità
di osservazione dei fenomeni (pensiamo a Tycho Brahe). Effettivamente,
però, il capovolgimento di metodo, che consiste nel pensare il
sole come il centro vero e proprio, a partire dal quale si potevano spiegare
gli altri movimenti celesti, conduceva a una evidente semplificazione.
L'unica sfortuna era l'inconciliabilità di questa dottrina con
l'esperienza naturale che tutti facciamo, nonché con la tradizione
biblica dell'Antico Testamento, con il racconto della Creazione, e così
via. L'ipotesi eliocentrica contrastava con l'ingenua evidenza del fatto
che, ovviamente, noi siamo fermi, qui sulla Terra, e sono gli astri lassù
a sorgere e tramontare; noi ci troviamo, per così dire, al centro,
rispetto a tutti questi eventi. È chiaro. Questo era quanto appariva
naturale a tutta l'umanità, in tutte le regioni del pianeta: la
Terra era vista come l'immobile fondamento dell'essere.

IL FONDAMENTO DI UN'IPOTESI
In questo senso, dunque, la Chiesa cristiana (e non soltanto essa) avrebbe
dovuto imparare a cambiare il proprio modello del mondo, se avesse accettato
la nuova immagine dell'universo, perché più corretta rispetto
alla precedente. È proprio per questo motivo che i buoni amici
del canonico di Torun, Niccolò Copernico, hanno tentato di intendere
la sua nuova teoria come una pura e semplice "descrizione".
Osiander, a Norimberga, il portavoce di questo gruppo di sostenitori,
lo ha sottolineato in maniera persino commovente: "Non si vuole affatto
affermare che il sistema solare abbia realmente il sole come centro! Si
dice solo che, alla luce di tale modello, possiamo meglio descriverlo,
ma questa ipotesi non ha naturalmente alcuna pretesa di verità.
Essa è, come tutte le ipotesi" - questa era l'argomentazione
- "un'invenzione matematica". È vero: non si dovrebbe
mai dimenticare che il concetto di "ipotesi", quale è
stato assunto poi dalla retorica, nasce proprio nella matematica, in seno
al sistema euclideo della geometria.
Non deve quindi sorprendere che la dottrina di Copernico venisse tollerata
come un'operazione meccanica, come un ausilio per valutare e descrivere
i fenomeni celesti. Ma quando gli stessi risultati di Copernico furono
raggiunti da Galilei, quasi contemporaneamente al tedesco Keplero, tutto
ciò rimise in discussione quell'indebolimento della teoria copernicana
e del suo significato. Keplero apriva uno dei suoi primi scritti con un
saggio sul concetto di ipotesi, evidenziando come quest'ultima non sia
soltanto una forma di dimostrazione matematica, ma abbia una pretesa di
realtà, vincolata alla sua conferma o smentita da parte dell'esperienza.
Da quel momento in poi la scienza conobbe uno scarto. Nacque in tal modo
un concetto, che fu adoperato per la prima volta nella lingua tedesca,
quello di "scienze empiriche".
All'orecchio degli umanisti un simile concetto di "scienze dell'esperienza"
avrebbe suonato come "ferro ligneo": o l'esperienza o la scienza!
Questa è l'alternativa alla luce della quale i Greci e i Romani
- e con loro tutto il Medioevo - hanno inteso la nozione di scienza. Tutto
deve essere dimostrabile su fondamenti razionali, e noi sappiamo che solo
con Kant si è riconosciuta la giusta parzialità di questo
fondamento apriori della ragione nel trionfo delle scienze empiriche.

LA MATERIA DI TUTTE LE FORME
Abbiamo inquadrato, così, il momento storico in cui un predicatore
ardente e visionario quale fu Giordano Bruno (domenicano di formazione,
ma uscito poi dall'Ordine) tentò di descrivere l'infinità
dell'universo, difendendo con veemenza quel concetto di comunanza nella
molteplicità dell'essere, che è implicito nel posse,
nel poter essere, di Cusano. Afferma Bruno: "A ben vedere, il fondamento
è la materia, che accoglie e respinge le forme. Essa è per
così dire l'Uno, ciò che unifica tutta la realtà".
In qualche misura si poteva dare credibilità a questa teoria (e
Giordano Bruno lo fece) ricorrendo ancora una volta a mezzi aristotelici,
e ricordando che non esiste solo la materia intesa nel senso degli elementi
terrestri (che sono appunto materiali), bensì anche una sorta di
"materia intellettuale", quella che la tradizione chiama ìle
noetè, vale a dire il fatto che le figure geometriche occupano
anch'esse una sorta di spazio, tale per cui in ogni dimostrazione matematica
sia implicito, ad esempio, che un triangolo possa essere congruente a
un altro triangolo; il che infatti è uno dei principi basilari
della geometria euclidea (la nozione, cioè, di congruenza).
Ma tutto ciò presuppone l'esistenza di un elemento comune, ravvisato
appunto in tale "estensione", nella quale le diverse figure
geometriche si rapportano le une alle altre, allo stesso modo dei numeri.
Insomma: si poté sostenere, in prima istanza, che la materia è,
in primo luogo e in un certo senso, ciò che supporta tutte le forme,
e quindi ciò che tutto riunifica, affermando che questo vale anche
in una sfera spirituale come quella dei numeri e dei triangoli, delle
idee e del divino. Ecco dunque il modo peculiare in cui Giordano Bruno
collegava tra loro, in una sorta di gerarchia, le forze unificatrici che
agiscono nel creato e nel Creatore. Non voglio qui discutere nel dettaglio
le accortezze che lo stesso Giordano Bruno adottò, nelle sue pubblicazioni
letterarie, per evitare il conflitto con la Chiesa, assicurando: "No,
no, è solo per la mia coscienza che devo considerare certe possibilità,
ma naturalmente vale anche per me il vincolo che ci lega alle dottrine
della Chiesa. Noi dobbiamo solo supporre, ipoteticamente, un diverso metodo
con cui guardare alle cose, per poter giudicare correttamente la nostra
razionalità".

IL MUTAMENTO DI PARADIGMI
Come è noto, tutto ciò ha subìto una radicale trasformazione
con Galilei, soprattutto attraverso uno dei suoi libri (per non parlare
dei grandi meriti che egli ebbe nella fondazione della meccanica in quanto
tale, dove le sue scoperte furono appannaggio solo di una limitata cerchia
di intellettuali nel ristretto mondo culturale di quell'epoca). Galilei
pubblicò, nel corso del 17º secolo (credo che fosse il 1632),
uno scritto che, nello stile, assomigliava molto a quelli di Giordano
Bruno, il quale alcuni decenni prima era stato messo al rogo per l'ostinazione
con cui aveva rifiutato di ritrattare le proprie dottrine. Il testo in
questione è il Dialogo sopra i due massimi sistemi del
mondo; uno scritto che purtroppo continua a non essere sfruttato adeguatamente
nell'educazione accademica e nell'insegnamento superiore. Non saprei citare
nessun altro libro che sia in grado, come quest'opera, di far capire realmente
agli adolescenti e ai giovani l'essenza della scienza moderna. Qui non
c'è niente da memorizzare, come spesso accade per la matematica,
che gli studenti, invece di capire, imparano, appunto, a memoria; in questo
scritto, invece, si è coinvolti direttamente dall'argomentazione
che Galilei espone in forma dialogica. Qual è l'assoluta novità
di questa nozione di scienza? Adesso molti conoscono (grazie alla sua
grande popolarità) la dottrina di Thomas Kuhn sul "mutamento
di paradigmi", che nel corso della storia delle discipline scientifiche
ha sottolineato per la prima volta l'importanza di questa nozione.
Non c'è soltanto un semplice progresso lineare che va dagli errori
alle rettifiche e alle nuove conoscenze; in tutte le conquiste della scienza,
coesistono sempre fattori ritardanti ed elementi di progresso: ciò
che Thomas Kuhn ha definito appunto "paradigmi". Il "paradigma"
cambia, e allora improvvisamente anche lo stato della ricerca sperimentale
imbocca una nuova direzione. È singolare che questo scienziato
moderno, intelligente e importante, si sia imbattuto in questa dottrina,
perché affascinato dalla Fisica di Aristotele. Aristotele è
stato certamente un grande pensatore, con la sua concezione teleologica
del mondo, secondo cui tutto è dominato dalla finalità dell'"ordine"
verso cui ciascuna cosa aspira: il fuoco va verso l'alto perché
tende a unirsi col fuoco del mondo celeste; la pietra cade verso il basso
perché si sente a casa propria nel grembo materno della Terra.
È un'immagine del mondo che a tutta prima può apparirci
infantile, ma che nella sua ingenuità è anche toccante e
in un certo senso accettabile, perché in realtà è
così che si articola l'esperienza umana del mondo.
LA CONCEZIONE ARISTOTELICA DEL MONDO
Nel nostro agire, siamo sempre attratti dai luoghi in cui ci sentiamo
a nostro agio, e rifuggiamo invece da quelli che ci sembrano estranei
e poco accoglienti. Nonostante ciò si pone comunque un problema:
pur riconoscendo decisamente i meriti di Thomas Kuhn, si dà il
caso che, con rispetto parlando, egli abbia sbagliato a considerare la
fisica aristotelica come un paradigma della scienza. Quella aristotelica
non è "scienza" nello stesso senso in cui, nella storia
delle discipline moderne, si sono verificati tutti i grandi mutamenti
di "paradigma"; lo stesso vale anche per le scienze più
recenti, a proposito delle quali si sente vagamente affermare, che anche
l'interpretazione della fisica quantistica della scuola di Copenhagen
non rappresenta probabilmente l'ultima parola in merito, e che, forse,
i metodi statistici non ci offrono solo uno strumento per descrivere i
risultati della ricerca, ma stanno a indicare una sorta di casualità
degli eventi stessi. Tutto questo può essere vero; vi sono cambiamenti
di "paradigma" da Newton alla teoria quantistica, e forse ve
ne saranno ancora dalla fisica dei quanti a un futuro che non è
ancora il nostro.
La fisica di Aristotele era, a suo modo, una grandiosa visione del cosmo,
una possibile concezione univoca di esso. Il mondo sublunare, con i suoi
gradi di libertà e i suoi disordini, veniva nettamente differenziato
dal resto dell'universo, in cui si verificavano fenomeni estremamente
inquietanti come il passaggio delle comete, o le eclissi solari e lunari;
queste ultime, erano state già registrate da molto tempo (fin dalla
tarda antichità) come eventi dotati di una cadenza regolare. Come
ci è noto, già i Greci avevano ricevuto in eredità
queste conoscenze dai Babilonesi. Inoltre, in quasi tutte le regioni della
Terra, in cui rimane traccia di presenza umana, sono testimoniate specole
per l'osservazione delle stelle, in quanto la regolarità dei moti
del firmamento era considerata una garanzia per la propria vita e per
la sopravvivenza. Ma non è questo il punto a partire dal quale
possiamo conciliare il concetto di scienza con quello di esperienza, come
fece appunto la scienza moderna.
IL METODO DELLA NUOVA SCIENZA
Quale fu l'elemento nuovo introdotto da Galilei? Vorrei spiegarlo nella
maniera più chiara possibile. Prendiamo uno degli esempi più
famosi: le leggi di caduta dei gravi, ovvero della caduta libera. Sono
cose che si studiano a scuola, e nessuno dimenticherà mai lo stupore
provato di fronte a un certo esperimento: nel vuoto pressoché totale,
creato artificialmente, una lastra di piombo e una piuma cadono all'incirca
alla stessa velocità.… Galilei non aveva modo di produrre il vuoto
in laboratorio: questo esperimento fu possibile solo alcuni decenni dopo
la sua fondazione della meccanica. Tuttavia egli lo aveva intuito. Le
sue parole erano, infatti: "mente concipio" - "è
nello spirito che comprendo" - che il movimento non è probabilmente
una qualità di ciò che si muove. Questo è ciò
che appare a noi, all'esperienza comune, che fu anche quella di Aristotele,
il quale ha redatto meravigliosi inventari di osservazioni, in parte anche
errate, come quando, per esempio, illustra il moto degli animali, o la
formazione delle gocce nell'atmosfera, e così via. Gli animali
si muovono, strisciano, corrono, volano, nuotano, eccetera: perciò
il movimento doveva essere una proprietà di un determinato essere,
di un ente.
Successivamente Galilei, sulla base dei progressi della matematica del
suo tempo e grazie al proprio acume intellettuale, raggiunse un livello
di astrazione del tutto particolare: non è ciò che si muove
a costituire il movimento; quest'ultimo è piuttosto una relazione
tra tempo e spazio, come ormai tutti sappiamo.… La stessa accelerazione
rappresentava ancora un problema spaventoso per quel tempo, e anche a
questo proposito si era cercato di reperirne il fondamento in ciò
che si muove: una pietra rallenta, infatti, quando viene lanciata verso
l'alto, mentre accelera il proprio moto… quando cade dalla torre di Pisa.
Si trattava di una nuova dottrina, che continuava a cercare il fondamento
del moto nell'oggetto discendente. La vis impressa, - la forza applicata
- questa era la spiegazione che si offriva della caduta. L'idea completamente
nuova fu quella di smantellare i falsi presupposti della regolarità
dei movimenti; e ciò portò alla scoperta di un nuovo ordine
del mondo (come altrimenti definirlo?), senza presupporlo in un ente già
dato. Si poté definire il movimento come relazione tra spazio e
tempo, e da questo derivò di fatto una forma di pensiero completamente
nuova. In questo modo si è venuto a creare qualcosa che non è
per niente visibile: uno schema, frutto di una costruzione mentale, che
trova maggiore o minore conferma quanto più ci si avvicina alla
realtà, quando cioè, per dimostrare la caduta libera, si
riesce a produrre il vuoto (ciò è possibile sempre solo
per approssimazione, e mai, naturalmente, in maniera compiuta). Il vuoto
assoluto era comunque al di sopra delle possibilità tecniche di
quell'epoca.

LA MATEMATICA E L'ESPERIENZA
A questo punto potrei continuare a mostrare le conseguenze di tutto ciò,
e vale la pena spendere una parola sulla matematica. Che cos'era la matematica
per il mondo antico? La matematica veniva impiegata, utilizzata. Solo
questo? Era veramente solo uno strumento? Non era anche, per così
dire, realtà visibile? Prendiamo la dottrina pitagorica dei numeri,
che veniva applicata alla teoria della musica. Gli intervalli musicali
e i rapporti di lunghezza delle corde degli strumenti erano già
noti ai Greci. La matematica si presentava ovunque come il vero scheletro
della realtà. Il fatto nuovo è che essa continui a essere
considerata un dominio misterioso, all'interno del quale la ragione umana,
col più sottile ingegno dei suoi scienziati, rintraccia ancor oggi,
nelle grandezze indeterminate, una legge numerica regolare. Tutto questo
è certamente vero! Rimane un mistero anche per noi la possibilità
di dimostrare che i numeri primi sono infiniti (ed in effetti le cose
stanno proprio così), anche se è impossibile farsene un'immagine
precisa: qui è riscontrabile ancora una conseguenza del fatto che
la matematica non è soltanto un apparato che si adopera per certi
scopi, bensì che essa urti, per così dire, contro la rigidità
della ragione, la quale ci spiega che continueremo ripetutamente a incontrare
numeri primi, seppure con intervalli sempre maggiori. Per quanto riguarda
la matematica (cioè i calcoli in generale, la geometria analitica
sviluppata da Cartesio, e tutti i nessi tra numero e geometria, ossia
tra aritmetica e geometria) è comunque chiaro che tutto ciò
assume forme sempre più complicate. C'è poi il calcolo infinitesimale,
il nuovo passo avanti che è stato compiuto nello stesso tempo da
Leibniz e da Newton: sono tutti progressi, nei quali l'apparato strumentale,
che serviva al calcolo della realtà, si è molto raffinato,
anche se propriamente non riguarda più qualcosa di reale, ma solo
determinati risultati matematici. Lo si nota benissimo nella fisica moderna,
dove non è più possibile cercare di istituire una connessione
evidente tra i singoli processi di calcolo e i dati dell'esperienza, laddove
è solo dai risultati che si può desumere se queste computazioni
offrano ipotesi corrette e costruttive sulle leggi che regolano gli eventi.
Anche in ciò ravvisiamo una svolta importante: nel fatto cioè
che la matematica, nonostante tutto il suo autentico fascino teorico,
possa essere prima di tutto uno strumento di calcolo con cui creare costruzioni
intellettuali. Con questo si è già chiarito in che modo
le scienze empiriche, nella loro vera essenza, abbiano reso possibile
la nascita del mondo tecnico: il "posse", cioè la capacità
di costruire, non è più imitazione della natura (come nella
vecchia dottrina di Aristotele).
Che cosa fa l'uomo quando opera tecnicamente? Egli colma le lacune lasciate
dalla natura, e, laddove possa fare qualcosa che sia appropriato ai fini
dell'umanità, opera a imitazione della natura. Come è noto,
in tutti i settori i progressi della tecnica si vanno allontanando dal
modello originario della natura, per sviluppare infine le proprie potenzialità;
la matematica dunque non è più solo uno strumento, non riflette
più solo l'ordine visibile del mondo. Lo stesso accade, poi, per
tutto ciò che è stato maturato in quell'epoca.

LA REALTÀ DI CIÒ CHE ACCADE
Non si dovrebbe mai separare la storia moderna e la storia della filosofia
moderna, da quella delle scienze di questo stesso periodo (e non mi riferisco
solo alla cosmologia, che venne a lungo ostacolata proprio dal conflitto
con la Chiesa). Lo stesso Cartesio rinunciò a pubblicare il suo
vero progetto di universo, coerente con quello di Galilei, per evitare
lo scontro con la Chiesa. Persino Leibniz, e altri suoi contemporanei,
devono in gran parte la loro importanza nella storia del pensiero non
solo ai grandi meriti nel campo delle scienze naturali, ma anche al fatto
che erano teologi. Di questo solitamente non si tiene conto quando si
sente parlare di Newton e dei Philosophiae naturalis principia mathematica.
Ma il numero dei volumi che egli ha scritto su temi teologici è
molto maggiore di quello delle opere dedicate ai rivoluzionari progressi
della fisica, come lo studio della gravitazione e la scoperta delle sue
leggi (quei fenomeni misteriosi che non si potevano più spiegare
con la meccanica galileiana, e per i quali si è concepita infine
la "dinamica", una nuova teoria fisica dell'energia). E qui
si chiude il cerchio aperto con Cusano e Giordano Bruno, ovvero con quel
concetto di materia che, per così dire, sembrava tendere alle forme,
formandosi da se stessa... Giordano Bruno aveva sviluppato a questo proposito
un bel concetto, quello di "realitas entitiva", una nozione
che richiede un orecchio latino. Qui, è chiaro, "ens"
significa "qualcosa che è"; a prima vista sembra trattarsi
solo di una tautologia: "realtà che è". Ma "entitiva",
questa sorta di intensificazione del termine "ens" in "entitiva",
indica ciò che è per così dire assetato di "realitas".
Questo appare chiaramente nella forma grammaticale: la medesima struttura
ricompare in Leibniz, quando parla di un "existiturire", in
riferimento alla realtà, intendendo cioè l'esistenza come
qualcosa che è assetato di essere. E così torniamo ancora
una volta a Cusano, a quella nuova tendenza, che riconosciamo però
anche negli antichi, di dimostrare che l'essere non è semplicemente
oggetto, ma anche un accadere, un "evento". La filosofia moderna
deve sempre mantenere un colloquio con i grandi pensatori e scienziati
della nostra tradizione, per stimolare le possibilità intellettuali,
e perché possa servire alla vita umana, al dominio della natura
ed anche alla formazione della società.
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