Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Cartesio, Leibniz e l'Illuminismo

Quando ci occupiamo della filosofia moderna, la prima cosa che ci sorprende è la centralità del nome di Kant, l’unico filosofo tedesco dell’età moderna che abbia conosciuto una considerevole diffusione internazionale e che goda al tempo stesso di incontestata autorità. Dovremo comprendere quali siano le vere ragioni di questo, poiché, di fatto, il tedesco parlato da Kant e lo stile dei suoi scritti risultano tanto inusitati e disagevoli, quanto l’abbigliamento del balletto rococò (è noto del resto che lo stesso Kant portava il codino). Perché, dunque, ciò nonostante, dobbiamo cercare una guida proprio in Kant, se vogliamo sapere che cosa sia la filosofia nell’epoca moderna? E che cos’è, poi, l’epoca moderna? E infine, c’è un annoso dibattito: quando comincia l’età moderna? È chiaro, i concetti degli storici sono sempre grossolane approssimazioni alle autentiche cesure epocali, ma non c’è alcun dubbio che, malgrado ciò, la modernità sia stata innanzitutto vissuta come tale, e non risulti soltanto come un’invenzione operata «a tavolino» dagli storici.

C’è stata un’età nella quale si è avuta la consapevolezza epocale di trovarsi agli albori di un nuovo modo di sentire la vita; ma non è così semplice datarla con esattezza; da molto tempo si discute sul modo in cui l’era moderna è subentrata al Medioevo: si tratta di una cesura netta, oppure no? L’avvio del mondo moderno è stato ravvisato ora in questo ora in quell’episodio. È noto il celebre mito di Jacob Burckhardt contenuto nella Cultura del Rinascimento in Italia, uno dei classici che ogni persona colta dovrebbe leggere, non solo in Italia e in Germania. Però la visione di Burckhardt è quella… di un individualista, di un grande erudito di Basilea che ha visto… profilarsi con orrore il moderno stile di vita contraddistinto dalla Rivoluzione industriale, apprezzandone tuttavia con entusiasmo i segni anticipatori dell’età rinascimentale.
Tutti noi in fondo sappiamo (anche se ciò può suonare strano) che l’elemento decisivo per la nascita dell’evo moderno fu la conquista turca di Costantinopoli. In quel momento, infatti, nel 15º secolo, si sviluppò in terra veneziana, come in altri centri culturali italiani, una sorta di «cultura dell’esilio»: vi trovarono rifugio gli intellettuali greci (fino a quel momento, infatti, a Bisanzio si era parlato greco) intellettuali che iniziarono a essere attivi in Italia con la loro sapienza e grande competenza linguistica. Gli storici parlano a questo proposito di nascita dell’Umanesimo, e usano anche la parola «Rinascimento», nel senso di una rinascita dello spirito antico, resa possibile dal ritorno alle fonti greche.

Deve essere chiaro che questo comportò anche un nuovo tipo di distanza dall’antichità: come è noto, infatti, in questi secoli la stessa Chiesa cattolica studiava le Sacre Scritture nella traduzione latina, privando però la comunità di un approccio diretto ai testi originali in una versione accessibile. Fu solo grazie alla Riforma che anche la Chiesa, ovvero la comunità protestante, iniziò a studiare gli scritti del Nuovo Testamento in lingua originale. È chiaro, comunque, che a quel tempo in Italia si studiava il greco, uno studio che si diffuse poi anche in Francia, in Germania, ovunque. Questo contribuì ad avviare un’epoca nuova. Come dobbiamo immaginarla? Dobbiamo forse pensare che, all’improvviso, l’eredità latina sia stata sostituita da un interesse per la cultura greca nella sua forma originale? Non è proprio così, ovviamente: sappiamo, comunque, che i grandi artisti del Rinascimento, non appena in Italia fu possibile accedere alle collezioni delle sculture greche, si trasferirono tutti a Roma, per studiare da vicino i capolavori della statuaria greca, come pure dell’architettura. Insomma: non soltanto le scienze e la filosofia, ma anche le arti contribuirono a questa riscoperta dell’antichità greca – non già nell’ottica dell’erudizione, bensì con lo slancio creativo tipico di quegli anni.

LE SCIENZE DELL’ESPERIENZA 

Quest’epoca ci ha trasmesso il famoso motto: «È una gioia vivere». Da questo atteggiamento di apertura nei confronti di tali nuovi aspetti (non più di esclusivo appannaggio della Chiesa), maturò in seguito il destino più peculiare della modernità: le cosiddette scienze empiriche.
Io uso sempre quest’espressione: scienze dell’esperienza, e lo faccio a ragion veduta. Si tratta di mettere insieme due cose realmente inconciliabili: se si ha scienza, non c’è più bisogno di fare esperienza; ma la scienza moderna possiede un sapere costruito interamente sull’esperienza. Le prime parole della celebre Critica della ragion pura di Kant suonano così: «L’esperienza è senza alcun dubbio la base di tutto il sapere». A proposito di questo incipit della più famosa opera kantiana Hermann Cohen ebbe a dire: «è come quando un predicatore inizia il suo sermone con la parola “però”».… Questo «però» ha il significato di una nuova sfida, lanciata all’indirizzo della cultura scientifica tradizionale, nel momento in cui l’esperienza divenne l’autentica base per verificare e accertare le nostre opinioni sulla realtà. Questo è il punto da cui si deve procedere per mostrare come si sia trasformata la filosofia: in precedenza essa si identificava con tutto quello che la ragione… può sapere e far conoscere. E sembrava evidente che nient’altro, se non la ragione stessa, potesse realmente cogliere l’enigma della realtà. Il termine greco per «ragione» era «logos», ovvero l’ordine che doveva dominare l’universo, il cosmo, ma anche governare l’ordinamento sociale e l’equilibrio psichico. Platone aveva concepito la struttura del cosmo, la città ideale e l’anima in accordo con se stessa, come le tre grandi forme di «ordine» nelle quali si era sviluppata l’essenza della filosofia. In effetti, tutto il sapere relativo all’esperienza, che troviamo certamente anche nel mondo antico, si raccoglieva attorno a questa grande struttura concettuale. Adesso, però, siamo di fronte a qualcosa di nuovo, e questo è certamente dovuto al clima di apertura e di innovazione diffuso dall’Umanesimo e dalla rinascita dell’antichità in Italia e nei Paesi limitrofi. Già in questi anni numerosi uomini di scienza varcavano le Alpi per i loro studi, e fu ancora una volta in Italia che Galileo Galilei, … l’italiano Galileo Galilei… con la scoperta della meccanica, diede vita a un metodo del tutto nuovo di descrizione della realtà naturale e dei suoi processi. Egli affermò qualcosa che contrastava nettamente con ciò di cui tutti facciamo esperienza: «la caduta di un corpo è governata da leggi indipendenti dalla natura di ciò che cade.

Tutti conosciamo quel famoso esperimento che ha fatto riflettere almeno una volta coloro che hanno frequentato le scuole superiori; esso consiste nel creare il vuoto, all’interno di un cilindro, eliminando artificialmente l’attrito dell’aria, per riscontrare che in esso una barra di piombo e una piuma cadono alla stessa velocità: un’astrazione senza pari! Quel che conta non è più ciò che cade, bensì le regole che governano il rapporto fra spazio e tempo, dalle quali derivano poi le leggi della caduta dei gravi, del piano inclinato e così via. Tutto questo è frutto delle indagini di Galilei. Insomma: siamo ancora molto lontani dalla filosofia; sta di fatto, però, che adesso abbiamo a che fare con «verità» che contraddicono l’esperienza naturale! All’epoca, infatti, non era ancora possibile creare il vuoto: cadevano i fiocchi di neve (sia pur raramente, grazie al clima mite dei Paesi meridionali), e venivano giù lentamente, ma quando grandinava, la velocità di caduta era maggiore, e durante un temporale le gocce d’acqua scendevano ben più rapidamente di quanto non accada ai larghi fiocchi di neve, più soggetti all’attrito. Era dunque incredibile affermare che l’importante non è ciò che cade. Si trattava di un senso completamente nuovo della verità: la verità sperimentale.
Per questo genere di ragioni, definisco “scienze dell’esperienza” queste nuove scienze: proprio perché non è più sufficiente avere conoscenza razionale del fatto che 2+2 è uguale a 4; del resto, nessuno vorrà verificarlo: è la ragione a dirlo!

IL METODO DELLA CONOSCENZA 

Al contrario, la nuova conoscenza del mondo è fondata sull’esperienza. Di qui, il passaggio alla filosofia è molto semplice: si tratta di un nuovo modo di considerare la matematica, grazie al quale è stato possibile dar vita al concetto di metodo dell’epoca moderna. E con ciò siamo già all’interno del linguaggio della filosofia, che sviluppò appunto questa nozione di metodo. Si è soliti dire, convenzionalmente (anche se le convenzioni sono approssimazioni prive di valore assoluto), che il merito fu soprattutto di Cartesio: impressionato da Galilei, e accogliendo le istanze di quest’ultimo (che suffragò la teoria copernicana, cioè eliocentrica, del mondo) Cartesio le fornì una giustificazione e una fondazione metodologica.
Proprio così: tutto muove dal concetto di metodo; una parola greca, che rinvia però a qualcosa di moderno. Metodo significa, in effetti, seguire un cammino già segnato: i Greci sapevano che in ogni ambito del sapere c’è un «metodo», nel senso che si segue una via già tracciata da altri, e la si fa propria. Aristotele ha sempre detto che imparare la matematica o la geometria è altra cosa dall’applicarle, come fa, ad esempio, un architetto che progetta una parete verticale: siamo di fronte, infatti, a due metodi e a due finalità differenti. Un architetto che voglia fare le cose con la stessa precisione di un geometra, sarebbe ridicolo. Aristotele lo sapeva. Che cosa cambia però, quando l’espressione «metodo» è sinonimo di scienza? Nella scienza c’è un solo principio, un unico metodo, che poi si differenzia in innumerevoli forme e applicazioni; ma il «metodo» è uno solo: quello della certezza.… Heidegger una volta ha descritto, con particolare pathos, come, nel nostro modo di percepire la vita, il concetto di verità si sia progressivamente lasciato soppiantare da quello di certezza. Heidegger ha anche osservato che l’importante non è più tanto la conoscenza, quanto piuttosto la «certezza della conoscenza»: essere sicuri di ciò che conosciamo – questa è la garanzia offerta dal metodo. E così Cartesio, nel famoso saggio sulle Regole (lo scritto più radicale che egli dedicò ai metodi di ricerca e accertamento della verità), ha mostrato che l’essenza della nuova scienza risiede proprio in questo procedimento di continua verifica.
Con questo siamo agli inizi dell’età moderna: nel corso del Seicento infatti, e poi nel secolo successivo, l’Illuminismo scientifico si affermò proprio su questa base. 

 L’ESPERIMENTO E IL FATTO

Noi parliamo di Illuminismo, e in questo termine risuona un accento nuovo; il suo contraltare è infatti l’oscurantismo; in altre parole: al posto della teologia dogmatica della Creazione del mondo, sancita dalla Chiesa (con tutto ciò che ne consegue), subentra una nuova idea di scienza.… Questa non rappresenta solo ed esclusivamente una sorta di lotta contro le antiche forme tradizionali della fisica aristotelica, ma comporta anche un continuo ampliamento delle nostre possibilità di esperienza: a questo procedimento scientifico si accompagna qualcosa di completamente nuovo – o meglio – che assume un significato del tutto originale: si tratta dell’esperimento: ossia costringere la natura a rispondere alle nostre domande (non limitandosi a osservare ciò che accade), così da poterne manipolare i risultati, allo stesso modo in cui trasformiamo, con il nostro lavoro, un determinato materiale servendoci di certi strumenti e di certe abilità. L’esperimento è dunque legato al fatto che intendiamo la natura, per così dire, secondo il modello del nostro operare artigianale, come se essa fosse un mastro artigiano che tramuta il seme in germogli, e poi le gemme (circondate di foglie) in una variopinta fioritura, e infine nel frutto maturo.
Giunti a questo punto delle nostre riflessioni, dobbiamo comprendere chiaramente che attraverso il concetto di esperienza si fa strada un modo di pensare assolutamente nuovo. Nella nostra epoca, in cui le scienze hanno assunto il ruolo esclusivo di guida e di orientamento nel mondo, si usa un’espressione sintomatica (che in realtà deriva proprio dal pensiero kantiano): «fatto scientifico»; è la scienza a decidere che qualcosa sia un «fatto». Per noi è una provocazione, accettare una cosa del genere. Se qualcosa ha un significato storico nella vita dell’uomo, dovrà essere la conoscenza storica a definirlo come un fatto. È evidente che se uno di noi prende un raffreddore, è un fatto privo di importanza. Che invece Napoleone si sia raffreddato durante la battaglia di Wagram, e che per questo abbia perso la prima azione di guerra della sua vita, questo è appunto un «fatto storico».

Adesso anticipo decisamente ciò che dirò in seguito, ma lo faccio a ragion veduta, per esemplificare questo nuovo concetto di sapere che prese il sopravvento, al punto che nell’età contemporanea, nel nostro secolo, è stato necessario ricordare che il mondo della scienza non è tutto il mondo. A questo proposito in tedesco c’è un’espressione, che è ormai diventata universale: «Lebenswelt – il mondo della vita». Per molti decenni questo termine è stato ripreso in tutte le lingue di cultura come una parola straniera, oggi tutti hanno imparato a tradurla.

 

VERITÀ SCIENTIFICA E VERITÀ METAFISICA *

Torniamo a quanto si diceva: la scienza moderna mette necessariamente in crisi il senso della filosofia. Cartesio, che ho già nominato, ha scritto il suo libro più famoso, intitolandolo: Meditazioni sulla filosofia prima. «Filosofia prima» è un altro modo per dire «metafisica», vale a dire quella filosofia che ha avuto la sua espressione più elevata con Aristotele, e che Cartesio riprende in questa nuova situazione, caratterizzata dallo sviluppo della meccanica e della descrizione matematica del movimento (egli fu infatti anche lo scopritore della geometria analitica). Cartesio si chiese che cosa poteva essere conservato di quella tradizione. La metafisica aveva rappresentato la conoscenza per antonomasia della verità. Come è noto, egli ripensò anche i grandi contenuti concettuali di questa metafisica (in primo luogo la nozione di Dio e la necessità di dimostrarne l’esistenza) riprendendoli dal Medioevo e dal Rinascimento, e attribuendo loro un significato nuovo. Quali cambiamenti vi introdusse? Vi sono due modi di riconoscere la verità: il primo si basa sulla tradizione della filosofia greca e sulla sua adozione nel cristianesimo; mentre l’altro ha il proprio fondamento nell’incessante progresso della ricerca nelle scienze moderne, tale per cui la scienza, vista ad esempio con gli occhi dell’economia, è diventata il massimo fattore produttivo dell’economia mondiale. 
Che cosa comporta l’affermazione di un nuovo tipo di verità (quella della scienza) accanto alla vecchia verità della metafisica? In che rapporto stanno?… La sorprendente risposta a questa domanda è un segno caratteristico dell’epoca in cui Kant poté compiere infine il passo «critico», che fa di lui un rivoluzionario. La questione che i filosofi si trovavano ad affrontare era la seguente: riuscire a conciliare l’inconciliabile: armonizzare cioè le nuove scienze sperimentali con la tradizione greco-aristotelica. In altri termini, possiamo dire: essi cercavano un «sistema».

Il concetto di sistema è apparso per la prima volta nel Seicento, e si è poi ulteriormente diffuso nel secolo successivo. Il termine «sistema» deriva anch’esso da una parola greca, ricavata dal mondo della musica e dell’astronomia (che secondo i Greci erano sempre strettamente connesse) e possiede appunto il significato di comporre assieme ciò che è difforme. Un esempio classico di sistema è rappresentato dall’astronomia, preoccupata di comprendere il moto circolare dei corpi celesti che vediamo: se il sole e la luna compiono un’orbita circolare intorno alla Terra, e poi ci sono le stelle fisse (ben visibili di mattina e di sera); che cosa dobbiamo pensare del moto dei pianeti? Il termine «pianeta» ha in tedesco un sinonimo: «astro errante», cioè un corpo celeste che si comporta in modo improprio. Anziché tracciare un’orbita circolare, come dovrebbero, i pianeti seguono moti inesplicabili. Ciò rappresentava un problema per l’astronomia antica, che approntò opportuni calcoli matematici per intendere il moto visibile dei pianeti come somma di pure orbite circolari. Soltanto la circonferenza rappresenta infatti il movimento perfetto, poiché solo il cerchio non conosce alcuna fine e alcun principio: in ogni istante inizia e finisce.
Questa è, appunto, la perfezione del movimento circolare: ogni istante è insieme l’inizio e la fine. In realtà, era proprio questo ciò che appariva agli occhi di chi esplorava il cielo, e oggi sappiamo che forse già diecimila anni prima di Cristo si era cominciato a osservare tutti i possibili fenomeni celesti, come ci hanno insegnato i sorprendenti ritrovamenti preistorici degli ultimi decenni.

 

LA FILOSOFIA COME SISTEMA 

«Sistema» diventa dunque, improvvisamente, un’espressione filosofica. Al giorno d’oggi – ma a dire il vero anche in passato – ogni zelante professore di filosofia aspira a pubblicare un proprio sistema filosofico. Conseguenza di questa nuova situazione è appunto la conciliazione dell’inconciliabile. Abbiamo di fronte la grandiosa rappresentazione ordinata della metafisica greca tradizionale, che comprende anche la fisica, sul modello dell’agire umano: il fuoco va verso l’alto; quando qualcosa si muove è perché vuole andare in una certa direzione; dunque il fuoco va verso l’alto perché vuole unirsi con il fuoco eterno delle stelle, e il sasso cade verso il basso perché vuole unirsi agli altri sassi. La fisica illuminante di Aristotele, che egli ha sviluppato in modo meraviglioso, appare qui chiaramente come un elemento fondamentale, che ora, però, si rivela in tutta la sua ingenuità. Non è possibile intendere la natura in questo modo; bisogna cominciare a sviluppare nuove ipotesi muovendo da altre concezioni; si devono, per così dire, reinserire i «pianeti», le «stelle erranti» all’interno di un insieme comprensibile. Questo era il compito della filosofia che ha preceduto Kant. Noi dobbiamo restituire l’intero sapere alla pura ragione. Così come l’astronomia antica ha descritto il moto dei pianeti in movimenti circolari, così anche la filosofia cerca di mostrare i risultati complessivi delle moderne scienze empiriche come verità razionali. Nei diversi pensatori che hanno tentato una simile impresa, la nozione di «sistema» – espressa per lo più in francese, «système», «sistema nuovo», «système nouveau» – è stata variamente utilizzata. Conosciamo Malebranche, … Spinoza, e Leibniz, i tre grandi nomi che, per così dire, hanno reso popolare questo concetto di sistema.… Non è necessario distinguere ora, in modo dettagliato, con quali mezzi si siano potute presentare le scienze sperimentali come prodotti della ragione pura. Il mio intento è di offrirne un’immagine intuitiva. Leibniz fu l’ultimo grandioso e straordinario pensatore universale per eccellenza, insieme a Newton, altrettanto universale. Molti non sanno che, nel caso di Newton, la maggior parte dei suoi scritti non è dedicata alla fisica, bensì alla teologia. Questi scritti, però, non li legge più nessuno; l’opera fondamentale di Newton è invece quella cui ha guardato con interesse anche Kant, considerandola la meravigliosa, autentica soluzione, grazie alla quale la fisica celeste e la fisica terrestre – ovvero l’intero ambito descritto dalla meccanica galileiana – sono conciliate in una sola scienza. Si tratta della teoria della gravitazione e dell’attrazione universale, che noi tutti sappiamo verificarsi sulla Terra esattamente come nell’intero universo. 
Vorrei spiegare il senso di quest’espressione: il pensiero scientifico dell’esperienza sta di fronte al compito di pensare in unità ciò che appare così slegato: l’esperienza naturale – quella che possiamo fare coi nostri occhi – e l’esperienza scientifica, che formula precise leggi di natura in forma matematica e, grazie a ciò, conosce anticipatamente come sia la realtà …anticipa la realtà… È proprio da qui che nasce il significato di «scienza applicata» alla costruzione di nuove cose, cioè quella che noi chiamiamo tecnica: un pensiero orientato a «costruire», non a osservare la possibile regolarità dei fenomeni, come nel caso del prigioniero platonico, incatenato nella caverna, sulla cui parete di fondo riconosce un po’ alla volta la sequenza delle ombre. L’esperienza era, per i Greci, proprio questo. Adesso è diventata qualcosa di completamente nuovo: un continuo procedimento investigativo con cui si cerca di descrivere e conoscere le regole della natura, scoprendo così le leggi fondamentali, che è possibile estrapolare dalla materia, carpendole alla natura stessa.

 

IL PENSIERO E L’ESTENSIONE 

Mi accingevo a dire che il compito della nascente età moderna era quello di conciliare nel pensiero realtà ormai totalmente divergenti all’interno di una nuova unità sistematica. Cartesio ha introdotto la distinzione fondamentale. Egli ha mostrato che la res extensa, la sostanza estesa, è conoscibile con gli strumenti della scienza matematica della natura. Ma c’è anche un’altra res, un’altra sostanza, cioè la res cogitans – il pensiero, la coscienza. Tutti sanno che questo problema è presente anche ai nostri giorni, sotto forma, ad esempio, del rapporto corpo-anima (a proposito del quale possiamo soltanto dire che quanto più approfondiamo la fisiologia del cervello e tutte le nuove conoscenze che descrivono i processi del pensiero scientifico, tanto più ci ritroviamo di fronte a questa stessa cesura evidenziata da Cartesio). Si tratta di questo: per quanto possiamo studiare e spiegare i procedimenti delle scienze naturali, non arriveremo comunque mai a chiarire che cosa sia il pensiero in quanto tale.… Si possono simulare i processi necessari al pensiero, con sorprendente precisione; ma alla domanda perché si pensi questo oppure quello non vi è, al momento, alcuna risposta, né sappiamo per quale via sia ipotizzabile ottenerla. Ci si chiede anche come esseri pensanti possano, al tempo stesso, riflettere sul proprio pensiero. Qui la filosofia si trova di fronte a compiti che risultano altrettanto enigmatici per la ragione umana quanto lo sono i messaggi della religione rivelata. L’espressione usata a questo proposito è nota a tutti: la «trascendenza»: ciò che sta al di là del nostro sapere empirico. Essa veniva riferita a questioni come Dio, la morte, l’immortalità dell’anima e altro ancora. In età moderna le cose non sono molto cambiate; rimane sempre qualcosa che sta al di là dell’esperienza, e a questo proposito Kant ha parlato di «filosofia trascendentale». Dovremo chiederci di che cosa si tratti effettivamente.… Come ho già detto, l’intento era questo: far sì che la materia estesa e osservabile nei suoi movimenti diventasse oggetto di scienza, conciliandola – d’altro canto – con tutte le esperienze interne della nostra coscienza (vale a dire il nostro pensiero e la coscienza che abbiamo di noi stessi). 
Leibniz ha concepito un sogno fantastico, proprio per riuscire a farci capire il passaggio fra questi due piani. Si tratta della dottrina delle «piccole percezioni», cioè della forma minima di percezione, talmente minuscola che noi non ce ne accorgiamo nemmeno, ma che tuttavia partecipa anch’essa del nostro percepire. In seguito ne nacque la celebre teoria leibniziana delle monadi, con la quale egli diede vita a un grandioso e originalissimo progetto: quello di un’autentica unità tra sostanza pensante e non pensante. La monade è già sempre entrambe.

IL SOGNO DELLE MONADI 

Non vi posso introdurre negli arcani della monadologia di Leibniz: ci porterebbe troppo lontano dalle nostre intenzioni. Dobbiamo aver chiaro, però, che siamo di fronte a un’idea che può sembrare del tutto assurda: che cioè la differenza fra il «pensante» e il «non-pensante» (ovvero, in altri termini, la «materia morta») non sussista affatto, e che vi sia, invece, un’essenza unitaria di entrambi, la quale procede, come in un’ascesa, dalla più piccola percezione – dalla minima relazione di qualcosa con qualcos’altro – fino all’universo della nostra coscienza pensante… Come è possibile? La risposta di Leibniz fu, come è noto, questa: «le monadi non hanno finestre». «Ciascuna unità è chiusa in se stessa, e si sviluppa in sé (pur con tutte le relazioni che intrattiene con il resto); che queste sostanze semplici si aggreghino a formare un mondo, può essere solo frutto dell’azione di Dio». La soluzione proposta da Leibniz era dunque la seguente: noi non possiamo, con la nostra ragione, conciliare realmente questa materia – soggetta alle leggi della matematica e dell’esperimento – con il nostro mondo dell’autocoscienza, della volontà e dell’agire, così da pensarne l’intima unità; soltanto Dio può farlo. In questo modo Leibniz ha ideato la teoria dell’«armonia prestabilita», ha cioè sostenuto che, come tanti orologi, tutte le monadi sono state regolate, nella Creazione, in modo tale che il nostro cosmo sia sempre ordinato. Ecco un’ultima ripetizione di quel concetto platonico di ordine che abbraccia tutti gli ambiti: la volta celeste, la società e la singola anima; l’ultima realizzazione di questo sogno, dovuta però a un singolare capovolgimento: Leibniz può affermare che le cose stiano così, solo ricorrendo all’ipotesi di Dio. Egli era effettivamente convinto che questa fosse l’unica dimostrazione davvero valida dell’esistenza di Dio; cioè l’idea più inverosimile che si possa avere: che le cose non sappiano niente l’una dell’altra, e ciò nonostante siano in perfetto accordo. Ebbene, questo pensiero del tutto inattendibile è addirittura una prova dell’esistenza di Dio: questo pensava Leibniz, celebrando così il trionfo dell’illuminismo e al tempo stesso la sua conciliazione con il cristianesimo. Si trattava, infatti, di un Dio dimostrato in virtù della stessa scienza.… La grandiosità di questo pensiero non sarà mai sottolineata abbastanza.

L’OTTIMISMO DELLA RAGIONE 

Leibniz fu contemporaneo di altri pensatori importanti (si pensi a Hobbes o a Locke, e a tutta la filosofia empiristica inglese) che pure avevano tentato, a modo loro, di trovare una soluzione, affermando che tutti i nostri «concetti razionali» derivino in realtà dall’esperienza: che fosse impossibile concepire da un lato la ragione pensante, e dall’altro la materia inerte, bensì che tutto quello che conosciamo fosse il frutto dell’esperienza!
Non posso ora continuare a descrivere tutto ciò (e siamo ancora ben lontani dal toccare quel punto di partenza della riflessione di Kant, che avrebbe fatto di lui la stella centrale di tutta la filosofia moderna). Leibniz, con il grandioso sogno filosofico della monade,… fece davvero scuola; e come accade a tutti i grandi pensatori, venne a crearsi una corrente di pensiero, che diffuse le sue idee in maniera appunto «scolastica», adatta a essere insegnata e tramandata. Ogni scolastica è per un certo verso esanime, infruttuosa. Con ciò non mi riferisco alla grande Scolastica, quella del Medioevo, che possedeva una sua propria idealità, bensì appunto a quella cosiddetta «metafisica di scuola», che fu creata dai discepoli di Leibniz. Questa tentò ancora una volta di realizzare l’ideale dell’Illuminismo: la ragione è la fonte di tutto ciò che riconosciamo come vero.
Uno dei grandi e significativi esponenti di questo Illuminismo rappresentò l’antecedente immediato del pensiero kantiano: Christian Wolff. Il suo nome è diventato molto famoso, ma non direi che sia un autore molto letto; scrisse parecchi libri. Wolff è il primo grande pensatore di rilievo che abbia redatto i suoi trattati sia in latino (com’era d’uso fra gli intellettuali di allora) sia in tedesco. Dagli scritti tedeschi vorrei citare un passo con cui chiarire lo spirito dei problemi trattati, o se preferite, la loro assenza di spirito. Christian Wolff ha scritto volumi dal titolo Concetti razionali sull’umano agire (e non agire), insomma qualcosa che potremmo definire un’«etica antropologica». In questo libro si trovano anche questioni molto pratiche: vi si parla, ad esempio, del modo razionale di costruire case, e, certo, anche delle finestre di queste case; quanto larghe devono essere le finestre? Può dircelo la ragione: lo scopo delle finestre è di poter guardare comodamente la strada. Ebbene, quando si fa qualcosa di divertente, si preferisce farlo in due; le finestre devono quindi essere abbastanza ampie da consentire a due persone di affacciarsi agevolmente sulla via. Questa è la dimostrazione razionale per la costruzione delle finestre. Mi sembra abbastanza facile intravvedere il lato comico di questa sorta di ottimismo illuministico; è sufficiente che tutto ciò che accade sia ordinato in modo razionale, e tanto basta a comprendere ogni cosa, e quindi anche a migliorarla. Questo è l’ottimismo illuministico; e come tutti sappiamo, o come sanno almeno gli uomini di scienza, questo modo di vedere le cose ha fatto epoca.

IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE 

Un’Accademia francese, nella fiera consapevolezza che l’Illuminismo poteva controllare qualsiasi cosa mediante la razionalità, bandì un concorso dal tema: i progressi dell’Illuminismo – cioè della ragione – nel miglioramento dei costumi. Ci fu un certo Rousseau, che a questo proposito rispose: «Progressi? – Nella morale? Non ho mai sentito niente del genere, posso solo mostrare i regressi che l’umanità, partendo dalle sue condizioni naturali di vita, ha provocato con la cultura e con la scienza»; «tout est bien sous les mains de la nature, tout dégénère entre les mains de l’homme» – «tutto è buono nelle mani della natura, tutto degenera nelle mani dell’uomo».… Questo è il grande evento del 18º secolo: giunto al culmine del suo splendore, l’Illuminismo comincia a percepire sempre più il contrattacco di personaggi come Rousseau.… E con ciò sono arrivato in un certo senso a Kant.… Di Kant possediamo l’intero lascito bibliografico: è un caso davvero singolare. Ormai è stato tutto quanto pubblicato: il fatto stesso che venga ultimata un’edizione di questa portata è veramente un prodigio. L’opera completa di Kant è interamente disponibile. Non so nemmeno a quanti volumi ammonti. Essa raccoglie anche tutti i suoi appunti di lavoro. Nel suo lascito è stata rinvenuta anche questa frase: «Rousseau mi ha messo sulla giusta via, mi ha corretto il tiro: è sbagliato attendersi dalle scienze un progresso morale». Mostrerò perché la filosofia kantiana abbia due volti: da un lato essa vuole comprendere le moderne scienze sperimentali nella loro legittimità, renderle quindi intelligibili attraverso i concetti della ragione, dall’altro vuole affermare e mostrare la natura umana nelle sue possibilità e nei suoi compiti etici e sociali, nella sua «autonomia» – per usare una parola divenuta famosa grazie a Kant. Proprio su quest’ultimo punto Rousseau ha aperto gli occhi a Kant.

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