Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Kant

Nel corso del Settecento, il secolo in cui la figura di Kant dominò la scena culturale per un lungo periodo di tempo, vediamo emergere due aspetti del pensiero kantiano: il primo è rappresentato, evidentemente, dalla pubblicazione della sua opera critica fondamentale, la Critica della ragion pura; il secondo dai suoi scritti di filosofia morale, ovvero dalla “metafisica dei costumi”, come la chiamava Kant. In effetti, dietro questi due indirizzi della filosofia kantiana ci sono idee di incredibile novità e audacia. 
Ho già parlato della metafisica di scuola, che dominava la vita accademica di quel tempo, facendo l’esempio, forse un po’ caricaturale, di Christian Wolff. Vorrei evitare però di trasmettere un’immagine contraffatta dell’illuminismo tedesco: non c’era soltanto l’aspetto risibile; in un certo senso questa scolastica aveva anche qualcosa di autentico, che si richiamava alla straordinaria idea leibniziana della conciliazione. (Non voglio certamente negarlo o passarlo sotto silenzio.) Bisogna considerare, del resto, che non si può pensare l’illuminismo solo e unicamente come una contrapposizione nei confronti della tradizione cristiana: la stessa biografia di Christian Wolff a questo proposito è un esempio interessante. A quei tempi Wolff era professore a Halle, ed entrò in conflitto con la Chiesa. In Prussia regnava allora il padre di Federico il Grande; Halle era l’università modello della Prussia dell’epoca, ed era anche la roccaforte del “pietismo”. Wolff, entrando in polemica con la Chiesa, dovette abbandonare la città; fu accolto nell’università dove anch’io ho studiato: Marburgo, nella quale poté insegnare per alcuni anni senza essere disturbato da un’ortodossia troppo angusta e gretta. Alla morte del re di Prussia, Federico il Grande gli successe al trono. Una delle prime cose che fece, fu richiamare Christian Wolff a Halle. Egli tornò quindi da trionfatore in quella città, e questo ci mostra anche che uno “spirito libero” del calibro di Federico il Grande (che non era un cristiano praticante) ha avuto il coraggio di difendere la “causa dello spirito” perfino contro i gruppi ecclesiastici dominanti. Christian Wolff non era affatto una figura da disprezzare, anche se facendo l’esempio del suo scritto Concetti razionali sull’umano agire (e non agire) ne ho parlato in tono ironico. Comunque, Kant è maturato su questo terreno e già in giovane età divenne professore a Königsberg, una città che non abbandonò mai,… pur conservandosi uomo di vasti orizzonti di pensiero. Non bisogna credere che Königsberg fosse a quel tempo un centro di scarsa importanza: era pur sempre una città portuale con un vastissimo entroterra russo, illuminato dalle riforme dello zar Pietro. Per questo, egli fu alla tavola di Federico il Grande (che teneva quotidiani banchetti), dove si ritrovavano alti ufficiali, affermati uomini di commercio e diplomatici. Sono convinto che, durante quei banchetti di Corte, Kant abbia sempre appreso molte cose, ed è per questo che, leggendo la sua Antropologia e alcuni altri scritti, si è tanto sorpresi dalla sua straordinaria conoscenza del mondo. Nonostante ciò, nelle altre zone della Germania, e soprattutto nelle regioni estranee alla Prussia, c’era un atteggiamento critico nei confronti di questo mondo orientale lontano, descrittoci da uno scrittore elegante e sconosciuto, che ebbe parole ironiche e sagaci per le visioni mistiche di Swedenborg. Anche se questo non venne tenuto in gran conto.
Infine uscì la Critica della ragion pura. Quando fu pubblicata, Kant aveva quasi 60 anni, e i commenti gli vennero soprattutto da Gottinga. Gottinga era a quei tempi (e lo è ancora, in realtà) un’università un po’ all’inglese. Le recensioni di allora furono alquanto distruttive, e la Critica della ragion pura non ebbe una grande risonanza (vedremo in seguito perché).… La situazione non era del resto favorevole a Kant.

La Critica della ragion pura, alla sua pubblicazione, non conobbe il successo. Quando però lo stesso Kant si rese conto di non essere stato compreso, perché aveva scritto in modo troppo difficile, e si decise a redigere un’opera di carattere introduttivo (i cosiddetti Prolegomena), le cose cambiarono all’improvviso, tramutando un’accoglienza tiepida in un successo travolgente. Nel giro di pochi anni, la filosofia critica di Kant si affermò in tutto il mondo culturale tedesco, facendo sentire il suo influsso anche all’estero.
Cerchiamo di riflettere un momento su quanto fa da sfondo a tutto questo: essendo un pensatore formatosi sulla metafisica di scuola, abituato a tenere lezione basandosi su un libro di testo prestabilito, Kant non ebbe modo di esporre direttamente la Critica della ragion pura, il suo famoso libro, e dovette limitarsi a discutere il manuale di metafisica previsto dal programma, arricchendolo con le sue spiegazioni e annotazioni critiche. Fu proprio da questa attività didattica (e dalle incredibili energie lavorative di cui era dotato) che nacque il suo capolavoro. La sua giornata era suddivisa in modo molto preciso, ogni sua passeggiata terminava alla stessa ora, tanto che a Königsberg si usava dire: gli orologi vengono regolati sulla passeggiata di Kant; non è Kant a regolarsi sugli orologi di Königsberg.
[In effetti egli usciva e rientrava sempre alla stessa ora.

LA FINE DEL SONNO DOGMATICO

Non è semplice, in realtà, far comprendere il contributo di Kant alla filosofia. Con la genialità che lo caratterizzò, egli colse in maniera molto chiara gli aspetti positivi dell’illuminismo tedesco, e in particolare di Leibniz. Così come quest’ultimo tentò una conciliazione (come ho già avuto modo di dire) fra le due sostanze, la res extensa e la res cogitans (dando quindi vita al sistema della Monadologia) allo stesso modo anche Kant cercò di approfondire questa impostazione e di legittimare le assurdità del sogno filosofico leibniziano (un Dio che pone un’infinità di orologi), servendosi di una costruzione, per così dire, un po’ meno macchinosa. In effetti Kant esordì con una dissertazione che, proprio come accadeva in Leibniz, rivelava una forte influenza platonica. Il titolo di questa sua tesi è: [De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principiis] – “La forma e i principi del mondo sensibile e intelligibile”, una formulazione che noi oggi definiremmo subito “neoplatonica”; (ma, in realtà, la differenza tra platonismo e neoplatonismo è soltanto post-kantiana: la troviamo per la prima volta in Schleiermacher e in Hegel,… e non senza motivo!) Per Kant era chiara comunque una cosa: si poteva a buon diritto parlare di un “mundus intelligibilis”, rappresentato in primo luogo dall’enigma dei numeri (come nella concezione platonica), e poi, naturalmente, anche dalle idee geometriche correlate ai numeri, dunque dalla geometria euclidea. 
Sicuramente Kant, già nell’impostare la sua filosofia, volle recuperare la tradizione della metafisica nella sua totalità. Ma nei suoi saggi (tanto nel campo della metafisica, quanto in quello della filosofia morale) l’evoluzione del suo pensiero non era all’altezza degli scopi da lui perseguiti, tanto che egli dovette un giorno riconoscere: “David Hume mi ha svegliato dal sonno dogmatico”. Questa celebre espressione di Kant merita un chiarimento quanto al suo significato! Chi era David Hume? Perché Kant si era espresso in questo modo?

LA TEORIA DELL’ABITUDINE

Nella mia precedente disamina dei presupposti kantiani, ho solo accennato agli sviluppi inglesi. Anche questi erano qualificati dalla nascita delle scienze moderne, ma la filosofia inglese tentò il cammino inverso rispetto a quello intrapreso dai Tedeschi i quali, con Leibniz, avevano tentato di ripristinare la metafisica, superando mediante il concetto di monade l’opposizione tra essere pensante ed essere inanimato. …Kant… scusatemi, Hume tentò, assieme agli altri inglesi, di percorrere una strada diversa, chiedendosi: dove risiede la facoltà pensante nell’uomo? Da dove provengono i concetti? Esistono già da sempre? No! Vengono acquisiti dall’esperienza. E così Hume ha sviluppato… una teoria che descrive il modo in cui i concetti vengono appresi. 
Il celebre detto di Kant, da me citato, si riferisce anzitutto alla spiegazione di quello che, a partire da quell’epoca, viene chiamato “principio di causa”, ossia quella regola (la cui validità è in un certo senso inconfutabile) secondo cui ogni effetto ha una causa. In natura non accadono miracoli. Noi tutti sappiamo che la lotta contro i miracoli, intesi come il presunto inganno della Chiesa, fu uno dei cavalli di battaglia dell’Illuminismo.… 
Hume offrì in primo luogo una spiegazione della nostra certezza che ogni effetto abbia comunque una causa. Secondo lui, si tratta di un’abitudine acquisita da lungo tempo. “Abitudine” è la parola chiave della critica di Hume alla metafisica.… Di fronte a questa affermazione, oggi si pensa subito al pragmatismo americano, il quale esamina i concetti ricercandone le origini in situazioni di vita assolutamente pragmatiche.
Kant viene dunque a contatto con i testi di Hume (che peraltro era un grande scrittore) e riconosce subito che in essi c’è qualcosa di vero. Noi non possiamo pensare che l’intera realtà si risolva nella razionalità; non possiamo fare come se il concetto di logos (che nell’eredità antica della metafisica era la nozione universale fondamentale) conservasse l’ultima parola anche all’interno delle moderne scienze sperimentali. E allora non resta altra alternativa che tornare a riflettere sulla possibilità di un rapporto positivo fra l’esperienza e i concetti entro cui la pensiamo.

LA NECESSITÀ DEI CONCETTI

Proprio quest’indagine sul contributo dell’esperienza e su quello dei concetti fondamentali, di cui ci serviamo, costituisce il punto di partenza della riflessione di Kant. Egli ha compreso che non si può prescindere dall’esperienza; ho già citato il famoso inizio della Critica della ragion pura: “L’esperienza è senza alcun dubbio la base di tutto il sapere”. Però Kant non ha proseguito affermando: “e i concetti con cui noi la pensiamo sono acquisiti anch’essi dall’esperienza” (che era la linea di Hume e dell’empirismo inglese). Egli mostra invece che i concetti hanno già sempre una necessità costitutiva per l’esperienza stessa. Il ricondurre ogni fatto, ogni mutamento della natura, a una propria causa, non rientra già nel campo dell’esperienza, bensì è ciò che la rende possibile. Kant giunse così alla sua famosa formulazione. Tutto questo risulta evidente se pensiamo, ad esempio, al computer dei nostri giorni e alla sua capacità universale e illimitata di immagazzinare dati; se noi avessimo solo questa memoria per acquisire conoscenza del mondo, saremmo rovinati: soffocheremmo in una selva di informazioni, senza possederne realmente alcuna: “informarsi” significa sapersi orientare in una determinata questione, far luce su qualcosa di non chiaro. In questo esempio limite, traspare anche un’assurda convinzione dei giorni nostri (dai risvolti talvolta inquietanti) secondo cui l’informatica sarebbe la fine della scienza come tale. No! Il computer è uno strumento straordinario, ma è un congegno che presuppone in massimo grado l’immaginazione scientifica e il senso critico della scienza. “Misurare tutto il misurabile” è ancora ben lungi dal comprendere. Le misurazioni devono essere dapprima preparate, e lo stesso vale anche per gli esperimenti. Credo che la logica dell’esperimento sia la confutazione vivente del concetto di “registrazione”. Chi fa un esperimento deve elaborare una domanda, e deve riflettere sul modo in cui può indurre la natura a rispondervi. Tutti coloro che hanno un minimo di esperienza di ricerca sperimentale, sanno che solo per la preparazione di un esperimento è indispensabile un lavoro di anni, che si concretizza poi in pochi minuti o poche ore di misurazione. È però necessario che vi siano domande mirate, perché le nostre tecniche di misurazione, perfezionate, conducano alla conoscenza.

LA POSSIBILITÀ DELL’ESPERIENZA

Questa è solo un’immagine popolare che spiega perché Kant abbia potuto affermare: “i concetti, con cui facciamo esperienza, non sono a loro volta nozioni che provengono dall’esperienza, ma necessarie condizioni di possibilità della nostra esperienza”. C’è un proverbio che dice: “chi guarda in giro non mette giudizio”. La parola tedesca per “giudizio” – “Urteil” – è molto efficace: va diretta al nocciolo della questione. In essa risuona il verbo “separare”: distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Di una persona diciamo, ad esempio: “ha giudizio”, cioè non si limita a registrare gli eventi, bensì individua problemi, vede le possibili soluzioni, e fra queste coglie quelle giuste, e merita la lode; diremo invece: “non ha giudizio”, se sceglie le soluzioni sbagliate. Attraverso questo ricorso al linguaggio comune voglio spiegare una specie di parola magica: “apriori”. Che cosa significa? Questo soltanto: che per poter fare esperienza, devono già esserci domande, in forma di concetti. Riflettiamo un attimo su una bella espressione: “porre una domanda”. Non basta solo domandare, è necessario che le condizioni di una possibile risposta siano già presenti nell’atto di porre la domanda. È qualcosa di cui tutti facciamo esperienza: “uno sciocco può volere più risposte di quante non possano darne tutti i saggi del mondo”, perché, appunto, non sa porre le domande. A questo proposito, in tedesco usiamo l’espressione “una domanda contorta”, tale, cioè, da impedire qualsiasi risposta. Una questione mal posta presuppone ovviamente così tante contraddizioni interne che è impossibile condurla verso una qualche soluzione. Come si può constatare, sto cercando di lasciar da parte tutte le espressioni tecniche, per chiarire che cosa significhi “apriori”: esso è ciò che rende possibile l’esperienza, e pertanto non può essere a sua volta spiegato ricorrendo a quest’ultima; al contrario: è l’apriori che deve spiegare l’esperienza. Questa fu la grande svolta copernicana di Kant.
Kant era uno splendido scrittore, e deve esser stato anche un magnifico intrattenitore. Non sarebbe stata possibile, infatti, la presenza di un ospite noioso in una cerchia di commensali quale fu quella della Corte di Königsberg.

L’APRIORI E LA CAUSALITÀ

Dunque Kant pone la domanda sulla possibilità dell’esperienza ricorrendo al concetto di apriori, che compare occasionalmente già in precedenza, ma ora assume un ruolo fondamentale. Egli si chiede inoltre: “come si accordano nella nostra esperienza del mondo l’eredità della metafisica – cioè i concetti razionali – e questa conoscenza di tipo nuovo, basata sulla misurazione e l’esperimento?”. Nella seconda edizione della Critica della ragion pura Kant ha aggiunto, in una prosa piuttosto difficile, una descrizione davvero illuminante, che ci mostra come, accanto ai concetti razionali, l’esperimento apporti una nuova fonte di conoscenza. Per poter fare esperimenti bisogna saper porre domande, e questo avviene soltanto se, ad esempio, di fronte a qualcosa, si chiede: “qual è la causa di ciò?”.… Pertanto, se non è valida la categoria di causalità, non è possibile alcun tipo di esperienza. Uno degli errori più grandi di certi nostri contemporanei (spesso ignoranti di filosofia) è quello di appellarsi ai più recenti sviluppi della teoria quantistica per dire a cuor leggero che la causalità non vale più. Costoro non hanno affatto compreso che cosa sia la causalità! Essa è, infatti, il presupposto fondamentale dell’esperienza! Ben altra cosa è, ovviamente, stabilire se e come sia possibile trovare in modo inequivocabile la causa dei fenomeni osservati. Laddove, ad esempio, è la misurazione stessa a perturbare l’oggetto da misurare, tale reperimento potrebbe risultare evidentemente impossibile, ed è proprio su questo presupposto che si fonda la fisica quantistica di Heisenberg e della Scuola di Copenhagen.… Ma torniamo indietro alla concezione kantiana. Si esprime un concetto apparentemente banale, quando si afferma che l’esperienza implica sempre il pensiero. Non ci sarebbe bisogno di attendere un genio come Kant per rendersene conto. Nelle sue indagini sulle condizioni di possibilità, Kant si è chiesto come sia possibile sapere, prima di averne fatto esperienza, che, ad esempio, ogni effetto ha la sua causa. Si potrebbe obiettare che anche questa è, appunto, una cosa che dev’essere comprovata dall’esperienza! Ma chi afferma questo, non ha capito che cosa siano la ricerca, l’applicazione della matematica alla natura, il senso degli esperimenti. Per ottenere risposte da questi ultimi è necessario porre domande;… tale rapporto tra domanda e risposta è così profondamente radicato nella nostra esperienza, che anche la vita di tutti i giorni continua a riproporcelo, esattamente negli stessi termini. Non tutto il nostro vissuto diventa esperienza: una situazione vissuta diviene per noi un’esperienza (cioè ci trasmette una nuova conoscenza, che prima non avevamo) perché risponde a una domanda.
Da questo punto di vista Kant ha meditato a lungo, in particolare nei Prolegomena, soprattutto sull’applicazione della matematica all’esperienza, e da questa sua riflessione si è generata poi, nel Neokantismo, l’espressione “fatto della scienza”: quello che è accertato dalla scienza dimostra, con ciò stesso, una corretta applicazione dei concetti che vi sono implicati. Certo, non è poi così semplice (come sembrerebbe dal mio discorso) giustificare la correttezza delle nozioni che riferiamo alla nostra esperienza. Su questo problema Kant stesso ha fatto alcune considerazioni interessanti, mostrando come prima di ogni esperienza, cioè nella “percezione pura” – vale a dire in quegli elementi puri da cui si struttura l’esperienza – è già presente un’attività formatrice. Non ci si può limitare a una semplice reazione agli stimoli, si deve (per esprimersi con Kant) in un certo qual modo già sintetizzare la ricettività della nostra facoltà sensibile; questo è ciò che Kant ha chiamato “affinità trascendentale del molteplice”, vale a dire il fatto che innumerevoli dati si rappresentano come unità ancor prima che vi sia il pensiero, anche se sarà poi quest’ultimo a elaborarli con il proprio ulteriore e decisivo contributo.
Ho voluto così offrire un primo orientamento all’interno della questione da affrontare. L’empirismo ha aperto la via ad alcune concezioni problematiche. Empirismo non significa infatti essere a favore dell’esperienza, quanto piuttosto credere che tutti i concetti provengano dall’esperienza. Questa affermazione è confutabile perché è unilaterale; e in effetti Kant fu così convincente che riuscì ad attribuire alla metafisica una sua validità, quanto meno entro i limiti dell’esperienza possibile. Qui entra in gioco la celebre bipartizione kantiana delle facoltà: l’intuizione e il pensiero concettuale, (ovvero l’intuizione e l’intelletto).
Spazio e tempo, le due forme dell’intuizione, presenti in ogni nostra percezione del mondo, sono anch’essi apriori, come i concetti con cui li pensiamo. Questo è uno degli aspetti più dibattuti, ma anche più rapidamente rifiutati, di tutta la dottrina kantiana. Già Fichte, insieme agli immediati successori di Kant, cominciò a chiedere: “non dobbiamo forse concepire anche le forme dell’intuizione come forme del pensiero? Anche lo spazio e il tempo hanno lo stesso statuto della causalità!” Questo è un fatto da non passare sotto silenzio, grazie al quale è stata possibile la stessa fisica moderna (pensiamo ad esempio alla dissociazione dal postulato dell’intuizione già avanzata dalla teoria generale della relatività, con il presupposto dello spazio curvo e ormai invalsa in tutte le forme moderne della fisica atomica).
Ma torniamo indietro.… 

LA DEDUZIONE TRASCENDENTALE

Come mai Kant si svegliò dal sonno dogmatico? Egli comprese di dover giustificare il fatto che i concetti, entro cui noi pensiamo la natura, siano legittimamente applicati ai nostri materiali percettivi, alla nostra ricettività sensibile; si accorse, inoltre, che è lecito pretendere che ogni effetto abbia la sua causa, e ponendo questa domanda pervenne a una risposta. Che cosa significa dunque “effetto” se non l’effetto di una causa? Che cos’altro può voler dire, se non questo: che vi è un elemento la cui azione produce conseguenze? 
Per questa via si può arrivare a capire come mai Kant si sia dedicato con incredibile cura alla giustificazione dell’uso di categorie come la causalità; la parte decisiva della Critica della ragion pura, la cosiddetta “deduzione trascendentale”, è appunto la dimostrazione del fatto che i concetti sono effettivamente a priori e, al tempo stesso, sono già applicati all’esperienza, sono già impliciti in essa. Kant ha potuto, a suo modo, dimostrare questo grazie all’analisi dell’autocoscienza.
Ricostruire per intero questo ragionamento ci porterebbe troppo lontano. È sufficiente sapere che cosa ne è derivato. Kant ha mostrato che l’autocoscienza stessa, vale a dire la res cogitans della tradizione cartesiana,… contiene già quegli stessi concetti con cui facciamo le nostre esperienze, ma non li contiene nel senso di disposizioni innate, bensì come “necessarie condizioni di possibilità” dell’esperienza. Ecco come suona la formula da sempre nota nel kantismo: il trascendentale è il discorso sulle condizioni di possibilità delle cose, non sul loro modo di essere! Questo aspetto obbligò Kant a percorrere strade completamente nuove.
All’interno delle scienze della natura egli trovò una giustificazione del motivo per cui queste ultime, con il loro apparato procedurale, possono fare esperimenti, valutandoli, interpretandoli e rendendo così intelligibile la loro istanza di verità. A questo proposito Kant si espresse in termini provocatori, e nelle sue parole si avverte tutto l’orgoglio di un grande pensatore, laddove egli osa affermare: “l’intelletto prescrive alla natura le sue leggi”; (è una frase che ha dell’incredibile!). Che cosa deve fare il nostro intelletto? – Il significato dell’affermazione è il seguente: possiamo parlare della natura come di qualcosa di comprensibile soltanto se la concepiamo come il risultato di esperimenti intesi a scoprirne le leggi. La natura è – come dice Kant – “materia soggetta a leggi”: dobbiamo quindi capirne le leggi. E le leggi della natura sono per l’appunto “forme”, in cui si rappresenta, ad esempio, il concetto di “necessità”.

I LIMITI DELLA RAGIONE

Esponendo e illustrando questo aspetto della filosofia kantiana si riesce probabilmente a comprendere il motivo reale della sua risonanza internazionale. Di Kant è stata infatti ammirata solo la legittimazione delle scienze della natura di fronte al nostro pensiero. Questo conferimento di legittimità avviene grazie ai “giudizi sintetici a priori”, come ad esempio: “ogni effetto ha una causa”. Questo è un giudizio sintetico a priori, cioè noi non lo possiamo sperimentare direttamente, ma dobbiamo pensarlo come una condizione di possibilità di tutta l’esperienza. Se ora guardiamo alla ripresa degli studi kantiani nell’Ottocento, legata ai progressi dell’incipiente Rivoluzione industriale (prima in Inghilterra, poi anche nel continente), ci rendiamo conto che essa valorizzò solo quest’aspetto del pensiero kantiano, per il quale trovò persino il nome adatto: “teoria della conoscenza”. Quest’espressione è stata coniata non prima della metà dell’Ottocento. L’inglese “epistemology” e le corrispondenti variazioni nelle lingue romaniche risalgono al concetto greco di “epistème”, sapere, conoscenza. In sostanza, si tratta soltanto di due diverse espressioni per esprimere la stessa cosa, visto che anche “epistème” si riferisce alla scienza; e nient’altro (non c’entra l’esperienza di vita, né tutto ciò che concerne le nostre scelte, nel senso del nostro operare come creature libere; qui si intende solo la scienza). Ecco quale fu, agli occhi del mondo, il grande merito di Kant: aver giustificato l’epoca della scienza. Questo però non si concilia molto bene con l’altrettanto famosa espressione kantiana: “ho indagato i limiti del nostro pensiero solo per far posto alla fede”. Siamo di fronte, dunque, a un teologo in incognito? Che cosa dobbiamo pensare? No! Non si tratta di questo: Kant è figlio dell’Illuminismo, e in fondo ogni Illuminismo che non si sopravvaluti dovrebbe mettere in conto che incontrerà i limiti dell’intelletto e della nostra possibilità di conoscenza. Del resto, Kant aveva anche un altro interesse, oltre a quello dell’indagine sui limiti dei concetti speculativi. Non si può ovviamente dimostrare concettualmente che Dio ha creato il mondo o che l’anima umana è immortale o cose del genere. Qui si può solo argomentare a favore o contro, e nel suo celebre trattato Kant ha denominato queste argomentazioni “antinomìe della ragion pura”; ossia: la ragione pura (quella cioè che non si riferisce al mondo dell’esperienza) non è mai in grado di dare risposte prive di contraddizioni. Per ogni argomento c’è sempre un argomento contrario di pari evidenza.

LA FONDAZIONE DELLA MORALE

C’è poi un altro elemento fondamentale: si tratta dell’intima realizzazione del mundus intelligibilis. Kant ha riportato al centro dell’attenzione la ragione pratica, ovvero ha mostrato che l’uomo, considerato come persona, detiene un sapere diverso da quello fornito dalla conoscenza delle leggi e dalla comprensione di un processo (inteso come caso particolare di una legge): si tratta della legislazione che noi dobbiamo dare a noi stessi come uomini, e che, in verità, ciascuno deve dare a se stesso, se vuole comprendersi nella sua umanità. Si tratta del famoso “imperativo categorico”, che provoca sempre un “sacro timore” in tutti quanti, pur trattandosi di una cosa semplicissima, che è agevole spiegare.… Kant mostra infatti che tutti sappiamo, necessariamente, di poter concepire noi stessi come esseri che agiscono liberamente e di dover pensare anche l’altro come essere libero. Questo non ha niente a che vedere con il fatto che la scienza ci spinga in questa direzione, oppure no. Anche se la psicologia del profondo, nel Novecento, ci ha insegnato quali tracce profonde si imprimano nel nostro inconscio… durante i primi anni di vita, e anche se al giorno d’oggi sono note le cause genetiche dei vari comportamenti, ciò non toglie assolutamente che chi è consapevole di aver commesso un’ingiustizia non potrà dire: “è colpa del codice genetico”, oppure “è una tendenza primordiale inconscia”! La causa può essere di qualsiasi genere, ma questo non impedisce affatto di sentirsi responsabili. Perciò è chiaro che nessuno potrà declinare la propria responsabilità,… neanche rispetto all’altro, altrimenti non potrebbe vivere in una comunità. 
Kant ci offre così il secondo carattere della sua filosofia. Non solo si è svegliato, grazie a Hume, dal sonno dogmatico (fornendo la giustificazione dei nostri concetti di ragione), ma ha sviluppato anche un aspetto ulteriore, al quale ho già fatto cenno precedentemente, parlando dell’influsso ricevuto da Rousseau. Quest’ultimo ha effettivamente colto la differenza tra il progresso teoretico del sapere e l’educazione morale dell’uomo. Egli ha visto che è una presunzione dell’Illuminismo credere che solo chi ha appreso le scienze diventi un uomo migliore.
Per sviluppare questo aspetto della questione, Kant ha dato vita alla sua filosofia morale, indicando l’esistenza di imperativi categorici, ai quali appartiene anche la forma imperativa più palese: “Tu devi considerare ogni altro essere umano come un fine in sé”. Certo, può suonare molto strano (noi filosofi ci troviamo nella necessità di utilizzare un linguaggio tecnico), e tuttavia per capire questa affermazione basta pensare per un attimo alla sua paradossalità. Un “fine in sé” è uno scopo impossibile da porsi, in quanto, appunto, è già posto di per sé. Ogni uomo è – “in sé” – già libero, cioè è a lui che devo imputare le sue azioni, allo stesso modo in cui i miei pensieri dipendono da me – ma possiamo concepire noi stessi come esseri pensanti soltanto se ciò implica anche questa componente morale, che fa di noi persone responsabili. È su questo che si fonda la società e ogni possibile teoria del diritto, e anche ogni possibile “dottrina delle virtù”, come è chiamata dalla tradizione.

DOVERE E RESPONSABILITÀ

Su questo punto sarebbe opportuno entrare maggiormente nel dettaglio, perché i fraintendimenti della filosofia morale kantiana hanno imperversato in tutto il mondo fino ai nostri giorni. Di fronte all’espressione: “legge incondizionata” si parla del “dovere”. Ed è vero che Kant, servendosi di espressioni in voga nel suo tempo, tratte dal linguaggio stoico (o meglio dal Neostoicismo dell’epoca rinascimentale e del Cinquecento), parla sempre del concetto di dovere, che troviamo anche nel De officiis di Cicerone. Ma che cosa si intende con questo? Naturalmente egli non ha pensato (sarebbe stato incoerente) che la sua concezione dell’imperativo categorico dovesse insegnare agli uomini un maggiore autocontrollo. Kant ha descritto che cosa accade in un individuo che è consapevole del proprio dovere. Se ad esempio dico: “sto solo facendo il mio dovere”, significa che sono disposto ad assumermi la responsabilità della mia azione, poiché la ritengo giusta; in altri termini: sono convinto di ciò che faccio, e assicuro di agire mosso dalla consapevolezza del dovere. Il dovere, quindi, non ha nulla a che fare con l’ottusa sottomissione ai comandi. Questo è il grande errore che ho sempre trovato, persino nelle interpretazioni di affermati studiosi di Kant, i quali dichiarano: “siamo di fronte al militarismo prussiano, cioè a quel sentimento di sottomissione, di sudditanza, che la Prussia militarizzata ha sempre fatto risalire a Kant”.
Può darsi che in questo ci sia qualcosa di vero: i fraintendimenti hanno un forte impatto sociale. Ma ciò non equivale a una genuina comprensione di Kant, il quale intendeva dire una cosa del tutto diversa. Egli ha affermato: “Non ho bisogno di dimostrare l’esistenza del dovere; posso ovunque presupporla; invece che cosa esso sia, e come posso riconoscerlo, questo, sì, deve essere dimostrato e spiegato. Se “dovere” significa: fare una cosa solo se mi aggrada o mi arreca vantaggio, allora siamo di fronte – direbbe Kant – a “imperativi ipotetici”, che rispondono alla formula: “devi compiere l’azione se vuoi raggiungere questo scopo”; però se hai a che fare con un “fine in sé”, che non può essere oggetto della tua volontà, la situazione cambia. Qui Kant rivolge effettivamente il suo sguardo all’uomo in quanto tale, cogliendo la coscienza della libertà, la comprensione di sé, il rispetto dell’altro e della sua vita, il rispetto della legge, e tutto questo insieme.
Così facendo, Kant ha formulato l’imperativo categorico nel senso di un’“etica formale” (che cioè non presuppone nessun contenuto specifico), con argomenti che sanno rivolgersi all’uomo della strada, e ha mostrato perché Rousseau aveva ragione nell’affermare che l’uomo comune, trovandosi in situazioni di conflitto, non è affatto inferiore, per sottigliezza morale, al più colto e disciplinato degli intelletti. Kant lo ha espresso molto bene, e in maniera chiarissima.

LA SOFISTICA DELLE PASSIONI

Nella Fondazione della metafisica dei costumi – in un passo che amo particolarmente – Kant afferma: “se il dovere è qualcosa di così meraviglioso, come vien detto qui, a che cosa serve allora tutta questa filosofia? Basterebbe che ciascuno seguisse la voce della coscienza, e le cose andrebbero per il meglio!”. Egli osserva: “È una bella cosa l’innocenza, peccato, però, che sia così facile perderla, e noi tutti tendiamo – pur essendo consapevoli del dovere – in primo luogo a farci illusioni su noi stessi, sulle nostre stesse forze, dicendo, ad esempio: “certo, in generale non devo mentire, ma se ora dico la verità metto a repentaglio la mia vita. In tal caso deve pur essere concessa un’eccezione””. L’imperativo categorico è un comando che non ammette alcuna deroga. Questo è il senso dell’imperativo categorico: non c’è alcuna condizione in cui, per esempio, ho il diritto di trattare l’altro come uno strumento, un mezzo, senza che egli accondiscenda. Questo non significa che qualcuno non possa servire da mezzo per l’altro, bensì che nessuno dev’essere usato come strumento senza il proprio consenso, senza la sua disponibilità, tanto che si tratti di un soldato o di chi riveste una carica, e altro ancora.
Dunque, l’influenza fondamentale di Rousseau nel pensiero di Kant sta nell’aver mostrato come la ragione umana inganni se stessa per sottrarsi ai propri doveri; e come essa debba rendersi conto di ciò grazie a una riflessione, poi messa in atto da Kant. … A questa problematica Kant ha dato altresì il nome di “sofistica delle passioni”: sotto l’influsso delle passioni, delle emozioni, noi tutti siamo sempre pronti a esporci a questi errori morali – chi non lo fa! – Non siamo né perfetti, né santi: possiamo sbagliare in ogni momento. Ma una volta scomparsa l’emotività, siamo in grado di capire che la nostra azione non era giusta, e sappiamo renderci conto che: “se tutti ragionassero così…!”. – Ecco l’esempio che fa Kant …“se tutti ragionassero così…!”… – “Se mi trovo in difficoltà, mi vedo costretto a raccontare una bugia per ottenere in prestito del denaro”: è un celebre argomento, al quale Kant ribatte: “se questa diventasse una legge universale, nessuno più presterebbe denaro agli altri”. Se ognuno sapesse che l’altro può anche mentire, non ci sarebbero più prestiti. …Se ognuno sapesse che l’altro può mentire… Kant non ha legittimato questa situazione, ma ne ha indicato il perché: noi siamo convinti di dire la verità quando vogliamo farci prestare del denaro, per poi restituirlo. 
Queste sono le riflessioni che hanno indotto Kant, nella sua seconda Critica (ma soprattutto nella Fondazione della metafisica dei costumi) a istituire l’autonomia della ragione come primato della ragion pratica. Dalla qual cosa discendono molte conseguenze.

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