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Il Cammino della Filosofia Hans-Georg Gadamer
La Critica della ragion pura, alla sua pubblicazione, non conobbe il successo. Quando però lo stesso Kant si rese conto di non essere stato compreso, perché aveva scritto in modo troppo difficile, e si decise a redigere un’opera di carattere introduttivo (i cosiddetti
Prolegomena), le cose cambiarono all’improvviso, tramutando un’accoglienza tiepida in un successo travolgente. Nel giro di pochi anni, la filosofia critica di Kant si affermò in tutto il mondo culturale tedesco, facendo sentire il suo influsso anche all’estero. Non è semplice, in realtà, far comprendere il contributo di Kant alla filosofia. Con la genialità che lo caratterizzò, egli colse in maniera molto chiara gli aspetti positivi dell’illuminismo tedesco, e in particolare di
Leibniz. Così come quest’ultimo tentò una conciliazione (come ho già avuto modo di dire) fra le due sostanze, la res extensa e la res cogitans (dando quindi vita al sistema della Monadologia) allo stesso modo anche Kant cercò di approfondire questa impostazione e di legittimare le assurdità del sogno filosofico leibniziano (un Dio che pone un’infinità di orologi), servendosi di una costruzione, per così dire, un po’ meno macchinosa. In effetti Kant esordì con una dissertazione che, proprio come accadeva in
Leibniz, rivelava una forte influenza platonica. Il titolo di questa sua tesi è: [De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et
principiis] – “La forma e i principi del mondo sensibile e intelligibile”, una formulazione che noi oggi definiremmo subito “neoplatonica”; (ma, in realtà, la differenza tra platonismo e neoplatonismo è soltanto post-kantiana: la troviamo per la prima volta in Schleiermacher e in
Hegel,… e non senza motivo!) Per Kant era chiara comunque una cosa: si poteva a buon diritto parlare di un “mundus intelligibilis”, rappresentato in primo luogo dall’enigma dei numeri (come nella concezione platonica), e poi, naturalmente, anche dalle idee geometriche correlate ai numeri, dunque dalla geometria
euclidea. Nella mia precedente disamina dei presupposti kantiani, ho solo accennato agli sviluppi inglesi. Anche questi erano qualificati dalla nascita delle scienze moderne, ma la filosofia inglese tentò il cammino inverso rispetto a quello intrapreso dai Tedeschi i quali, con
Leibniz, avevano tentato di ripristinare la metafisica, superando mediante il concetto di monade l’opposizione tra essere pensante ed essere inanimato. …Kant… scusatemi, Hume tentò, assieme agli altri inglesi, di percorrere una strada diversa, chiedendosi: dove risiede la facoltà pensante nell’uomo? Da dove provengono i concetti? Esistono già da sempre? No! Vengono acquisiti dall’esperienza. E così Hume ha sviluppato… una teoria che descrive il modo in cui i concetti vengono appresi. Proprio quest’indagine sul contributo dell’esperienza e su quello dei concetti fondamentali, di cui ci serviamo, costituisce il punto di partenza della riflessione di Kant. Egli ha compreso che non si può prescindere dall’esperienza; ho già citato il famoso inizio della Critica della ragion pura: “L’esperienza è senza alcun dubbio la base di tutto il sapere”. Però Kant non ha proseguito affermando: “e i concetti con cui noi la pensiamo sono acquisiti anch’essi dall’esperienza” (che era la linea di Hume e dell’empirismo inglese). Egli mostra invece che i concetti hanno già sempre una necessità costitutiva per l’esperienza stessa. Il ricondurre ogni fatto, ogni mutamento della natura, a una propria causa, non rientra già nel campo dell’esperienza, bensì è ciò che la rende possibile. Kant giunse così alla sua famosa formulazione. Tutto questo risulta evidente se pensiamo, ad esempio, al computer dei nostri giorni e alla sua capacità universale e illimitata di immagazzinare dati; se noi avessimo solo questa memoria per acquisire conoscenza del mondo, saremmo rovinati: soffocheremmo in una selva di informazioni, senza possederne realmente alcuna: “informarsi” significa sapersi orientare in una determinata questione, far luce su qualcosa di non chiaro. In questo esempio limite, traspare anche un’assurda convinzione dei giorni nostri (dai risvolti talvolta inquietanti) secondo cui l’informatica sarebbe la fine della scienza come tale. No! Il computer è uno strumento straordinario, ma è un congegno che presuppone in massimo grado l’immaginazione scientifica e il senso critico della scienza. “Misurare tutto il misurabile” è ancora ben lungi dal comprendere. Le misurazioni devono essere dapprima preparate, e lo stesso vale anche per gli esperimenti. Credo che la logica dell’esperimento sia la confutazione vivente del concetto di “registrazione”. Chi fa un esperimento deve elaborare una domanda, e deve riflettere sul modo in cui può indurre la natura a rispondervi. Tutti coloro che hanno un minimo di esperienza di ricerca sperimentale, sanno che solo per la preparazione di un esperimento è indispensabile un lavoro di anni, che si concretizza poi in pochi minuti o poche ore di misurazione. È però necessario che vi siano domande mirate, perché le nostre tecniche di misurazione, perfezionate, conducano alla conoscenza. LA POSSIBILITÀ DELL’ESPERIENZA Questa è solo un’immagine popolare che spiega perché Kant abbia potuto affermare: “i concetti, con cui facciamo esperienza, non sono a loro volta nozioni che provengono dall’esperienza, ma necessarie condizioni di possibilità della nostra esperienza”. C’è un proverbio che dice: “chi guarda in giro non mette giudizio”. La parola tedesca per “giudizio” – “Urteil” – è molto efficace: va diretta al nocciolo della questione. In essa risuona il verbo “separare”: distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è. Di una persona diciamo, ad esempio: “ha giudizio”, cioè non si limita a registrare gli eventi, bensì individua problemi, vede le possibili soluzioni, e fra queste coglie quelle giuste, e merita la lode; diremo invece: “non ha giudizio”, se sceglie le soluzioni sbagliate. Attraverso questo ricorso al linguaggio comune voglio spiegare una specie di parola magica: “apriori”. Che cosa significa? Questo soltanto: che per poter fare esperienza, devono già esserci domande, in forma di concetti. Riflettiamo un attimo su una bella espressione: “porre una domanda”. Non basta solo domandare, è necessario che le condizioni di una possibile risposta siano già presenti nell’atto di porre la domanda. È qualcosa di cui tutti facciamo esperienza: “uno sciocco può volere più risposte di quante non possano darne tutti i saggi del mondo”, perché, appunto, non sa porre le domande. A questo proposito, in tedesco usiamo l’espressione “una domanda contorta”, tale, cioè, da impedire qualsiasi risposta. Una questione mal posta presuppone ovviamente così tante contraddizioni interne che è impossibile condurla verso una qualche soluzione. Come si può constatare, sto cercando di lasciar da parte tutte le espressioni tecniche, per chiarire che cosa significhi “apriori”: esso è ciò che rende possibile l’esperienza, e pertanto non può essere a sua volta spiegato ricorrendo a quest’ultima; al contrario: è l’apriori che deve spiegare l’esperienza. Questa fu la grande svolta copernicana di
Kant. Dunque Kant pone la domanda sulla possibilità dell’esperienza ricorrendo al concetto di
apriori, che compare occasionalmente già in precedenza, ma ora assume un ruolo fondamentale. Egli si chiede inoltre: “come si accordano nella nostra esperienza del mondo l’eredità della metafisica – cioè i concetti razionali – e questa conoscenza di tipo nuovo, basata sulla misurazione e l’esperimento?”. Nella seconda edizione della Critica della ragion pura Kant ha aggiunto, in una prosa piuttosto difficile, una descrizione davvero illuminante, che ci mostra come, accanto ai concetti razionali, l’esperimento apporti una nuova fonte di conoscenza. Per poter fare esperimenti bisogna saper porre domande, e questo avviene soltanto se, ad esempio, di fronte a qualcosa, si chiede: “qual è la causa di ciò?”.… Pertanto, se non è valida la categoria di causalità, non è possibile alcun tipo di esperienza. Uno degli errori più grandi di certi nostri contemporanei (spesso ignoranti di filosofia) è quello di appellarsi ai più recenti sviluppi della teoria quantistica per dire a cuor leggero che la causalità non vale più. Costoro non hanno affatto compreso che cosa sia la causalità! Essa è, infatti, il presupposto fondamentale dell’esperienza! Ben altra cosa è, ovviamente, stabilire se e come sia possibile trovare in modo inequivocabile la causa dei fenomeni osservati. Laddove, ad esempio, è la misurazione stessa a perturbare l’oggetto da misurare, tale reperimento potrebbe risultare evidentemente impossibile, ed è proprio su questo presupposto che si fonda la fisica quantistica di Heisenberg e della Scuola di
Copenhagen.… Ma torniamo indietro alla concezione kantiana. Si esprime un concetto apparentemente banale, quando si afferma che l’esperienza implica sempre il pensiero. Non ci sarebbe bisogno di attendere un genio come Kant per rendersene conto. Nelle sue indagini sulle condizioni di possibilità, Kant si è chiesto come sia possibile sapere, prima di averne fatto esperienza, che, ad esempio, ogni effetto ha la sua causa. Si potrebbe obiettare che anche questa è, appunto, una cosa che dev’essere comprovata dall’esperienza! Ma chi afferma questo, non ha capito che cosa siano la ricerca, l’applicazione della matematica alla natura, il senso degli esperimenti. Per ottenere risposte da questi ultimi è necessario porre domande;… tale rapporto tra domanda e risposta è così profondamente radicato nella nostra esperienza, che anche la vita di tutti i giorni continua a riproporcelo, esattamente negli stessi termini. Non tutto il nostro vissuto diventa esperienza: una situazione vissuta diviene per noi un’esperienza (cioè ci trasmette una nuova conoscenza, che prima non avevamo) perché risponde a una domanda. Come mai Kant si svegliò dal sonno dogmatico? Egli comprese di dover giustificare il fatto che i concetti, entro cui noi pensiamo la natura, siano legittimamente applicati ai nostri materiali percettivi, alla nostra ricettività sensibile; si accorse, inoltre, che è lecito pretendere che ogni effetto abbia la sua causa, e ponendo questa domanda pervenne a una risposta. Che cosa significa dunque “effetto” se non l’effetto di una causa? Che cos’altro può voler dire, se non questo: che vi è un elemento la cui azione produce conseguenze? Esponendo e illustrando questo aspetto della filosofia kantiana si riesce probabilmente a comprendere il motivo reale della sua risonanza internazionale. Di Kant è stata infatti ammirata solo la legittimazione delle scienze della natura di fronte al nostro pensiero. Questo conferimento di legittimità avviene grazie ai “giudizi sintetici a priori”, come ad esempio: “ogni effetto ha una causa”. Questo è un giudizio sintetico a priori, cioè noi non lo possiamo sperimentare direttamente, ma dobbiamo pensarlo come una condizione di possibilità di tutta l’esperienza. Se ora guardiamo alla ripresa degli studi kantiani nell’Ottocento, legata ai progressi dell’incipiente Rivoluzione industriale (prima in Inghilterra, poi anche nel continente), ci rendiamo conto che essa valorizzò solo quest’aspetto del pensiero kantiano, per il quale trovò persino il nome adatto: “teoria della conoscenza”. Quest’espressione è stata coniata non prima della metà dell’Ottocento. L’inglese “epistemology” e le corrispondenti variazioni nelle lingue romaniche risalgono al concetto greco di “epistème”, sapere, conoscenza. In sostanza, si tratta soltanto di due diverse espressioni per esprimere la stessa cosa, visto che anche “epistème” si riferisce alla scienza; e nient’altro (non c’entra l’esperienza di vita, né tutto ciò che concerne le nostre scelte, nel senso del nostro operare come creature libere; qui si intende solo la scienza). Ecco quale fu, agli occhi del mondo, il grande merito di Kant: aver giustificato l’epoca della scienza. Questo però non si concilia molto bene con l’altrettanto famosa espressione kantiana: “ho indagato i limiti del nostro pensiero solo per far posto alla fede”. Siamo di fronte, dunque, a un teologo in incognito? Che cosa dobbiamo pensare? No! Non si tratta di questo: Kant è figlio dell’Illuminismo, e in fondo ogni Illuminismo che non si sopravvaluti dovrebbe mettere in conto che incontrerà i limiti dell’intelletto e della nostra possibilità di conoscenza. Del resto, Kant aveva anche un altro interesse, oltre a quello dell’indagine sui limiti dei concetti speculativi. Non si può ovviamente dimostrare concettualmente che Dio ha creato il mondo o che l’anima umana è immortale o cose del genere. Qui si può solo argomentare a favore o contro, e nel suo celebre trattato Kant ha denominato queste argomentazioni “antinomìe della ragion pura”; ossia: la ragione pura (quella cioè che non si riferisce al mondo dell’esperienza) non è mai in grado di dare risposte prive di contraddizioni. Per ogni argomento c’è sempre un argomento contrario di pari evidenza. C’è poi un altro elemento fondamentale: si tratta dell’intima realizzazione del mundus
intelligibilis. Kant ha riportato al centro dell’attenzione la ragione pratica, ovvero ha mostrato che l’uomo, considerato come persona, detiene un sapere diverso da quello fornito dalla conoscenza delle leggi e dalla comprensione di un processo (inteso come caso particolare di una legge): si tratta della legislazione che noi dobbiamo dare a noi stessi come uomini, e che, in verità, ciascuno deve dare a se stesso, se vuole comprendersi nella sua umanità. Si tratta del famoso “imperativo categorico”, che provoca sempre un “sacro timore” in tutti quanti, pur trattandosi di una cosa semplicissima, che è agevole spiegare.… Kant mostra infatti che tutti sappiamo, necessariamente, di poter concepire noi stessi come esseri che agiscono liberamente e di dover pensare anche l’altro come essere libero. Questo non ha niente a che vedere con il fatto che la scienza ci spinga in questa direzione, oppure no. Anche se la psicologia del profondo, nel Novecento, ci ha insegnato quali tracce profonde si imprimano nel nostro inconscio… durante i primi anni di vita, e anche se al giorno d’oggi sono note le cause genetiche dei vari comportamenti, ciò non toglie assolutamente che chi è consapevole di aver commesso un’ingiustizia non potrà dire: “è colpa del codice genetico”, oppure “è una tendenza primordiale inconscia”! La causa può essere di qualsiasi genere, ma questo non impedisce affatto di sentirsi responsabili. Perciò è chiaro che nessuno potrà declinare la propria responsabilità,… neanche rispetto all’altro, altrimenti non potrebbe vivere in una comunità. Su questo punto sarebbe opportuno entrare maggiormente nel dettaglio, perché i fraintendimenti della filosofia morale kantiana hanno imperversato in tutto il mondo fino ai nostri giorni. Di fronte all’espressione: “legge incondizionata” si parla del “dovere”. Ed è vero che
Kant, servendosi di espressioni in voga nel suo tempo, tratte dal linguaggio stoico (o meglio dal Neostoicismo dell’epoca rinascimentale e del Cinquecento), parla sempre del concetto di dovere, che troviamo anche nel De officiis di Cicerone. Ma che cosa si intende con questo? Naturalmente egli non ha pensato (sarebbe stato incoerente) che la sua concezione dell’imperativo categorico dovesse insegnare agli uomini un maggiore autocontrollo. Kant ha descritto che cosa accade in un individuo che è consapevole del proprio dovere. Se ad esempio dico: “sto solo facendo il mio dovere”, significa che sono disposto ad assumermi la responsabilità della mia azione, poiché la ritengo giusta; in altri termini: sono convinto di ciò che faccio, e assicuro di agire mosso dalla consapevolezza del dovere. Il dovere, quindi, non ha nulla a che fare con l’ottusa sottomissione ai comandi. Questo è il grande errore che ho sempre trovato, persino nelle interpretazioni di affermati studiosi di
Kant, i quali dichiarano: “siamo di fronte al militarismo prussiano, cioè a quel sentimento di sottomissione, di sudditanza, che la Prussia militarizzata ha sempre fatto risalire a Kant”. Nella Fondazione della metafisica dei costumi – in un passo che amo particolarmente – Kant afferma: “se il dovere è qualcosa di così meraviglioso, come vien detto qui, a che cosa serve allora tutta questa filosofia? Basterebbe che ciascuno seguisse la voce della coscienza, e le cose andrebbero per il meglio!”. Egli osserva: “È una bella cosa l’innocenza, peccato, però, che sia così facile perderla, e noi tutti tendiamo – pur essendo consapevoli del dovere – in primo luogo a farci illusioni su noi stessi, sulle nostre stesse forze, dicendo, ad esempio: “certo, in generale non devo mentire, ma se ora dico la verità metto a repentaglio la mia vita. In tal caso deve pur essere concessa un’eccezione””. L’imperativo categorico è un comando che non ammette alcuna deroga. Questo è il senso dell’imperativo categorico: non c’è alcuna condizione in cui, per esempio, ho il diritto di trattare l’altro come uno strumento, un mezzo, senza che egli accondiscenda. Questo non significa che qualcuno non possa servire da mezzo per l’altro, bensì che nessuno dev’essere usato come strumento senza il proprio consenso, senza la sua disponibilità, tanto che si tratti di un soldato o di chi riveste una carica, e altro ancora. Copyright - Rai Educational |