Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Il giovane Hegel

Abbiamo già visto quanto sia attuale la problematica emersa in seno all’epoca moderna, che ha il suo fulcro negli anni a cavallo del 19º secolo. Ho ricordato due scritti programmatici che, nel quadro del dibattito sullo sviluppo dell’Idealismo tedesco da Kant a Hegel, sono ancor oggi al centro della nostra attenzione. Ho mostrato che è molto difficile (per non dire impossibile) stabilire esattamente chi sia l’autore dei pensieri espressi in quei documenti. Infatti, il movimento filosofico che va da Kant a Hegel rappresenta un cammino unitario, che testimonia l’ineludibilità delle problematiche in esso affiorate. Perciò è del tutto corretto che (dopo questo sguardo generale) io passi a trattare del giovane Hegel. Peraltro, anche “il giovane Hegel” è una scoperta relativamente tarda. E’ noto a tutti l’ascendente universale che Hegel esercitò sul 19º secolo e l’importanza che egli mantiene nella nostra cultura come ideatore della dialettica filosofica, così come l’influenza esercitata, da pioniere del pensiero, su grandi economisti come Karl Marx, e l’impronta determinante che diede a tutta la teologia e alla filosofia dell’età successiva, non soltanto in Germania. Eppure, dal punto di vista filosofico, nel corso del nostro secolo, Hegel è apparso ancora più vicino a noi. Questa nuova prossimità a Hegel è dovuta in parte anche al ritrovamento dei suoi manoscritti giovanili. Il merito di questa riscoperta va a un grande storico dello spirito tedesco, Wilhelm Dilthey, che reperì questi scritti nella Biblioteca di Stato di Berlino. Egli incaricò poi uno dei suoi allievi, Hermann Nohl, di predisporli per la pubblicazione; tale raccolta è stata chiamata Scritti teologici giovanili. Questo titolo è artefatto, come la maggior parte dei titoli adottati in un secondo tempo, i quali possiedono però una verità più alta di quella meramente documentaria. Infatti, anche questi scritti di Hegel (questa serie di appunti e di abbozzi risalenti a occasioni diverse) rispecchiano più che altro il programma dell’Idealismo tedesco di cui abbiamo già parlato, e in particolare il problema della possibile coabitazione degli uomini in un mondo comune, grazie anche ad una religione vissuta non più all’insegna delle dispute e delle autorità ecclesiastiche, bensì come un’autentica religione popolare.
L’espressione “religione popolare” è strettamente connessa con l’aspirazione ad una “poesia universale”, che ho ricordato per indicare come il Romanticismo si ricolleghi a tale tendenza dell’Illuminismo settecentesco.

 

IL GENIO DELLA CONCILIAZIONE

Il “giovane Hegel” fu quindi una grossa sorpresa. Anche il titolo Scritti teologici giovanili non è del tutto falso, nella misura in cui era già un giovane “teologo” quello che formulava i suoi primi pensieri confrontandosi con il cristianesimo (anche se si misurava criticamente non proprio con il cristianesimo, bensì con la teologia cristiana). Vedremo che questi scritti consentono effettivamente un approccio diverso a quella che il pensiero hegeliano della maturità chiamerà “filosofia dello spirito”.… In che rapporto stanno la tradizione cristiana e il concetto di Spirito? Certamente c’è un vincolo assai stretto. Sappiamo infatti che il messaggio cristiano è legato al concetto di amore (formulato nel Nuovo Testamento) con quelle parole enigmatiche secondo cui dobbiamo amare il nostro prossimo… e l’amore verso gli altri coincide quasi con l’amore per Dio. Come si riconnette tutto ciò ai pensieri filosofici dell’Illuminismo e ai limiti imposti da Kant alla speculazione metafisica? In realtà, Kant è molto presente in questi scritti hegeliani, tanto che alcuni tratti illuministici che essi rivelano possono apparirci quasi come una provocazione. Per anticiparne uno solo (che altrimenti nel contesto del mio discorso non avrei occasione di citare) vorrei ricordare che nel giovane Hegel si trova un appunto che parla di Gesù come “genio della conciliazione”. È una frase di sapore schiettamente illuministico. Dietro queste parole vi è il problema della divinità di Gesù e la questione della Trinità. Il giovane Hegel ha infatti meditato incessantemente sull’intimo nesso del rapporto trinitario, non solo sulla relazione tra il Padre e il Figlio (che poi è l’incontro misterioso di Dio con l’umanità), ma anche sulla terza persona della Trinità, lo Spirito Santo. E con questo siamo già al cuore della problematica hegeliana. Che cos’è lo Spirito? Che cos’è l’amore? Come pensare l’unità di queste persone? Come comprendere il mistero dell’Incarnazione, dello Spirito che si fa carne e di Dio che si fa uomo? Questi erano i problemi che tenevano in ansia i giovani teologi nell’epoca dell’Illuminismo, non solo Hegel, ma anche Schelling, che fu per lui un amico e un compagno di studi; e infine colui che il 20º secolo scoprirà come il nuovo grande poeta, Friedrich Hölderlin, il quale, in alcuni dei suoi scritti critici, si avvicina molto a certe annotazioni di Hegel, che quest’ultimo avrebbe poi sviluppato nella sua filosofia. Cerchiamo di farci un’idea di questa esperienza basilare del cristianesimo: il comandamento dell’amore.… È paradossale che l’amore debba o possa essere comandato. Kant lo avvertì come uno scandalo, e perciò volle ridimensionare assai la portata di questo precetto. In verità, però, il comandamento dell’amore non vuol essere una prescrizione, bensì una realtà vissuta, che ci accompagna tutti, con maggiore o minore intensità, per l’intera esistenza. Il “prossimo” non è infatti una determinata figura… che incontriamo una volta sola, bensì affianca costantemente il nostro vivere, come una continua esortazione a considerare gli altri, a rispettarli e onorarli in tutti i loro diritti e nella loro vera essenza. Tutto ciò è già implicito nel comandamento cristiano dell’amore, che in tal senso non impone di amare, ma di soddisfare le premesse grazie alle quali l’amore può svilupparsi come un’autentica unificazione tra me e te, fra un “Io” e un “Tu”, fra il cittadino di una regione e la società in cui vive, il suo governo, il suo Stato. L’amore, infatti, è soggetto a ben precise condizioni. Proprio su questo tema il giovane Hegel si era impegnato con molta energia. Naturalmente, egli non rifletteva solo da teologo, ma anche da filosofo, in grado di approfondire le opere di Kant – come fece a Tubinga – e poi anche di Fichte, il cui ingresso nella storia della filosofia gli offrì il punto di partenza da cui poter sviluppare autonomamente il proprio pensiero.

 

IL VERO, IL BENE, IL BELLO

Ma la filosofia, come abbiamo già visto, faceva in un certo senso rivivere un’accezione ben diversa della Trinità, che si fondava a sua volta, probabilmente, proprio sulla Trinità del cristianesimo. Si tratta della triade composta dal “vero”, dal “bene” e dal “bello”. L’accento principale cadeva proprio su quest’ultimo concetto. Qui il “bello” non si riferisce, come potrebbe sembrare, all’“estetica”, alla sfera dell’arte, bensì evoca l’antica formula che fu espressa in Platone, secondo cui il vero è il bene, e il bene è visibile solo nel bello. Il che, appunto, non significa che esso compaia solo nell’arte (così come la intendiamo noi) ma solo che è alcunché di visibile. Il bello è il modo in cui il bene si mostra. Ed è anche implicito che esso si manifesti a tutti, venga condiviso da ciascuno (come accade quando, al cospetto di una figura assai bella, esclamiamo, ad esempio: “Oh! Che fanciulla stupenda!”). E ci aspettiamo che anche gli altri dicano: “Sì, davvero!”. Pertanto, l’esperienza della bellezza è un tratto comune a tutti. Non posso entrare ora nel merito dell’importanza che queste riflessioni ebbero già per Kant, che nella sua terza opera fondamentale, la Critica del Giudizio, ha considerato l’esperienza del bello come qualcosa che si deve presupporre in tutti gli esseri umani: soltanto un “barbaro”, infatti, rimane indifferente di fronte alla bellezza della natura e valuta le creazioni artistiche esclusivamente dal punto di vista del possibile uso, o del loro prezzo. Ci troviamo quindi al centro di quella tradizione del pensiero europeo, fondata da Platone, che istituisce una correlazione tra il vero, il bene e il bello, sintetizzata – in sostanza – in quella domanda intorno al bene, che Socrate rivolgeva ai suoi concittadini con tanta insistenza da diventare sgradito e da essere infine condannato a morte. Sarà poi Platone a perpetuare la memoria di quest’uomo straordinario, descrivendoci un Socrate dotato di grande sensibilità erotica, il cui fascino conquista i giovani che lo frequentano (fanciulli e giovinetti, secondo le consuetudini della società di quel tempo), e che ci appare, insomma, come un iniziato ai misteri dell’amore. In un dialogo di Platone, la celebre Diotìma, sacerdotessa di Delfi, si intrattiene con Socrate, spiegandogli l’importanza di educare alla bellezza se stessi, i concittadini e tutta la società. Questi pensieri di Platone si ritrovano nel platonismo dell’epoca che si apre con Kant. La famosa Dissertatio kantiana è intitolata… La forma e i principi del mondo sensibile e intelligibile, e distingue appunto un mondo diverso da quello sensibile. Non possiamo parlarne come di un discorso platonico in senso stretto, ma essa si inserisce nel grande solco che quel pensiero ha lasciato nella storia della filosofia occidentale e che oggi chiamiamo “neoplatonismo”. Sul finire dell’età antica alcuni grandi pensatori hanno scavato questa traccia, che fu ripresa proprio da Kant e che domina il connubio fra la scienza moderna e la tradizione della metafisica. Non desta quindi sorpresa che anche il giovane Hegel abbia meditato sull’idea della bellezza come unità del vero e del bene all’interno della realtà.

IL POSITIVO È… NEGATIVO

Cerchiamo ora di affrontare direttamente la nostra questione: che idea dobbiamo farci del giovane Hegel?… Il ritrovamento di questi documenti destò una grande sorpresa. Hegel era infatti considerato un dialettico ingabbiato in una sorta di armatura formale astratta – “tesi”, “antitesi”, “sintesi”, “unificazione dialettica delle contraddizioni”, “genialità speculativa”, un continuo superamento di contraddizioni in una sintesi più alta – questo era il filosofo che dispiegava quelle armi dialettiche, che incontreremo nella Fenomenologia dello spirito e nella Logica. Ma qui siamo di fronte agli appunti del giovane Hegel sulla natura dell’amore e sul superamento della “positività” del cristianesimo! È opportuno spiegare l’uso di tale termine: in questo caso “positività” è una connotazione negativa del fenomeno del cristianesimo. “Positivo” significa, letteralmente, “ciò che è posto”, o “imposto”. Conosciamo, ad esempio, l’espressione “diritto positivo”, che riguarda leggi, statuti e regolamenti spesso scomodi, i quali ci impediscono di agire secondo giustizia (cioè considerando di volta in volta ciò che è opportuno e giusto fare). Di fronte alle norme del diritto positivo, il giudice, vincolato al rispetto del codice, deve trovare il modo di avvicinarsi il più possibile alla giustizia, emettendo una sentenza. Anche il cristianesimo possiede questo aspetto della legge, del precetto restrittivo, ed è questo il punto critico che Hegel denuncia con l’espressione “positività del cristianesimo”: egli vuole affermare la vitalità del comandamento dell’amore e dell’eredità spirituale del messaggio cristiano. 
Agli esordi del pensiero hegeliano c’è dunque la positività del cristianesimo e la sua critica. Dov’è che noi uomini ne facciamo esperienza? In ogni luogo, potremmo dire; in tutte le situazioni, infatti, ci accorgiamo che il nostro amor proprio deve misurarsi anche con l’esistenza degli altri, ma che tuttavia siamo anche in grado di superare questa distanza, questa estraneità nei confronti del prossimo. In tal caso parliamo di “esperienza dell’amore”. La conosciamo, ad esempio, nell’amore tra i sessi, che culmina nel prodigio per cui infine il corpo dell’altro abbandona quell’estraneità testimoniata dal senso di pudore, dall’uso di coprirsi, dalla riservatezza, per fondersi nell’unione amorosa di “una sola carne”, come insegna anche il cristianesimo. Questo era uno degli aspetti attraverso cui Hegel cercava di illustrare il senso più alto del comandamento dell’amore, ridefinendo in tal modo i compiti della sua epoca culturale, nel rispetto delle esigenze di una nuova consapevolezza, che si diffondeva ovunque con l’affermarsi della scienza: non si deve cioè accettare ciecamente un precetto; è invece necessaria un’intima adesione, con la quale la legge ci diventa tanto familiare e vicina quanto la persona amata, con la stessa intensità con cui l’uomo e la donna formano un corpo solo, superando ogni estraneità fra loro. Ci troviamo così di fronte a una delle esperienze più concrete in cui (questo vi sorprenderà!) Hegel riconosce il concetto di spirito. Si tratta di una concezione del tutto conforme alla dottrina dello Spirito Santo: la discesa dello Spirito Santo, il miracolo della Pentecoste, ha proprio questo significato, cioè la formazione di una comunità in cui l’estraneità nei confronti del prossimo viene superata nell’esperienza e nella volontà comune, nella quale confluiscono le molte lingue di fuoco che rappresentano il miracolo della Pentecoste in innumerevoli raffigurazioni pittoriche.

LA VITA DELLO SPIRITO

Il giovane teologo è dunque un pensatore assai concreto. Dopo questa mia introduzione sugli esordi della sua teologia, possiamo ribadirlo con convinzione.… Egli ha prodotto infinite variazioni su questo tema, nell’intento di stabilire esattamente il significato della frase “l’amore è vita”. Che cos’è la vita? Qual è il mistero della “vitalità”? Di fronte a un enigma si possono dare molte risposte, e poiché la vita è appunto un mistero, la religione ritiene pressoché ovvio che essa sia un dono divino e non un’opera dell’uomo. È innegabile che il miracolo della nascita e il segreto della morte non rappresentano soltanto i confini entro cui si inscrive la vita dell’uomo, bensì la accompagnano in ogni istante, facendone quel miracolo che è l’esistenza. Essa è come un filo ininterrotto, a cui siamo appesi continuamente, dalla nascita alla morte. Quante cose ci capita di incontrare: inusitate, spiacevoli, tristi, dolorose! Ma alla fine tutto questo fa parte di noi, è la nostra vita. Tutti noi ricordiamo i disagi superati, le disgrazie passate, ma poi la vita riesce sempre in qualche modo a rigenerarsi da se stessa. Questa è la grande intuizione di Hegel: la vita è la capacità di ritornare a sé. C’è un celebre detto di Hegel, sul quale non si mediterà mai abbastanza: “Il segno di distinzione della vita e dello spirito è che le sue ferite guariscono senza lasciare piaghe, senza tracce di lesione”. È una frase importante, che fa luce davvero sul miracolo della vita, sullo spirito vivente! Io vengo da Heidelberg, dove uno dei miei colleghi di un tempo, quando fu ricostruita la sede dell’Università propose il motto: “allo spirito vivente”. (Lo scritto che ho avuto modo di citatare, il Programma di sistema, è stato trovato proprio a Heidelberg, e lì stesso pubblicato dall’Accademia delle Scienze, di cui sono stato anche presidente, e della quale continuo a essere membro con grande soddisfazione). “Allo Spirito vivente”, dunque: tutto ciò che ho cercato di illustrare nella concretezza dell’unione amorosa e della sua attuazione nella sfera dei sensi, quindi, ha valore anche per tutta la nostra vita spirituale e umana. Da audace pensatore qual era, Hegel cercò di mostrare che anche le alienazioni più gravi possono essere superate e guarite. Una delle più radicali è rappresentata, senza dubbio, per una società moderna dotata di un codice di leggi, dalla punizione del delinquente. Perciò, al centro di uno degli scritti giovanili, di cui stiamo parlando, si trova questo problema: “che cos’è la punizione e che cos’è il crimine?”

 

LA FORZA DEL DESTINO

Il crimine rappresenta un’alienazione, una perdita della solidarietà della società di diritto in cui tutti viviamo. È un’affermazione di sapore idealistico, molto ottimista, con la quale non intendo affermare che Hegel fosse particolarmente soddisfatto della situazione giuridica del suo tempo, così come noi stessi possiamo avere motivo di lamentarci dell’amministrazione della giustizia e del modo in cui questa fa valere la volontà generale del consorzio civile. E tuttavia in questo ordinamento vi è pur sempre un nucleo di verità che possiamo riscontrare anche in altri settori dell’esperienza. Hegel si spinse a dire che attraverso la punizione avviene la ricomposizione tra il crimine e l’ordine giuridico. L’accettazione della pena è il grande mistero attraverso cui la vita rinnova la propria vitalità, la propria unità e armonia. È un’esperienza che tutti possiamo fare, anche in circostanze non così pubbliche e drammatiche come la violazione della legge e la punizione. Tutti noi conosciamo anche altri oltraggi, senza bisogno di considerare le forme estreme del crimine e della violazione della legge. Ci sono innumerevoli ferite nella nostra vita:… il destino, che spesso è doloroso, ci impone delle limitazioni, delle privazioni, ci costringe ad accettarle, e a esercitare così una facoltà propria dello spirito, della nostra eticità, o dell’uomo in quanto tale. Rimane un mistero insondabile, che uomini colpiti da una condanna riescano a sopravvivere (non mi riferisco, qui, alla condanna in senso giuridico, bensì penso, ad esempio, a quelli che rimangono paralizzati a causa di un incidente, o che subiscono una terribile menomazione, che impedisce loro di godere dei piaceri della vita). Si dice: “è meraviglioso che una persona riesca a vincere tutto ciò, e a condurre nonostante tutto una vita degna di questo nome, accettando i propri limiti!”. Ecco che cosa intendeva Hegel, affermando che le ferite dello spirito non lasciano piaghe e guariscono totalmente! Ma c’è di più: tutto ciò si riferisce anche all’esperienza dell’amore. Bisogna rendersi conto che le ferite non sono solo lesioni, che cioè le limitazioni che il destino impone sono al tempo stesso una grande opportunità che la vita ci offre e della quale noi possiamo farci carico, allo stesso modo in cui l’uomo, proprio attraverso il dono di sé nell’amore, guadagna una dimensione di vita ancora più autentica e più concreta. Chi non ha visto apparire il mondo sotto una luce del tutto nuova, quando la freccia di Cupido lo ha colpito! Tutte le cose, allora, si trasfigurano: non solo la persona amata, alla quale ci doniamo interamente nel nostro struggimento amoroso, che vediamo realizzato! L’intero mondo assume un aspetto differente. Tutti questi esempi sono tratti da situazioni profane (tutt’altro che teologiche) legate alle nostre esperienze di vita. …[ripete]… E tuttavia in un certo senso testimoniano e illustrano il messaggio cristiano dell’amore. Il mondo trasfigurato, risanato, quel mondo che noi riconosciamo come nostro: sono cose importanti, alle quali la vita di fatto ci invita e delle quali noi dobbiamo farci carico, anche quando si tratta di accettare la morte. Non vi è dubbio che tutte le grandi religioni universali cerchino di affrontare l’enigma della morte, ma forse il cristianesimo è quella che ha dato la risposta più profonda a questo mistero, annunciando che possiamo portare il fardello che la natura ci ha imposto, fino all’agonia, fino alla lotta con la morte, aggrappandoci a quella impetuosa volontà demonica di vivere che ebbe anche Gesù – come raccontano i Vangeli – quando accettò di morire sulla croce.
Come si può vedere, nel muovere i primi passi del suo pensiero, Hegel non si allontana dall’ambito teologico del cristianesimo.

LA MOLLA DEL PENSIERO

L’insieme degli appunti e degli scritti del giovane Hegel è oggi opportunamente organizzato in una edizione critica, che ci consente di intenderne più esattamente la genesi; se però vogliamo capire la filosofia (e in particolare quella hegeliana) rendendoci conto di quale fosse il compito affidato al pensiero nell’epoca tra Illuminismo e Romanticismo, troviamo un ausilio particolare proprio in queste esperienze fondamentali di cui ho parlato, e che vengono affrontate nelle annotazioni di Hegel. Adesso non è azzardato chiedersi: “ma è proprio questo l’atto di nascita della dialettica hegeliana?” – Sì, è proprio qui che affiora la dialettica di Hegel. Il suo messaggio, in fondo, è questo: “il movimento dei nostri pensieri è provocato dalla contraddizione”. C’è, insomma, qualcosa che non si adatta, non si conforma alla nostra linea di pensiero.… Ma mentre cerchiamo di pensare la contraddizione nella sua unità, scorgiamo nuove, grandi concordanze. Questa sarà la via del metodo dialettico, che in Hegel diventa la regola della dimostrazione filosofica, e che gli consente di spingersi oltre la posizione prudente e disciplinata esposta da Kant nei suoi scritti filosofici. Il termine “dialettica” ha invero un’origine antica, ma Kant lo riprese nella Dialettica trascendentale della Critica della ragion pura, additando problemi ai quali la ragione stessa non può dare una risposta univoca, perché anche la soluzione contraria appare altrettanto evidente e dimostrabile quanto la prima. Un esempio siffatto è la questione del mondo nella sua totalità: l’universo c’è da sempre? Oppure ha un inizio nel tempo? Entrambe le alternative sono giustificate, e lo stesso può essere ripetuto per quanto concerne l’esistenza di Dio. Tutti questi problemi sono stati trattati da Kant nella cosiddetta Dottrina delle antinomie, lo studio delle tesi che si contraddicono reciprocamente. Anche in questo caso Hegel è partito dai risultati dei lavori dei suoi predecessori. In Fichte si può trovare qualcosa di molto simile. Uno degli scritti di Fichte si intitola: Introduzione alla vita beata.* Anch’egli era un pensatore cristiano, le cui concezioni filosofiche erano imbevute dell’eredità cristiana della cultura occidentale.

IL SENSO DELLA VITA

La dialettica hegeliana (di cui parleremo successivamente) ha questo sfondo vitalistico che ho precisato, tale per cui il pensiero stesso possiede la forza di superare le contraddizioni e quindi di accrescersi, di perfezionarsi, di concretizzarsi e di realizzarsi sempre di più. Questo è il cammino spirituale che noi tutti in fondo percorriamo nel corso della nostra storia e della nostra esperienza personale. Questa è la ricchezza di cui ci ricompensa una vita che è in sé dura e misera. Torno a ricordare che anche certe menomazioni gravi e inguaribili, come la paralisi, la cecità, o qualsiasi altra infermità permanente, riescono tuttavia a far nascere miracolosamente in noi un senso di vitalità e addirittura di gratitudine per la vita. La filosofia di Hegel, nonostante tutta la rigidità e il rigore metodico che possiede, dovrebbe sempre essere vista sullo sfondo di quella esperienza trinitaria della vita che si riproduce nella nostra vicenda personale. Se si fa questo, si vede subito qual è il vero compito della vita umana: direi che esso consiste nella perenne ricostruzione della propria continuità. La vita è sempre un ritorno a sé dopo tutte le alienazioni e tutte le offese. Questa è la missione al cui servizio dobbiamo porre noi stessi, se non vogliamo essere sbattuti qua e là dalla vita, ma intendiamo invece “condurre” la nostra esistenza. L’espressione tedesca “Lebensführung”, “condotta di vita”, significa proprio questo: anche se non sappiamo in anticipo dove essa ci conduce, accade però che tutte le nostre esperienze confluiscano a plasmare non solo il nostro destino e i nostri limiti, ma anche quelle inalienabili libertà, quell’apertura verso il bene, il vero e il bello, che sanno guidare il nostro destino personale, con nuovi stimoli e nuove prospettive, verso un futuro migliore. Vi è un grande messaggio in queste parole, nonostante tutti i limiti impliciti; e forse esso può essere accolto anche in questo nostro mondo, afflitto da tante alienazioni: penso all’indicibile senso di straniamento che l’uomo moderno può provare in una grande città, dominata dal rumore, disturbata e oppressa da un incessante martellare – anche questo mondo metropolitano e industrializzato possiede tali possibilità di realizzazione, grazie alle risorse spirituali che la vita, in quanto tale, sempre concede. 

Copyright - Rai Educational