Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Hegel: la Fenomenologia dello spirito

Forse per qualcuno potrebbe essere stata una sorpresa sentire, in una conversazione precedente, che Hegel (questo svevo caparbio e famigerato per l’incredibile capacità di astrazione e la complessità concettuale) fu tanto ricco di umanità e di concrete esperienze di vita nel maturare il proprio confronto con il cristianesimo. I suoi scritti giovanili hanno dato effettivamente nuova linfa agli studi hegeliani, in quanto hanno mostrato che egli maturò i propri concetti confrontandosi direttamente con l’Illuminismo e con la tradizione cristiana. Oggi siamo in grado di vedere, per così dire “con gli occhi del giovane Hegel”, anche gli sviluppi successivi del suo pensiero, contenuti nelle grandi elaborazioni filosofiche della maturità (e tale arricchimento è stato possibile solo nel nostro secolo). È così giunto il momento di passare alla trattazione dei due grandi progetti filosofici che Hegel ha regalato al mondo intero. Il primo è la cosiddetta Fenomenologia dello spirito, l’altro è l’esposizione del suo sistema filosofico, la cui prima parte è costituita dalla Logica. Oggi ci occuperemo del primo di questi trattati, che segna anche un passaggio importante nella biografia hegeliana. La Fenomenologia dello spirito infatti (più avanti vedremo che cosa significa questa espressione) fu redatta a Jena, dove Hegel era docente durante il periodo… del dominio napoleonico, e prima della guerra prussiana. Sono note le enormi aspettative con le quali i giovani intellettuali svevi (di Tubinga e in genere della Germania meridionale) salutarono la Rivoluzione Francese. Questi giovani teologi e studenti di Tubinga furono animati in quei giorni dal grande pathos della libertà. Diversamente da quel che si pensa in genere, Hegel fu persuaso, per tutta la sua vita, dell’importanza fondamentale di questa rivoluzione della borghesia. Si ricorda un celebre aneddoto: ormai all’apice della sua carriera, in occasione di una visita a Tieck nella città di Dresda, Hegel avrebbe improvvisamente sollevato il bicchiere, esclamando: “Sa, Lei, che giorno è oggi? È il giorno dell’assalto alla Bastiglia. Brindiamo a questo giorno!”.

 

LO SPIRITO DEL MONDO

La Rivoluzione Francese e il suo pathos di libertà costituivano dunque, com’è facile capire, un motivo di speranza per gli intellettuali borghesi che aspiravano a un riconoscimento sociale e politico. Si sa con certezza che Goethe e Schiller dovettero ottenere un titolo nobiliare per poter essere presentati alla Corte del Granduca di Weimar. Questa situazione cominciava lentamente a mutare in conseguenza della Rivoluzione Francese, e già all’epoca dell’occupazione napoleonica le cose erano cambiate. Si venne affermando quella nuova compagine sociale sulla quale è costruito lo Stato nazionale tedesco. Racconto queste cose a titolo introduttivo, ma anche per aggiungere un’altra osservazione riguardante la Fenomenologia dello spirito. Quest’opera è tanto singolare da non potersi quasi riassumere, e da essere comprensibile solo in alcune sue parti (talmente preziose, però, da indurci a moltiplicare gli sforzi). La sua redazione fu completata da Hegel proprio durante la guerra antinapoleonica della Prussia. Il rombo dei cannoni della città di Jena ha per così dire accompagnato le parole conclusive del libro. E quando poi Napoleone fece il suo ingresso a Jena o a Weimar (non so esattamente in quale delle due città), Hegel affermò: “Oggi ho visto lo spirito del mondo a cavallo!”. Ovviamente l’imperatore Napoleone se ne stupì a sua volta, perché pensava di essere il frutto della Rivoluzione Francese (anche se rispetto agli ideali dei Giacobini risultava essere un frutto ancora acerbo).
Queste sono dunque le circostanze esteriori che accompagnarono la nascita della Fenomenologia. Hegel era già un giovane e affermato libero docente. Il fatto che a Jena egli venisse compreso è (e resterà sempre) uno dei misteri della storia universale; peraltro non l’unico nella sua carriera: come sia possibile, infatti, che esprimendosi nel suo dialetto svevo, Hegel abbia potuto influenzare a Berlino un’intera cerchia di allievi, rimane inspiegabile e sta a dimostrare (vorrei cogliere l’occasione per dirlo) che i giovani hanno la meravigliosa capacità di aprirsi senza riserve a una persona che ha qualcosa da dire, e sanno capirla fino in fondo, trasmettendo ad altri quello che hanno recepito. Qui sta il vero prestigio del nostro lavoro accademico: non nel manifestare occasionalmente una opinione politica razionale, o magari irrazionale, ma nel trasmettere di generazione in generazione lo stimolo a pensare e a giudicare autonomamente. Perdonatemi la digressione! Essa, comunque, intendeva anche sottolineare un aspetto oggi documentabile: i giovani pensatori di genio – come fu Hegel, o il suo amico Schelling, e prima di loro anche Fichte (che in quel periodo era la figura predominante a Jena) – non si sono limitati ad arricchire la scienza filosofica del loro tempo: essi hanno anche creato una solidarietà morale, sociale e politica, che, per almeno un secolo, ha costituito la base su cui edificare lo Stato nazionale tedesco.

 

UN LUNGO CAMMINO

Quando si esamina la Fenomenologia dello spirito, è necessario prendere dimestichezza con alcune nozioni. Innanzitutto bisogna chiarire il termine “fenomenologia”. Esso deve oggi la sua notorietà a una corrente filosofica tedesca (la cosiddetta “scuola fenomenologica”) fondata da Husserl, e alla quale appartennero anche Heidegger e Max Scheler. Questo indirizzo di pensiero ha fatto propria appunto la parola “fenomenologia”, assumendola in realtà dalla medicina, dove essa indica lo studio dei diversi modi di manifestarsi della malattia. Si tratta, quindi, di una dottrina delle manifestazioni, ma dello spirito. Ecco Hegel! La sua è una storia dei fenomeni dello spirito, ovvero delle modalità in cui quest’ultimo si mostra. Con ciò siamo proprio al punto iniziale di quel compito che la sua generazione ritenne di dover assolvere sulla scorta del pensiero di Kant. La missione da compiere era il raggiungimento dell’unità, formulata con quello stesso rigore con cui Kant aveva operato determinate distinzioni. La prima di queste distinzioni riguarda l’esperienza, che viene elaborata attraverso le scienze, e che costituisce il principio di tutto il conoscere. Se invece le cose non ci sono “date” per mezzo dell’intuizione, la metafisica rimane vuota e le sue affermazioni prive di senso. C’è però un’eccezione: la libertà. La libertà umana è quella disposizione morale con la quale l’uomo conosce (e sente) il bene o il male, in se stesso e negli altri: qui non siamo di fronte a fatti empirici, bensì a qualcosa che determina tutto il comportamento dell’uomo, e che decide della possibilità stessa della metafisica. Questa era dunque la missione che Fichte, Schelling e Hegel si proponevano di portare avanti.
La Fenomenologia dello spirito è il capolavoro hegeliano, in cui egli cerca di mostrare come, a partire dall’autocoscienza, si possa comprendere l’intera struttura spirituale del mondo; il termine “autocoscienza” comporta già il superamento di una condizione iniziale, che potremmo chiamare il punto di vista della “coscienza”. Che cos’è la coscienza? Nient’altro, se non ciò che in essa appare. È per questo motivo che, ad esempio, concetti come “autocoscienza”, “Io”, o “soggetto” (tipici del mondo moderno) non esistevano affatto presso gli antichi. Il pensiero greco era come un enorme occhio aperto che scruta l’ordine celeste, l’ordinamento umano (cioè quello della città), e l’armonia dell’anima. In seguito, con la mediazione del cristianesimo, è iniziato un cammino d’interiorizzazione; e il subjectum (che in senso stretto significa solo “sostrato”) ha assunto il valore di “soggettività” e di autocoscienza (che riguarda ovviamente la sfera della coscienza). Ebbene, il proposito di Hegel era quello di mostrare che ogni coscienza, in fondo, è autocoscienza, e di far sì che il pensiero acquisisca questa consapevolezza (che cioè in ogni coscienza si nasconde l’autocoscienza), per rivelare, infine, come a partire da questa sfera interiore, dall’intimo universo dell’autocoscienza, si colga (nella sua interezza) la nostra esperienza del mondo. Ecco il lungo cammino che questo libro descrive: dalla coscienza all’autocoscienza, e dall’autocoscienza allo spirito (insieme a tutte le forme di organizzazione spirituale della realtà, come la società, lo Stato, l’arte, la religione e il pensiero concettuale). È un programma imponente, che spazia dalla coscienza sino alle forme di quel sapere assoluto, che arte, religione e filosofia pretendono di costituire.

CERTEZZA E VERITÀ

Sulla base di questi presupposti, la nostra trattazione si suddivide in due tappe fondamentali, e risulta evidente che il fulcro di articolazione di questi due momenti è l’autocoscienza. Il primo passo consiste nell’indicare come si perviene all’autocoscienza e perché in ogni coscienza c’è già autocoscienza; in seguito si dovrà mostrare che l’ultima parola non spetta all’autocoscienza, bensì allo “spirito”. (Del resto, parlando del giovane Hegel ho sottolineato che nei concetti hegeliani si riproduce una sorta di trinità filosofica, che è assai vicina alla dottrina cristiana della Trinità. Egli stesso si è espresso nei termini di “spirito soggettivo”, “spirito oggettivo” e “spirito assoluto”).
Come è possibile, dunque, dimostrare che la coscienza è sempre autocoscienza, e che quest’ultima si cela comunque in quella? Hegel lo fa a modo suo, muovendo innanzitutto da una prima certezza che chiama “certezza sensibile”. Quando abbiamo davanti a noi qualcosa, qui e ora, ne abbiamo certezza, lo “prendiamo per vero”. Che cosa vuol dire “prendere per vero”? In tedesco diciamo “Wahr-nehmen”, che significa anche “percezione”: il percepire è, allora, un prendere immediatamente per vero ciò che si offre all’esperienza. Ma questo non significa ancora coglierne l’essenza, anche laddove siamo in grado di indicare una cosa insieme alle sue proprietà.
Io sono figlio di un chimico e so che questa scienza può offrire una buona rappresentazione di quel che è il mondo: in essa ciò che percepiamo è analizzato nella sua struttura; le cose, che incontriamo nel mondo, si compongono di elementi. L’analisi chimica ci rivela la loro struttura. E anche se mio padre si rammaricava, perché a me non bastava questa indagine del mondo, ma aspiravo al mondo soprasensibile, il cui fascino sta nelle parole, nei concetti e magari anche nei versi e nei suoni, il mio era pur sempre un cammino, i cui primi passi poggiavano nel mondo della percezione e dell’intelletto (e che implicava quindi lo studio delle scienze naturali, come la chimica, la fisica, e così via). Effettivamente la certezza non è ancora autocoscienza; essa è un atteggiamento rivolto verso l’esterno, che per mezzo dell’intelletto cerca nel mondo della percezione la presenza di un ordine, e si sforza di dimostrarlo. Di che genere di ordine si tratta? Già ponendo questa domanda ci troviamo, sorprendentemente, al cospetto di ciò che cerchiamo: le forze. Il mondo appare come un gioco di forze. Che cos’è, in realtà, una forza? Una forza che non si estrinseca, merita questo nome? Possiamo forse farla consistere solo nella sua manifestazione? No, evidentemente! È necessario che a scatenarla sia un’altra forza. In passato si usava l’espressione “sollecitare” (è un termine latino). La “sollecitazione” e i suoi effetti: questo è il vero mondo delle forze.… Se le cose stanno così, la forza non è qualcosa di visibile, e non lo è nemmeno la sua manifestazione. Così abbiamo fatto un passo avanti: dalla percezione, che ci svela le cose con le loro proprietà, siamo passati al mondo in cui vigono le leggi della natura. Le leggi! Abbiamo già sottolineato una volta che Hegel avvertiva i limiti di ciò che è imposto (e che chiamava il “positivo”, intendendolo come un qualcosa di “negativo”) soprattutto nella religione, dove sono evidenti i difetti di una vita religiosa non veramente sentita. Allo stesso modo ancora oggi i regolamenti e le leggi rappresentano per noi solo dei criteri generali, che aiutano a mantenere l’equità, la conformità e l’ordine.

 

IL GIOCO DELLE FORZE

Questo gioco delle forze mostra chiaramente che cosa sia la dialettica. Una forza è tale, solo se si estrinseca. Il fatto che le forze si manifestino, entrando per così dire in gioco tra loro, dà vita a quell’ordine naturale di cui conosciamo le leggi. Non si tratta di un ordine al quale abbiamo accesso mediante i nostri sensi, ed è per questo che anche Hegel usa l’espressione “ordine soprasensibile”. Il regno delle leggi è per così dire il mondo dei fenomeni, che sono forze nel loro manifestarsi. Ma la vera realtà sta nelle leggi! Questa, però, è la lettura del neokantismo, che ha interpretato Hegel usando Kant, e dicendo, appunto, che la vera realtà sono le leggi di natura. Natorp, il mio maestro, ha persino affermato che questo è anche il senso delle “idee” di Platone. Giunti a questo punto ci poniamo una domanda interessante: che cosa significa affermare che le leggi sono la realtà? – Non le leggi da sole, però! Bisogna aggiungere anche le cose, per cui le leggi vigono. Questa è la celebre dialettica tra legge generale e caso particolare. In che senso “caso”? Il termine “casus” significa: “ciò che cade”(cioè rientra) in una “casistica” comune, e in tal senso è reale. In medicina si dice: “questo è un caso di una certa malattia”. La malattia può esistere solo nei “casi”. Quindi la vera realtà non può essere l’universale. Ma allora, la vera realtà, che cosa sarà mai? Essa è l’inscindibile coappartenenza dell’universale e dei casi particolari. Ebbene, dove la rinveniamo nella nostra esperienza? Qui si compie il grande passo preparato da Hegel: la incontriamo nel vivente. È un’idea, questa, che troviamo già in Kant. Quest’ultimo diede un fondamento alla fisica newtoniana e mostrò che la filosofia può acquisire conoscenze effettive solo nella misura in cui si accorda con l’esperienza scientifica, rinunciando alle pure costruzioni concettuali della metafisica. Ma dopo aver visto questo, Kant si accorse che la scienza matematica della natura non è tutto. È necessario infatti, per la nostra ragione e il nostro intelletto, cercare di concepire l’intera vita, e in particolare tutto ciò che si comporta come un vivente, non come una sorta di macchina, ma come qualcosa che intrattiene un rapporto con se stesso. Non a caso è stato proprio Kant a insegnarci che senza il concetto di finalità, cioè senza il “giudizio teleologico”, non possiamo comprendere che cosa sia il vivente. Esso “si rapporta”: questa espressione tocca il fenomeno dialettico basilare con cui Hegel prepara il passaggio all’autocoscienza. Che cosa significa “rapportarsi”? Come è possibile istituire una relazione con sé medesimi? Si tratta di un aspetto riscontrabile in qualsiasi essere vivente: se faccio un gesto con la mano, non posso dire solo “la mano muove”. Sono infatti io a muovermi; devo usare un verbo riflessivo. Già Platone aveva individuato l’essenza del vivente, parlando di un “automovimento”, cioè dell’“autò kinùn”.
Con ciò siamo alla soglia dell’autocoscienza, e a questo punto vorrei citare una frase per mostrare in che modo Hegel abbia descritto questo delicato passaggio. Nel capitolo che tratta dell’autocoscienza troviamo un’affermazione,… che testimonia al tempo stesso la grande efficacia stilistica della prosa hegeliana.

 

L’ENIGMA DI ESSERE SE STESSI

Il passo in questione recita come segue:… “Soltanto nell’autocoscienza come concetto dello spirito, la coscienza raggiunge il suo punto di svolta: qui essa (muovendo dalla variopinta parvenza dell’al di qua sensibile e dalla vuota notte dell’al di là ultrasensibile) si inoltra nel giorno spirituale della presenzialità”. Una frase importante! Hegel aggiunge che il capitolo sull’“autocoscienza” è l’autentico punto di svolta rispetto al quale misurare l’intero sviluppo del pensiero che culmina nel sapere, muovendo dalla certezza sensibile sino a raggiungere nell’arte, nella religione e nella filosofia la più intima certezza della verità. Parole essenziali! Esse fanno luce su un vero mistero: che cosa significa “rapportarsi”? “Rapportarsi a se stessi”? Come è possibile essere in relazione con se stessi? E che cos’è, poi, questo “se stessi”? Certamente non è quell’astratta identificazione che facciamo, dicendo: “Questo è lui stesso!”. Usiamo invero tale espressione per individuare qualcuno, il quale, a sua volta, non ha bisogno di riconoscersi, in quanto è già “se stesso”. Nessuno entra in rapporto con sé medesimo, in quanto la relazione con sé è costitutiva, è già sempre data. Questo è il primo passo che il pensiero compie per elevarsi a un livello nuovo. La vita… la vitalità, non si relaziona a sé in maniera cosciente. Il vivente, in quanto tale, è inserito in quella che chiamerei “la grande circolazione sanguigna dell’organico”. Nessun essere vivente sta per sé in modo astratto. Esso fa parte di un ciclo continuo di assimilazione, eliminazione e ricostruzione della propria materia organica. È noto che anche il corpo umano nel giro di pochi anni rinnova completamente le parti materiali che lo compongono, in un costante fluire e ritornare. Questa è la struttura dialettica della vita. 
E qui Hegel è molto vicino all’essenza delle cose. Come si acquista la coscienza di sé? Poniamo, ad esempio,… che io abbia fame: “mi brontola lo stomaco” – dirò allora. Sono gli appetiti a darci la certezza di esistere. Ma non appena siamo sazi, questa conferma di sé è già svanita. Il desiderio è in grado di destarci; ma esso è qualcosa di momentaneo: per certificare me stesso come un “sé”, non è sufficiente che io avverta il ritmo dell’appetito e della sazietà, e di tutte le altre forme del desiderio. Affinché il “se stesso” sia non solo reale, ma anche autocosciente, c’è bisogno di qualcos’altro. – Di che cosa? – Del “riconoscimento”! Ma il semplice riconoscimento attraverso la soddisfazione dei desideri non basta: assieme a quelli svanisce anche il riconoscimento. Pertanto cerchiamo di essere riconosciuti da un altro “se stesso”. Questa è la vita umana! Questa è la sfera dello spirito, verso cui muoviamo i primi passi: l’uomo ha bisogno di un riconoscimento! Non ho intenzione di illustrare nel dettaglio l’importanza di questo concetto di riconoscimento, non solo per Hegel, ma per tutti gli uomini in quanto tali. Il mancato riconoscimento da parte di altri distrugge la propria autostima, mentre gli apprezzamenti ricevuti la rinvigoriscono e la accrescono. Sono cose che tutti conosciamo e che possiamo riscontrare persino nei bambini piccoli e anche nei gatti, che a casa mia sono molto considerati e a volte impazziscono di gelosia, quando si fanno delle preferenze.

 

LA LOTTA PER IL RICONOSCIMENTO

La questione che stiamo affrontando è la seguente: “Come posso trovare un riconoscimento che soddisfi pienamente la mia autocoscienza?”. Ebbene, molti hanno già pronta la risposta: “questo è il grande segreto: vogliamo dominare gli altri per costringerli a riconoscerci”. Vogliamo essere padroni degli altri. Mio Dio! Che stupida follia, ritenere che la mia autocoscienza possa fondarsi sul riconoscimento di una persona che ho ridotto alla schiavitù. È una vera pazzia! Ed è anche una forma di desiderio, quella brama di possesso che certo non può essere placata da uno schiavo che mi riconosce come padrone. Di fatto, è quello che accade (la figura del servo ideale appartiene peraltro al passato, ormai). Nella società nobiliare c’erano due forme di riconoscimento. La prima, molto nota, è il concetto feudale di “onore”. Da esso discende l’idea del duello: chi aveva offeso qualcuno poteva riconciliarsi di nuovo con lui, se accettava di battersi in un duello di spada, che poteva essere anche mortale. Per il fatto di essersi esposti, in tal modo, non si correva più il pericolo di avere la coscienza rosa dal rimorso. Attraverso il combattimento si riaffermava la propria libertà. (E la libertà dell’altro, poi?). In questo modo, però, si ottiene una conferma di sé evidentemente assai effimera. Certo, si è superata un’offesa. Ma non si è ottenuta una duratura affermazione della propria autocoscienza. A tal fine entra in gioco la figura del servo, dello schiavo. La sua è infatti una dedizione continua. Questa si esprime anche in certe locuzioni che erano in uso nella società feudale. Ad esempio, quando il servo diceva: “abbiamo dormito bene?” si riferiva in prima persona al padrone. Il sonno del signore è il “nostro” sonno; ecco il vero servo! Ma questa abnegazione può mai fungere da base all’autocoscienza? Che cosa può essere in grado di fondarla durevolmente? In questo caso noi facciamo un’esperienza sorprendente: che il padrone non ha una autocoscienza duratura. Egli è, per così dire, incatenato alle cose che il servo gli predispone.

 

REALIZZARE SE STESSI

Una rivoluzione sociale, come quella avvenuta nel nostro secolo in Russia, ha evidenziato, in modo addirittura sconcertante, che anche un’autorità consolidata (come l’asservimento patriarcale dei contadini al proprio padrone - magari molto amato), ha generato grandi forme di autocoscienza. Alexandre Kojève, il grande hegeliano russo… (il suo cognome originario era Kojevnikov) è diventato hegeliano dopo aver vissuto la rivoluzione russa, durante la quale suo padre (un proprietario fondiario amato e riverito) era stato improvvisamente ucciso dalla folla inferocita. Egli intraprese studi hegeliani, affrontando il capitolo sul rapporto servo-padrone, e imparando molte cose (come può accadere a ciascuno di noi). Qual è veramente la base per un’autentica autocoscienza? Non è il dominio sugli altri, bensì… il lavoro: saper fare qualcosa, è questo che ci rende consapevoli di noi stessi. Tutti noi lo sappiamo. Negli anni instabili dell’adolescenza, l’autocoscienza è labile, oscilla tra una smodata arroganza e un’altrettanto eccessiva autocommiserazione. Chi non conosce il carattere precario degli anni della pubertà! Sappiamo, però, che un poco alla volta matura una coscienza di sé, una capacità di orientarsi. Come educatore della gioventù universitaria, parlo spesso di queste cose, anzi, piuttosto che parlarne, cerco di risvegliare nei giovani la consapevolezza delle proprie capacità, che si traduce appunto in una lenta apertura dell’autocoscienza, che non si cura più, narcisisticamente, solo di se stessa, com’è caratteristico degli anni dell’adolescenza. Un poco alla volta si acquista maggiore obiettività e si impara che, attraverso le proprie conoscenze, scientifiche o letterarie che siano, si viene inseriti in una comunità di lavoro o in quell’insieme di compiti che ciascuno di noi si pone autonomamente; tutto ciò forma, alla lunga, una sorta di “visibilità dello spirito”. Non si tratta, però, di una vera visibilità, quanto, piuttosto, di una forma di solidarietà professionale, come quella ad esempio dell’associazione dei medici. È un fenomeno, questo, talvolta criticato, perché si intravedono i rischi di una autocoscienza superba ed esclusiva. Anche l’eccessiva vanità dei professori è un fatto assai noto, che impone un’autocritica da parte di tutti noi. La superiorità che ci proviene dalla nostra posizione di docenti dev’essere gestita moralmente, socialmente e umanamente. Anche in questo caso è necessario che “l’altro” abbia la coscienza del riconoscimento. Per ottenere ciò, il mezzo pedagogico migliore è, anzitutto, fare in modo che l’altro si senta riconosciuto e, in secondo luogo, ammettere i propri errori. Così facendo, si crea una nuova apertura tra maestro e allievo, tra padre e figlio, e in genere tra le persone. 
Con questo ci troviamo già al centro di una prima approssimazione a quel grande ambito tematico che la Fenomenologia dello spirito, attraverso la “ragione osservativa” e la “ragione legislatrice”, raggiungerà in quelle forme dell’esperienza che, con Hegel, chiamiamo “sapere assoluto”. Una di queste è l’arte. Perché l’arte? Essa è qualcosa che è in grado di far scomparire il mio “Io”. L’arte parla rivolgendosi a un “noi”, non a me soltanto, bensì a noi tutti. Lo stesso dicasi della religione, e del suo messaggio di rivelazione; e infine anche della filosofia. Quest’ultima non racconta sensazioni soggettive o esperienze vissute, bensì è ciò che unisce tutti noi in quanto nature pensanti.

 

PROSPETTIVE

In questa esposizione mi sono limitato a presentare solo il passaggio decisivo dalla coscienza all’autocoscienza, attraversando la dimensione dell’autocoscienza. Non ne ho però presentato i contenuti, né posso farlo in questa sede. La Fenomenologia dello spirito è un libro di circa 500 pagine. Le difficoltà dello stile hegeliano divengono sempre più grandi quanto più si procede nella lettura di quest’opera, perché essa, percorrendo le tappe dell’autorealizzazione dello spirito, ha assimilato intimamente tutte le problematiche della scienza del proprio tempo. Ne derivano, per noi, oggi, problemi di ordine storico, perché bisogna andare a vedere quali erano allora le conoscenze biologiche, astronomiche, psicologiche, e così via. Lo stesso Hegel esporrà poi questi contenuti nell’Enciclopedia delle scienze filosofiche, la sua opera sistematica principale. Negli incontri successivi, non mi soffermerò su tali aspetti, bensì tornerò a trattare dei tre gradi dello spirito assoluto, delle relazioni interne tra arte, religione e filosofia, ma solo dopo aver esaminato la Logica, che è la disciplina introduttiva all’intero Sistema.

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