Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Hegel: la dialettica

Abbiamo cominciato a occuparci più da vicino dei due grandi capolavori di Hegel, che hanno richiesto una trattazione introduttiva. Vorrei ricordare che la Fenomenologia dello spirito è un’opera davvero particolare, che Hegel deve avere scritto in una sorta di trance, lavorando con incredibile energia in un’epoca di grande inquietudine, quale fu quella dell’invasione napoleonica della Germania e soprattutto della Prussia. Queste furono le circostanze esteriori che videro il primo tentativo da parte di Hegel di presentare la totalità del suo pensiero da una prospettiva particolare. In breve, quest’opera consiste nel mostrare come si perviene necessariamente ad una consapevolezza: ogni coscienza è autocoscienza e, su questa base, è possibile presentare i contenuti dell’autocoscienza come una catena di esperienze dell’uomo, o, più precisamente, dello spirito stesso. Questo è appunto il cammino della Fenomenologia dello spirito, che muove dalla “certezza sensibile”, conosce un punto di svolta nell’autocoscienza, e conduce infine alle forme più elevate di intima vicinanza alla verità, come l’arte, la religione e la filosofia. Nell’affrontare questi temi ci siamo sforzati di far apparire Hegel non tanto nella ferrea corazza dei suoi sottili ragionamenti, ma dando piuttosto risalto ai contenuti.… Abbiamo quindi tralasciato l’aspetto metodologico di cui Hegel si è servito per sviluppare i propri pensieri, cioè il tema della dialettica. Questa è appunto la problematica che vogliamo invece affrontare oggi.

 

L’EREDITÀ DI KANT

È chiaro che qui, come in molti altri casi, Hegel si richiama a Kant. E’ stato Kant, infatti, a evidenziare, accanto alla “logica”, anche la “dialettica” come fulcro importante della propria riflessione critica. Egli ha mostrato che la ragione non è in grado di costruire una metafisica sulla base di concetti puri e che quando ciò accade, come nel caso della metafisica di scuola, si producono soltanto verità apparenti. Per esempio, non è possibile addurre argomenti inconfutabili sul possibile inizio del mondo, oppure sulle cosiddette prove dell’esistenza di Dio. Tutte queste cose traggono la loro certezza da una fonte diversa rispetto a quella dei concetti puri. Come è noto, la domanda formulata da Kant è la seguente: “Quali sono le condizioni di possibilità della nostra conoscenza?” A questo proposito egli concepisce i famosi “giudizi sintetici a priori”, un’espressione che intimidisce i profani. Il problema è questo: come è possibile conoscere, fin da principio – a priori – il legame che un certo evento intrattiene con la sua causa? È facile rendersi conto che un presupposto fondamentale della conoscenza dev’essere proprio questo: ammettere che in natura e nella realtà tutto dipenda da qualche causa. Ciò ha indotto Kant a discutere il principio di causa nelle sue determinazioni fondamentali. Laddove però vigono i concetti puri, e non siamo di fronte a oggetti dati nello spazio e nel tempo, Kant ha mostrato che la ragione non può deliberare, e deve necessariamente cadere in contraddizioni e antinomie. In questo senso egli ha parlato di “dialettica della ragion pura”, riprendendo così un termine che si è conservato nelle scuole filosofiche sin dalla tarda antichità, anche se con funzioni differenti.

 

IL DIALOGO CON GLI ANTICHI

Il nostro intento è quello di chiarire il significato della dialettica, risalendo anche all’origine greca di questa nozione, e mostrando in che modo Hegel la riplasmò nel suo metodo filosofico. È un programma molto ampio, quello che ci apprestiamo ad affrontare, poiché in realtà la dialettica ha sempre accompagnato la filosofia. La lettura di Platone, ad esempio, ci fa capire che per lui il termine “dialettica” è sinonimo della filosofia stessa.… Che cosa vuol dire questa parola? Non c’è dubbio che qui essa viene intesa nel senso del “dialogo”: “dialettica” è, quindi, l’arte di condurre una conversazione, di dialogare con un interlocutore pervenendo in maniera coerente a un certo fine. Questa era l’abilità maturata da Socrate (almeno come ce lo presenta Platone). È chiaro, perciò, che per Platone proprio questo accompagnare gli altri fino alla conoscenza o comunque all’evidenza, si identifica con la dialettica. Ma egli ricorse a questo termine non solo guardando alla maestria dialogica che Socrate praticò (a dispetto dei suoi concittadini) in un modo così irriguardoso e ostinato, da rendersi sgradito; Socrate, infatti, smascherava le persone ambiziose mettendo a nudo la loro incapacità di rispondere alla domanda fondamentale della vita umana: che cos’è il bene? Che cos’è la giustizia che cerchiamo di realizzare con tutti i nostri sforzi? Questo comportamento condusse Socrate, come è noto, all’accusa di essere un sofista, di ricorrere cioè a nuove forme di argomentazione per prendere in giro gli altri ed esporli al pubblico ludibrio, contribuendo in tal modo a distruggere la pace e l’armonia della vita sociale. Questa era all’incirca l’opinione di una società molto conservatrice, quale ci viene descritta ad esempio da un commediografo come Aristofane. Grazie a lui sappiamo che questa gente non giudicava Socrate una persona seria.

 

L’ARTE DI OTTENERE RAGIONE

Perché il significato della “dialettica” come dialogo si è trasformato nell’accezione della “dialettica” come metodo? Dobbiamo considerare anche un altro fattore. Accadde che in seno alla cultura greca, in quello stesso secolo, alla fine del quale Socrate dovette bere la cicuta, si sviluppò una certa tecnica dell’argomentazione filosofica, che si richiamava agli Eleati, e in particolare all’insegnamento di Parmenide e del suo allievo Zenone. Parmenide era in disaccordo con le grandi visioni cosmologiche e meteorologiche sviluppate a Mileto e a Efeso,… rispetto alle quali aveva assunto un atteggiamento critico, dichiarando che il senso della verità e dell’essere non poteva ricevere alcun chiarimento da queste ricerche dei fisici di Mileto. Ebbene, per sostenere questa critica nei confronti degli studiosi della natura appartenenti alla grande scuola ionica, il suo discepolo Zenone mostrava che tutte queste ipotesi di una molteplicità di differenziazioni all’interno dell’ordine naturale unitario, contenevano supposizioni contraddittorie. Egli adduceva la seguente ragione: non può esserci alcuna molteplicità. Ammettendo il molteplice, in luogo dell’unicità dell’essere, si perviene sempre a contraddizioni. Fu così che cominciò a mettere radici una tecnica argomentativa, che fu impiegata non sempre per nobili scopi (quali erano quelli del cittadino Socrate) ma venne anche adoperata da quei maestri itineranti che a quel tempo abbondavano in Grecia. Questi precettori ambulanti (che non erano mai ateniesi) venivano chiamati “sofisti”. Naturalmente essi non erano ben accetti presso le famiglie di antica tradizione urbana e presso la classe più elevata della società. Socrate invece, essendo ateniese, godeva di una posizione privilegiata. Dal medesimo terreno sono cresciute insomma due erbe diverse. Questa tecnica argomentativa proveniva dalla Magna Grecia, quindi dall’odierno Meridione italiano e dalla Sicilia, ed era una sorta di prodotto importato, che ad Atene, cioè nella madre patria greca, faceva scalpore e suscitava forti resistenze. Platone adoperava, appunto, il termine “dialettica”, che a quel tempo stava entrando nell’uso comune, ma che designava anche tale tecnica “eristica”, usata cioè al solo scopo di mettere in difficoltà l’interlocutore. Ovviamente Platone, che nutriva un grande rispetto per Socrate, cercò di mostrare nei suoi scritti che il ragionamento socratico è alquanto diverso, in quanto avvicina l’uomo alla verità, anche solo mettendolo di fronte alla propria ignoranza, per aprirlo ad accogliere nuovi insegnamenti e conoscenze. Ci sono quindi due diversi aspetti: l’abuso dell’argomentazione per fini meramente sofistici, e l’uso corretto di questa tecnica, nel senso prospettato appunto da Socrate all’élite della gioventù ateniese. È peraltro noto che non sempre Socrate ha avuto successo. Vi è, ad esempio, il caso assai tragico della sua grande amicizia con Alcibiade, uno dei massimi talenti politici, dotato però di un carattere inaffidabile (in verità la sconfitta della città di Atene nella guerra del Peloponneso dipese in massima parte da lui). 
Queste furono dunque le origini del termine “dialettica”.

 

FILOSOFIA È DIALOGO

Dobbiamo soffermarci a chiarire le intime relazioni che emergono dal nostro discorso. Un punto fermo è questo: la dialettica ha a che fare con il dialogo, cioè con il fatto che noi possiamo rendere convincente un ragionamento solo se l’interlocutore lo “segue”. Pertanto, in un dialogo platonico troviamo sempre dei giovani intelligenti che, dicendo soltanto “sì” o “no”, oppure “capisco quello che dici”, confermano che stanno seguendo il discorso. Ciò implica, naturalmente, che anche chi guida il dialogo, (l’altro interlocutore), stia seguendo coloro che gli tengono dietro. In questo caso si parla di una capacità di “andare incontro all’altro”: il carisma, la profonda influenza morale… che Socrate sapeva esercitare, dipendevano non da ultimo dal fatto che egli sapeva realmente immedesimarsi nell’altro, coglierne le motivazioni, gli errori, le vanità, ma anche le capacità e la disponibilità alla conoscenza vera; Socrate sapeva cogliere tutto questo. Ciò indica chiaramente che il pensiero nasce all’interno di una comunità di ricerca e di dialogo, e che il monologo non è una condotta adatta per pensare. Il monologo è noto a tutti come forma teatrale, ma sappiamo che, in realtà, esso è un dialogo ad alta voce. Quando Amleto recita il suo famoso monologo, “essere o non essere – questo è il problema”, in realtà assistiamo a un intimo soliloquio, che si svolge sulla scena: si tratta di una cosa ben diversa dalla tipologia del monologo che è invalsa nell’istituzione scientifica. Vorrei ricordare che il momento dialogico – nella forma dell’argomentazione e della replica – ha sempre caratterizzato il pensiero. Platone lo ha messo a tema; e anche Aristotele vi si è attenuto, aprendo ogni trattazione di un problema filosofico con l’esposizione delle diverse tesi favorevoli e contrarie, seguite poi dalla soluzione. Questa forma classica della dialettica si è mantenuta poi nel corso dei secoli, ed è passata nell’insegnamento della Chiesa cristiana. Una celebre attestazione in tal senso è la grande Summa theologica di Tommaso d’Aquino, che rivela questa stessa struttura: qui troviamo la formula “sed contra”, con la quale viene introdotta una argomentazione contraria, mentre nel cosiddetto Corpus, cioè nella dottrina vera e propria di San Tommaso, egli usa la forma “respondeo, dicendo” (“rispondo affermando”) che prelude alla soluzione e conciliazione delle contraddizioni e delle tesi contrarie nel quadro di una dottrina razionale. Perciò, anche la Scolastica ha dato frutti straordinari nell’uso della dialettica confutatoria di matrice aristotelica. Quando però varchiamo la soglia della modernità, ci troviamo di fronte a una situazione del tutto nuova, legata alla nascita della scienza moderna. Il concetto, entro il quale questa nuova scienza si identifica, risale ancora una volta a un’origine greca, peraltro ormai irriconoscibile: mi riferisco al concetto di “metodo”. È stato Cartesio il filosofo che ha indicato l’essenza della scienza moderna, evidenziando la particolare cogenza del monologo scientifico. Nel Discours de la méthode e in particolare nelle Regulae (Regole per la direzione dell’ingegno), egli si propone un compito di immensa portata. Il Discorso sul metodo si apre affermando: “sono convinto che niente nel mondo sia ripartito meglio dell’intelligenza”: tutti gli uomini sono ugualmente intelligenti. Quello che manca, in generale, è il corretto uso metodico della nostra intelligenza. Bisogna imparare a procedere secondo il metodo, passo dopo passo, in modo che ogni momento dell’argomentazione sia controllabile. Questa impostazione è stata recepita in epoca moderna anche dalla filosofia di scuola, dove la stessa dialettica è stata considerata come una sorta di metodo. Ad esempio, la dialettica di Pietro Ramo rappresentò una sorta di tecnica quasi sofistica dell’argomentazione, contro la quale dovettero imporsi i grandi pensatori della filosofia di scuola.

 

UN PROGETTO COLOSSALE

Veniamo infine alla concezione di Hegel, che fu suggerita già dai suoi predecessori: Fichte, ad esempio. Abbiamo già chiarito quale fosse la nuova missione, la finalità che questi discepoli di Kant, suoi ammiratori e seguaci, si erano prefissati. Essi volevano fare dell’autocoscienza il terreno su cui fondare e sviluppare tutta la nostra conoscenza. Questo cammino, di cui ho un po’ descritto i contenuti parlando della Fenomenologia dello spirito, era il medesimo che già Fichte e i suoi predecessori – ad esempio Reinhold – avevano cercato di intraprendere. Anche Fichte aveva tentato un ricorso alla dialettica, formulando due tesi estreme e in reciproca opposizione, e proponendo poi una soluzione intermedia rispetto a queste. Hegel però aveva tutt’altro genio! Egli ha assimilato il concetto moderno di metodo scientifico, proponendosi il compito di prendere le mosse da un’unica istanza del pensiero, replicando, passo dopo passo, metodicamente, il pensiero della contraddizione, fino a esporre la totalità del nostro sapere. Ecco perché il suo Sistema delle scienze filosofiche prende anche il nome di Enciclopedia, cioè “compendio del sapere”. Questa espressione era stata nobilitata dalla Encyclopédie, l’opera fondamentale dell’Illuminismo francese. Chi riprendeva il titolo di quest’opera colossale dell’epoca dei lumi, per attribuire questo stesso nome a un trattato di filosofia, si proponeva con ciò un progetto alquanto ambizioso: l’elaborazione di un’Enciclopedia delle scienze filosofiche. L’intento era quello di dire: “anche noi vogliamo essere metodici”; Hegel sviluppò la sua filosofia proprio cercando di usare lo strumento metodologico della dialettica, della dottrina degli opposti.

 

LA FILOSOFIA ALLO SPECCHIO

Com’era possibile questo progetto? Posso chiarirlo con un esempio, di cui Hegel stesso si serve nella sua Prefazione alla Fenomenologia dello spirito. A quel tempo era di moda il termine “speculativo”. Oggi esso è più noto nel mondo degli affari, della Borsa: si dice infatti che un tizio ha “speculato” in Borsa. Però in quegli anni tale espressione aveva tutt’altro contenuto.… “Essere speculativi” significava spingersi al di là delle basi empiriche della nostra conoscenza, così come il commerciante, che specula negli affari, si spinge a fare ipotesi sul presunto consumo, sul probabile interesse dei clienti. Il senso dell’espressione è molto simile, ma il suo uso è differente, laddove si dica che la filosofia è speculativa. Essa si porta al di là dell’interminabile cammino dell’esperienza, e conduce a un nuovo tipo di verità, a una certezza che si sviluppa secondo il metodo e che per questo pretende, come la scienza, di pervenire a risultati sicuri. Se Hegel abbia effettivamente realizzato questo ambizioso programma speculativo, è una questione su cui dovremo aggiungere, alla fine, qualche osservazione critica. Infatti il progresso dello spirito e dell’esperienza umana non conoscono sosta, e questo arco di tempo di quasi due secoli che ci separa dall’inizio dell’attività di Hegel dovrà essere esaminato anche dal punto di vista della domanda: “in che modo la grandiosa sintesi hegeliana ha fatto storia?” Ma prima di passare a ciò, vorrei mostrarvi qual è l’impostazione della dialettica hegeliana… sulla base di un esempio che egli stesso ci ha fornito. Si tratta della sua dottrina della “proposizione speculativa”,… che è una forma del “giudizio”. Ma quale giudizio è “speculativo”? Normalmente un giudizio consiste nell’attribuire a un soggetto dato un certo predicato, secondo le regole della grammatica, ovvero enunciando le proprietà di una cosa. Queste sono le proposizioni empiriche; Hegel parla invece di “proposizione speculativa”. Che cos’è? Egli ci offre un esempio: “Dio è… unità”.… Dobbiamo dunque intendere che Dio ha la proprietà dell’unità? No, questa frase dice di più: tutto ciò che è unità è, per così dire, Dio – è in Dio. La proposizione speculativa non aggiunge quindi qualcosa di nuovo a un soggetto dato, bensì mira all’essenza di quest’ultimo. Perciò Hegel afferma che la proposizione “Dio è l’Uno” può anche rovesciarsi in “l’Uno è Dio”. Il predicato può diventare soggetto, e il soggetto predicato. Se vogliamo veramente conoscere il senso di una proposizione, dobbiamo spezzarla in due enunciati fra loro opposti, che tuttavia dicono la stessa cosa.

 

L’EROE… E IL SUO CAMERIERE

Questo è il modo in cui Hegel ha introdotto la dialettica. Essa indica una unità speculativa. Si prenda l’esempio della forza e della sua estrinsecazione. Abbiamo già detto che cosa è una forza. Una forza in quiete, che non si estrinseca mai, non è ancora una forza. La forza è la sua manifestazione. Ma questa è a sua volta il manifestarsi di una forza: siamo quindi di fronte a una contraddizione. Inoltre abbiamo visto che una forza presuppone un’altra forza che la solleciti, e che da ciò nasce l’unità del gioco delle forze. Ecco un esempio di dialettica hegeliana. Ciò che possiede il carattere dell’unità rivela al suo interno una tensione di forze contrapposte. Questo è il modo in cui procede sino alla fine tutta la scienza metodica hegeliana. In tal senso, già la Fenomenologia ricorreva al metodo dialettico. Si discute molto, se vi sia veramente una differenza tra il concetto di dialettica appena esposto, che fa esplodere la contraddizione interna alla proposizione speculativa, e la dialettica operante in opere successive come la Enciclopedia e la Logica. Secondo me la dialettica è la stessa, però la Fenomenologia aveva un compito differente. In questo particolare scritto Hegel si era proposto di condurre la coscienza – che ancora non sa di essere autocoscienza – fino al punto in cui può riconoscere di esserlo, e lo fa prendendo le mosse da un’affermazione di partenza come questa: “quando i miei sensi mi dicono che questo è legno, io ne ho la conoscenza più evidente possibile!” Ma la certezza dei sensi è in verità solo l’indicazione di una datità. Non è affatto detto che questo sia legno, ma solo che è alcunché di dato. Di questa riluttanza delle cose – di questa oggettività – il pensiero deve lentamente prendere coscienza. Perciò si parla prima della cosa e delle sue proprietà, poi delle forze che sono fra loro contrapposte, e infine delle leggi di natura e della loro validità per ogni esperienza. Abbiamo già percorso questa via verso l’autocoscienza quasi fino alla fine, accorgendoci di esserci molto avvicinati al mistero del vivente e del suo intimo mantenimento in vita attraverso il continuo ritorno a sé, l’assorbimento delle sostanze (l’alimentazione), l’eliminazione delle scorie e la ricostituzione dell’organismo. Anche tutte queste esperienze sono indice di un conflitto dialettico, ed è stato necessario soffermarsi su di esse. Ho già mostrato inoltre come la dialetticità sia insita in quella stessa autocoscienza che deve lottare per il riconoscimento e per essere accettata dagli altri, e che può dirsi soddisfatta solo quando viene riconosciuta come libera e, soprattutto, indipendente. Perciò abbiamo visto quanto sia deludente il riconoscimento da parte del servo interamente dedito al padrone. A questo proposito Hegel ha adoperato una formulazione molto incisiva, che si trova già nella commedia francese: “nessuno è un eroe agli occhi del proprio servo”. Per il “cameriere”, nel senso letterale di “colui che viene in camera”, l’eroe non è mai un eroe, perché egli lo conosce in tutte le sue debolezze e in tutti i suoi bisogni, e comunque mai negli attimi di grandezza, in cui si compiono le sue azioni.

 

L’INIZIO DI UN’ETÀ NUOVA

Adesso mi limito solo a ricordare che in tal modo la dialettica in Hegel diventa una esperienza della coscienza, nel senso che, già nella Fenomenologia, chi pensa viene necessariamente sospinto sempre oltre nel proprio cammino. Ho mostrato che l’autocoscienza compie un grande passo avanti con la capacità di svolgere un lavoro. Questo è un tipo di autocoscienza che tutti conosciamo nell’attuale mondo borghese, dove, in realtà, l’intero proletariato è stato già integrato nella borghesia, e l’autocoscienza del lavoratore, a tutti ben nota, rivela una nuova forma di dignità proprio nella capacità di ciascuno di far bene la propria attività. È questo il pathos borghese del 19º secolo. In fondo, l’integrazione del cosiddetto proletariato tramite le assicurazioni contro la disoccupazione,… le lotte salariali del sindacato e le altre odierne istituzioni dello Stato democratico, non mirano ad altro che a estendere a tutti il valore di queste virtù borghesi. In tal senso, ci troviamo davvero all’inizio di un’età nuova, cioè di quell’epoca alla quale Hegel ha brindato nella ricorrenza dell’assalto alla Bastiglia, ancora (se non ricordo male) nel 1827. Quindi la Fenomenologia procede compiendo e ripetendo con metodo un passo che, sul piano del contenuto, conosciamo già fin dai primi scritti giovanili di Hegel. Di questi ultimi ho citato una frase, che vorrei ora riprendere nei suoi contenuti: la magnifica affermazione secondo cui Gesù fu “il genio della conciliazione”. Potersi riconciliare, potersi pacificare persino con la morte, accettarla: questo è già il messaggio cristiano, secondo il quale Cristo è morto per noi. Nell’ottica cristiana questo significa che non dobbiamo più vedere la morte come una mera distruzione, bensì come qualcosa a cui si dice di sì, come si dice di sì alla vita. Questa grande scoperta della immane forza della conciliazione era già presente in quegli scritti, e ora, nella dialettica fenomenologica, la vediamo operare passo dopo passo, rendendoci conto, ad esempio, che dalla coscienza del lavoro nasce una nuova autocoscienza, la quale conduce infine alla scienza, e poi ancora all’organizzazione sociale della nostra vita, dove formiamo già una “comunità”, nel senso che non sono più io, come singolo individuo, ad accettare la legge che la società impone, ma tutti noi insieme ci assoggettiamo a essa. Da qui si passa poi alla comunità religiosa, nella quale riconosciamo il vincolo che ci lega agli altri nel fatto di essere tutti “peccatori”, come insegna il messaggio del cristianesimo (ed è proprio questo che ci unisce).

 

ARTE, RELIGIONE, FILOSOFIA

Così il cammino dialettico della Fenomenologia ha effettivamente percorso la totalità della nostra natura e della nostra esperienza storica, per trovare alla fine nell’arte, nella religione e nella filosofia la sua compiuta realizzazione. In cosa consiste tale realizzazione? Tutti noi sappiamo che si fa violenza a un’opera d’arte, quando la si spiega in termini biografici: una poesia non vuole far sapere che ad esempio Goethe ebbe a Sesenheim una relazione sentimentale, e che la mattina, salito a cavallo, nella gioia del suo innamoramento salutava il Maggio. Non è questo l’incredibile fascino di una poesia, bensì il fatto che tutti noi possiamo riconoscerci nella magia dell’amore e in questo incantesimo di una natura che improvvisamente ci abbraccia come un’amica e come un’amata. Queste sono le esperienze che una poesia sa comunicare. Lo stesso vale per la visione di un bel quadro. Non mi riferisco soltanto ai dipinti di soggetto sacro, ma anche alle raffigurazioni di temi profani. Una cosa è certa: i pensieri che ci vengono nel guardare un’immagine,… in qualche modo sono già espressi in essa, almeno sotto forma di stimolo per il pensiero.… Ogni visione di un’opera d’arte è un dialogo. Anche questa è dialettica. Ma qui si manifesta anche quella più alta dialettica, per cui il contenuto di un’opera non si esaurisce in un’unica interpretazione: il prodotto artistico è come un interlocutore superiore, che ci dà ogni volta nuove risposte. Se queste cose ci sono note già attraverso l’arte, di conseguenza esse varranno anche per una religione come quella greca, che venerava la manifestazione del divino nelle sculture dei grandi maestri dell’arte plastica greca. Noi sappiamo, però, che vi sono anche altre certezze religiose oltre a questa pietrificazione del divino nelle opere plastiche dell’antica Grecia; conosciamo ad esempio il divieto imposto dagli Ebrei a tutte le raffigurazioni (“tu non dovrai farti alcuna immagine”), che ha conferito al divino (all’idea di Dio) una nuova trascendenza. Il Creatore non si manifesta più in immagine, bensì nella sua volontà, nella legge, cosicché il cristianesimo è valido… per tutta una nazione (anzi, in questo caso si tratta di una razza, quella ebraica), cioè per il popolo eletto. In seguito, il cristianesimo conoscerà un’enorme diffusione, conformemente al suo messaggio, che comanda: “andate tra i popoli ed evangelizzateli”. La medesima verità, anche se può essere vissuta in modo diverso da ogni individuo, da ogni singola persona, è quella che fa di noi una comunità. Questo è il grande plurale collettivo che Hegel congiunge deliberatamente con il concetto di Spirito Santo, e con la propria nozione di spirito come vera realizzazione. Poiché, però, egli giunge a questa realizzazione dello spirito per mezzo della dialettica e della soluzione di proposizioni in princìpi sempre più complessi, sorge forse alla fine il dubbio che questo cammino sia dominato troppo dalla logica proposizionale e quindi dal “principio di non contraddizione” e dalla legge della sintesi degli opposti. Nasce insomma la perplessità che la vera profondità dell’esperienza dell’amore, che ci unisce con il prossimo o con Dio, cercherà altre forme di realizzazione, se già non le possiede. Questo sarà uno dei punti di cui mi occuperò concludendo la mia trattazione del pensiero hegeliano.

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