Il Cammino della Filosofia

Hans Georg Gadamer

Hegel: la Scienza della Logica

Con la discussione delle opere capitali di Hegel, di cui ci stiamo occupando (la Fenomenologia dello spirito e la Scienza della logica), abbiamo raggiunto una visione d’insieme nell’analisi della concezione hegeliana della dialettica. Abbiamo visto che quest’ultima era un’antica forma di argomentazione, che consisteva nel confrontare fra loro dottrine contraddittorie. Nel mondo antico essa aveva una funzione negativa: quella di mostrare l’impossibilità di raggiungere verità in grado di reggersi in piedi. È vero, però, che questo concetto di dialettica ha conosciuto un radicale mutamento, sotto la spinta della presunzione di verità propria delle scienze moderne. Una volta Hegel scrisse: “il concetto di dimostrazione filosofica nell’epoca moderna è andato perduto”. La dialettica da lui riformata è una ricostituzione di questo concetto, che nel mondo antico – anche se come forma solo negativa di dimostrazione – era comunque un movimento dialogico del pensiero, creato da Socrate e praticato da Platone nei suoi scritti. L’argomento che vogliamo affrontare è dunque questo: chiarire in che senso la dialettica, intesa come metodo, possa costituire una “logica”.

 

AL DI LÀ DEL POSSIBILE

È chiaro che non siamo di fronte a una logica formale in senso aristotelico, dove cioè l’oggetto della trattazione è costituito dalla pura forma logica della proposizione. Si tratterà, piuttosto, di quella che – da Kant in poi – viene chiamata “logica trascendentale”. Soffermiamoci un momento su questa nozione. La logica trascendentale non è logica formale; l’ovvietà di tale affermazione ritorna nel frontespizio di un trattato moderno, che è anche il più bel libro scritto da Husserl, il fondatore della Fenomenologia, intitolato appunto Logica formale e trascendentale. Avremo forse occasione di chiederci in che misura questo saggio fenomenologico del nostro secolo conservi ancora un intimo legame con Hegel. In ogni caso, è chiaro che la “logica trascendentale” oltrepassa l’intero ambito dell’esperienza possibile e anche quello delle mere forme del pensiero. La sua trascendenza consiste nel non cercare semplicemente di definire un possibile ente, ma nel determinarne le “condizioni di possibilità”. Questa è la formulazione classica che, da Kant in poi, ricompare in tutte le discussioni filosofiche, nelle quali si mette appunto l’accento sulla conoscenza delle condizioni di possibilità. Si tratta di una trascendenza che va oltre la distinzione tra il possibile e il reale. Il compito della logica trascendentale è, quindi, già in Kant, quello di determinare che cosa vi sia di vivo e di “sano” nella metafisica, e quale parte si debba invece abbandonare a causa della sua debolezza dialettica. Abbiamo visto che per Kant la metafisica può basarsi solo sul fondamento morale della libertà umana, e a partire da quest’ultima possono essere riformulati i grandi problemi di Dio, del mondo, dell’anima e della sua immortalità, che non costituiscono quindi argomento della scienza teoretica.

 

L’ALTARE NEL TEMPIO DEL PENSIERO

Hegel si era proposto di assumersi quel compito, che Kant aveva riferito solo all’ambito ristretto della ragione teoretica,… rinnovandolo e ampliandolo. Quando Kant ricava le categorie, sotto le quali già sempre cade l’esperienza (vale a dire le condizioni di possibilità dell’esperienza in generale) è chiaro che si riferisce a categorie legate alla conoscenza empirica. Facciamo solo un esempio: sarebbe insensato cercare di conoscere le cause, se già non sapessimo che la “causalità” costituisce una modalità fondamentale del pensiero umano e scientifico. Persino in riferimento alla libertà Kant ha coniato l’espressione “causalità libera”, per alludere alla stretta affinità fra questi due ambiti. Con ciò abbiamo già un primo orientamento, che ci mostra l’entrata in gioco del più antico concetto della metafisica, quello di “categoria”. Nella dottrina kantiana delle categorie, viene formulata una celebre critica nei confronti dell’analisi aristotelica delle categorie, affermando che quest’ultima è solo una enumerazione rapsodica. Questa obiezione contiene senz’altro qualcosa di vero, nel senso che i Greci hanno sempre conservato una certa vena oratoria nella formulazione dei loro pensieri filosofici. Era la prassi continua del confronto verbale a dar vita al lavoro filosofico, e a strutturarsi poi nelle diverse teorie. Noi obbediamo invece ai vincoli metodologici e normativi della scienza moderna, formulati nel Discorso sul metodo di Cartesio, che prescrive di non compiere alcun passaggio affrettato e di procedere oltre, sempre e solo quando le premesse siano state completamente chiarite. Kant era interessato, come è noto, a mostrare i limiti della ragion pura, e al tempo stesso le condizioni, stando alle quali la ragione è indispensabile e costitutiva nell’ambito dell’esperienza. Questa era la sua legittimazione della scienza moderna e in particolare della fisica del suo tempo (la meccanica e la dinamica di Newton) da cui egli ricaverà, in seguito, i Primi principi metafisici della scienza della natura. Come abbiamo già visto, Kant e Hegel hanno in linea di principio qualcosa in comune – o meglio – tutti i successori di Kant rivelano un comun denominatore: una certa dottrina kantiana aveva affascinato tutti; essa viene indicata in un modo strano: “sintesi trascendentale dell’appercezione”. Questa espressione vuol dire, grosso modo, che in relazione a qualsiasi pensiero possiamo dire “io penso di pensare”. Tale unità nell’autocoscienza è indispensabile per riuscire a spiegare che cosa sia il pensiero. Ma a partire da Fichte si è cercato di far derivare da quest’unico “fatto dell’autocoscienza” tutti i contenuti della possibile conoscenza del mondo e dell’Io. Tutto ciò Fichte lo fece avvalendosi della sua dialettica, e Hegel riprende questo compito, ma in grande stile. È lui stesso a dircelo. All’inizio della Logica troviamo questa affermazione: “una filosofia senza metafisica è come un tempio senza altare”. Effettivamente, l’altare della metafisica hegeliana è la sua logica, questa logica trascendentale,… che vuole dedurre dall’autocoscienza attraverso il metodo tutto ciò che costituisce, fin da principio, una condizione di possibilità della realtà.

 

DIO… PRIMA DELLA GENESI

Hegel fu sempre uno spirito geniale, anche nel senso che trovò di volta in volta paragoni e metafore convincenti, come ad esempio la sua celebre descrizione della logica: “essa rappresenta i pensieri di Dio prima della creazione del mondo”. In altri termini: essa non è una scienza della realtà. La logica è una scienza della possibilità, cioè delle condizioni di possibilità del reale. Questa formulazione ha qualcosa… di emozionante: ci dà l’impressione di assistere allo schiudersi di una dimensione di perfezione alla quale si è ispirato il disegno dello Spirito di Dio quando plasmò la realtà.…
Anche Hegel ha cercato di dedurre le condizioni di possibilità della realtà a partire dal pensiero, dall’autocoscienza (nel momento in cui quest’ultima è diventata consapevole di sé). Ma quale può essere il punto iniziale, dal quale cominciare? Per rispondere, bisogna tener presente il metodo della dialettica, il continuo procedere per tappe successive. Che cosa vuol dire? Ebbene, quando si pensa,… accade di fare una strana esperienza: bisogna pensare necessariamente anche qualcos’altro. Ad esempio, quando si dice “essere”, si è costretti a pensare anche il “nulla”. Oppure, quando si pronuncia il termine “qualcosa” si è obbligati anche a precisare che ha una “certa grandezza” o una “determinata natura”. Da ciò si può già vedere che i concetti fondamentali del pensiero umano sono talmente intrecciati fra loro che è impossibile descriverli, se non osservando che scaturiscono tutti l’uno dall’altro. Questo risultava già dalla Fenomenologia. Anche in essa, ad esempio, non potevamo limitarci a parlare di una forza sola. La forza è necessariamente contrapposta a un’altra, perciò è un gioco di forze. Ugualmente, nella Logica, per avvistare le condizioni di possibilità della realtà, è necessario capire in che modo queste condizioni si reclamino a vicenda e costringano a pensare necessariamente qualcos’altro. Questo è appunto il grande compito della logica. Vedremo che, in tal senso, essa costituisce la base del sistema hegeliano e quindi di tutta filosofia, di cui fanno parte – oltre a questa scienza della possibilità – anche la dottrina della realtà, detta “Realphilosophie”. La difficoltà, alla quale dovremo rivolgere le nostre riflessioni, è la seguente: come sia possibile per noi passare dalla possibilità alla realtà senza ricorrere alla teologia.

 

 L’ESSERE È IL NULLA

Ora, se si muove da questa premessa (e cioè ancora una volta dall’autocoscienza, che tenta di affermare ciò che è immediato) si perviene a un esito singolare: l’“immediato” può essere solo “l’essere” stesso, e mai niente di determinato. È proprio così che comincia la Logica hegeliana. Di fatto, l’essere è un concetto totalmente astratto, o almeno è tale per quel pensiero determinante a cui è rivolta l’intera logica. In verità, non si sa ancora niente, quando si dice “essere”. Se nominassimo “questo, e non quello” – oppure: “qualcosa” – ci troveremmo già all’interno di determinatezze e distinzioni; ma se ci limitiamo all’“essere”, è come se dicessimo: “nulla”. Perciò Hegel ha fatto realmente un tentativo molto coraggioso. Allontanandosi dalla metafisica e dalla dottrina delle categorie di Aristotele, egli ha cercato di ricavare direttamente, dagli albori del pensiero greco, anche l’inizio di questa sua logica universale e definitiva. Infatti, di fronte alla parola “essere”, chi conosce la storia del pensiero greco ricorda subito Parmenide, e quindi le origini della filosofia eleatica e il rifiuto del nulla, che costituisce il vero intento del famoso poema didascalico parmenideo. Hegel mostra (come vedremo) che la differenza tra essere e nulla non esiste affatto; è una nostra creazione: siamo noi a concepire l’essere e il nulla. Non c’è alcun movimento che proceda “dall’essere al nulla”, poiché entrambi si equivalgono. Va detto, invece, che nel “divenire” l’essere e il nulla sono intrecciati inscindibilmente. Questa è un’affermazione che risale già agli antichi, naturalmente: il “divenire” è passare dal “non-essere” all’“essere”. Ma nella accezione del “divenire” come passaggio da “qualcosa” a “qualcos’altro” c’è un’idea di movimento. Attraverso questa via Hegel giunge al criterio del metodo della filosofia: il movimento stesso dei pensieri è l’oggetto della filosofia; non il nostro pensiero, bensì ciò che si va compiendo, in noi, nell’atto di pensare. Egli ha adottato, per riferirsi a questa attività, un’espressione facile a capirsi, già molto diffusa: “riflessione”. È opportuno precisare che questo pensiero filosofico non si limita ad assumere dati empirici, bensì medita su sé medesimo, quindi si “ri-flette”, ri-piega su se stesso: questo è il senso della “ri-flessione”; è una metafora ottica, riferita all’idea del rispecchiamento.

 

LO SPECCHIO DELLA RIFLESSIONE

Quando diciamo che il metodo della filosofia hegeliana ha il compito di studiare la riflessione, non ci riferiamo alla nostra riflessione concettuale, ma al modo in cui i concetti rispecchiano se stessi e quindi si scindono dalla loro reciproca unità. A questo proposito Hegel ha formulato una distinzione enigmatica, dicendo: “non si tratta di una riflessione esteriore; noi non giungiamo dall’esterno a contemplare questo movimento, bensì è una “riflessione immanente””. Questa espressione stupisce tutti coloro che si cimentano con la filosofia. Mi ricordo che Nicolai Hartmann un giorno mi disse: “quando Lei avrà capito che cos’è la riflessione immanente, avrà fatto un grosso passo avanti”. Ho appena cercato di renderla comprensibile, spiegando che qui ha luogo un passaggio che avviene all’interno dei pensieri stessi, e noi possiamo solo seguirli, non crearli a nostra volta. Questa dottrina ha suscitato un certo disappunto. In particolare Schelling ha commentato: “è un discorso che non funziona; che cosa c’entra il “movimento” con la logica?!”. Eppure, una movenza c’è: dall’essere e dal nulla si passa al divenire. Forse ora è possibile chiarire il passo successivo: il divenire è sempre o un nascere o un perire, cioè riguarda sempre un “alcunché”, è necessariamente vincolato a qualcosa che sarà, o che è già stato. Qui si vede molto chiaramente che il passaggio, inevitabile, è all’interno al pensiero stesso. Non posso limitarmi a parlare del “divenire”, come se non sapessimo che è sempre “qualcosa” che diviene; e ciò non proviene dal nostro pensiero, bensì è implicito nella nozione stessa di “divenire”. Ecco, questo è l’inizio della logica hegeliana! Possiamo esprimerlo anche in altri termini: qui, per la prima volta, viene descritto nella sua struttura più semplice il fondamento dello sviluppo logico. Infatti, conosciamo questi concetti già dal mondo antico. Che cos’altro è, infatti, il filosofare, se non la riflessione, il ripiegarsi in se stessi dopo aver conosciuto l’infinita apertura dell’esperienza umana? In Platone la riflessione è una “anamnesi”, un “richiamare alla memoria”. Essa risveglia ciò che già c’è, proprio come accade quando scopriamo che nell’essere e nel nulla si cela il divenire; che quest’ultimo comporta un qualcosa, un alcunché di determinato (sia qualitativamente che quantitativamente) e ciò implica a sua volta la “misura”, e così via. In queste poche parole ho già riassunto il contenuto del primo volume della Logica hegeliana. Tutto ciò può essere illustrato ricorrerendo a concetti storici: si pensi, ad esempio, al modo in cui Hegel ha concepito il passaggio dall’“essere” di Parmenide al “divenire” di Eraclito, e inoltre a tutta la speculazione pitagorica sulla nozione di misura, che grazie al mistero del numero, dell’unità di grandezza e delle proporzioni ha unificato la realtà del cosmo in una sorta di armonia delle sfere.

 

L’ESSENZA DELLA VERITÀ

Con ciò siamo solo all’inizio di una trattazione che, in effetti, non fa che riprodurre la dimensione del pensiero presocratico, cioè quegli albori della filosofia greca, in cui non era ancora chiaro che tale visione della realtà (la sua immagine filosofica, tentata da quei primi pensatori), pur rappresentando la prima descrizione del manifestarsi del reale, non coglieva ancora ciò che sta a fondamento dei fenomeni e del loro mutare. Perciò il secondo libro della Logica hegeliana si apre con questa proposizione: “la verità dell’essere è l’essenza”. Si tratta di una frase che deve far riflettere. Per cominciare, noi conosciamo il concetto di “essenza” (e di “essenzialità”) dalla terminologia scolastica della filosofia. Questo termine traduce il latino “essentia”; per noi tedeschi questa è una parola d’origine straniera: “essenza” sta anche a indicare l’acqua di Colonia, o in genere, un concentrato di acqua profumata. È a questo che pensiamo, sentendo questo termine. Esso possiede però anche un’altra importante accezione. Hegel prende appunto in considerazione la terminologia filosofica, quando parla di “essenziale” e di “inessenziale”; questi termini, come è noto, si riferiscono a ciò che appartiene all’essenza, oppure a ciò che se ne allontana. Ma vi è anche qualcos’altro, e a questo punto la questione comincia davvero a farsi complessa. Il tedesco “Wesen” (essenza) connota anche l’“essere vivente”, implicando così un movimento, un valore verbale:… “quell’uomo è comico, nel suo essere”; così dicendo, mi riferisco al suo comportamento, nel complesso. Oppure: “quello là è un povero essere!” (riferito a un uomo vecchio e fragile, che fa pena); anche in questo caso il linguaggio si discosta molto dalla filosofia tradizionale e dal suo concetto di essenza (o di essere). Questo è propriamente il senso in cui si esprime la proposizione: “la verità dell’essere è l’essenza”. Si può anche dire, in altri termini, che la verità dell’essere si manifesta “nel suo essere”, cioè nella processualità di un evento, ovvero nel passaggio da un’immagine tradizionale dell’essere a una conoscenza più profonda di esso. Questo è appunto il cammino percorso dalla filosofia greca classica, la via che conduce all’èidos, all’“idea” platonica, che può avere l’ambizione di nominare le cose “nel loro essere”, mostrando quindi la “verità dell’essere”; è questa la via che conduce ai difficili interrogativi metafisici, che Aristotele, in quanto platonico, ha rivolto a Platone e alla scienza del proprio tempo.

 

LA QUINTESSENZA

Osserviamo, dunque, il necessario articolarsi della Logica, che si presenta innanzitutto nell’“essere” (ovvero nella sua forma più indeterminata) e poi si sviluppa nelle sue determinazioni fondamentali come riflessione immanente (non mi è possibile offrire qui un quadro dettagliato). Non è difficile mostrare che il pensiero è sempre un “operare distinzioni”, e il “distinguere” presuppone sempre due cose diverse, che necessariamente si condizionano a vicenda. Se dico “identità”, oppure “ipseità”, devo sempre pensare anche la “differenza”. Non ha senso dire che “qualcosa è identico”, perché identico è sempre identico a qualcos’altro. Vi è a questo proposito una storiella divertente, che vorrei raccontare. Un giorno la polizia aveva emesso un mandato di cattura nei confronti di un uomo, che aveva commesso un misfatto. Dopo aver fornito i segni di riconoscimento, il commissariato si era informato su uno degli indagati, chiedendo se era identico al ricercato. Risposta: “Conosciamo bene costui: è un uomo di pessima reputazione, e non è escluso che possa essere anche identico!” (Come se l’“essere identico” fosse una proprietà, mentre si tratta di una determinazione della riflessione). Su questo punto Hegel aveva avuto un buon maestro in Platone, il quale ha insegnato che identità e differenza sono concetti di riflessione inseparabili. 
Dopo questa parentesi scherzosa, torniamo a considerare seriamente l’edificio della Logica hegeliana! Alle prime due parti fa seguito una terza che in genere si fatica a comprendere, la Logica del concetto: che cosa vorrà dire “logica del concetto”? Indipendentemente da quanto si è fin qui affermato, una cosa è certa: “essere”, “essenza” e “concetto” non sono mai rappresentazioni o strumenti della nostra attività, ma qualcosa che ha luogo in noi stessi. Ebbene, il concetto è ancor più profondo dell’essenza. Esso è infatti la “quintessenza”. Già questo ci fa capire, a orecchio, che la quintessenza è una sorta di non plus ultra, in cui si raccoglie, per così dire, tutto ciò che appartiene all’essenza. Hegel ha mostrato, in effetti, che proprio questo è il significato dell’“idea” platonica, e che in essa risiede la vera condizione di possibilità del reale.

 

IL LOGOS

Chiediamoci per un momento: come si riflette tutto ciò sugli inizi della filosofia greca? È chiaro, infatti, che “logica” è un termine greco. Quando Hegel parla di “logica” e della sua “logica trascendentale”, intende riferirsi al senso ampio della parola “logos”, che domina la filosofia greca, da Eraclito fino a Platone, ad Aristotele, e oltre. È assai difficile trovare una traduzione adeguata di “logos”. Mi ricordo che quando ero studente, il senso del “logos” veniva reso da espressioni come “ragione” o “concetto”. Ma al momento del mio primo incontro con Heidegger, egli mi disse che il suo significato è quello letterale, e cioè: “linguaggio”. A questo proposito, incontriamo una tematica, alla quale ci eravamo già molto avvicinati parlando dell’essenza. Ho richiamato l’attenzione sul fatto che in questa parola non riecheggia soltanto la terminologia filosofica, ma anche un po’ di quella sapienza del linguaggio, per cui, nel tedesco Wesen (essenza) risuona anche Anwesenheit (presenza): quando qualcosa si avvicina, e sembra riempire tutto lo spazio (con la sua presenza, appunto) o quando entra in una stanza una persona molto influente, tutti avvertiamo la pienezza di tale presenza. Come possiamo approssimarci al significato del logos? Torniamo ancora una volta al principio dell’intero movimento logico, dove troviamo quest’affermazione: “l’inizio dell’essere è l’immediatezza indeterminata”. Abbiamo già visto che “immediatezza indeterminata” equivale a dire “nulla”. L’intima coappartenenza di queste due nozioni esclude, in realtà, che vi sia una differenza concettuale: esse sono distinte solo nel nostro “intendimento”, dice Hegel. Dobbiamo cercare di chiarire questo punto. Il momento culminante dell’intera logica è il seguente: non è il nostro pensiero a passare da una cosa all’altra, bensì è il “divenire” stesso, il divenire di qualcosa, indipendentemente dal fatto che io lo pensi. Inoltre, il “qualcosa” ha le sue “qualità”, le sue “determinazioni”, la sua “misura”,… e infine la sua “essenza reale”, come ad esempio la “specie” (questa realtà della natura animata, dove le tipologie vegetali e animali si rinnovano e si riproducono continuamente nei loro individui). Siamo quindi sicuramente al di fuori del pensiero soggettivo, anche se tutte queste cose sono pensabili: il pensiero coincide con ciò che è. Questo è il senso del termine “categoria”. Qui accade, peraltro, una cosa strana, che meriterebbe maggiore attenzione: Hegel non usa mai il plurale “le categorie”, ma sempre solo “la categoria”, al singolare. Ciò dipende dal fatto che la totalità è un’anamnesi, un estrarre l’identico dall’identico. Ecco il ricordo nel suo senso più autentico: l’affiorare di qualcosa che non è “nuovo”, bensì ciò che già era, e che avevamo dimenticato o che, in altre parole, era stato rimosso e adesso, per qualche motivo, riaffiora. Questo “riaffiorare” è ciò di cui il movimento della riflessione filosofica ci rende consapevoli. Tutto ciò che già da sempre conosciamo, ci appare qui alla luce della riflessione.

 

DAL PENSIERO ALLA REALTÀ?

L’essere, il nulla, il divenire,… e quest’ultimo è sempre il divenire di qualcosa: Hegel fu il primo a introdurre con grande acume queste nozioni nell’intera storia della filosofia occidentale. Dobbiamo a lui, se i Presocratici non sono considerati soltanto un confuso e mitico prologo all’osservazione della natura, bensì rappresentano una preparazione a tutto il nostro pensiero logico. Ovviamente, i risultati raggiunti da Hegel hanno incoraggiato sensibilmente il procedere della ricerca, portandola a riconoscere nei Presocratici coloro che hanno predisposto il terreno per le filosofie di Platone e Aristotele. È chiaro che non si tratta solo di un recupero storiografico, bensì della possibilità di avvistare una dimensione che precede lo stesso logos: l’essere, come tale, è indeterminato; ma logos significa “determinare qualcosa”. Il “nulla”, poi, è altrettanto indefinito: per la prima volta si profila l’idea di un “trapassare” dall’essere al nulla. In fondo, essere e nulla sono soltanto il “qui” indeterminato. Dobbiamo renderci conto del significato vero e proprio della prima esperienza fondamentale del “qui”, il cui contenuto corrisponde al “questo qui” della certezza sensibile; quando infatti affermiamo “c’è qualcosa”, in realtà abbiamo già detto troppo: infatti la certezza sensibile non è ancora certezza di “qualcosa”, ma solo del puro e semplice “questo qui”. Insomma, la Fenomenologia può descrivere a partire dalla coscienza ciò che la Logica conduce nella sfera oggettiva della determinatezza sino all’idea. Ma come si può procede oltre, affermando che l’idea determina la realtà? “La verità dell’essere è l’essenza”; e la verità dell’“essenza” è il “concetto”, che a sua volta è l’idea. Tutto ciò è ben comprensibile sulla base del pensiero greco. Ma come è possibile, partendo dalla logica (che è l’universo delle “possibilità”) muovere il passo decisivo verso la realtà? “La Creazione”: questa è la grande risposta offertaci dalla metafora di Hegel, secondo cui la logica rappresenterebbe i pensieri di Dio prima della Creazione del mondo. Ma che cosa sia mai la realtà, e che nesso intercorra fra “l’idea” e le reali determinazioni della nostra conoscenza del mondo, questo è un problema filosofico di estrema difficoltà, che costituisce forse il limite, al di là del quale non siamo più in grado di capire come Hegel possa aver creduto di compiere il passaggio dall’idea alla realtà, operandolo nel pensiero.

 

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