Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Hegel: l'estetica

 

 

Ci avviciniamo al termine di questo nostro itinerario, il cui titolo complessivo è «il passaggio da Kant all’Idealismo tedesco», cioè ai grandi costruttori di sistemi come Fichte, Schelling e Hegel. Tuttavia questa transizione non è soltanto la descrizione di una tappa della storia della filosofia, bensì, come ho avuto modo di osservare, coinvolge il rapporto fra «Illuminismo e Romanticismo». Queste due potenze della nostra vita spirituale non si scontrano solo in quest’epoca storica, bensì sopravvivono ancora oggi nella nostra temperie culturale. Vedremo, in conclusione, come Hegel (il pensatore nel quale questo confronto ha mostrato tutta l’imponenza delle forze in gioco) continui ancora a incidere sull’età presente, e a determinarne le possibilità concettuali e culturali.

 DALL’ESSERE ALLO SPIRITO

Ci siamo già occupati delle sue due opere capitali, cioè la Fenomenologia dello spirito e il Sistema di filosofia (nella sua prima parte, costituita dalla Logica), privilegiando motivi e tematiche che risultano comprensibili a ciascuno, rispetto ai contenuti squisitamente tecnici. La differenza e la somiglianza di questi due capolavori si possono riassumere nella seguente formulazione: la Fenomenologia dello spirito procede dalla «certezza» alla «verità», mentre la Logica muove dall’«essere» all’«idea», e dall’«idea» allo «spirito». Questi sono i concetti-chiave che riassumono l’intera opera di Hegel e lasciano presagire l’immensa portata della sua risonanza in tutta l’età moderna. Prendendo le mosse da quest’aspetto, intendo illustrare nuovamente come si articola questo grande cammino spirituale che conduce dall’essere allo spirito. L’«essere» (che come abbiamo visto costituisce il momento iniziale della Logica) è una espressione che significa tutto e niente: non si afferma nulla di determinato, quando si dice «essere». Pur senza entrare nel dettaglio, spero essere riuscito a mostrare che, quando cerchiamo di precisare il senso del termine «essere», siamo costretti a pensare, a parlare la lingua dei concetti, i quali si richiamano a vicenda. Alla fine risulta che questo «regno delle possibilità», dominato dallo spirito e attribuibile a «Dio prima della Creazione» (per usare un’arguta espressione hegeliana) – insomma, questo intero cammino compiuto dalla Logica – si troverà a un punto di svolta decisivo, quando si tratterà di passare alla realtà, alle categorie proprie del reale. Qui siamo davvero di fronte a una questione molto difficile: il problema del passaggio dalla possibilità alla realtà, ovvero dall’idea del possibile alla natura effettiva, alla struttura vera e propria del nostro mondo reale, per approssimarsi infine al mondo umano, quello della storia. Per tutto ciò, noi siamo debitori di Hegel.


 LA VITALITÀ DELLA NATURA 

Affrontando nell’ordine i contenuti dell’opera hegeliana, nel loro scaturire, la prima cosa che incontriamo è appunto il passaggio dall’idea alla realtà. Quest’ultima è in primo luogo la concretezza della natura; non si tratta però della «natura» nel senso in cui la intendono le moderne scienze naturali, quanto di una accezione più estesa rispetto a questa (che la tradizione del pensiero ha chiamato anche natura naturans) vale a dire una naturalità che si sviluppa da sé medesima, e che non è mai oggetto, bensì vita. È infatti proprio con la natura vivente che ha inizio il cammino della Realphilosophie, cioè della filosofia della realtà effettiva, che occupa il secondo posto nel Sistema delle scienze filosofiche, al quale Hegel attribuisce anche l’ambizioso titolo di Enciclopedia. Questa natura vivente, nel suo proprio schiudersi, era già affiorata percorrendo la via che dalla coscienza conduce all’autocoscienza. In quella occasione abbiamo mostrato che è proprio la nozione di vita ad aprire le porte all’autocoscienza. Anche in questo frangente si può intuire la presenza di quel grande amico e rivale di Hegel, che negli stessi anni studiava teologia e filosofia nello Stift di Tubinga, vale a dire Schelling, il cui pensiero fu assimilato dalla filosofia hegeliana. Lo sviluppo di questa vigoria della natura è, come ho già detto, il momento preparatorio dell’autocoscienza. In altri termini: la vitalità della natura è già, in un certo senso, quella stessa struttura che poi si rivelerà come pensiero consapevole di sé medesimo. A questo proposito, Schelling coniò una celebre formulazione, parlando di una «prova “fisica” dell’Idealismo». Lo stesso Hegel non volle mai rinunciare a questa prova, ma gli premeva mostrare che con l’idealismo dell’autocoscienza non è ancora detta l’ultima parola: infatti nell’Idealismo dell’autocoscienza… si accumula in misura crescente quell’esperienza dello spirito che trascende il singolo e che abbraccia la sfera delle relazioni umane e della strutturazione del mondo circostante da parte dell’uomo, coinvolgendo così tutte quelle grandi istituzioni che Hegel amava caratterizzare con il concetto di «spirito oggettivo». Questa sì che è una espressione paradossale! Ci voleva l’arguzia di uno svevo quale era Hegel, per imporre con successo questo concetto di spirito oggettivo. Esso riguarda dunque la sfera delle istituzioni: la scienza (anch’essa) è una forma dello spirito oggettivo: non è cioè affare del singolo, in quanto soggetto che fa scienza; sono i grandi risultati oggettivi della scienza quelli che noi ammiriamo in essa.
[E la loro applicazione alla vita sociale.

SPIRITO OGGETTIVO E SPIRITO ASSOLUTO

Quando Hegel introduce l’espressione «spirito oggettivo», allude naturalmente all’aspettativa che lo spirito sia qualcosa di soggettivo, [spirito soggettivo]. E in un primo momento esso lo è effettivamente: nell’autocoscienza del singolo. Però noi non siamo soltanto individui isolati, bensì apparteniamo sempre alla società, in una reciproca apertura. Laddove (con lo scambio linguistico e di opinioni) organizziamo il nostro mondo, quest’ultimo non ruota soltanto intorno a noi, bensì diventa immagine del nostro stesso essere, della nostra spiritualità. Esso non è soltanto il mondo della scienza, ma anche la sfera dell’etica, del diritto, di tutte quelle cose che gli uomini realizzano in comune. Questo è appunto ciò che Hegel chiama «spirito oggettivo», e vedremo che tale attribuzione dell’intera realtà sociale al concetto di spirito sarà uno dei risultati più duraturi e significativi dell’opera di Hegel. È certo, comunque, che questo è uno degli aspetti in cui maggiormente brilla il genio hegeliano, la sua capacità di sintesi, di unificazione e di mediazione. Infatti, l’espressione «spirito oggettivo» fa riferimento anche a un altro versante: ciò che si oppone allo spirito oggettivo non è solo lo «spirito soggettivo», bensì anche quello che Hegel chiama «spirito assoluto». Ed è proprio di quest’ultimo che adesso dobbiamo occuparci. Lo «spirito oggettivo» si manifesta innanzitutto nei celebri Lineamenti di filosofia del diritto, un’opera che più di altre ha acceso il dibattito sulla concezione politica di Hegel.… Ma la sua capacità di sintesi abbracciava non solo il mondo sociale dell’etica e delle dottrine giuridiche, bensì sapeva cogliere aspetti che investono profondamente la cultura e la riflessione umana: vale a dire, appunto, lo «spirito assoluto». Anche il termine «assoluto» conosce una lunga vicenda nel corso della storia occidentale: si tratta, in realtà, di un’espressione platonica o neoplatonica, che significa «assolto (cioè sciolto) da ogni particolare condizione», e perciò comune a noi tutti, incondizionatamente, cosicché il singolo si trovi a rinunciare del tutto alla propria dimensione privata, nel momento in cui si apre all’esperienza dell’assoluto.

 IL VALORE DELL’ARTE

Quali sono le manifestazioni dell’assoluto? Una di esse è nota a tutti ed è assai familiare: l’arte. L’opera d’arte ci affascina profondamente, perché in essa riconosciamo noi stessi (anche se l’espressione «noi stessi» non si riferisce alla sfera privata del singolo, bensì a ciò che sa parlare a tutti noi): è qualcosa di cui tutti facciamo esperienza nell’arte. Adesso mi trovo in un locale, alle cui pareti sono appese testimonianze dell’arte figurativa. Se percorriamo con lo sguardo questa collezione attraverso le varie epoche, abbiamo la sensazione che l’intera tradizione delle arti figurative, ma anche tutto il copioso universo della letteratura, ci accompagnino sempre con il loro messaggio, e che forse, al giorno d’oggi, circondati come siamo dalla secolarizzazione e dalla trasformazione tecnica del mondo, l’arte possieda un valore espressivo particolare. Già solo l’arte basta a ricordarci che un mondo completamente secolarizzato non può più definirsi a pieno titolo un «mondo». Di esso fa parte, infatti, anche la trascendenza, ovvero la necessità che abbiamo noi uomini (sospesi tra la nascita e la morte) di pensare al di là di noi stessi. Anche prima che l’ultimo bagliore di vita si sia spento, prima che l’ultimo respiro sia stato esalato, già durante la nostra esistenza, ciascuno di noi (singolarmente e nella società) ha sempre e comunque trasceso, nel pensiero, il mistero della morte e il destino dell’uomo. In questo senso la religione è molto vicina all’arte. Una volta essa era immediatamente presente nelle grandi opere plastiche dell’arte greca, che raffiguravano le divinità. Oggi, grazie all’annuncio del cristianesimo, capiamo che l’aldilà di Dio concorre a determinare profondamente l’aldiqua della nostra esistenza terrena.
Ci stiamo dunque occupando della vicinanza tra l’arte e la religione. Per far luce su questa prossimità, illustrerò le Lezioni di estetica, che sono tra le più belle di Hegel. Questo corso universitario fu inaugurato da Hegel a Heidelberg, una città che, non a caso, è così privilegiata dalle Muse: era la patria del Volkslied, vi si trovavano le grandi raccolte di canti popolari e di fiabe; insomma: lo spirito del Romanticismo con tutto il suo incanto e la sua magia.

LE VISIONI DEL MONDO

Le Lezioni di estetica, rielaborate da un allievo di Hegel, intelligente ed esperto in cose d’arte, costituiscono uno degli scritti hegeliani più agevoli da leggere. Oggi sappiamo che non si tratta di un’opera così autentica come credevamo. Il curatore editoriale ha aggiunto molto di proprio, ma la vita dello spirito è in grado di superare vittoriosamente anche queste forme di contaminazione, facendo sì che anche un testo non del tutto autografo in ogni parola, venga letto come la più autentica delle opere hegeliane. Effettivamente le Lezioni di estetica affrontano un tema di particolare interesse, e hanno dato vita anche a un neologismo entrato poi nel linguaggio comune: «Weltanschauung», «visione del mondo». Nell’Estetica di Hegel compare per la prima volta questo termine, in forma di plurale: le diverse «visioni del mondo». Ovviamente, «Weltanschauung» è un’espressione romantica, riferita al mondo in cui siamo. Tuttavia l’arte è capace di rispecchiare le diverse concezioni o visioni del mondo, offrendoci di esse un’immagine visiva, intuitiva. Perciò la storia della vita spirituale conserva la sua attualità, paradossalmente, proprio nella storia dell’arte, ricettacolo delle visioni del mondo. Dico «paradossalmente», perché l’arte è quella «maestra del passato», che fa rivivere ogni cosa come se fosse attuale. D’altro canto non vorrei affatto minimizzare la grande attualità che hanno per noi le epoche passate, che si sono succedute nel tempo – l’arte greca, il Romanico, l’avvio dell’età moderna con l’Umanesimo, il Rinascimento e i grandi stili artistici sino al Barocco e alle loro risonanze nel Classicismo, nel Biedermeier, nel Neorealismo, e in tutto ciò che vi si ricollega. Tutto questo acquista per noi la dimensione del presente. Quando osserviamo un dipinto, o quando una poesia ci commuove, non è il documento storico a colpirci, bensì il messaggio immediato che esso trasmette. Ritroviamo noi stessi in qualcosa che, pur essendoci ignoto, nondimeno riconosciamo, e pur non essendo in grado di esprimere a parole, tuttavia percepiamo con assoluta certezza come la nostra verità. In ciò si compie un cammino, che è sempre parallelo a quello del nostro pensiero concettuale. Infatti, la terza forma dello «spirito assoluto» (oltre all’arte e alla religione) è la filosofia, cioè appunto il tentativo (o l’impresa) di esprimere in concetti quanto già ci sovrasta nella visione dell’arte e nelle promesse della religione.
L’Estetica di Hegel tuttavia non ha dato espressione concettuale solo all’arte (rispettando quella forma dialettica costruttiva così rigorosa, propria del procedere hegeliano) ma dà modo, in essa, di riconoscere subito anche noi stessi. In quest’opera non affiora soltanto l’arte, ma anche tutta la storicità della vita umana, il suo necessario dispiegarsi nella dimensione del tempo.

LA RAZIONALITÀ DELLA STORIA

Anche in veste di filosofo della storia Hegel ha compiuto un’azione decisiva: ha mostrato in essa la presenza della ragione. Si schiudeva così una realtà completamente nuova: la storicità, infatti, era altra cosa rispetto alla ragione. La «ragione», il «logos», la «logica», erano gli strumenti di quel grande occhio pensante che i Greci tenevano dischiuso sul mondo. Per noi anche il mondo storico appartiene alla razionalità: in questa scorgiamo la vicenda della lotta dell’uomo per la conquista della libertà sociale e della vita associata in tutte le sue forme. La storia della libertà rappresenta, in fondo, anche per la filosofia, la sua fonte ultima di legittimazione. Proprio per questo non è possibile rinvenire la ragione nella storia; e in tal senso non possiamo concordare con Hegel, anche se continuare a cercarla è, e rimane, un bisogno insopprimibile. Non solo le promesse della religione, ma anche gli sforzi del nostro pensiero sono rivolti a precorrere la storia. Cerchiamo, ad esempio, di anticipare le possibili soluzioni alla nostra crisi ecologica attuale, di prevenire i pericoli di devastazione ad opera di fanatici o di impedire un cattivo uso del nostro potenziale tecnico distruttivo: anche questo fa parte della nostra libertà e del nostro tentativo di sviluppare razionalmente il mondo da noi costruito, e di difenderlo. In questo senso due cose sono inscindibili: da un lato il cosmo ordinato degli antichi, cioè la natura, che comprende anche il mondo umano, e dall’altro il mondo cristiano quello della storia salvifica e della storia terrena. È il peculiare intrecciarsi di questi due mondi a determinare il senso del nostro momento storico, il senso della finitezza di ciascuno e di quella continuità dello spirito che vincola e unifica tutti. Questo mi sembra essere il grande passo compiuto da Hegel. Una volta Heidegger ha detto di lui: «Hegel è stato l’ultimo filosofo greco», riferendosi al fatto che Hegel, già nella Logica, ha sviluppato in modo esaustivo tutte le forme della possibilità:… dall’essere indeterminato, sino all’idea, esprimendo però anche il mondo reale (nella nozione di un pensiero che necessariamente si determina e si completa) e dando così vita alla filosofia della storia, alla filosofia dell’arte e a quella della religione, la quale, con la sua specificità, ha tentato di avvicinare a noi persino la religione rivelata, cercando di renderla comprensibile. Capisco perfettamente le riserve della Chiesa cristiana nei confronti di Hegel, nel senso che il messaggio di redenzione (nella sua unicità) non può essere completamente oscurato dalla tendenza illuministica dell’umanità. Ma non per questo si deve rinunciare a cercare di realizzare questa promessa di salvezza anche nella nostra personale riconciliazione con la realtà, con la nostra vita, con la storia, con i destini della cultura; insomma, questo modello di conciliazione, proprio della religione, può essere un obiettivo al quale tendere anche nella nostra vita intellettuale. Vedremo che questa istanza influenzerà profondamente la ricezione della filosofia hegeliana nella successiva storia del pensiero, e che l’incidenza di Hegel nella nostra storia politica è stata notevole e tale da dominare ancora molti aspetti della filosofia contemporanea.

LA LIBERTÀ DELL’UOMO

Non è facile analizzare dettagliatamente tutte queste prospettive. Il campo della storia non può sicuramente essere paragonato al meraviglioso spettacolo offerto dal movimento regolare dei corpi celesti, che ha fatto del cosmo e della cosmologia dei Greci una manifestazione della ragione. Che senso ha cercare anche nella confusione dei destini umani qualcosa come la ragione? Senza dubbio Hegel ha tentato di risolvere questo compito non senza forzature, illustrando l’intero panorama della storia universale (che va dalle culture dell’Oriente a quella greca, a quella romana, al mondo cristiano, ai popoli germanici e latini, sino alla totalità della storia universale) e sostenendo l’intima necessità di questa evoluzione. Difficilmente potremo concordare con Hegel, e accettare che l’intera storia risponda a una necessità razionale. Si può invece riconoscere, con lui, che la Rivoluzione francese (cioè l’avvenimento politico decisivo per il destino individuale degli idealisti tedeschi) abbia dato vita a un nuovo concetto di libertà, in cui trova espressione adeguata la nozione cristiana dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio. Certamente, la libertà dell’uomo nella vita reale non è affatto raggiunta o acquisita con ciò. Al contrario, se le visioni hegeliane della storia dell’arte, della storia universale e della storia della filosofia hanno colto qualcosa di vero, questo è appunto il fatto che il nostro mondo, in quanto appartiene all’uomo, non è mai l’insieme perfetto delle opere umane, bensì è sempre un mondo di aspirazioni e di lotte per raggiungere i fini della libertà umana. Ciò che si è raggiunto con la Rivoluzione francese e con le sue ripercussioni in Europa non è la fine della storia, ma è la fine di una certa concezione della storia umana. Ad esempio, per la nostra coscienza attuale, una guerra è legittima e inevitabile, anzi, che la si voglia o no, essa è sensata solo se serve a creare un assetto del nostro mondo che meglio soddisfi la libertà dell’uomo. Questo ideale rimane un ideale dell’umanità. Pertanto, la storia universale non è giunta alla conclusione, dato che la lotta per la libertà continua sempre. 
Lo stesso vale anche per certe affermazioni hegeliane sull’arte. A questo proposito la sua dottrina ricorre a formulazioni molto provocatorie.

LA MORTE DELL’ARTE

Hegel era uno Svevo, un popolo celebre in Germania proprio per il gusto della provocazione: è l’unico ceppo germanico (che io sappia) che anziché dire «sì» dice «ha no», cioè «come mai?». Ebbene, questo carattere si rivela anche nel detto hegeliano secondo cui l’arte appartiene al passato. I nostri contemporanei hanno persino parlato di «morte dell’arte». In un certo senso, l’arte è alla fine, se la si considera dal punto di vista dell’evoluzione stilistica che va dall’arte antica a quella romanica e rinascimentale, sino all’ultimo stile artistico, il Barocco, cui fa seguito una serie di movimenti stilistici nuovi, di breve durata, effimeri, che giungono fino al «moderno» e al «post-moderno». Non si tratta più dello stesso tipo di arte, e tuttavia oggi forse l’arte è più arte di quanto non sia mai stata. Senza dubbio, infatti, le grandi epoche artistiche sono quelle in cui più fortemente s’impongono l’aspirazione religiosa e l’esperienza della trascendenza… ed è pertanto un enigma che nel nostro mondo tecnologico l’arte, pur trasformandosi sotto l’influsso della tecnica, possa restare arte genuina, e che le nuove forme di creazione artistica, quali si trovano ad esempio nell’arte figurativa, con i suoi quadri tecnicamente poveri, ci vengano incontro, laddove si tratti di vera arte, come una scintilla scoccata dalla trascendenza. Un quadro cosiddetto «astratto», quando sia opera di un grande maestro, sa parlare anch’esso un linguaggio (muto) ma altrettanto ricco e sempre stimolante per il pensiero. Nel mio studio a Heidelberg è appesa una grande litografia a colori di Poliakoff, un foglio assai bello, che i miei allievi mi hanno regalato, mi pare, per il mio settantesimo compleanno. Quando, assorto nei miei pensieri, volgo lo sguardo a sinistra, vedo un paio di superfici colorate, tra loro contrapposte, e poi vi traspare qualcosa che assomiglia a un volto umano, e poi, senza dubbio, una croce,… le cui tonalità sono sospese fra il rosso e altre tonalità più scure, che arrivano fino al nero: tutto questo mi invita ripetutamente… a riflettere sui misteri della vita e dell’aldilà. L’arte è ancora viva. Il nostro pensiero l’ha solo sollevata in nuovi orizzonti spirituali. Sino a quando si farà filosofia, ci sarà sempre un dialogo con l’arte, con le arti e con le creazioni del talento umano, destinate lentamente a fondersi in una cultura mondiale. Quale sarà il suo nuovo volto, non lo sappiamo. Ma se pensiamo alla musica, ci accorgiamo che anch’essa contiene una promessa: il linguaggio musicale del secolo scorso, ma anche del Classicismo tedesco o viennese – Schubert, Beethoven, e pure Bach – parla oggi al cuore degli Americani, dei Giapponesi, dei Russi o Sudafricani, allo stesso modo in cui si rivolge a noi Europei. L’idioma della musica è forse il segnale più chiaro di una cultura planetaria che si sta formando, nella quale – al di là delle barriere linguistiche – si può imparare insieme e si può provare un senso di solidarietà, lavorando e lottando uniti per la libertà.

Copyright - Rai Educational