Il Cammino deella Filosofia

Hans-Georg Gadamer

L’eredità di Hegel

Il periodo che stiamo ripercorrendo riguarda l’arco di tempo compreso tra gli esordi del pensiero europeo e la nascente età contemporanea. Come è ovvio, gli inizi sono stati considerati tali a partire dalle loro conseguenze. Ma con quest’ultimo grande periodo della storia del pensiero filosofico europeo (e tedesco in particolare) abbiamo soprattutto circoscritto una tematica che ancora oggi determina il nostro orizzonte concettuale. Si tratta della tensione irrisolta (e forse irrisolvibile) fra due forze contrapposte: da un lato l’Illuminismo e la scienza; dall’altro il Romanticismo, l’incanto poetico, e tutte quelle meravigliose energie artistiche che per la nostra cultura umana sono tanto importanti quanto la filosofia stessa. Alla domanda sul perché Hegel abbia occupato tanto spazio nelle nostre riflessioni, potrei motivare questa decisione e questo mio modo di procedere, ricordando che Hegel continua a esercitare ancora oggi una profonda influenza. “La risonanza e la presenza di Hegel” sarà dunque l’argomento di questa nostra conversazione.

 

DESTRA E SINISTRA

Il primo fatto che dobbiamo considerare è davvero singolare: all’interno della scuola filosofica hegeliana si verifica una scissione in una “destra” e in una “sinistra”. Così facendo, si applicano all’influenza spirituale di Hegel categorie che si riferiscono a divisioni politiche, dibattiti e lotte di potere che (dopo la Rivoluzione Francese) caratterizzano sempre più il sistema parlamentare dei Paesi europei. Oggi si paventa addirittura una caduta nel totalitarismo, laddove manchi quest’opposizione fra due schieramenti che mirano allo stesso risultato, servendosi però di strumenti differenti. Ma che senso ha parlare di destra e sinistra in filosofia? È innegabile che Hegel abbia influito sulla formazione della sinistra politica dell’Ottocento,… a partire da Feuerbach e da Karl Marx (assieme a Engels, naturalmente). Ma non dobbiamo limitarci al Marxismo (un’espressione peraltro inesatta, visto che il concetto di “Marxismo” è una creazione del 20º secolo, valida solo come contrassegno ideologico di un sistema di potere politico, e non di una corrente di pensiero).… Anche la cosiddetta “sinistra democratica” è da annoverare tra gli sviluppi della sinistra hegeliana. E’ noto che in Germania non c’è stata una rivoluzione come in Francia. E Karl Marx è stato colui che ha criticato più aspramente la mancanza di un confronto rivoluzionario tra la borghesia e la tradizione feudale. Ma anche se non si è giunti a questo, vi è stato tuttavia un movimento di emancipazione della borghesia, iniziato proprio con la Rivoluzione Francese. All’interno di tale contesto si andarono creando le condizioni per una critica nei confronti di Hegel. In particolare, nella sua filosofia del diritto, Hegel aveva spiegato con molto acume l’importanza delle norme giuridiche per la vita della società civile (borghese) e dello Stato; ma a causa della sua posizione di professore a Berlino e forse anche per motivi molto più profondi, egli appoggiò sempre la monarchia costituzionale. Ciò suscitò, naturalmente, l’opposizione del nascente movimento democratico tedesco. Ad esempio, Rudolf Haym, uno dei primi biografi di Hegel (autore di Hegel e il suo tempo) era assolutamente critico nei confronti non solo della visione conservatrice estrema, ma di Hegel stesso, in quanto lo identificava con quel conservatorismo che in seguito si è spesso richiamato a Hegel.

 

 IL GIUDIZIO DELLA STORIA E DEGLI STORICI

La sinistra hegeliana è più conosciuta della cosiddetta “destra”. Personaggi come Feuerbach, Karl Marx, Friedrich Engels (come altri dell’opposizione democratica antihegeliana) polemizzarono con la filosofia del diritto di Hegel, in cui si trovava una sorta di adesione alla monarchia costituzionale. Anche se, come ho sottolineato, Hegel condivideva pienamente il pathos della libertà suscitato dalla Rivoluzione Francese, ed era favorevole alla liberazione e al riconoscimento politico della borghesia, è pur vero che nella sua attività berlinese giustificò quella forma di Stato, almeno in uno scritto, i Lineamenti di filosofia del diritto (più in questa pubblicazione che nel suo insegnamento accademico)…. È un po’ meno noto, ma immediatamente comprensibile, il fatto che la monarchia avesse i suoi sostenitori nel ceto dirigente della Prussia e degli altri Stati tedeschi, e che quindi anche nella “destra”, soprattutto in conseguenza dell’influsso di Hegel sulla teologia protestante, questa scissione politica fosse accompagnata da un confronto di idee. 
Il nostro interesse è rivolto, però, non tanto a queste implicazioni politiche, quanto alle influenze di Hegel sulla cultura,… e quindi sulle scienze. Ebbene, è chiaro che la filosofia della natura che Hegel aveva integrato nel suo sistema (mutuandola da Schelling) fu tenacemente avversata dal corso vittorioso della scienza del 19º secolo. La filosofia della natura dell’Idealismo tedesco divenne una sorta di capro espiatorio. Non altrettanto forte, ma certamente incisiva, fu l’opposizione degli storici contro quell’edificio della storia universale di cui abbiamo già parlato, secondo il quale vi sarebbe un principio di necessità nell’evoluzione delle vicende umane, a partire dal dispotismo orientale ( in cui uno solo era libero), passando alla cultura greca (in cui la libertà riguardava una ristretta cerchia sociale), per finire con la proclamazione dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio (dove la libertà di tutti assume anche lo spessore di un ideale politico). Un compito importante era anche quello di comprendere l’importanza di Hegel per le scienze storiche. La mia opinione è che, nonostante la critica rivolta al costruttivismo aprioristico (ravvisato nell’edificio dialettico hegeliano della storia universale) non si deve dimenticare il notevole ascendente di Hegel sulla cosiddetta “scuola storicistica”, cioè sui grandi storiografi berlinesi, senza distinzioni, sia sui più conservatori (come Ranke) che sui più democratici (come Droysen o Mommsen). Tutti i grandi nomi dello Storicismo devono a Hegel molte loro concezioni, come ad esempio la prospettiva dell’incidenza delle idee sulla realtà storica, che ritroviamo soprattutto in Dilthey e in un ottimo studio del suo allievo Erich Rothacker. L’eredità hegeliana si riflette in modo inconfutabile nella nostra terminologia tedesca: in Germania le discipline estranee alle scienze naturali vengono dette “scienze delle spirito”. Il significato di questa espressione risale appunto a Hegel, che da un lato si richiama alla terminologia cristiana dello “Spirito Santo”, e dall’altro allude alla diffusione dello “spirito oggettivo” nella cultura e dello “spirito assoluto” nella religione. È dunque chiaro che l’influsso di Hegel non ha avuto toni così fortemente polemici, o comunque non solo polemici: ancora oggi è in atto una lenta rinascita dell’interesse per la filosofia della natura dell’Idealismo tedesco.

 

ALLA CONQUISTA DELL’EUROPA

Come si presentava la situazione in Germania? L’improvvisa morte di Hegel spinse la scuola hegeliana a produrre uno sforzo enorme. Gli “amici e allievi dello scomparso” (come allora si diceva) pubblicarono un’edizione delle sue lezioni, che fece epoca. Infatti Hegel, questo “svevo caparbio” (come mi viene sempre di chiamarlo) non era certo un oratore trascinante.… Che in terra prussiana, nonostante il suo forte accento svevo, si riuscisse ad ascoltarlo e a capirlo, è quasi un miracolo. Ma le lezioni pubblicate a stampa hanno avuto una vasta influenza, perché la loro struttura concettuale è meno elaborata, meno tecnica, e assai ricca di esempi intuitivi. Questo è uno dei motivi fondamentali per cui Hegel, nonostante tutto, ha avuto una incidenza così massiccia nella cultura non solo tedesca, ma anche europea dell’Ottocento.
Certo, la presenza di Hegel in Europa non era uguale dappertutto e, paradossalmente, in Germania fu minore che altrove. In Germania, infatti, vi fu un incredibile slancio culturale che (oltre alla formazione dello Stato nazionale, dal quale si generò il primo nucleo dell’Impero tedesco) favorì anche un enorme sviluppo economico e tecnico, legato alle scienze naturali. Ma nell’ambito della ricerca tecnico-scientifica non era certo Hegel… il modello cui rifarsi. Vi fu, piuttosto, un ritorno a Kant. E così in Germania fu il cosiddetto “Neokantismo” (la ripresa degli studi kantiani) a dominare la scena, per molto tempo, in effetti, fino agli anni della Prima Guerra mondiale e alla crisi in cui cadde la cultura scientifica tedesca. Negli altri Paesi europei l’influsso di Kant era ugualmente forte e presente, ma nel complesso si riscontrava ovunque anche un’immediata influenza di Hegel. Essa era particolarmente forte in Italia, con Spaventa, Croce e i suoi allievi, e poi con Gentile e altri; in Olanda vi erano i cosiddetti “bollandisti”; in Inghilterra operava un’agguerrita scuola hegeliana, che vanta nomi come Mac Taggart, Bradley e Collingwood, e che in parte era anche in contatto con gli studi hegeliani in Italia. Perciò è davvero degno di nota che il carattere fattuale delle scienze (il quale per il Neokantismo era la base di tutto) abbia acquistato un’importanza maggiore della questione dell’autocoscienza, che era stata il punto di partenza da cui l’Idealismo tedesco aveva sviluppato le sue idee di sistema.

 

LE SFIDE DEL NOVECENTO

Domandiamoci ora che cosa è cambiato nel Novecento. Certamente, lo stesso Dilthey ha contribuito a mutare il corso delle cose: egli fu il grande rappresentante filosofico delle “scienze dello spirito” in Germania; ebbe fra i suoi colleghi anche eccellenti filologi e storici, ma in lui prevalevano gli interessi filosofici. Dobbiamo dire, però, che Dilthey si richiamò non tanto a Hegel, quanto a Schleiermacher. Dilthey fu il grande biografo di Schleiermacher, e anche l’interprete di molti degli impulsi da lui offerti alla ricerca storica e storico-filosofica. La situazione mutò radicalmente quando si concluse l’epoca del liberalismo e quando in Germania (con la Prima Guerra mondiale e la sua fine difficile e dolorosa, nel 1918) si creò un’atmosfera fortemente critica anche nei confronti della tradizione scientifica. Si verificò allora la prima, improvvisa apparizione di quella che oggi viene chiamata “Filosofia della vita”, che in Francia ebbe come suo rappresentante Bergson, ma che fu animata soprattutto da Nietzsche. L’influenza di Nietzsche fu piuttosto lenta, non certo paragonabile alla presenza massiccia del suo pensiero che possiamo riscontrare nella seconda metà del nostro 20º secolo. L’istanza negativa più forte, che a quel tempo ostacolava o rallentava l’assimilazione di Hegel nella filosofia europea, proveniva da Kierkegaard, quel pensatore danese che era stato allievo di Schelling a Berlino, e il cui capolavoro si presenta (già nel titolo) come una sfida e un attacco a Hegel. Il titolo del libro, cui ci riferiamo, è Aut-Aut. Proprio questa era l’accusa che si rivolgeva a Hegel: di conciliare tutto e di offuscare così quelle alternative che (soltanto) autorizzano e legittimano in senso proprio le decisioni morali. Anche il giovane Nietzsche aveva reagito così a Hegel, avvertendo in questo mascheramento delle opposizioni inconciliabili un ottundimento dello spirito borghese. Ma non è questa la sede per esaminare più nel dettaglio la cosiddetta Filosofia dell’esistenza, che si richiamava innanzitutto a Kierkegaard, e che nacque in ambiente teologico, ricevendo poi nuovi impulsi dalla filosofia accademica tedesca, da Jaspers, Heidegger e altri. Nell’ambito dello sviluppo della filosofia in Germania (alla quale devo necessariamente fare riferimento, visto che Hegel ha influito in Europa in primo luogo come autore di lingua tedesca) il suo pensiero è stato rivalutato solo nel Novecento, attraverso il movimento fenomenologico, nel quale le tracce hegeliane riaffiorano in maniera più forte e duratura di quanto non accada nell’esistenzialismo e nella Filosofia della vita. Il merito va innanzitutto a Husserl, forse già solo per aver dato alla sua scuola il nome di “Fenomenologia”. Si trattava di tutt’altra cosa rispetto alla Fenomenologia dello spirito di Hegel, ma aveva un aspetto in comune con essa: solo la forza dell’autocoscienza deve avere il compito di legittimare tutta la validità della verità. Non più solo sulla base della scienza, ma anche richiamandosi a quello che Husserl ha chiamato il “mondo della vita”, è possibile mostrare che l’uomo si orienta nel mondo grazie agli atti dell’autocoscienza. Il contributo di Husserl in questo senso risiede innanzitutto nella sua analisi della coscienza del tempo, vale a dire in un aspetto della coscienza che la filosofia hegeliana aveva fin troppo relegato nella sola filosofia della natura. Per Husserl era importante e necessario rendersi conto che la stessa scienza, e le conoscenze che essa produce, devono in ultima istanza la loro legittimazione alla coscienza del tempo e delle sue strutture temporali.

 

LA CRITICA DELLE ILLUSIONI

Con ciò si prepara anche la seconda svolta nella ricerca fenomenologica tedesca, nell’arco di tempo compreso tra la Prima Guerra mondiale e la Seconda. Essa ha dato origine a una fenomenologia che non chiamo più “trascendentale”, perché non mirava più a riprendere direttamente e ad approfondire Kant e l’Idealismo fichtiano, ma si richiamava principalmente alla “Filosofia della vita” e alle istanze di Dilthey e di Nietzsche. Mi riferisco alla cosiddetta “Ermeneutica”. Questo nome connota il lavoro svolto innanzitutto da Heidegger, e che tramite i miei scritti è entrato a far parte della coscienza filosofica universale. Ma prima di riflettere più da vicino su questo punto, vorrei prima dire solo in che cosa consisteva la novità, la svolta compiuta dalla Fenomenologia. A questo proposito bisogna ricordare la critica decisa rivolta nel secolo scorso alle illusioni dell’autocoscienza. Intendo da un lato lo smascheramento dell’ideologia, che si ispira a Marx, cioè la condanna dei pregiudizi che giacciono nella coscienza di classe (o nell’inconscia avversione o adesione ai propri interessi di classe). Ma va ravvisato anche un altro aspetto importante: il grande e crescente influsso di Nietzsche e di Schopenhauer, per i quali l’inconscio,… (ovvero qualcosa che si nasconde nell’ambito della coscienza) incide profondamente sulla vita umana e sul pensiero. Nietzsche si è spinto fino alla distruzione dei concetti di oggettività e di verità scientifica, giungendo all’affermazione estrema, secondo cui tutte le nostre conoscenze e la nostra stessa esigenza di verità non mirano affatto alla “verità”, bensì al dominio, alla “volontà di potenza”. Si tratta di una forma estrema di Filosofia della vita, che ha avuto ampie ripercussioni nella letteratura e anche nell’arte: si pensi allo scavo psicologico proprio dei romanzi russi di Dostoevskij o della magistrale arte narrativa di Knut Hamsun (ma anche di André Gide o di Proust, e dei grandi narratori e romanzieri dei primi decenni di questo 20º secolo) e che caratterizza anche il nostro tempo.

 

L’ARTE DI COMPRENDERE I TESTI

Che cosa ha a che fare tutto ciò con l’Ermeneutica? Proprio questo: non si tratta soltanto della struttura del giudizio e della proposizione, o di formulare delle verità esprimibili per mezzo di proposizioni. La filosofia ermeneutica muove piuttosto dalla comprensione tra uomo e uomo, dalle difficoltà di intendere l’altro a causa dei nostri interessi e dei pregiudizi che ci dominano. Bisogna imparare, non solo intellettualmente, ma soprattutto negli anni giovanili, a superare il proprio “narcisismo”, come si dice in italiano (il termine tedesco “Narzissmus”, grazie a Dio, non ha niente a che vedere con il “Nazismus”). Bisogna dunque superare il narcisismo, se si vogliono prendere veramente sul serio i diritti e le opinioni altrui. Questo ha effettivamente qualcosa in comune con l’Ermeneutica, con quell’arte di comprendere testi, che possono essere i testi biblici della tradizione cristiana – nel caso di Schleiermacher – o moltissimi altri documenti, come le testimonianze della grecità classica o il patrimonio della poesia latina, che hanno assunto un’importanza sempre maggiore nell’educazione scolastica e nella cultura spirituale europea, svolgendo un ruolo decisivo soprattutto in Germania. Con la svolta ermeneutica si fa quindi un primo passo in una direzione che si può caratterizzare molto bene con un’espressione che oggi suona polemica: “logocentrismo”. Questo spiega anche i motivi di un nuovo riavvicinamento a Hegel. Abbiamo già detto che Hegel introdusse la “proposizione speculativa”, e a ciò si accompagna una sua confessione: “la forma proposizionale non è adatta a esprimere verità speculative”. Perciò Hegel ha dovuto radicalizzare il suo metodo dialettico in quest’arte di estremizzare le contraddizioni, il cui superamento e dissolvimento consente il progresso della verità e della conoscenza; ciò rappresenta, come abbiamo visto, il modello valido non solo in campo scientifico, ma anche nella maturazione dell’uomo, come essere morale e sociale.

 

LA SOLIDARIETÀ

In questo senso, anche per la filosofia ermeneutica, la possibilità che gli uomini si comprendano non è un falso ottimismo, bensì la base essenziale di ogni solidarietà nell’agire politico e umano. Credo di essere stato io a introdurre a questo proposito il termine “solidarietà”. È stato a Dubrovnik. Ricordo ancora molto bene: mi trovavo con un folto gruppo di intellettuali polacchi, per i quali tenevo anche dei seminari, e un giorno lessi loro una relazione su questo tema: “il ruolo dell’amicizia nell’antichità”. È davvero sorprendente come nell’etica degli antichi il tema centrale fosse l’amicizia e non, ad esempio, la buona intenzione, il concetto di dovere o altri aspetti che nell’etica kantiana giocano un ruolo decisivo. La trattazione dell’amicizia occupa nell’etica di Kant una sola pagina,… mentre nella letteratura antica l’Etica di Aristotele le dedica ben tre libri, quindi più di un quarto dell’Etica, anzi un terzo. Lo stesso accade nei pensatori successivi: tutti sanno che Epicuro aveva un’alta considerazione dell’amicizia, e che lo Stoicismo, la dottrina stoica, assegnava all’amicizia un ruolo centrale. Lo stesso si può dire, ovviamente, anche per l’interpretazione del comandamento cristiano dell’amore, in cui l’amicizia occupa un ruolo altrettanto rilevante. A questo punto si vede che non solo nella scienza, bensì anche nella nostra esperienza di vita, l’ermeneutica fenomenologica conserva una stretta relazione con ciò che ha enorme importanza per la nostra esistenza. Come ho già detto, in quella occasione introdussi l’espressione “solidarietà”. Non voglio dire che senza di me i Polacchi non ci avrebbero mai pensato, però notai che il mio discorso fece effetto. A quel tempo non si trattava ancora di un’espressione nota: Walesa e gli altri non l’avevano ancora fatta propria, ma i tempi erano maturi. La parola “solidarietà” ha qualcosa di immediatamente convincente, perché esprime quell’autentico senso comunitario che conosciamo dal celebre motto della setta pitagorica che dice: “Tra amici tutto è in comune”: non si distingue più fra la mia proprietà e quella degli altri; quello che è mio, è anche tuo.

 

DA HEGEL ALL’ERMENEUTICA

Vorrei soffermarmi ancora su un punto: che aspetto ha quella filosofia ermeneutica che matura su questa base, e che si confronta necessariamente in modo critico e positivo con Hegel? È chiaro che lo “spirito oggettivo”, al quale abbiamo dedicato la nostra attenzione, è anche espressione di quella solidarietà che accomuna gli uomini. Recentemente abbiamo preso l’abitudine di parlare delle “etiche” dei diversi gruppi professionali: in queste viene legittimata in ultima istanza proprio la solidarietà (ad esempio tra medici, tra giudici, insegnanti, teologi o altro ancora). Si tratta di forme di comunanza a un livello più profondo rispetto all’autocoscienza. Il grande merito di Hegel è stato quello di aver mostrato che l’autocoscienza si realizza solo lottando per il riconoscimento e istituendo una solidarietà. La filosofia ermeneutica ha cercato di rifondare il vero significato del dialogo. Naturalmente questo non è merito solo mio. Molti altri hanno trattato questi temi, contro Hegel o a suo favore. Il dialogo giocava un ruolo decisivo anche presso l’“intellighenzia” cattolica del primo dopoguerra, in quanto dalla relazione “Io-Tu” discende lo stesso comandamento cristiano dell’amore e persino la comprensione dell’amore di Dio, che è un amore della creatura per Dio (e forse anche di Dio per la sua creatura). Insomma, è tutto un insieme di problemi che via via ha acquistato importanza. La scelta del nome “filosofia ermeneutica” ha la sua giustificazione nel fatto che in questo mondo così scisso e dominato dalla scienza, ha un significato particolare anche dedicarsi alla tradizione della filosofia e al grande patrimonio di esperienza e sapienza di cui abbonda la storia del nostro pensiero occidentale. Noi abbiamo dunque bisogno dell’Ermeneutica, dobbiamo cioè cercare di capire che la filosofia tende sempre al raggiungimento di una verità, che però può essere colta sempre e solo in forma unilaterale, all’interno di prospettive storicamente condizionate, anche se il desiderio di conoscenza riesce a trascenderle. In questo senso non c’è dubbio che in tale espressione della filosofia si incontrino la grande tradizione del pensiero occidentale (soprattutto del mondo greco, con il suo concetto di “logos”) e la ricezione cristiana di questa nozione da parte di Agostino, in cui il logos si fa “verbum”, “parola”. Tutto ciò riveste un ruolo fondamentale nella mia concezione dell’Ermeneutica. E infine emerge anche che il linguaggio, con cui comunichiamo, è sempre qualcosa di diverso dall’enunciare proposizioni vere; è molto più importante un aspetto di cui l’intera logica non si occupa affatto: il linguaggio pone domande, formula preghiere, evoca con cenni, e insomma contribuisce alla nostra vita pratica e alla reciproca comprensione non meno delle convinzioni teoretiche e delle conoscenze scientifiche. Ma il linguaggio che ha queste capacità non è più solo un linguaggio tecnico. Esso vive, per così dire della forza speculativa della lingua viva e parlata. È sopratutto questo che ho cercato di avvalorare nei miei lavori sull’Ermeneutica. Perciò le tendenze della filosofia ermeneutica sono oggi determinate principalmente dal recupero di una verità romantica, rispetto alla quale Hegel non è stato all’altezza, come lo furono invece alcuni grandi poeti del Romanticismo. Mi riferisco all’unità del linguaggio poetico e di quello filosofico-concettuale. A partire da quell’epoca, non è più considerato un mero decadimento della filosofia, bensì un arricchimento, che i grandi narratori dell’Ottocento abbiano avuto maggiore importanza per la cultura spirituale dell’Europa di quella dei cattedratici tedeschi di filosofia. Nel nostro 20º secolo cominciamo a guardare all’arte in tutte le sue forme (come già faceva Schelling) scorgendovi per la filosofia un interlocutore dello stesso livello. Certo, l’arte non parla il linguaggio del concetto, ma ci coinvolge in un dialogo che intratteniamo con noi stessi e con l’arte, con la tradizione filosofica occidentale e inoltre – ne sono convinto – con la sapienza di altre culture, di altre parti della Terra, verso una possibile coesistenza umana su questo pianeta, che auspico sana e pacifica.

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