Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Schelling e Kierkegaard

Le epoche dello spirito non coincidono sempre con il nostro modo di calcolare il tempo e i secoli: se pensiamo all’anno 1914, ci rendiamo conto che è senz’altro questo a rappresentare l’inizio di un’epoca, e non certo il 1900. Non molto diversamente stanno le cose se consideriamo il 1830, l’anno della morte di Hegel. Non a caso, facendo un bilancio dell’opera hegeliana, abbiamo dovuto gettare uno sguardo sul secolo successivo. È proprio vero: con la morte di Hegel e con la scomparsa di Goethe un secolo dello spirito giunge a compimento, e tutto ciò che ne è seguito (in filosofia, come anche nella storia) ha introdotto nuovi impulsi, decisivi per tutti noi. Ad esempio, nessuno potrà contestare che nell’epoca che ha inizio dopo il 1830 le figure dei grandi pensatori classici inaugurano un rapporto totalmente diverso con la consuetudine filosofica rispetto a quanto accadeva in precedenza. Se guardiamo per esempio al 17º o al 18º secolo, a Cartesio, Spinoza, Leibniz, ci accorgiamo che nessuno di essi fu professore di filosofia. Ma alla fine di quel secolo, nell’epoca che va da Kant a Hegel, si verifica di fatto una sorta di incontro tra la situazione spirituale generale e questi spiriti eccezionali, questi potenti pensatori. Se oggi, con lo sguardo rivolto ai successivi secoli, 19º e 20º, vediamo spiccare subito due nomi, Schelling e Kierkegaard, ciò è dovuto alla straordinaria attualità che essi hanno acquistato nel pensiero del Novecento.

La cosa è abbastanza strana, poiché Schelling (come sa chiunque conosca un po’ la storia della filosofia) viene sempre inserito in una sequenza che conduce da Kant fino a Hegel, attraverso Fichte e Schelling. La cosa sembra persino ovvia, ed è pur vero che Schelling è stato uno di quei brillanti pensatori che hanno fatto la storia dell’Idealismo tedesco. Naturalmente non sappiamo, e non possiamo dire, come si presenti questa storia agli occhi di una cultura nazionale che non segua la linea che noi qui descriviamo, ma che comunque costituisce senz’altro una prospettiva europea, poiché bisognerebbe forse dire che Leibniz fu l’ultimo, in Europa, a essere un vero “uomo universale”, una figura che riunificava in sé tutti i Paesi e tutti gli impulsi intellettuali dell’epoca. Anche Kant è indubbiamente una figura che ha fatto storia, ma sicuramente nel mondo anglosassone rimane centrale il nome di Hume, e non si può considerare la storia dell’Idealismo nel mondo, nel suo insieme e nella sua fase iniziale, senza ricordare un grande scrittore e pensatore come Hume.

 

IL MAESTRO E L’ALLIEVO

I due pensatori di cui parleremo ora, Schelling e Kierkegaard, rivelano un peculiare legame fra di loro. Schelling era uno dei precoci, geniali giovani usciti dai collegi protestanti della Svevia. Conobbe subito una carriera brillante, divenne presto professore, occupò diverse cattedre, divenne alla fine membro dell’Accademia di Monaco, ovvero dell’Accademia Bavarese delle Scienze, di cui fu per molti anni segretario e presidente, e nel 1840, per motivi che interesseranno anche noi, ricevette un incarico a Berlino. Proprio in quell’anno, nel 1840, tenne una lezione, alla quale Søren Kierkegaard, pensatore danese, partecipò con altri uditori. Schelling era già un uomo anziano ed era ormai sfumato il motivo per cui era stato chiamato alla cattedra di Berlino, in Prussia, ovvero la speranza che la tradizione cristiana si riaffermasse più fortemente in campo filosofico, indipendentemente dagli altri problemi della filosofia. Schelling era già in là con gli anni quando tenne questa lezione; ma ciò non toglie che l’impulso da lui trasmesso a Kierkeagaard, e sviluppatosi in particolare nel 20º secolo, fosse del tutto confacente al clima spirituale di quegli anni. Schelling apparteneva per così dire ai critici di Hegel. E con ciò si è già spiegato perché tanto Schelling quanto Kierkegaard furono in un certo senso precursori della loro epoca. Essi hanno in larga misura anticipato un lungo lavoro di prosecuzione di Hegel e di distacco dal suo pensiero, che interessò i Paesi europei nel corso dell’Ottocento e del primo Novecento. Da ciò deriva la loro peculiare vicinanza ai nostri attuali problemi, della fine del 20º secolo. Sono aspetti interessanti, a mio parere, che certamente giustificano l’opportunità di occuparci di entrambi questi pensatori un po’ più dettagliatamente.

 

LA REALTÀ È IL LIMITE DEL PENSIERO

Ho già parlato della brillante carriera di Schelling e della funzione critica che egli svolse. Possiamo forse comprenderla più facilmente considerando che questo pensatore (appartenente alla storia dell’Idealismo tedesco, del quale rappresenta una delle stelle più fulgide) è stato d’altra parte il primo ad affiancare o addirittura a contrapporre all’Idealismo una sorta di realismo. È così invalsa la consuetudine di affermare che la vicenda spirituale dell’Idealismo tedesco fu alla fine sostituita da un nuovo movimento, improntato al realismo, che conferì alla forma artistica del romanzo un rilievo culturale e filosofico che la letteratura, in questo senso, non aveva da molto tempo per la storia della filosofia. È quindi estremamente importante chiarire che cosa voglia dire “realismo” in questo contesto. Naturalmente con questo termine non s’intende la banale convinzione che il mondo sia reale (e non soltanto un sogno delle nostre idee e dei nostri pensieri). Esso significa piuttosto che l’Idealismo tedesco, pensato fino alle estreme conseguenze, finisce necessariamente per imbattersi nel fatto che la realtà costituisce sempre un limite del pensiero, qualcosa che noi non possiamo anticipare, né in qualche modo produrre con la mente. L’intelletto reale, che secondo la metafisica contempla la realtà nell’essere, cioè la realizza con la sua parola creatrice, non è certo privo di umanità: non lo ritennero nemmeno i grandi pensatori di quest’epoca dell’Idealismo tedesco, i quali hanno anche esercitato un’influenza determinante sugli altri Paesi d’Europa nei decenni successivi: Schelling, in particolare (attraverso Victor Cousin, l’intermediario francese del pensiero idealistico nella prima metà del 19º secolo, che ebbe in seguito un notevole ascendente, diretto e indiretto, sulla figura epocale di Bergson). 
In ogni caso, la critica di Schelling a Hegel ha proprio questo significato: il possente spirito hegeliano ha creato, con la forza logica del concetto, una sorta di universo dello spirito. Ciò vale per la Logica, ma anche, e soprattutto, per il suo manuale a uso degli studenti, intitolato Enciclopedia delle scienze filosofiche. “Enciclopedia”: questa parola desta l’impressione di voler esaurire tutto ciò che riguarda le scienze filosofiche. E in effetti assistiamo davvero al trionfo della logica,… che nel suo momento d’oro abbraccia ogni cosa. Come abbiamo già avuto modo di osservare, questa logica ha dominato molto a lungo la filosofia successiva, almeno in Germania,… in Italia,… in Inghilterra… e in Olanda, per ricordare soltanto i Paesi più importanti nei quali l’hegelismo è sopravvissuto nel corso dei secoli successivi. Kierkegaard appartiene a un novero di pensatori che dovranno fare i conti proprio con questa realtà: vedremo in che modo. Il nocciolo della questione è il seguente: la realtà è impenetrabile per il pensiero. Tale affermazione non equivale a un piatto irrazionalismo: essa sostiene piuttosto che la realtà possiede una densità di esistenza, tale per cui la sfera della libera possibilità, costituita dai nostri pensieri e dalle nostre idee, ce la fa apparire in immagini sempre distorte. Pertanto la realtà è invero l’oggetto dei nostri pensieri, ma non sarà mai possibile istituire una reale identità fra pensiero ed essere, come sosteneva il giovane Schelling attraverso la sua celebre filosofia dell’identità.

 

L’ENIGMA DELL’ESISTENZA

Noi dobbiamo scorgere un’evoluzione del cammino di pensiero di Schelling, che consiste proprio nel superamento di questa identità di pensiero ed essere, che aveva trovato la sua glorificazione nell’Idealismo tedesco e nello stesso Hegel, e che egli risolve conducendola fino ai suoi limiti estremi. Come ha potuto realizzare tale obiettivo? Che cosa lo ha aiutato in quest’impresa? Si può certamente osservare che nel pensiero di Hegel c’era un passaggio molto singolare e problematico dal pensiero di Dio, Spirito creatore (cioè la sfera della “logica”) al mondo della realtà, dedotto dialetticamente da quello. L’idea (che in se stessa è perfetta) trapassa nella realtà, e così comincia la filosofia della natura. Ecco, abbiamo pronunciato la parola-chiave, con la quale Schelling cerca di far risaltare l’essenza della realtà di contro alle libere possibilità del pensiero; e proprio questo è il punto che induce a domandarsi (ponendo un interrogativo che oggi appare ovvio) se la filosofia della natura possa porsi accanto alle moderne scienze, cioè alle cosiddette scienze sperimentali della natura, accampando la medesima pretesa di verità. È una questione sulla quale occorre riflettere ancora, non solo qui, in questa nostra serie di meditazioni, ma anche nel futuro del pensiero. In ogni caso, proprio questo motivo schellinghiano ha offerto un impulso peculiare all’evoluzione delle istanze dell’Idealismo tedesco. La realtà è qualcosa di diverso dalle pure possibilità del pensiero. Vedremo in seguito che proprio in questo Kierkegaard fu allievo di Schelling, e critico di Hegel: egli infatti ha introdotto il concetto di esistenza per esprimere l’impenetrabilità della realtà. Si tratta di una cosa ben diversa dalla nozione di esistenza vigente nella logica: è in gioco l’esistere umano, quello di cui si parla in locuzioni come queste: “ciascuno deve condurre la propria esistenza”, oppure “la vita è tutta una lotta per l’esistenza” o simili. Questo concetto (“caricato” direi) di esistenza, è appunto un’eredità di Schelling, è un motivo schellinghiano, deliberatamente contrapposto alla logica universale di Hegel. Esso rappresenta una via d’uscita dalla tradizionale identificazione di pensiero ed essere, che dà impulso a nuovi sviluppi. Il concetto che viene così portato in primo piano è quello di “potenza”. Schelling ha presentato il regno della realtà come una gerarchia di potenze, dal minerale (dotato di una misteriosa fissità e verità cristallina), alle piante – nelle quali c’è già capacità di divenire, la crescita e la vita, un “potere”, in un certo senso – per passare così al mondo animale, e infine a quello umano, in cui l’animalità nell’uomo ha una sua potenza, così come negli altri animali, e nella quale, non di meno (per usare una famosa espressione di Schelling), “il fulmine dell’assoluto” ha squarciato il regno della libertà. All’interno dell’Idealismo tedesco Schelling è diventato il celebre filosofo della libertà: a questa dedicò uno degli scritti più importanti, del 1809, apprezzato per la sua profondità anche da Hegel (esso risale peraltro proprio agli anni del primo grande capolavoro hegeliano, la Fenomenologia dello spirito). Questo scritto è intitolato Sull’essenza della libertà umana. Hegel era però un tipo completamente diverso, un brusco maestro di scuola svevo, dotato di una misteriosa forza di suggestione, con cui affascinò i suoi uditori a Berlino, anche se parlava uno Svevo quasi incomprensibile. È pur vero che anche Schelling parlava Svevo (lui stesso era Svevo), ma unendolo a una leggerezza ed eleganza del linguaggio che univa allo stesso tempo profondità e bellezza.

 

 

L’ANSIA DI VIVERE…

Voglio citare soltanto un’affermazione, che forse chiarisce quale sia la tematica affrontata da Schelling con la dottrina delle potenze.… La frase dice: “l’ansia di vivere sospinge la creatura fuori dal suo centro”.… Davvero misteriosa! Ricordo che Heidegger, credo nel 1925, durante un seminario citò improvvisamente queste parole, e rivolgendosi a noi dichiarò: “Signori, questo è stato detto!” (Eravamo presenti in molti). “Signori, citatemi una sola frase altrettanto profonda in Hegel”. Certo, vi riconosciamo anche una notevole valenza retorica, ma il pensiero qui espresso è difficile da sviluppare, ed è connesso al concetto di potenza. Che cos’è la “potenza”? Potenza è potere, possibilità. E che cos’è potere? Certo, non è “fare tutto ciò che si può”; potere è piuttosto un “saper fare”, un saper esplicitare se stessi. Chi sa fare, è un conoscitore; il “potere” è dunque anche un modo d’essere: un saper attingere da se stessi ciò di cui si è capaci, così da essere, in ogni momento, conoscitori e artefici di sé, realizzando le proprie potenzialità. Che cosa vuol dire “l’ansia di vivere sospinge la creatura fuori dal suo centro?” La spiegazione che Schelling offre di questa frase è purtroppo ancora più complessa di ciò che intende chiarire. Ma questo è il caso della maggior parte delle spiegazioni che noi filosofi troviamo per le nostre teorie. È sempre molto difficile spiegare quello che si dice! Così anch’io mi accontento di ricordare qui il significato delle parole “ansia di vivere”: si tratta dell’intimo impulso della vita a conservarsi. Schelling dice espressamente: “sospinge la creatura fuori dal suo centro”. Ogni essere vivente ha, in un certo qual modo, questa pulsione a svilupparsi, questa volontà di possesso, un istinto all’autoconservazione, di cui non può fare a meno. Ecco che cos’è l’“ansia di vivere”: è quell’angustia che spinge la vita a svilupparsi; anche il bocciolo, alla fine, fa saltare il suo involucro, per espellere il fiore e poi il frutto. Schelling dunque, riconoscendo all’“ansia di vivere” un ruolo di primaria importanza, descrive una fase nella storia della libertà. L’ansia è certo tutt’altro che libertà: ci incatena. Nell’ansia, la libertà si sente oppressa. Questo è il modo d’essere della natura, come ho cercato di chiarire con l’esempio del bocciolo, teso fino allo scoppio, per sciogliere dalle catene questa libertà del “potere”, che nelle piante è il poter crescere. Quanto accade nelle piante, si verifica in maniera analoga, anche se evidentemente a un livello superiore, nella vita dell’uomo; la sua ansia è del tutto diversa (egli avverte quest’angustia, al di là della quale si spinge con la libertà e l’audacia della sua immaginazione e del suo intelletto, trascendendo i propri limiti con la caparbietà del pensiero). Ho già menzionato “il fulmine dell’assoluto”, grazie al quale l’uomo ha coscienza della libertà, di quest’infinito che fa anche della natura un peculiare mistero per gli esseri pensanti. Schelling parla addirittura del “brivido”, di quel tremore davanti all’abisso, che coglie l’uomo di fronte a questa pulsione infinita che spinge la natura, intorno a lui, ad affermarsi e a imporsi. E ciò coinvolge, chiaramente, anche l’uomo stesso. E si può già presagire che, a partire da questa intuizione di una libertà che si sbarazza delle sue catene (ma che continua a fare esperienza dei propri limiti) si sperimenta la vera e propria legge dell’uomo che vive e che pensa.
28:45 È possibile tagliare fino a 30:49, anche se un riferimento a questo passo – peraltro con una diversa attribuzione dell’“immemorabile” (a Schelling, anziché a Hegel) – torna a conclusione della 917.

Con la filosofia di Schelling vediamo operare un simile impulso già in seno all’incredibile orgoglio dell’Idealismo tedesco, che sempre medita su quelle regioni oscure dalle quali affiorano la chiarezza e la luce. Vedremo in seguito come, accogliendo le istanze di Kierkegaard, pensatori come Heidegger o Jaspers abbiano formulato nel nostro secolo questa intima limitatezza del pensiero nei confronti di una realtà impenetrabile. A Hegel dobbiamo un’espressione meravigliosa: “l’immemorabile”. Immemorabile è ad esempio la terra natìa. Che cos’è la terra natìa? Nessuno è in grado di tradurre concettualmente l’immemorabile o di spiegarlo. È qualcosa che è in noi e che precede ogni pensiero, è qualcosa di primigenio, di cui non c’è traccia nella memoria. L’immemorabile è l’essenza della nostra esperienza della realtà, cui si accompagna l’acceso entusiasmo della libertà.

 

UN TEOLOGO SENZA FRONTIERE

Quando Schelling ricevette l’incarico a Berlino, ci si aspettava dalla sua critica a Hegel soprattutto un rafforzamento della Chiesa cristiana protestante. In effetti, la Prussia di quegli anni aveva una costituzione luterana. In altri termini: il sovrano politico era al tempo stesso il sommo capo spirituale. Questa era la concezione protestante di Lutero. E così stavano le cose anche in questo caso, tanto che il romantico monarca prussiano dell’epoca, Federico Guglielmo IV, impose la chiamata di Schelling a Berlino per controbilanciare in questa maniera quello che egli temeva essere un pensiero filosofico troppo estraneo alla Chiesa, con risvolti teologici troppo speculativi. E in un certo senso Schelling poteva davvero assolvere questa funzione, in quanto il suo pensiero teologico più profondo era che Dio stesso, per così dire, si differenzia in sé (nel suo fondamento e nella sua esistenza) cioè in questa realtà impenetrabile, che egli è, tale per cui da esso deriva ogni altra realtà: ad esempio quella del Creato e quella di ogni essere vivente. Pertanto, la svolta teologica da lui operata, costituisce di fatto un rafforzamento della religione cristiana di Stato (se è lecito esprimersi in questi termini). Va detto però, che anche in Baviera (che era sostanzialmente un Paese cattolico) Schelling era stato acclamato come uno che sapeva parlare di Dio e del divino, riuscendo al tempo stesso a celebrarne l’impenetrabile profondità. Indipendentemente da ciò, l’esigenza filosofica avanzata da Schelling (sul fondamento della realtà delle potenze) era quella di produrre la cosiddetta “prova fisica dell’Idealismo”, che doveva spiegare come davvero la libertà (ovvero il “riferimento di sé a sé medesimi”, il “conoscere se stessi”) rappresenti la suprema possibilità dell’essere, e trovi quindi la sua perfezione e la sua vera manifestazione proprio nella realtà di Dio. In questo senso Schelling è, per molti versi, una figura di confine nella filosofia dell’Idealismo classico tedesco, animata dal pensiero della libertà.

Guardando a Kierkegaard riscontreremo la grande attualità di questi motivi, che oggi hanno assunto quasi la veste di un teorema. Pensiamo, ad esempio, alla teoria dell’evoluzione, che abbraccia l’immenso arco di tempo che va dai primordi del cosmo fino all’espansione dell’universo (al di là di ogni possibile pensiero umano) e consideriamo poi tutte le teorie che risalgono a Darwin e alla moderna astrofisica: in esse si riproduce, in un certo senso, quel medesimo schema della dottrina delle potenze che fu enunciato da Schelling.

 

L’IRONIA

Con Kierkegaard, abbiamo a che fare con una figura di tipo radicalmente diverso; innanzitutto egli era relativamente più giovane: studiava ancora, come dicevo, quando Schelling era già vecchio, famoso e incanutito. Ma pur con quel lieve ritardo, che i Paesi confinanti mantengono sempre nei confronti di un Paese leader, egli seppe recuperare molti aspetti e realizzare brillantemente certe istanze nascoste nella filosofia del Romanticismo tedesco. Nelle nostre conversazioni non abbiamo potuto affrontare nel dettaglio nessuno dei grandi esponenti della letteratura romantica. Fra questi ci sono poeti come Novalis (o Hardenberg) e Ludwig Tieck e, ancora, i fratelli Schlegel, in particolare Friedrich Schlegel, che recentemente è tornato a suscitare interesse per la sua intima vicinanza all’ermeneutica e a Nietzsche. In ogni caso, un tratto importante di questo straordinario scrittore danese, che siamo abituati a leggere in tedesco, è l’ironia: la celebre ironia romantica, con cui questa temperie culturale si contrapponeva (in tono polemico e critico) alla mentalità troppo conciliante, oltremodo simmetrica e armoniosa, tipica del Classicismo di Weimar. L’ironia è una nozione che, come è noto, risale ai Greci, ed è legata alla figura di Socrate e al suo famoso metodo: pretendere di “non sapere”, così da far emergere, di fatto, l’ignoranza di tutti gli altri. Dietro questa “insipienza” si celava dunque un sapere superiore, una conoscenza dei limiti che sono imposti a ogni uomo, da cui deriva la necessità di tenere a freno certe ambizioni del pensiero. La gloriosa frase socratica, che anche Kierkegaard ha affrontato nella sua prima pubblicazione, è: “gnòthi sautòn” – conosci te stesso! In altri termini: “riconosci di essere un uomo, e non un Dio”. Questo motto può essere opportunamente applicato ad alcune eccessive aspirazioni teologiche della filosofia, ad esempio alla “nòesis noèseos” (il dio filosofico di Aristotele) e alla corrispondente formulazione dello spirito assoluto nell’Enciclopedia di Hegel, nella quale, a conclusione del suo sistema, egli cerca di esprimere con parole greche una verità eterna sull’essere divino.
Propongo di tagliare l’ultima frase, perché poco chiara.
Può darsi che ricorrendo all’esistenza socratica si possa effettivamente superare la profondità dell’ironia romantica, almeno per il versante produttivo dell’autocritica.

 

AUT-AUT

Il libro che decretò la fama di Kierkegaard (e che apparve solo nel 20º secolo per la prima volta in traduzione tedesca) era intitolato Enten-Eller, ovvero Aut-Aut (come dicono gli Italiani, che hanno dato questo nome anche a una rivista). È evidente che con questo motto si vuole anzitutto prendere di mira la dialettica hegeliana. Il suo bersaglio è l’abilità di riconoscere in tutte le opposizioni e contraddizioni il tratto comune e la superiore unità: questa incredibile potenza concettuale della riflessione totalizzante di Hegel è stata chiaramente una sfida per un pensatore cristiano quale fu Kierkegaard (e del resto fu uno stimolo anche per un pensatore politico come Karl Marx, che in questa continua conciliazione nel pensiero avvertiva la mancanza di una conciliazione anche della realtà con se stessa). In questo senso, comunque, Kierkegaard ha elaborato Aut-Aut ricorrendo al brillante accostamento di due posizioni tra loro contrapposte: lo stadio estetico e quello etico. Devo ammettere che questo è stato il libro, grazie al quale per la prima volta ho imparato a capire Hegel. Così va la vita dello spirito: arriva un giovane, ha sentito dire qualcosa di Hegel, ma improvvisamente vede risplendere una luce che ravviva in senso polemico tutto il problema, rendendo comprensibile ciò contro cui l’aggressione è rivolta. Si tratta di un passaggio polemico molto famoso: lo stadio estetico è quello della contemplazione e della gioia di fronte a possibilità d’essere che sono solo immaginate. C’è però qualcosa di diverso, oltre a questo labile gioco dell’immaginazione, che può spingere il nostro animo fino alla disperazione. Ben più saldo è quello che Kierkegaard chiama lo “stadio etico”. A questo proposito dobbiamo per un attimo ricordare (in un’epoca nella quale non si conosce più il greco) che cosa significhi “etico”. Etico: in questo termine è racchiusa la parola “éthos”, “abitudine”, “consuetudine”. Insomma, c’è uno stadio che risulta caratterizzato dalle nostre usanze. Altrimenti detto: si tratta di un certo “portamento”, di un “modo d’essere”. Ciascuno di noi ha un suo modo d’essere. Io, ad esempio, faccio continuamente questo movimento: è un mio modo d’essere, e uno dei miei allievi se ne ricorda ancora, dopo aver seguito le mie lezioni per dieci anni. Tutti quanti abbiamo un nostro modo d’essere, e questo “modo d’essere” si identifica con ciò che siamo. Ecco dunque la tesi di Kierkegaard: la prima cosa è proprio questa: ciascuno si fa carico del proprio modo d’essere, della propria esistenza, e non può far altro che accettare, di fronte alla molteplicità del possibile, la propria limitatezza. Kierkegaard descrive tutto ciò in una famosa storiella, quella di un uomo comune, l’assessore Guglielmo, con una qualche carica, sposato. Di lui ci viene descritta questa scena: se ne sta seduto, e legge, e rilegge; arriva la moglie e dice: “Ma che cos’hai? Hai l’aria così abbattuta!”. 
– “Eh sì…” 
– “E allora?” 
– “Non capisco questa frase! C’è questo…segno… se non ci fosse, la capirei”.
Allora la moglie apre la bocca e soffia via la mosca morta che c’è sopra. Ebbene, l’uomo dipende sempre dall’aiuto di questa “maestra della finitezza” (così viene descritta la donna). 

 

IL POSSIBILE È SEMPRE VERO

Questo fu uno dei primi brillanti lavori di Kierkegaard, ai quali egli deve la sua fama di scrittore nel suo Paese. In seguito egli si è espresso in maniera ancora più esplicita in molti saggi, operando anche una critica alla mediazione dialettica totale della filosofia hegeliana. “Aut-aut”, ovvero prendere una decisione a cui attenersi: ciò significa al tempo stesso escludere molte cose, ma anche conservare una continuità con se stessi. E questa è l’esistenza. (Si può forse supporre che la Filosofia dell’esistenza, quando questo famoso scrittore fu per la prima volta tradotto in tedesco nel 20º secolo, sia stata immediatamente accolta e abbia contribuito in maniera decisiva all’approfondimento del nostro clima filosofico). Lo stesso Kierkegaard, come dicevo, ha quindi assunto una decisa posizione critica, e se non si può dire che egli discenda direttamente da Schelling, è pur vero che ripropone quelle stesse istanze critiche nei confronti di Hegel, che furono già di Schelling. Facendolo in maniera ironica. Il suo scritto scientifico, l’unico suo testo scientifico (che non abbia cioè il carattere di un saggio brillante) è intitolato: Postilla conclusiva non scientifica. Una triplice ironia: è “conclusiva”, non è scientifica, ed è una “postilla”. In questo elaborato, in cui egli si richiama peraltro ampiamente anche a Lessing, si perviene a un’esplicita discussione del rapporto fra possibilità e realtà. Egli comincia col richiamare alla memoria un famoso detto di Aristotele, secondo il quale la storia sarebbe meno vera della poesia. La storia riferisce infatti, nel migliore dei casi, soltanto ciò che è realmente stato; la poesia, invece, descrive ciò che sempre potrebbe essere e sarà. Quindi la possibilità, che in essa si esprime, è in un certo senso superiore, poiché non possiede i limiti di ciò che è meramente fattuale, ma al tempo stesso partecipa di ciò che è sempre vero. Ciò che rimane nell’ambito del possibile è incamminato verso la conoscenza della vera realtà, e le si avvicina. Così Kierkegaard ha rimesso in discussione, a suo modo, il concetto di esistenza, e gli spiriti più eminenti della cultura europea hanno lentamente riportato alla luce questo scrittore danese rimasto sconosciuto. Tra coloro che hanno riscoperto Kierkegaard va ricordato anzitutto Miguel de Unamuno, che ha imparato il danese per poter leggere Kierkegaard. Ci sono spunti molto belli e profondi in Unamuno, che vanno in questa stessa direzione.

 

LA COMUNICAZIONE INDIRETTA

Non voglio soffermarmi molto a lungo su Kierkegaard, poiché egli non apparterrebbe, al pari di altri nomi, ai grandi classici della filosofia, se non ci fosse stata, nel 20º secolo, la rinascita della problematica kierkegaardiana dell’esistenza, che ha avuto un ruolo decisivo in pensatori come Jaspers, Heidegger e molti altri, anche in campo teologico (si pensi, ad esempio, a Karl Barth o a Gogarten).… C’è tuttavia ancora qualcosa che si potrebbe aggiungere, in conclusione, su di lui, anticipando già una tematica che dovremo affrontare. In effetti, dopo queste due figure inconsuete, la filosofia tornerà a essere una disciplina accademica. Ma quello che dirò servirà anche ad apprezzare grandi ed eccezionali esponenti della filosofia dell’Ottocento tedesco, come Schopenhauer e Nietzsche, cogliendo la loro vicinanza alle tematiche dell’Idealismo tedesco, di cui rappresentano una prosecuzione. È dunque mia intenzione mostrarvi ancora uno di questi motivi. Che cosa spinge Kierkegaard ad avere un atteggiamento così ironico nei confronti di se stesso e di tutti gli argomenti che affronta? È quella che egli chiama “comunicazione indiretta”. In altri termini: per poter realmente comunicare quel dramma dell’esistenza che ciascuno può vivere dentro di sé nella propria singolarità, non è necessario suscitare un grande pathos, ma riuscire a parlare in maniera indiretta di quell’inevitabile interesse che ci lega a noi stessi. L’operazione di Kierkegaard appare chiara: egli riprende il concetto kantiano di “piacere disinteressato”, cioè la scioltezza estetica con cui l’immaginazione e l’intelletto giocano con il bello e con l’arte. Egli si appropria di ciò per contrapporvi la serietà dell’etico, e al tempo stesso anche la questione della fede, il problema più serio che possa presentarsi all’umanità: quello della responsabilità nei confronti di se stessi e degli altri. La “comunicazione indiretta”, così, ha conosciuto nella teologia del Novecento una nuova dimensione: non si può usare il discorso diretto quando ci riferisce a Dio.

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