Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

Weber, Husserl, Dilthey

Il predominio della scienza, e in particolare della ricerca scientifica, è senza dubbio la caratteristica principale della nostra moderna civilizzazione. Abbiamo visto, infatti, come l’interesse della filosofia si sia rivolto al “fatto delle scienze”. Ho avuto modo di osservare, inoltre, come questo “fatto scientifico” sia subentrato alla nozione di “dato”, che lo stesso Kant considerava come uno dei presupposti per l’uso dei concetti dell’intelletto, cioè dell’organizzazione dei nostri concetti nell’interpretazione della realtà. Ormai si considera una ovvietà che il “fatto delle scienze” non possa limitarsi alle scienze naturali e al loro campo di applicazione; anche all’interno del Neokantismo è emersa l’esigenza di ampliare la nozione di scienza. Esso ci mostra chiaramente che il “fatto storico” – quello che noi chiamiamo comunemente “fatto” – presenta, in sede storica, condizioni differenti da quelle accertabili con gli strumenti che misurano la quantità. Tale diversità rappresenta per me il motivo più profondo per l’introduzione dell’idea di valore. Il valore qualifica il “fatto” come “fatto storico” in quanto il significato di un determinato evento, cui si presta attenzione, dipende dalle relazioni che esso intrattiene con i valori della vita storica. Però è davvero singolare che al concetto di valore spetti quell’importanza che attribuiamo di solito ai “fatti” o alla stessa nozione di verità. L’atto del “valutare” è, in fin dei conti, una delle azioni più soggettive che si possano immaginare: rispetto al “dato oggettivo”, il “valore” sembra dipendere più dalle predilezioni e dalle antipatie con cui facciamo le nostre scelte, che non dall’intangibilità di un dato. Un esempio lampante è quello del significato del raffreddore di Napoleone durante la battaglia di Wagram, che risiede nella sconfitta da lui subita, proprio a causa di quel raffreddore. Se si afferma, però, che tutto quello che succede nell’ambito della cultura – al di fuori dei puri e semplici fatti naturali – dev’essere concepito proprio a partire da questa nozione di valore, qualcuno potrebbe obiettare: “non è che, con ciò, si sacrifichi l’aspirazione all’oggettività e alla verità che è propria della scienza?” In effetti,… la stessa Scuola di Marburgo, dalla quale provengo, ha accolto questa estensione del concetto neokantiano di “fatto” in virtù della nozione di “valore” – operata dalla Scuola neokantiana del Baden e sviluppatasi principalmente a Heidelberg – solo con molte perplessità ed esitazioni. Ciò non toglie che l’idea di valore si sia alla fine imposta come modello di orientamento per l’uomo nella società e nell’agire. Tutto questo caratterizza nel modo più evidente il massimo rappresentante della scienza critica e rigorosa (cioè metodologicamente fondata), espresso dalla cultura tedesca dell’Ottocento nell’ambito delle scienze sociali e delle scienze dello spirito: mi riferisco a Max Weber.

LE DOTI MISTERIOSE

Max WeberÈ difficile sopravvalutare l’importanza che Max Weber, questo personaggio misterioso e inquietante, ebbe per la giovane generazione, di cui io stesso facevo parte, quando cominciai i miei studi. Si racconta, ad esempio (e non si tratta certo di un’esagerazione) che non fu in grado, a causa di disturbi nervosi, di tenere per molti anni le sue lezioni a Heidelberg; e tuttavia quando si recava ad ascoltare una conferenza (qualunque fosse il tema della relazione: tanto che si trattasse dell’introduzione di un nuovo strumento musicale nella musica orchestrale del 18º secolo o della nascita di un nuovo stile nella letteratura cinese; indipendentemente, quindi, dall’argomento) l’oratore alle prese con una di queste tematiche iniziava a tremare non appena veniva a sapere che lui era presente in sala. Le cose andavano sempre così: il relatore leggeva la sua conferenza, preparata con cura, ma poi si alzava Max Weber e teneva su quello stesso tema una relazione magistrale. Era un uomo dalle doti incredibili: in tre settimane imparò il cinese, mentre altri non ci riescono nemmeno in tre anni; è vero che chi conosce già dieci lingue apprende facilmente l’undicesima, e così chi ne parla già venti, la ventunesima; questo è un fatto sperimentato, anche se non da me direttamente: io sono arrivato soltanto a quattro. In ogni caso, la profondità intellettuale, la memoria e le capacità di apprendimento di Max Weber erano davvero inquietanti, misteriose. C’era poi un’altra stranezza nella sua natura: all’improvviso, quando la situazione lo costringeva o lo esortava all’azione pratica, assumeva un vigore inesauribile; ne ha dato prova, ad esempio, con il suo comportamento dopo lo scoppio della Prima Guerra mondiale: giacché non poteva tenere lezione, si mise al lavoro per organizzare l’intera struttura ospedaliera delle truppe occidentali; era instancabile: teneva ogni cosa sotto controllo, ricordava i dettagli più minuziosi, e tutte le persone.

 

IL DIO DEL DENARO

La biografia di Weber ci ha offerto il modello esemplare di un grande scienziato, la cui unicità consiste, non da ultimo, nell’aver mostrato i limiti di un certo tipo di scientificità, con una irreprensibile chiarezza e con un disincanto che non vennero mai meno. Questo è ciò che è emerso dalle sue innumerevoli opere. La più celebre fra queste, pubblicata quando era ancora in vita, fu l’interpretazione del capitalismo in base alla dottrina calvinistica della “predestinazione”: il fatto cioè, ampiamente riscontrato nei documenti dell’epoca posteriore alla Riforma, che qualcuno si sentisse… predestinato alla salvezza, alla liberazione dalle pene dell’inferno o dal fuoco del purgatorio (o quant’altro), se avesse incrementato le proprie ricchezze. Conosco la storia di un famoso Segretario di Stato della Marina londinese (al momento non ne ricordo il nome, ma non ha importanza): come è consuetudine della borghesia, nell’ultimo giorno dell’anno, costui faceva il suo bilancio. In calce al suo diario personale, che poi è stato pubblicato, egli annota quanto segue: “il mio capitale è aumentato di una certa cifra (cento sterline); ho constatato con sollievo che Dio mi ha del tutto perdonato l’errore che ho commesso con la nostra domestica”. Questo è, ovviamente, solo un semplice aneddoto, che chiarisce, però, quello che Max Weber intendeva sottolineare con la sua interpretazione della concezione religiosa, secondo cui la fede cristiana nella predestinazione rappresentava il criterio esplicativo dei fenomeni del mondo economico. Racconto tutto ciò solo per far osservare la straordinaria fecondità di un pensiero che (grazie alla vastità delle conoscenze possedute) seppe dischiudere prospettive assolutamente nuove con cui spiegare e comprendere i fenomeni storici e sociologici.

 

GLI SCOPI ULTIMI

Max Weber svolse un ruolo importante anche nella Prima Guerra mondiale, quando iniziò la cosiddetta… “guerra senza confine” dei sottomarini tedeschi, impiegati con il preciso scopo di attaccare le navi commerciali inglesi. Weber mise in guardia la Germania, affermando: “avete fatto male i calcoli, avete escogitato una strategia offensiva, come se non fosse possibile concepire un’arma per neutralizzarla. L’esperienza insegna: ogni attacco produce un contrattacco”. In effetti, la conseguenza catastrofica della guerra senza confine dei sottomarini tedeschi condusse, oltretutto, all’entrata in guerra dell’America. Questi sono solo brevi aneddoti, che appartengono alla mia adolescenza, ricordi della mia giovinezza, che delineano, però, l’enorme statura dell’uomo Weber, il quale aveva anche un fortissimo senso dell’onore, quasi maniacale: a protezione degli oppressi, degli indifesi, e delle vittime dell’ingiustizia intervenne con una determinazione persino brutale. Ho visto un comportamento analogo nel suo ammiratore Jaspers, anche se in un frangente davvero ridicolo. Ma i suoi limiti (e questo era per Max Weber l’elemento più caratteristico) si rivelarono dopo la guerra. Poco prima della sua morte Weber tenne un paio di discorsi agli studenti di Monaco; certi miei amici, che a quel tempo studiavano all’università, hanno ascoltato queste conferenze. (Io non l’ho mai visto di persona). In tali lezioni pubbliche Weber ha realmente mostrato e detto cose che, da un lato, hanno decisamente colpito, e dall’altro assai provocato la mia generazione. Ha affermato ad esempio: “l’importante è cercare sempre, in ogni cosa,… gli strumenti razionali giusti per il conseguimento degli scopi,… ma quali siano gli scopi ultimi da perseguire, questo dipende da una forza superiore”. Tale “razionalità finalistica” (come egli stesso la definì) ha condotto non solo la mia generazione, ma anche e persino la filosofia stessa, su sentieri nuovi. Ma è proprio questo che non ci ha soddisfatto: noi non possiamo non interrogarci sugli scopi decisivi della vita, se vogliamo che la filosofia, e il nostro stesso sapere, incarnino un’autentica razionalità; ovviamente, non può trattarsi della stessa razionalità che vige nella logica dei mezzi e dei fini, perché porre uno scopo è cosa ben diversa dal trovare i mezzi adeguati ad esso. Ma c’è una coerenza del pensiero, sulla quale Weber ha molto insistito, e per la quale si è battuto, avversando con forza la cosiddetta “etica della convinzione”, affermando: “a che cosa serve una buona intenzione se non si è disposti a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni?” Ebbene, questo atteggiamento di fondo ha determinato tutto il suo pensiero degli ultimi anni (nonché quello di Jaspers) e ha ovviamente confermato la nostra insoddisfazione nei confronti della nozione di valore. Ma nel frattempo… la reazione a questa nozione ristretta di scienza, aveva condotto a compiere un passo decisivo, quello verso la “Fenomenologia”.

 

IL PENSIERO TRIDIMENSIONALE

Edmund HusserlL’iniziatore di questo nuovo movimento di pensiero proviene da una formazione propriamente matematica: Edmund Husserl era infatti discepolo ad Halle di Weierstrass, e attraverso il suo inflessibile rigore analitico (applicato in un primo tempo alla teoria matematica dei numeri e ad analoghi problemi) aveva già ottenuto una certa notorietà, quando, successivamente, divenne il celebre sostenitore dell’“apriori” in matematica e in logica. Husserl ha portato in auge il termine “psicologismo” o, per meglio dire, ne ha mostrato la vera pericolosità e fallacia, affermando che nel campo della logica e della matematica non si ha a che fare con fenomeni psicologici, bensì logici. Egli ha evidenziato questi aspetti con una tale chiarezza da far maturare un orientamento del tutto nuovo nell’orizzonte di pensiero del Neokantismo. Secondo la sua idea della Fenomenologia,… è necessario capire… che ogni atto attraverso il quale il pensiero pone qualcosa, comporta “intenzione” e “realizzazione”, cioè, in ultima istanza, una “intuizione”, che genera una nuova datità intellettuale. Per darne una dimostrazione concreta, si può fare questo esempio: in genere, quando si legge un testo, lo si fa in modo passivo, finché, giunti a un certo punto, qualcosa sollecita – o attiva – la nostra attenzione. Husserl ha mostrato che questa lettura passiva non è affatto una lettura reale; è invece necessario che tutto appaia come un dato di quell’intuizione, che egli stesso denominò “intuizione categoriale”, vale a dire un’intuizione che cerca la sua realizzazione sempre e solo nel pensiero. Ciò ha condotto la filosofia a una nuova concretezza: non c’è più soltanto la coerenza dell’argomentazione, ma anche e soprattutto la ricchezza della descrizione. Frequentando le lezioni di Husserl, come io stesso ho fatto, si aveva la sensazione che il suo discorso, anche se verteva sulla cosa più semplice del mondo, la scandagliasse con una tale plasticità tridimensionale, che non ci si accorgeva nemmeno che per un intero quarto d’ora si era parlato sempre della stessa cosa, tale era la molteplicità di sfaccettature che emergevano come altrettante impressionanti novità. Questa dote descrittiva fu applicata da Husserl in primo luogo all’ambito puramente logico, ma essa gli permise di estendere il concetto di scientificità della filosofia alla problematica della teoria della conoscenza, che già il Neokantismo aveva affrontato nei suoi aspetti generali. Anzitutto, egli fece rientrare anche i valori in questa sua nuova nozione di “intuizione”, e attorno a questo nodo trovò un collaboratore (ma anche un oppositore) nella figura di un pensatore geniale e di grande talento, il quale, con analogo metodo – o meglio – ispirandosi a lui, ha applicato la Fenomenologia all’intero ambito dell’etica dei valori: Max Scheler.

 

SPICCIOLI DI PENSIERO

In questa sede non posso troppo soffermarmi a parlare a lungo della Fenomenologia; vorrei però dire solo una cosa: in seno a questo movimento fu coniata, per la prima volta, l’espressione “mondo della vita”, che Husserl concepì per descrivere quelle esperienze della vita quotidiana che non possono affatto essere oggetto di una spiegazione scientifica e teorica, e non sono datità descrivibili. Mi ricordo che durante i suoi seminari, quando i giovani (come è loro consuetudine) proponevano argomentazioni astratte, era solito dire: “non mi servono i grandi bigliettoni; spiccioli, miei cari, soltanto spiccioli!” E, in effetti, gli “spiccioli del pensiero” (se così posso esprimermi) sono stati l’elemento fruttuoso della filosofia husserliana, almeno per me e per i suoi allievi. (Fra i quali c’era lo straordinario temperamento di Max Scheler). A questo riguardo c’è un aneddoto che si sente spesso raccontare: uno dei più dotati alunni di Husserl era Adolf Reinach, che insegnò a Gottinga, e morì poi in guerra. Per un intero semestre tenne un seminario sul significato della “cassetta delle lettere”. Ne nacque una caricatura, la “Fenomenologia della cassetta”. Un orecchio addestrato indovina immediatamente chi sia l’autore di questa malignità: Martin Heidegger. Egli criticava, in fondo, il tecnicismo privo di autentici motivi filosofici; non sarebbe giusto attribuire a Husserl questo difetto, né Heidegger mosse mai al Maestro accuse di questo genere; si potrebbe anzi dire che la prorompente energia filosofica del giovane Heidegger fece tesoro di questo metodo fenomenologico, di quest’arte della descrizione analitico-concettuale, e gli diede un’esemplare continuità, trasponendolo in ambiti nuovi. Tutti abbiamo assistito, in seguito, all’entrata in scena di Heidegger nel dibattito filosofico della nostra generazione. Sicuramente, la Fenomenologia, nella forma antropologica con cui Max Scheler intese ampliarla, è una dottrina oggi riconosciuta – devo dirlo – più per l’analisi teoretica che per il concreto esercizio dell’arte descrittiva.

LA CONCRETEZZA DELLA VITA

Husserl ci ha proposto un’analisi della coscienza del tempo interno, in cui si può vedere quali siano le capacità dell’arte fenomenologica. Egli ci ha mostrato come ciò che in Kant gioca un ruolo davvero decisivo, la “sintesi dell’appercezione”, vale a dire la “coscienza”, è una “datità processuale”, che per sua natura non può determinarsi come un essere statico. Quest’idea era già presente nei Greci, anche se Agostino fu il primo a scorgervi il problema del tempo, nel senso che “l’istante” non è mai: “l’attimo” è sempre già “passato”, nello stesso momento in cui lo si indica col dito. Tale struttura temporale della coscienza è stata dischiusa da Husserl per mezzo di analisi divenute ormai classiche; io ancora oggi sono del parere che il modello di Husserl non sia stato abbastanza considerato, e che si sia rimasti un po’ troppo vincolati ai programmi che egli attribuiva alla metodologia della descrizione analitica, nel senso di ulteriori possibili approfondimenti e applicazioni di questa.
La teoria della conoscenza ha dunque conosciuto, grazie alla Fenomenologia, un avvicinamento alla vita e ha imparato a considerare anche le esperienze concrete del vivere quotidiano. Questo messaggio è stato recepito (mi sembra) dalla mia generazione, anche da me, e da tutti coloro che sono stati in gioventù alla scuola della Fenomenologia. Mi ricordo bene di Nicolai Hartmann (di cui ero molto amico) e che mi ha mirabilmente guidato, in modo fraterno, confidenziale, sia quando ero studente, che in seguito, nella mia carriera di giovane studioso: e tuttavia, di fronte a Nicolai Hartmann ho sempre avuto la sensazione che tutto restasse una sorta di gioco di categorie, di modalità, di acutezza raffinata, con cui Hartmann conduceva un imponente e disciplinato lavoro analitico. Non è però questa la meta autentica di un uomo che ha notevoli doti concettuali. Per noi tutti fu, di fatto, molto istruttivo il grande conflitto in cui cadde lo stesso Husserl; alludo allo scontro fra Dilthey e Husserl. Husserl scrisse un saggio nella nuova rivista “Logos”, intitolato Filosofia come scienza rigorosa; in questo scritto egli attaccò lo “storicismo”, ovvero il pensiero storico, ravvisando in esso la fonte dello scetticismo e del disorientamento. E Dilthey pensò, non senza motivo, di dover riferire a se stesso questa critica, anche quando Husserl, in seguito (meravigliato dalla reazione di Dilthey) assicurò che non voleva affatto prenderlo di mira. Del resto, sarebbe stato un vero e proprio segno di ingraditudine da parte di Husserl, se pensiamo che i due numi tutelari della sua carriera (in un’epoca in cui l’antisemitismo rappresentava ancora un forte impedimento) furono Paul Natorp e, soprattutto, Wilhelm Dilthey. E Husserl sapeva molto bene, che proprio a questi due nomi era legato il suo incarico accademico, prima a Gottinga e poi a Friburgo. Ora, però, il discorso sulla Fenomenologia deve essere sospeso, perché il nome di Dilthey richiede da parte nostra una trattazione a sé stante.

 

LA PAROLA AI DOCUMENTI

Ho menzionato il nome di Wilhelm Dilthey e colgo così l’occasione per trattare il dibattito filosofico (finora troppo dominato dalle tematiche epistemologiche e scientifiche) da un’altra prospettiva, che appartiene al nostro universo spirituale: accanto alla natura e alle scienze naturali si pone l’indagine della cultura, il mondo della storicità; si tratta di realtà che accompagnano da vicino l’evoluzione del pensiero filosofico di quest’epoca. Queste istanze erano in fondo già presenti nel Romanticismo tedesco. In sostanza, già Schleiermacher… e Friedrich Schlegel cercarono di integrare il significato della cultura scientifica moderna… introducendo motivi del tutto nuovi. Dilthey era figlio di un teologo; egli stesso desiderava, in un primo tempo, seguire le orme paterne, ma ben presto, grazie alla sua prorompente sensibilità spirituale e storica, unita allo studio della storia ecclesiastica e a tutte le altre enormi conoscenze da lui acquisite, esordì nel mondo scientifico come continuatore di Schleiermacher. La prima grande opera che dobbiamo a Wilhelm Dilthey è la sua biografia di Schleiermacher, che soltanto negli ultimi decenni è stata pubblicata in edizione completa. In essa possiamo ammirare un capolavoro d’indagine filosofica e biografica insieme. Non c’è dubbio che Dilthey sia stato il portavoce, quasi l’organo filosofico della “Scuola storica”. Con questa espressione denominiamo quel movimento scientifico ottocentesco che corre parallelo al rigoglioso sviluppo delle scienze naturali, e che prende il via con una grande fioritura di studi e di ricerche, soprattutto a Berlino, dove ebbe i suoi maggiori rappresentanti nell’ambito della filologia classica, per diffondersi poi anche in altre città, come Bonn e Lipsia, nelle quali,… accanto alle scienze filologiche, prese piede lo studio storico, legato al nome di Leopold von Ranke, uno studioso di fama, il cui grande merito consiste nell’aver dato la parola, per la prima volta, agli archivi, senza limitarsi a utilizzare i dossografi o le fonti di seconda mano degli storici precedenti; egli prese visione dei documenti diplomatici, aprendo gli archivi del Vaticano, relativi alla politica della Chiesa cattolica. Da questo movimento nacque una nuova Scuola, paragonabile quasi a quella delle “Annales” nell’attuale storiografia francese.… Dilthey è stato l’interprete filosofico dell’autonomia dell’esperienza storica; il significato filosofico della sua vita sta nel superamento della visione unilaterale della scienza, che era stata in un certo senso sancita dal primato della Scuola di Marburgo. Egli considerò con un certo scetticismo tutto il Neokantismo di Heidelberg e del Baden, e conferì al pensiero storico un posto d’onore in seno alla filosofia. Certo, lo fece in un modo che oggi non appare più tanto convincente (quanto lo fu, invece, ai suoi tempi): propugnando una psicologia che renda giustizia alla realtà della vita psichica. La psicologia sperimentale aveva fatto grandi progressi, sin dai tempi di Johannes Müller, sostenitore della fisiologia sensoriale e della psicologia della percezione: si pensi alla “legge della soglia percettiva superficiale” e ad analoghi risultati, che ai miei tempi si studiavano ancora a scuola, e che attualmente sono un semplice esempio di come la psicologia sperimentale abbia tessuto una sorta… una sorta di rete, anteposta all’effettiva realtà della vita psichica. All’interno di questa rete la psicologia cerca poi di fissare interessanti leggi statistiche e quantitative. Ma l’unicità con cui si svolge la vita dell’anima, e con cui questa penetra nella realtà storica dell’agire umano (e in particolare nella capacità del pensiero, anche filosofico, di operare sulla realtà) tutto questo si può senz’altro ammirare nell’opera di Dilthey. In effetti la Fenomenologia, proprio grazie al conflitto fra il ristretto concetto husserliano di “scienza rigorosa” e l’orizzonte spirituale addirittura traboccante di Wilhelm Dilthey, ha saputo offrire con le proprie ricerche nuovi stimoli all’indagine filosofica.

 

LA STORIA DEI CONCETTI

Ricordo molto bene quello che provai quando conobbi il giovane Heidegger, e per la prima volta sentii pronunciare la parola “concettualità”. Non era un termine cui prestare particolare attenzione (forse era già stato usato molte altre volte), ma colpiva l’insistenza con cui egli voleva tematizzare la “concettualità”, mettendo in gioco determinate argomentazioni; e d’altro canto tale concettualità implicava, a sua volta, dimensioni storiche: questa era per noi un’autentica novità. Il mio lavoro filosofico è stato in gran parte dominato dalla “storia dei concetti”, ossia dalla convinzione che non si possa menzionare alcun concetto senza considerarne la storia, le origini, il suo generarsi dal tentativo di chiarire e risolvere problemi. In questo senso, io stesso ho ricevuto, dall’assunzione del pensiero storico… in seno alla filosofia, uno stimolo potentissimo, che ha maturato in me un atteggiamento positivo, al quale non ero certo stato preparato dalla mia formazione filosofica iniziale. La Scuola di Marburgo, infatti, si cimentò con la storia della filosofia (e certo ampiamente, Natorp era oltretutto anche un grande filologo) ma interpretava tutto come “storia dei problemi”, ravvisando in quest’ultima il vero modello: metteva da parte i dettagli biografici, accantonava le circostanze storiche, come del tutto fortuite; quello che contava era lo studio di quei problemi filosofici che rimangono sempre uguali nella storia. Era però un grave anacronismo domandare, ad esempio, quale fosse il concetto di libertà del pensiero antico; vorrei proprio conoscere quel “sapiente” che abbia notizia della “libertà” intesa nel senso di un vero e proprio problema filosofico nel mondo greco! Ovviamente si possono individuare alcuni elementi, ma è senz’altro molto difficile considerare l’enorme saggezza della tragedia greca servendosi del concetto di libertà dell’agire. È evidente a tutti che l’azione degli dèi nei confronti degli uomini, e il loro destino terribile, tragico (come la maledizione scagliata sui Tantalidi, o l’azione delle grandi tragedie greche) possono diventare per noi un’esperienza religiosa incredibile. Pertanto la “storia dei problemi”, alla quale mi sono formato, rappresentava, in realtà, un’educazione astorica nei confronti della tradizione filosofica. Quando, grazie a Dilthey e alla ricezione heideggeriana di Dilthey, mi si aprirono gli occhi, mi accorsi per la prima volta del vincolo strettissimo che lega la vera concezione storica con l’indagine autenticamente filosofica.

Non è certo possibile discutere en passant le implicazioni coinvolte in tali questioni; non potremo in alcun modo esimerci dal comprendere come questa evoluzione della Fenomenologia faccia affiorare un grande movimento spirituale che ha accompagnato il nostro secolo, imponendosi come una disciplina del pensiero scientifico; mi riferisco al significato del termine Weltanschauung (“visione del mondo”). Questa espressione compariva già nel Romanticismo tedesco con il significato letterale di una “intuizione dell’universo”; in questo senso la troviamo, ad esempio, in Schleiermacher. Ma il termine assume per la prima volta una valenza nuova nell’Estetica di Hegel. Se poi sia da attribuire a Hotho oppure allo stesso Hegel, è un problema a sé stante, al quale non posso ancora dare risposta: è attualmente in corso l’edizione critica di quest’opera. (In ogni caso, non è molto interessante saperlo); in generale, i problemi di storia dei concetti devono la loro importanza al fatto che i termini assumono molti significati, che vanno al di là del singolo contesto in cui compaiono; in questo caso siamo di fronte a una parola che viene usata al plurale. Schleiermacher non avrebbe mai potuto dire “le visioni del mondo”, perché era uno solo l’universo da vedere; ora, invece, il mondo viene assunto in una molteplicità di prospettive, espresse appunto nelle “visioni del mondo”, che si richiamano invero alla scienza, sia pure in una accezione molto ampia. Tutto questo abbraccia anche quella realtà che noi oggi, nell’epoca post-marxiana, chiamiamo “ideologia”. Ebbene, la questione delle “visioni del mondo”, riferite alle concezioni scientifiche, sta a indicare che le energie realmente responsabili dei mutamenti del pensiero – nell’epoca successiva a Hegel – hanno trovato una propria risonanza solo nel mondo accademico: è accaduto con la Teoria della conoscenza, e in fondo anche con la Fenomenologia, con la Logica, la Psicologia, e tutte le diverse forme di pensiero, anche laddove la filosofia accademica di fine Ottocento e primo Novecento ravvisò nelle costruzioni sistematiche – non solo in Italia, ma anche da noi in Germania – la naturale attività di ogni professore di filosofia. Il sistema filosofico ha conosciuto una critica, dovuta proprio alla meticolosità della Fenomenologia. Grazie alle analisi concettuali svolte da Husserl e dai suoi allievi, abbiamo imparato a opporci a questa nozione (e grazie anche alla “scienza storica” e alle riflessioni che Dilthey ha introdotto nel nostro costume intellettuale e nel nostro lavoro filosofico). In questo senso la Fenomenologia, nel suo incontro con il pensiero storico, è caratterizzata dal fatto che la dissoluzione della filosofia nel “relativismo storico” (secondo un’espressione che era in voga) diventa progressivamente il problema stesso della filosofia. Fu proprio Dilthey, con il suo lavoro rigoroso e oculato, che (pur senza risolvere il problema) riuscì a conciliare la philosòphia perennis (cioè la pretesa concettuale di stabilire l’essenza permanente delle cose) con la storicità del nostro essere e della nostra esperienza. Come dicevo, Dilthey non ha risolto questo problema; anzi, in un certo senso lo ha solo articolato. Egli è infatti diventato il padre della cosiddetta “Tipologia”: una maniera di reperire punti fermi nel flusso dell’accadere concreto. È possibile sviluppare certi “tipi” di “visione del mondo”, come fece Jaspers (e Eucken, ancor prima di lui), o come quelli cui ha dato vita Max Weber con il suo lavoro storico; si può dire che queste tipologie (laddove i grandi ricercatori le hanno introdotte con maestria tecnica, per ordinare il materiale stesso, o almeno per distinguerlo) sono riuscite a non produrre effetti negativi. Certo, se si ritenesse che alle tipologie spetti di dire l’ultima parola (come avviene in Psicologia, in Psichiatria, nella Sociologia e negli ambiti più diversi) ci sarebbe in effetti una vera e propria capitolazione della ricerca della verità. Dilthey ha tentato di giustificare questo modo di procedere, parlando della multiformità della vita: in vista di tale molteplicità di aspetti non è possibile esaurire i compiti e l’essenza della filosofia in una sola modalità di ricerca. È pur vero che per poter dominare questo relativismo era necessaria una problematizzazione ancora più forte e radicale di quella implicita nel concetto di “vita” e nello scavo profondo di questo stesso fenomeno.

 

LA VITA È NEBULOSA

Vorrei qui ricordare una frase che il giovane Heidegger pronunciò un giorno a lezione, ancora nel 1923; le sue parole furono queste: “la vita è nebulosa: essa si avvolge sempre nella nebbia”. Il tedesco “diesig” (nebuloso) non ha niente a che vedere con “dies” (“questo”). Purtroppo i traduttori stranieri spesso lo ignorano, e fanno di questa espressione un non-senso. “Diesig” significa “nebbioso”. La vita ha un carattere che ritroviamo nell’acqua, nel mare, un bagliore velato che avvolge e confonde tutto ciò che, visto da lontano, per un attimo ci appare chiaro. Questa asserzione – “la vita è nebulosa: si avvolge sempre nella nebbia” – ha in realtà una grande portata: essa mostra che il presupposto idealistico dell’autocoscienza, come attestazione della propria identità, è del tutto insufficiente. Se mi è consentito “spremere” fino in fondo il “succo” di questa proposizione, direi che in essa viene formulato ciò che il Romanticismo tedesco già conosceva: il “lato notturno” della vita, quello sprofondare nel buio che sempre si lega al sorgere della chiarezza. Questi temi si ritrovano nella filosofia dell’esistenza, di cui abbiamo trattato a proposito di Kierkegaard, che parla di “impenetrabilità” della realtà, la quale, per ciò stesso, rivendica il proprio carattere di unicità rispetto ai puri giochi della possibilità. Certo, non si può dire che questo fenomeno della vita costitisca una sorta di novità epocale: lo si ritrova già nel tardo Fichte, secondo il quale, al di sopra dell’autocoscienza, c’è appunto la nozione di vita, cui egli dedica il celebre libro Introduzione alla vita beata, uno scritto ben noto a tutti coloro che si occupano di questo aspetto della filosofia; è chiaro che il concetto di vita ha assunto un significato sempre più rilevante, nel corso dell’Ottocento, negli autori dei grandi romanzi. Il romanzo ha probabilmente rappresentato la voce filosofica più forte nell’epoca in cui la filosofia accademica fu dominata da dottrine filosofiche come l’Epistemologia, la Logica e la Fenomenologia. Il contenuto delle domande filosofiche fondamentali, a noi affidate (e che la grande tradizione filosofica, dai Greci fino ai nostri giorni, continua a ripresentare come un imperativo inevitabile) va decisamente oltre tutto ciò: ce lo hanno mostrato, nel 19º secolo, i grandi narratori francesi,… inglesi,… russi,… e anche norvegesi (penso a Hamsun). In tutti costoro affiora il senso della frase heideggeriana “la vita è nebulosa: si avvolge sempre nella nebbia”: la penombra, che offusca la luce piena, costituisce la risposta che i grandi narratori seppero dare alle nostre problematiche, mostrando un’intuizione migliore di quella della filosofia accademica del 19º secolo, così fortemente influenzata dalla scienza. Vedremo però che questa eredità, rivendicata con coraggio da Schopenhauer, da Nietzsche, da Freud, dai grandi sociologi, e infine dai pensatori geniali del nostro secolo, rende pian piano visibile una nuova unità nella filosofia europea. Si tratta di quell’istanza che nella Metafisica di Aristotele non ha trovato risposta, e alla quale dovremmo forse rispondere noi, in modo nuovo, mantenendo lo stesso tenore dell’interrogare aristotelico. E in effetti il giovane Heidegger è riuscito a convincere il suo maestro Edmund Husserl che, prima di lui, c’era già stata la fenomenologia, con Aristotele!

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