Il Cammino della Filosofia

Hans-Georg Gadamer

L’Ermeneutica

Non è affatto semplice, dopo le considerazioni svolte sulle imponenti figure di Schopenhauer e Nietzsche, ricollegarsi allo sviluppo della filosofia accademica nel corso degli ultimi due secoli. D’altra parte è necessario farlo, poiché per la prima volta dall’epoca dell’Idealismo tedesco, dei grandi personaggi della storia del pensiero – pensatori paragonabili a Cartesio o Leibniz, a Kierkegaard (una figura davvero peculiare) o a un individuo come Nietzsche – hanno sferrato una critica alle istituzioni esistenti e sono stati prolifici pionieri di nuovi orizzonti spirituali. Bisogna inoltre tener presente lo stretto legame delle istituzioni scolastiche e accademiche con il progresso del pensiero, come è accaduto nell’Idealismo tedesco, in esponenti come Kant, Fichte, Schelling e Hegel. Questo nesso si è mantenuto, in parte, anche nel nostro secolo: è senz’altro innegabile che dal movimento fenomenologico, nato in seno alle università tedesche, sono entrati nella coscienza collettiva due nomi, l’importanza dei quali non è limitata solo alla scena tedesca (dove alla filosofia, da tempo, è dedicata una cura particolare): mi riferisco a Edmund Husserl, il fondatore della Fenomenologia, del quale abbiamo già parlato, e a Martin Heidegger, l’allievo di Husserl e figura di primissimo piano, che oggi vanta un rilievo internazionale, a tal punto che persino altre culture (dell’Asia orientale, ad esempio) producono attualmente almeno la metà della letteratura secondaria su questo pensatore, e l’edizione delle opere di Heidegger viene venduta in buona parte in Giappone. Questo non vale, ovviamente, solo per i fenomeni macroscopici, come la vendita dell’edizione degli scritti heideggeriani. In realtà, per lo meno nella forma dell’ermeneutica filosofica, sta iniziando a costituirsi una sorta di koinè, una nuova lingua comune. Gianni Vattimo, in Italia, ha definito questo fenomeno come una “svolta ermeneutica”, e credo che si possa a buon diritto ritenere che in futuro si proseguirà in questa direzione. Perché parlare di una nuova svolta? Si potrebbe immaginare che dopo il radicalismo di Nietzsche, che considerava tutti gli enunciati di verità, in sostanza, come funzioni di una vita che vuole se stessa, ci si debba aspettare non più checontributi frammentari alla filosofia e alla sua tradizione. Occorre avere ben chiaro che non si può pensare la filosofia svincolata da altre manifestazioni culturali: il frammentario, oggi, certo non si identifica soltanto con quello stile particolare adoperato da Nietzsche mediante aforismi e brevi abbozzi. Anche in Francia assistiamo a esperienze analoghe. Lo stesso si rileva nella letteratura, per esempio nella lirica, dove si verifica una esemplare e sorprendente unità formale a partire da elementi particolarmente concisi. Probabilmente anche a proposito della svolta ermeneutica si può dire che dal molteplice e dalla frammentazione dei risultati della comprensione scaturisce una nuova unità. 

FRA GIURISPRUDENZA E TEOLOGIA

Possiamo chiederci come sia accaduto che il termine “ermeneutica” abbia acquisito una valenza così universale. Certo, questa parola esisteva già, in teologia, nella dottrina dell’interpretazione e della comprensione della Sacra Scrittura, e naturalmente anche nel campo della giurisprudenza, dove indica l’arte di interpretare le leggi in modo che la loro applicazione al caso giuridico sia corretta o si avvicini quanto più possibile alla giustizia. Ne ricaviamo due primi insegnamenti: dall’ermeneutica non dobbiamo aspettarci che ci procuri verità definitive, che possano essere fissate dogmaticamente. Già per i teologi l’ermeneutica non aveva questa funzione: essa trovava la propria realizzazione nel cogliere l’annuncio vivente del messaggio cristiano: quest’ultimo non rappresentava infatti un fine in se stesso, quanto piuttosto un mezzo di cui servirsi. Lo stesso accade anche in giurisprudenza, in cui la mediazione tra il legislatore e i tribunali, da una parte, e il singolo caso giuridico, dall’altra, avviene mediante l’ermeneutica. Un discorso analogo può essere fatto per quanto concerne l’effettivo carattere universale dell’ermeneutica nell’ambito filosofico. Noi non pretendiamo di proporre nuovi sistemi di filosofia, né di dare ulteriore sviluppo a una tradizione culturale (alla quale la filosofia propriamente appartiene) come è quella europea. Siamo costretti – o almeno invitati – a dare al concetto di filosofia una dimensione che comprenda in sé anche altre sfere della cultura: non a caso ho ricordato l’incredibile fascino e la grande influenza esercitati oggi dal pensiero di Martin Heidegger sul lontano Oriente. Lo stesso accadrà, si spera molto presto, per altre forme di filosofia o di vita spirituale già presenti nei diversi ambienti culturali; la ricezione di Heidegger, e in genere dell’ermeneutica, non sembra essere esclusivamente legata alla tradizione europea.

IL TEMPO DELLA VITA

È opportuno ricordare che alla fine del 19º secolo, sono apparsi i primi segnali di una nuova problematica, che via via ha messo in rilievo la validità universale dell’ermeneutica. Abbiamo già parlato di Husserl, sottolineando come il suo metodo fenomenologico si caratterizzi per il dettaglio, per la finezza descrittiva, che guarda con sospetto alle grandi costruzioni teoriche, conferendo invece a ciò che viene esibito mediante l’analisi descrittiva una peculiare presenza e una nuova plasticità. Questa fu proprio l’impressione che suscitò in me, da studente, la figura di Husserl: che egli fosse in grado di mostrare le cose di cui parlava con una tale completezza da farle essere “presenti”. Ho provato questa stessa sensazione di fronte a Heidegger. Ma perché ricorrere qui, proprio al termine “ermeneutica”? Perché (vorrei far osservare) per la prima volta constatiamo che in altre discipline è già operante, come ausilio, una dottrina dell’interpretazione dei testi, la cui portata è assai più ampia della sola comprensione testuale. Ovvero, per meglio dire, siamo di fronte al “testo del mondo”, o forse persino al “testo” della storia universale, che abbiamo il compito di interpretare a modo nostro, e ciò comporta innanzitutto la conquista di una comprensione di noi stessi. 
Pertanto non deve destare meraviglia che soprattutto il problema del tempo, la questione filosofica del tempo, non si limiti più al solo ovvio significato che possiede nella fisica newtoniana (che pure ha ricevuto una sorprendente e significativa svolta con la teoria della relatività di Einstein). Oggi siamo interessati anche e soprattutto al tempo vissuto, non a quello misurato; ci sta a cuore il modo in cui la vita umana e le sue imprese si articolano nel mondo, e il modo in cui le creazioni culturali – anche quelle della poesia, dell’arte figurativa, oppure del mondo concettuale – riescono a trovare un’espressione.

IMPARARE A LEGGERE

Possiamo senz’altro affermare che l’universalità assunta dal problema del tempo si avvicina proprio al nostro obiettivo. L’interpretazione è infatti un atteggiamento del tutto immanente, vale a dire non “oggettivante”: essa non cerca, per mezzo di un osservatore neutrale, di stabilire qualcosa con certezza, bensì mira alla comprensione autentica di una struttura di senso, senza inseguire una qualche verità obiettivamente fissata, ma lasciando la parola a ciò che si nasconde in tali strutture di senso, allo stesso modo in cui, quando abbiamo un testo, dobbiamo imparare a leggerlo. 
Sembra molto facile! Ma “imparare a leggere” non significa sillabare. “Imparare a leggere” non equivale affatto a immaginare un processo spirituale che si svolge al nostro cospetto,… comporta invece l’eventualità di uno sforzo linguistico. Chi legge un testo, deve opportunamente accentuare e articolare le frasi, modulare le pause e l’intonazione, plasmando così quella forma unitaria in cui si realizza l’atto del comprendere. Vorrei ricordare una volta di più che il mondo antico (e anche quello cristiano, fino al 12º e 13º secolo) non conoscevano assolutamente la cosiddetta lettura silenziosa, esercitata solo con la mente. Oggi nessuno è più capace, di fronte alla richiesta di leggere un passo ad alta voce, di farlo come si deve; nessuno sa più realmente leggere, badando all’inflessione, alla mimica, al ritmo, insomma alla “musicalità”. Ecco che cos’è la musica (il senso musicale)! Se questa è l’ermeneutica, allora risulterà chiaro a tutti che essa ci impegna in maniera del tutto diversa rispetto a una semplice attività della nostra mente: essa ci coinvolge infatti nel corpo e nell’anima, nella nostra stessa voce. Che cos’è, poi, la voce? Non intendo la fonazione, che ciascuno di noi possiede – non questa voce – bensì quella “voce” che le cose stesse hanno – o devono avere – per riuscire a parlarci.

L’ATTO DEL COMPRENDERE

Questo è il particolare compito, di fronte al quale ci troviamo: è necessaria una presenza del tutto nuova nel comprendere e interpretare le cose. Ciò non coincide affatto con l’ideale di cui si nutrono le scienze naturali, tale per cui il ricercatore deve abbandonare la propria soggettività, per farsi anonimo osservatore spersonalizzato, in grado di ripetere un esperimento sempre allo stesso modo, così da verificare che la teoria costruita su di esso sia correttamente fondata. Stando così le cose, è del tutto evidente che all’elemento soggettivo non spetta alcuna importanza. Spesso si è affermato (peraltro giustamente) che la fisica moderna ha applicato il processo di misurazione al campo della microfisica, nella quale l’osservazione perturba il fenomeno, rendendo così impraticabile la constatazione oggettiva di un movimento nello spazio e nel tempo, che per la fisica newtoniana rappresentava un’ovvia esigenza. È senz’altro vero che anche nella fisica sono intervenuti aspetti estremamente interessanti in rapporto alla concezione che la scienza possiede della propria scientificità. Ma il problema sta proprio qui: laddove si ottengano misurazioni che non modificano il fenomeno osservato, queste stesse possono essere a loro volta fissate in nuove equazioni matematiche. L’ermeneutica abbraccia invece tutte quelle scienze nelle quali è impossibile operare una siffatta riduzione, proprio perché la struttura in cui si modula e si articola la comprensione, trasmettendosi all’altro per trovare in lui il proprio compimento, non è altrimenti riproducibile se non nell’atto stesso in cui si realizza. Abbiamo cominciato a dar forma a una nuova morale dell’atto del comprendere, che interessa anche il pensiero filosofico e l’evoluzione stessa della filosofia: il merito è di Heidegger, il quale ha concepito l’ermeneutica come struttura dell’“esserci”, che si articola nella comprensione e nel linguaggio. In lui, però, tale nozione viene ancora pensata come se si trattasse di un’arte che appartiene a questo singolo “esserci” determinato. Lo stesso Kierkegaard si riferiva ancora al “singolo”, sostenendo che la realtà dell’individuo non è paragonabile a quella che viene attribuita a ciò che lo trascende; il singolo rimane sempre una mera “possibilità”. Anche Jaspers, riprendendo il concetto di esistenza, si è richiamato a Kierkegaard, ed è per questa ragione che si è parlato per un certo tempo di “Filosofia dell’esistenza”, intendendola appunto nel senso formulato da Kierkegaard: l’essere intimamente toccati dalla “cura” per la propria esistenza, radicata nella situazione umana.

IL LINGUAGGIO

Mi sembra che da quando si è iniziato a riflettere sul linguaggio e sulla sua importanza nella vita umana, ci si sia trovati di fronte a compiti nuovi: si può dire, senza esagerazione, che il Novecento è stato il secolo in cui la filosofia ha messo al centro dell’attenzione il linguaggio, e non solo il movimento del pensiero. Chiediamoci allora: che cos’è il linguaggio? Per dare ordine ai nostri ragionamenti, dirò che esso può essere inteso in due modi: innanzitutto come un mezzo di comprensione; e in questo caso risulta fondamentale il concetto di segno. Qui il linguaggio è prossimo alla scrittura: per mezzo della sua funzione simbolica, esso rimanda a qualcos’altro, e al tempo stesso compie un’opera di decifrazione della parola scritta. Non a caso, Jaspers ha collegato i grandi contenuti della filosofia al termine “cifra”. La cifra è infatti un segno che è possibile decifrare solo con un certo sforzo dell’intelletto, e il cui valore espressivo deve essere conquistato. Da questo punto di vista, anche la filosofia di Jaspers può essere considerata, in senso lato, come filosofia ermeneutica, tenendo presente anche il significato strumentale per le scienze che essa attribuisce alla matematica e alla logica. 
In Heidegger questo aspetto è ancora più chiaro, ma anche in lui l’ermeneutica è una nozione estesa; costituisce una struttura fondamentale dell’esserci umano. Essa resta, comunque, la facoltà di fare qualcosa che ci permetta di intendere un testo o di rendere comprensibile l’espressione dell’altro. Troverei perfettamente compiuta la svolta ermeneutica solo partendo dal principio per cui “il linguaggio è solo nel dialogo” (nel dialogo o nel “colloquio”, possiamo anche dire così). È un’affermazione di importanza capitale: esprime il fatto che noi non usiamo il linguaggio come un sistema arbitrario di segni con cui comunicare, bensì che questo linguaggio comune a tutti deve anche essere sviluppato attraverso uno sforzo comune.
“Il linguaggio è nel dialogo” significa che non sono io a parlare; non sono io e non è nemmeno il mio interlocutore, bensì, come disse Heidegger con una formulazione provocatoria: “il linguaggio parla”. Alcune persone di buon senso affermano: “però sono io che parlo; sei tu che parli!”. Certo! Questo lo sapeva anche Heidegger. Ma proviamo a immaginare le conseguenze di quest’affermazione, che sostiene: “no, no! Il linguaggio è qualcosa che solo attraverso di noi può giungere all’essere”. È forse necessario, a questo punto, impostare in modo nuovo la nostra meditazione, per chiarire questa nozione così estesa di reciprocità, e quali esigenze vi siano implicate.

 

LA COMUNICAZIONE

La formulazione heideggeriana: “il linguaggio parla” è naturalmente un paradosso, che però allude al fatto che l’esperienza fondamentale dell’uomo, situato nel mondo, non consiste nel tentativo, operato dal singolo o dal gruppo, di mantenersi in vita di fronte a una realtà estranea, che darebbe luogo a un mondo comune, grazie al ricorso a una facoltà linguistica, di cui si assume consapevolezza. Forse non è nemmeno giusto limitare queste considerazioni al solo linguaggio umano. Bisogna opportunamente riflettere sul senso dei graffiti rinvenuti nelle caverne e risalenti a un’età in cui ben difficilmente poteva esistere una lingua umana. Che significato, quale nuova valenza ha avuto il simbolico nella vita di questi primi uomini, abitanti delle caverne? Comunque stiano le cose (anche considerando il linguaggio parlato da noi): l’importante non è tanto quale sia il linguaggio, quanto il fatto stesso del linguaggio, ovvero – in poche parole – non la molteplicità delle lingue come tali, ma la facoltà di compiere azioni simboliche, come plasmare parole e strutture linguistiche, dando vita così alla reciproca comprensione, ovvero alla “comunicazione” (come alcuni preferiscono dire). Molta parte della storia dell’umanità si riflette nel fatto che il termine “comunicazione” fa pensare ai “vasi comunicanti” – cioè a un impiego fisico o tecnico – più ancora che al significato originario del termine, che scorgiamo nell’idea di “divulgazione”, ad esempio nella Repubblica romana. In ogni caso, questo tema… non dev’essere trattato isolatamente: non si può parlare di uno specifico strumento linguistico, bensì di un determinato atteggiamento di fondo dell’uomo nel mondo. Quest’ultimo trova attuazione solo nel dialogo con un altro. Questo è appunto il nuovo passo avanti compiuto dalla svolta ermeneutica: non basta più muovere dall’autocoscienza, nemmeno laddove quest’ultima si presenti arricchita dalla dimensione profonda dell’inconscio, tale per cui attraverso la decifrazione dei sogni, riusciamo a individuare le ferite della psiche, portando magari aiuto a chi sia afflitto da psicosi. Tutto questo è buono e giusto, ma di fronte al problema di esprimere il “linguaggio che parla”, l’umanità deve far fronte a un’incombenza del tutto diversa, un compito che spetta a ciascuno di noi, in quanto parte di quel mondo che tutti condividiamo.

 

L’ARTE DI ASCOLTARE

Vorrei ricordare che i miei primi passi verso l’indirizzo ermeneutico del pensiero, sono stati ispirati dalle sollecitazioni ricevute nel corso di un seminario che Martin Heidegger tenne nel 1923 a Friburgo, stimolato a sua volta dall’opera di Aristotele. Come già ho accennato, Heidegger aveva persuaso il suo maestro, Husserl, del fatto che Aristotele fosse un vero e proprio fenomenologo. Ora sono in grado di dire con più chiarezza quale aspetto di Aristotele giustifichi questa affermazione. Egli era infatti molto più fenomenologo di quanto possa esserlo qualsiasi filosofo moderno (compreso lo stesso Husserl), ed era strettamente legato a una società nella quale la reciprocità era l’aspetto dominante. In quell’occasione Heidegger interpretava la Retorica e l’Etica, due ambiti della filosofia aristotelica nei quali la reciprocità si determina tramite il discorso e mediante la “prassi dell’azione” (come diremmo noi). Allora, per la prima volta, ho avuto la sensazione di “toccare terra”: le scienze della natura, alle quali l’età moderna ha reso grandi onori, possono essere arricchite di un nuovo dominio del sapere, che può avere la pretesa di parlare una lingua propria: non più il linguaggio della matematica (utile per formulare, con misurazioni quantitative, le teorie scientifiche sulla natura), bensì il porsi in ascolto del linguaggio stesso. L’ermeneutica è l’arte di saper ascoltare: io dico “l’arte (di saper ascoltare)” per alludere alla grande difficoltà di imparare a farlo. Tutti noi siamo vincolati dalla relazione con noi stessi: in psicoanalisi si parla di “narcisismo”, riferendosi al celebre mito antico di un bel giovane che si specchia nell’acqua e non sa più separarsi dalla propria immagine, tanto è innamorato di sé. Questo non è certo l’atteggiamento di cui si sta parlando; nel nostro caso si tratta piuttosto del fatto che gli uomini imparino ad ascoltare gli altri, astenendosi dal volerne anticipare il pensiero (credendo magari di averlo già inteso), e siano quindi disposti a prestare attenzione. L’arte dell’ermeneutica è l’arte di lasciarsi rivolgere la parola, e con ciò ci si accorge, quasi senza volerlo, di rispondere a una precisa esigenza: si tratta cioè di quell’istanza di cui aveva parlato Kant, sottolineando la nozione di rispetto per gli altri: in questa deferenza c’è anche una sorta di rifiuto di quella smisurata e opprimente autostima che insegna a non considerare gli altri al pari di se stessi. Qui è riconoscibile anche il precetto cristiano dell’amore: “ama il prossimo tuo come te stesso!”. È chiaro che in entrambe queste dottrine affiora un elemento comune, che conferisce al linguaggio la sua piena realtà. È proprio questo aspetto che ha sempre più occupato i miei pensieri: ossia come il linguaggio possa arrivare a tanto.

Da Heidegger ho appreso il significato della “frònesis”, di quel sapere pratico che ci è necessario per agire e per prendere decisioni nelle varie situazioni della vita: non possiamo infatti interrogare gli esperti quando dobbiamo deliberare in una situazione concreta della vita. Possiamo però prendere tali decisioni nella misura in cui la circostanza lo consenta: ma quale contesto lo permette? Vi sono ormai certe società in cui il grado di anonimato è arrivato a tal punto che può accadere, per esempio in America, che uno studente venga a domandare, se debba sposare o meno questa o quella studentessa.… Secondo me è chiaro che qui bisogna superare uno stato di spersonalizzazione, in cui domina eslusivamente la mentalità scientifica, ormai consolidata. Insomma, abbiamo a che fare con un mondo nel quale vi sono delle comunanze evidenti, persino ovvie, ed è – oserei dire – un universo a disposizione di chiunque lo sappia trovare.… Dico queste cose non solo richiamandomi al mondo antico e ad Aristotele, che ha scritto un’opera sull’etica in dieci libri, tre dei quali dedicati all’amicizia; Kant ha redatto un’Antropologia che invece riserva all’amicizia poco più di una pagina. Nel nostro mondo moderno questi concetti, che non appartengono al bagaglio personale del singolo, bensì scaturiscono dall’umana convivenza, risultano quasi incomprensibili, sotto il peso di un’educazione scientifica interamente affidata a quel sapere esatto che all’inizio dell’età moderna abbiamo imparato a sviluppare come disciplina del metodo. Vorrei dunque cercare di dimostrare che la nozione di linguisticità costituisce l’anima stessa dell’Ermeneutica. In altre parole, le cose che vengono dette… non pretendono di assurgere al rango di verità definitive, e soprattutto l’interlocutore non considera in questi termini ciò che gli viene comunicato: in entrambi c’è invece l’esigenza di spingersi a pensare ciò che non si sa esprimere, per incontrarsi proprio nel punto in cui il linguaggio viene a costituirsi. 
È così che si crea, per esempio, tra amici o tra innamorati, quella solidarietà che costituisce un vincolo reale e che risiede proprio nel fatto di capirsi. Abitualmente si usa quest’espressione: “con quella persona m’intendo bene”, e ciò significa: “abbiamo molte cose in comune, al punto che non c’è bisogno di tante parole: ci intendiamo perfettamente!”. Ma qui agisce appunto la “linguisticità”, cioè quella facoltà di imparare vicendevolmente a capirsi, che costituisce la solidarietà. Traduco sempre la parola “amicizia”, in riferimento al nostro mondo, con l’idea di “solidarietà”, e ciò vale in molti settori della nostra esperienza quotidiana: c’è solidarietà tra bambini,… in una classe di studenti,… nel corpo docente, c’è solidarietà in ogni altra professione, e questo è importante nella vita pubblica e sociale, e, naturalmente, in famiglia,… tra genitori e figli. Limiti, divergenze, ostacoli alla solidarietà ci saranno sempre, ma essa esprime esattamente il concetto per cui, pur nella divergenza, non si può mai abbandonare un terreno comune. In questo senso ho cercato di considerare la nozione di dialogo – in cui prende forma il linguaggio – come il linguaggio vero e proprio: non si tratta della lingua che si impara nelle grammatiche o che si trova nei dizionari, ma di quella in cui si verifica una reale intesa reciproca, e che è pur sempre codificabile secondo certe regole, nei lessici, nelle sintassi e nelle testimonianze letterarie. Ma una reciproca comprensione, avrà luogo sempre e solo nell’irripetibilità della situazione dialogica, quando cioè si ascolta e ci si esprime, come può avvenire solo nell’istante, in maniera ponderata (e quindi anche vincolante). Platone ha descritto così l’essenza della filosofia, e io ammetto di essere rimasto, in un certo senso, un platonico: egli affermava infatti che vi sono molti mezzi dei quali ci serviamo parlando fra di noi. Vi sono le parole, con i loro significati, poi le proposizioni con la loro costruzione semantica, e poi ancora gli esempi intuitivi con i quali ci intendiamo reciprocamente. Ma alla fine il presupposto fondamentale è che tutti questi mezzi intervengano realmente solo nello scambio immediato del dialogo, in riferimento al quale Platone afferma che è così repentino da farci esclamare: “ho capito”. È così che diciamo, per comunicare all’interlocutore di averlo già inteso.… Io non ho più niente da dimostrargli, bensì gli offro, con le mie parole, l’opportunità di capire. Il “dire” è sempre solo un’offerta di comprensione. Poiché, però, l’interlocutore è sempre un altro rispetto a me che parlo, e l’intesa avviene sempre fra un “io” e un “tu”, entrambi partecipiamo realmente al formarsi di una dimensione comune: questa è l’ermeneutica: l’esercizio dell’arte – o, se si vuole, della virtù – di tale reciproca, volontaria comprensione. Questa nozione può conoscere svariati ampliamenti, che io ritengo opportuni.

 

PRESTARE ASCOLTO ALL’ARTE

Un ruolo davvero importante nella nostra società, così regolata – in cui si cerca di presentare anche il linguaggio come osservanza di leggi – spetta all’essenza dell’arte e all’esperienza dell’arte. Indubbiamente, nessuno può spiegare, mediante regole, perché un oggetto sia bello; è poi altrettanto indubitabile che nella poesia il linguaggio si faccia parola, realizzando così la propria essenza. Nessuno può negare che in ciò la poesia è affine alla musica: la musica bisogna suonarla; la semplice lettura delle note non equivale a far musica. Così, leggere una poesia non è ancora la vera “lettura” della poesia; la lettura della poesia si ha soltanto quando questa, leggendola, scioglie il suo canto. Non per nulla si parla di “canto”, poiché si tratta di una sorta di esecuzione che ogni volta è irripetibile, e che tuttavia torna a far risuonare la sua unicità in forme sempre nuove. Qualcosa di analogo accade nella letteratura, nell’opera d’arte figurativa, e lo stesso vale per tutte le esperienze che coinvolgono la sfera artistica: da una molteplicità di istanti improvvisi scocca un attimo di sospensione, in cui si affaccia una nuova “presenza”, che fa parte di noi stessi. È una sorta di amicizia con le cose della vita, un’intimità che stabiliamo con le creazioni spirituali; è ciò che Schelling ha definito, in maniera molto bella, “il puro immemorabile”, cioè qualunque forma di autentica comunanza (come è ad esempio la madre patria). Ho ricordato l’immagine della madre patria nella conversazione su Schelling per offrire un esempio del significato di questa realtà, nella quale si forma il linguaggio, vale a dire la facoltà di fondersi reciprocamente in una comunione e, in questa, forgiare le possibilità della vita.

 

COME SI SUONA, COSÌ SI BALLA

Potrei continuare a mostrare come questo principio dell’ermeneutica risulti ovunque essenziale in quelle discipline che noi chiamiamo “scienze dello spirito”. In ogni grammatica vi sono delle regole, ma scrivere in buono stile col solo aiuto delle regole, non è possibile. L’eloquenza s’impara in qualsiasi scuola di retorica, ma essere convincenti, quando si parla, unicamente con gli strumenti e gli artifici della persuasione, anche questo è impossibile. Vi è insomma ovunque, al di là di ciò che può essere generalmente appreso e insegnato, la dimensione della “formazione reciproca”, che ho cercato di esprimere come ricerca di un linguaggio comune nel dialogo. Mi sembra che qui si annidi una questione, la cui portata filosofica è fondamentale: risulta, infatti, che le scienze moderne toccano ovunque ambiti, nei quali si possono costruire nuove comunanze: ad esempio, si pensi al modo in cui la cultura tecnica irrompe nella nostra vita, chiedendoci di familiarizzare con il suo mondo. Quando la tecnica ci stupisce con i suoi più recenti progressi, facciamo – è vero – un’esperienza intellettuale molto importante, ma il suo significato è ancora maggiore laddove la tecnica è tale da farci dimenticare il suo operato, il suo stesso intervento. In molti altri ambiti è possibile cercare questo medesimo principio, che ci consente di affermare che la nostra cultura europea, a causa della grande unilateralità della concezione monologica del sapere, non ha saputo sufficientemente valutare l’orizzonte dialogico in tutta la sua legittimità. Per fortuna, nella vita vi è una saggezza maggiore di quella raggiunta dalla scienza. Prendiamo un esempio che allude al mondo musicale. Dice un celebre proverbio: “come si suona, così si balla!”. In queste parole la sapienza popolare fa riecheggiare insieme propensione e avversione, accettazione e rifiuto, simpatia e antipatia, gioia e irritazione – tutte cose che riempiono la nostra vita e che si richiamano a vicenda, tanto che possiamo affermare che ci vogliono grandi doti per far sì che questo nostro mondo umano (in cui vige un enorme controllo della realtà, della natura e della stessa esistenza dell’uomo) venga anche colmato di quella vita che ci fa sentire, in esso, come a casa nostra. L’ermeneutica è dunque, in ultima analisi, l’arte – e insieme, la svolta – della filosofia, che consiste nel coltivare quanto di “immemorabile” abbiamo in comune, e nel superare la ristrettezza della civilizzazione scientifica, così da dischiudere, magari, un futuro per l’umanità, che coinvolga anche le altre culture, le altre lingue, gli altri uomini – e forse gli animali stessi – nel nostro universo vitale, e per poter infine affermare: “questo mondo è il nostro mondo!”.

 

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