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Il Grillo (1/2/1999)

Pietro Scoppola

A che serve la storia?

Documenti correlati
La Storia è in grado di insegnarci che anche le crisi più gravi possono essere sempre superate. (Georges Duby)

Liceo Classico "Plauto" di Roma (Spinaceto)

SCOPPOLA: Mi chiamo Pietro Scoppola, insegno Storia Contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, e sono qui per discutere assieme a Voi un tema molto interessante e anche un po' difficile, ovvero a cosa serva la Storia, e perché occuparsi di un passato, che, dal punto di vista dell’esperienza immediata, non esiste più. Questa è la prima domanda dalla quale dovremmo partire per costruire il nostro dibattito. Per introdurre il nostro tema, vediamo una scheda filmata che è stata preparata dalla Redazione che ci offrirà una impostazione di esordio all'argomento.

La storia del nostro passato possiede molte connessioni con il presente, connessioni di valore e di causa ed effetto, innanzi tutto. Anche se il lavoro dello storico si presenta come una ricostruzione oggettiva ed imparziale del passato esso è strettamente connesso con la difesa di alcuni valori, in forme talvolta evidenti e inaccettabili, come ha mostrato, molte volte, l’uso politico della storia orientato a finalità talvolta particolari e strumentali (per esempio la giustificazione dell'esistenza stessa di una nazione). Esso può anche assumere, nei propri risultati, forme difficili da respingere. Pensiamo alla lettura delle inaudite vicende di questo secolo. L'esame dei fatti scorre sempre parallelo ad un'implicita o dichiarata difesa di quei valori, che sono risultati "vincenti" nel corso delle varie vicende storiche, valori come la libertà individuale, la democrazia, la giustizia, l’eguaglianza. Questo è il motivo per cui non sempre è così facile criticare (come potrebbe sembrare) il fatto che la storia sia stata scritta dai vincitori. I vincitori della storia potrebbero essere, spesso, persone che meritavano di vincere, in fondo. Ma la storia del passato può pesare sul presente anche in un altro modo. Anziché servire al fine di giustificare la nostra attuale condizione essa potrebbe essere utile a gettare luce sulla verità delle cose sic et simpliciter. La semplice verità ha un valore immenso: la verità dei numeri dei caduti sotto un regime oppressivo o i nomi dei responsabili di un delitto sono dati storicamente importantissimi. Ma esiste anche un tipo di verità che potrebbe risultare di respiro più ampio e complessiva: è la verità grazie alla quale la storia può allargare la nostra immaginazione, trasformando eventi lontani nel tempo e ormai inerti in possibilità di azione e di vita, possibilità che ci possono sembrare orrende o interessanti, esperienze che potremmo concepire come nostre o che potrebbero apparirci irrimediabilmente legate ad un altro mondo, ma che sono, in realtà, eventi, pensieri, forme di vita possibili. Questi ultimi sono tutti strumenti di paragone e di confronto. Essi, nel concreto uso che ne fanno gli storici, potrebbero illuminare i nostri modi di pensare liberandoci dal conformismo del tempo presente. Ma fino a che punto la ricerca della verità può conciliarsi con la difesa dei valori a cui teniamo maggiormente?

STUDENTE: Nella scheda introduttiva abbiamo visto come i vincitori di tante vicende storiche potrebbero essere state delle persone che "meritavano di vincere". Si potrebbe, quindi, pensare che esistano dei principi etici sempre validi nel corso della storia e che, perciò, basandoci su una più attenta ricostruzione del passato, si potrebbero evitare degli errori anche nel prossimo futuro? Secondo Lei esiste una giustizia trascendente, sempre "valida nel corso dei secoli", o siamo noi che nelle nostre ricerche sul passato possiamo rischiare di falsare la lettura di molti avvenimenti interpretandoli secondo il nostro modo di vedere il mondo?

SCOPPOLA: Questa è una domanda dalla rilevanza enorme in cui è contenuto tutto lo svolgimento del nostro tema. Io comincerei col dire che non sempre i vincitori sono stati coloro che meritavano di vincere. Per esempio, durante la Seconda Guerra Mondiale, fino ad un certo punto degli avvenimenti bellici, il nazismo stava vincendo (anzi, aveva vinto) e in maniera clamorosa e il nazismo non meritava, certamente, di vincere. Come sappiamo il cosiddetto "Asse Roma – Berlino – Tokio" è stato travolto nella seconda fase del conflitto e, nei vent'anni precedenti l’estate del ’43, in Italia aveva regnato indisturbato il regime fascista. Quando io andavo a scuola, all’uscita giornaliera dal liceo, ricordo come indelebili le immagini di quei giorni sotto il giogo dell'occupazione tedesca, a Roma. Terminai il liceo con qualche settimana di anticipo perché l'Armata Alleata stava risalendo dal Sud per dirigersi verso la Capitale. Ecco perché non si può sempre dire che il vincitore (anche temporaneo) abbia sempre meritato di vincere. Esistono dei criteri di giudizio nella storia. Se desiderassimo dei criteri permanenti di giudizio, che ci permettano di orientarci in quel dedalo così complesso che è la storia umana, non dovremmo cercarli come qualcosa di legato al valore di una nazione o al valore di una classe sociale. Dovremmo legare l’importanza di questi valori unicamente alla crescita della dignità dell'uomo, ossia a tutto ciò che è servito ad accrescerne l’importanza, come i valori di libertà e di dignità della persona. Questi sono i valori che meritano di vincere, ma sono valori che si manifestano, spesso, in forme molto complesse e molto contraddittorie. Il processo tramite il quale la storia ci aiuta a comprendere gradualmente quale sia la complessità per cui si esprimono questi valori umani fondamentali e permanenti, sovente non è un percorso lineare. Esistono dei valori permanenti nella storia, ma non è sempre facile individuarne la forma in modo non contraddittorio. Si immagini tutto il processo di liberazione dalla schiavitù. Certamente esso è stato un fatto di portata positiva. Oggi, però, esistono nuove forme di schiavitù che non stentano a manifestarsi. Non c'è alcun dubbio sul fatto che il processo che (soltanto all'inizio del nostro secolo) ha portato all'abolizione della schiavitù, sia stato un evento positivo della storia umana. Ma l’esito di quel processo, avvenuto allora, non può escludere, in linea di principio (e di fatto), che oggi possano manifestarsi nuovamente delle reali forme di schiavitù e che si debba, dunque, lottare, intervenire (con leggi e strumenti di vario tipo) contro il riemergere di queste nuove forme di oppressione dell'uomo. Se noi trovassimo dei criteri universali di valore in grado di toccare in profondità la dignità dell'uomo, potremmo disporre di almeno un punto di orientamento permanente.

STUDENTESSA: Quali sono i dati e i mezzi assolutamente necessari per poter svolgere una buona ricerca storica, che si avvicini il più possibile alla verità dei fatti?

SCOPPOLA: Per portare avanti una buona ricerca storica, anche a livello scolastico, (anche voi studenti liceali fate delle ricerche, o siete invitati, talvolta, a condurre delle ricerche) la prima cosa da farsi è, generalmente, raccogliere delle informazioni di carattere generale, leggendo tutto quello che è già stato scritto sull'argomento in analisi. In genere anche noi studiosi della materia quando facciamo una ricerca partiamo dalla bibliografia esistente, ossia da quanto è già stato scritto da altri studiosi sull'argomento. Naturalmente una ricerca sulle fonti storiche dei manuali per voi può essere più che sufficiente, così come, per una Vostra ricerca personale, realizzare una sintesi di quello che già è stato scritto dalle fonti ufficiali potrebbe essere già un punto di inizio molto stimolante. Quando, viceversa, si lavora ad un livello di ricerca storica di primo piano, diviene, allora, indispensabile risalire alle fonti primarie costituite dai documenti. In quel caso non potremmo certamente accontentarci di tutto quello che è stato già scritto da altri storici prima della nostra ricerca; quei lavori, infatti, potrebbero essere stati concepiti, raccolti, e scritti all'interno di una certa prospettiva, con un determinato intento, il quale potrebbe essere, probabilmente, di natura politica e quindi strumentale. Ecco perché in questo secondo caso è indispensabile allo storico di professione risalire alle fonti primarie. Tenendo conto degli scopi e degli argomenti di cui si occupa un determinato tipo di storico professionista, si tratterà, in quel caso, di cercare tutte le fonti idonee, cercando di verificare, sulla base dell'evidenza di questi documenti, se l'immagine corrente è valida oppure no. Va affermato e sottolineato che la ricerca storica non può essere una semplice fotografia. È necessario, per noi storici, liberarci dell'idea che la scienza storica sia una semplice fotografia del passato. Quest'ultima concezione, all'inizio di questo secolo veniva propugnata dalla cosiddetta "scuola positivistica". In realtà, per noi storici, è letteralmente impossibile fotografare il passato o solamente tentare di ricostruire il passato storico così come è stato in tutti i suoi aspetti. Generalmente cerchiamo nelle vicende del passato le cose che, oggi, possono maggiormente interessarci. Facciamo un esempio in merito: per molto tempo, a livello di ricerca storica, non ci si è occupati della storia delle donne, ossia della storia del ruolo femminile nella vita sociale. Per secoli questo è stato un argomento relegato nell'ombra. Quando sono nati e si sono diffusi i movimenti femministi, negli anni Sessanta, la storia delle donne si è trasformato di colpo in un capitolo importante della ricerca storica. Al crescere della consapevolezza dei problemi storici che si potrebbero presentare come nuovi, vengono affrontati nuovi e differenti aspetti del passato che prima di una determinata presa di coscienza non venivano neppure presi in considerazione. Quando io ero ragazzo i programmi di studio dei licei prevedevano l'esame della storia delle dinastie, ovvero la serie dei sovrani dei singoli Stati e si studiava la storia guardando soprattutto (o addirittura solamente) alle vicende delle classi dirigenti. Oggi, e non solo nelle scuole, si studia la storia dei popoli, la storia delle reali condizioni di vita, la storia delle usanze alimentari, la storia delle forme di povertà. La storia sociale ha acquistato, finalmente, un grandissimo rilievo. Questi sono i motivi per cui la ricerca storica è una disciplina costantemente aperta, in continuo progresso, nonché perennemente soggetta ad un continuo processo di revisione. Questo non significa che si debbano sempre accettare i cosiddetti revisionismi storici; per non parlare dei cosiddetti revisionismi di carattere ideologico.

STUDENTESSA: Secondo Lei può esistere una disciplina storica oggettiva o la storia può risultare sempre costituita, basilarmente, da interpretazioni, rimanendo, così, esposta all'influenza dello stile di pensiero proprio del periodo in cui essa viene studiata o del periodo che è oggetto di studio?

SCOPPOLA: La storia, come disciplina di studio, è costituita da due elementi: un elemento è certamente, necessariamente, di tipo soggettivo ed è costituito dal problema che noi storici, di volta in volta, ci poniamo. Questo elemento è ciò che noi potremmo definire quello che si domanda alla Storia. Si tratta, per essere ancora più chiari, di quel che io, storico di questa epoca, domando, sotto forma dei miei problemi teorici e di ricerca, alla storia o di quello che la Vostra generazione domanderà alla Storia. Si tratterà, in questi due casi, di due tipi di quesiti totalmente differenti tra loro e da quelli che si ponevano la generazione dei miei padri e quella dei miei nonni. Il primo elemento della ricerca storica ci permette, così, di constatare come possano cambiare gli interrogativi al variare delle epoche in cui essi vengono posti. Questo è il motivo per cui questo è un elemento soggettivo che cambia di periodo in periodo. Ciò che, viceversa, non cambia è il dato oggettivo, ossia il riferimento al documento. I documenti storici sono il principale dato oggettivo della nostra ricerca e vanno trattati da chi si occupa della nostra disciplina con grandissimo rigore critico. Questo è l'ambito dove deve prevalere l'aspetto oggettivo e scientifico della conoscenza storica, che consiste nell'uso più appropriato dei documenti del passato. Per "documenti del passato" intendo, generalmente, una mole immensa di oggetti appartenenti alle più svariate categorie: ad esempio, per la Storia antica, questi dati potrebbero essere le iscrizioni che si trovano sulle lapidi marmoree della Via Appia. Perfino gli attrezzi da lavoro con cui si arava il terreno possono costituire dei documenti sulle condizioni di vita degli uomini di tanti millenni fa per quanto riguarda la storia più antica. Con l'approssimarsi alle epoche più vicine alla nostra, la Storia contemporanea, la massa dei documenti diviene sconfinata, pressoché infinita. Si pensi alle fonti della stampa, agli atti parlamentari, agli atti d'archivio, degli archivi pubblici, degli archivi privati, alle lettere. Al giorno d'oggi si tende a non scriversi più per mezzo postale, generalmente si usa il telefono per comunicare. Ma esistono molte bobine che sono il frutto, probabilmente, del controllo fornito, più o meno, dallo spionaggio e dai servizi di controspionaggio. Può anche darsi che, alla fine, noi storici studieremo la Storia servendoci del supporto delle bobine contenenti le registrazioni realizzate da quei servizi segreti dediti al controllo di coloro che, ancora oggi, vengono definiti "gli uomini politici". Un tempo, per studiare la Storia della politica, si usavano le lettere degli statisti. Probabilmente, in futuro, ci serviremo delle bobine (ritrovate da qualche parte), contenenti le conversazioni. La mole dei documenti esistenti è sconfinata.
I documenti costituiscono pure un dato oggettivo che va trattato servendosi di un sistema di analisi dotato di un atteggiamento critico. A questo proposito sarebbe molto interessante sfogliare un breve brano di una intervista ad un grande storico francese, Georges Duby, nella quale Duby, mostrando un certo scetticismo sul significato della parola "Storia", tende a rimarcare, comunque, l'importanza di questo "aspetto che resiste all'interpretazione", ovvero i dati della Storia concepita come "strumento critico di conoscenza".

GEORGES DUBY: Appartengo alla generazione che ha vissuto in prima persona il crollo delle utopie. E non credo che la Storia, in verità, possa avere un senso. Io penso che sia un movimento che gli uomini non possono dominare perfettamente, un movimento che li trascina, di cui gli esseri umani sono, un po', come delle vittime. Ad ogni modo sono convinto che gli storici non abbiano più, come i loro predecessori del XIX e dell'inizio del XX secolo, grosse lezioni da dare. Essi non hanno più, in quanto storici, delle consegne o dei suggerimenti di azione politica da proporre alla luce del passato. Questo perché non si può più sostenere che la Storia abbia un proprio senso. Ma resta comunque il fatto che la Storia (almeno a mio avviso) sia una disciplina di primaria importanza, essendo, innanzitutto, una scuola di lucidità. La critica storica, di cui ho parlato, può liberare la testimonianza da tutto ciò che potrebbe deformarla o ingombrarla permettendo a chi la pratichi o a chi la legga di tenere gli occhi aperti sugli aspetti della realtà attuale, ossia sulla realtà sociale, la realtà politica, la realtà intellettuale, permettendo, in particolare, di riprendere, spesso, il proprio coraggio e la propria fiducia di fronte agli eventi negativi. La Storia è in grado di insegnarci che anche le crisi più gravi possono essere sempre superate.

SCOPPOLA: Come avete sentito Duby ha esordito con un atteggiamento piuttosto scettico sulla storia e su un suo presunto senso ultimo. Ma, alla fine del brano dell'intervista, è arrivato a sottolineare che il metodo critico, attraverso il quale lo storico può approfondire la propria conoscenza, sarà sempre quello che ci permetterà di affrontare i problemi del presente tramite un atteggiamento critico, non fideistico e non semplicistico. Chi possiede un minimo di coscienza storica non potrà mai essere un semplicista, non penserà mai che il mondo possa cambiare di colpo e non penserà neanche che il mondo possa o debba essere sempre lo stesso, perché, agli occhi di questo tipo di "persona in ricerca", la Storia possederà sempre il senso di un processo perennemente aperto al cambiamento, tendente ad una costante umanizzazione della vita concreta, della realtà umana.
Il frutto di questo lavorio potremmo inquadrarlo all'interno di svariati argomenti di grandissima attualità.
Si consideri il dibattito che si è svolto in televisione sul problema del revisionismo, su come, oggi, si dovrebbe ripensare il ruolo giocato dal Fascismo, dalla Resistenza. La Storia della Repubblica è realmente radicata alla Resistenza? La nostra Costituzione può essere ancora pensata in rapporto al contributo versato dalla Resistenza, oppure noi storici dovremmo riscrivere una nuova Storia del nostro paese, diversa da quella attualmente trattata e accettata, essendo, ormai, tutti questi argomenti riferiti ad eventi lontani dalla nostra epoca? Questi sono degli problemi che dovrebbero interessare la Vostra generazione.

STUDENTESSA: Quanto potrebbe essere utile, e a chi, rendere la Storia uno strumento politicamente potente? L'uso politico della Storia dovrebbe essere inquadrato soltanto in modo negativo o potrebbe, in determinati casi, apportare degli esiti positivi?

SCOPPOLA: La Storia possiede un necessario rapporto di relazione causale con la politica, e non si potrà mai elaborare, a mio giudizio, una politica seria, senza ispirarsi culturalmente ad una coscienza storica, senza conservare una coscienza del passato. Questo è l'aspetto positivo del rapporto tra la Storia e la Politica ed è anche il modo giusto di inquadrare la relazione esistente in ogni epoca fra la Storia e attività politica. Ma esiste anche un modo distorto di concepire e di usare questo rapporto, un atteggiamento che si instaura quando si utilizza strumentalmente il passato, piegandolo alle pure esigenze della politica del presente. Lo storico, sulla base dei problemi che assillano l'umanità, problemi che possono assillare il suo stesso presente, può cercare nel passato della propria società delle spiegazioni, delle risposte, a dei problemi che potrebbero essere, talvolta, anche di grandissima attualità, come la Crisi del Golfo, i problemi del Medio Oriente la perenne crisi Balcanica. In tutti questi casi il ricercatore deve ricorrere ad una ricerca vertente su come si siano formate nel corso del tempo le etnie in gioco, i rapporti tra di esse, i loro conflitti. Nella questione balcanica questo lavoro passerà attraverso la ricostruzione di quella che è stata la vicenda dei Balcani dall'Ottocento all'inizio del nostro secolo. Anche grazie a queste ricostruzioni lo storico potrà essere in grado di comprendere, oggi, che cosa sia il dramma del Kosovo. Lo storico partirà da un problema che sia oggetto del tempo presente, risalirà verso il passato e dopo aver approfondito questa conoscenza critica del passato potrà ritornare verso il presente forte di uno strumento di intervento serio, efficace, critico. In questo modo la conoscenza del passato potrà servire ad una ipotetica classe dirigente per poter svolgere, oggi, un'azione realmente illuminata, perché se chi governa oggi le sorti di interi paesi o di interi sistemi sovranazionali non conoscesse le analoghe vicende del passato, non potrebbe intervenire senza produrre un danno. Viceversa, può esistere un uso politico improprio della storia. Se io, storico di professione, forzassi i dati storici del passato, ricostruendoli su misura di una mia, odierna, posizione politica farei qualcosa che va, ad ogni costo, rifiutato. Questo è l'uso politico della storia che può dar fastidio a noi studiosi di storia. Quando ascoltiamo i politici servirsi della ricerca storica, dei nostri argomenti, per fare propaganda, usandoli in maniera semplificata, distorta, per propagandare le loro idee di parte, tutto questo ci irrita profondamente. I regimi dittatoriali, le grandi dittature del nostro secolo, il fascismo, il nazismo, il comunismo, hanno fatto un massiccio uso politico della storia. Stalin scrisse in prima persona una storia del Partito Comunista Sovietico. Da un punto di vista storico il contenuto di quello scritto non stava né in cielo né in terra. Mussolini curò personalmente la voce "fascismo" in un'enciclopedia, tutta preparata per ospitare quella voce. Questo è l'uso politico della storia che, naturalmente, va rifiutato e respinto.

STUDENTESSA: Parliamo degli oggetti che sono stati portati in trasmissione. Sono incuriosita da uno di essi che è un quadro. Rappresenta un processo istruito dall'Inquisizione. Quale legame potrebbe avere un'immagine di quel tipo con l'epoca a noi presente?

SCOPPOLA: Un enorme legame! Un drammatico, tragico legame. Che cosa è stata l'Inquisizione? L'Inquisizione, nei secoli che vanno dal Decimo al Tredicesimo è stata uno "strumento aggiuntivo" rispetto al già preponderante potere dei vescovi della Chiesa d'occidente, uno strumento aggiuntivo fornito, in qualche modo, dalla Chiesa per attuare la repressione delle cosiddette eresie, ossia i vari movimenti "non ortodossi" come i Valdesi o, prima di loro, i Catari. Ma l'Inquisizione conobbe il proprio momento più drammatico dopo l'unificazione della Spagna avvenuto alla fine del quindicesimo secolo sotto Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona. Grazie al loro matrimonio si posero le premesse dell'unità politica della Spagna. Fu proprio la "Spagna cattolicissima" a ridare vigore all'Inquisizione, la cui azione era andata, fino ad allora, attenuandosi. Questa è una storia drammatica, tragica, per la quale l'attuale Papa, Giovanni Paolo II, ha deciso di far penitenza. La Chiesa sta sentendo il bisogno, alla fine del millennio, di riconoscere tutti gli atti, le istituzioni storicamente repressive, con i quali, in qualche modo, possa aver tradito lo spirito del Vangelo. L'Inquisizione è stata un'organizzazione che ha operato, (e non solo in Spagna ma in tutta l'Europa Cattolica) contro lo spirito del Vangelo. Il suo proposito principale consisteva nella imposizione della verità rivelata della fede anziché lasciare liberamente che questa verità venisse accettata dall'uomo tramite una spontanea conversione a tutti i dogmi del cattolicesimo. Essa commise i propri delitti servendosi di una cultura processuale il cui unico scopo era estorcere una confessione all'imputato di turno, confessione che essendo quasi sempre estorta non corrispondeva quasi mai alla verità. In questo senso l'Inquisizione è stata una stagione orribile e delittuosa, un terribile ricordo che proviene dal passato, ma che è utile conoscere e comprendere. Per quale motivo? Per evitare il rischio di tornare ad essere tentati di servirsi di questi strumenti per fini di potere, come, di fatto, è avvenuto nel nostro secolo. Anche nel nostro secolo, infatti, sono stati istruiti famosi processi farseschi com'è avvenuto sotto Stalin; processi condotti tramite confessioni estorte con strumenti psicologici o con varie forme di tortura. Confessioni, quasi sempre, di reati o di colpe non commessi. Questo sta a significare che si è verificata una ripetizione di quei terribili e criminali eventi tenuti a battesimo dall'Inquisizione; crimini attuati, naturalmente, con strumenti nuovi e in forme diverse da quelle del passato. Purtroppo questi orrori, queste brutture possono sempre ritornare. Ma allora a che cosa può servire la Storia? La Storia può svolgere un'insostituibile funzione catartica. Se noi, contemporanei, credenti e non credenti, (solo per fare un esempio) comprendessimo fino in fondo tutto quello che vi è di stato di anticristiano nell'Inquisizione, di quanto essa sia stata incompatibile con lo spirito del Vangelo e del perché la Chiesa, (perlomeno una Chiesa che voglia e che sappia essere testimone del Vangelo), non possa mai, per nessun motivo, servirsi di una cosa del genere, ma anzi debba rifiutarla come strumento e far penitenza per averla usata, noi, oggi, potremmo sfuggire alla tentazione di ricorrere a quello stesso strumento o a strumenti simili in qualsivoglia contesto. Se noi comprendessimo che cosa è stata la shoah, l'olocausto, i sei milioni di ebrei trucidati, asfissiati, o distrutti nei forni crematori, attraversando le assurde logiche o la psicologia tramite le quali è stato possibile concepire l'idea di distruggere un intero popolo, (considerato come popolo "nemico" dai suoi persecutori in quanto "razza" inferiore, non certo in quanto "nemico") se noi riuscissimo ad entrare nella psicologia che ha portato il comunismo staliniano alla distruzione fisica dei contadini russi, i kulaki, la cui unica colpa fu quella di resistere alla collettivizzazione forzata dei "piani quinquennali", se noi riuscissimo nello sforzo di comprendere la ragione di questi terribili avvenimenti, potremmo liberarci dal rischio di ricadere nella tentazione di far rinascere, un giorno, dentro di noi lo spirito razzista, una qualsiasi forma di ostilità preconcetta verso il "diverso", o il desiderio del sopruso in nome di una qualsiasi ideologia o dello Stato regnante. In questo senso la storia potrebbe svolgere una funzione liberatoria o catartica, come la hanno definita alcuni studiosi. In questo la ricerca storica potrebbe somigliare alla psicoanalisi. Quando un paziente soffre di un disturbo nervoso o del comportamento si reca dallo psicanalista e quest'ultimo, attraverso l'analisi, ossia attraverso il recupero dei dati precipitati nell'inconscio, tenta di ottenere la liberazione del proprio paziente dai condizionamenti della vita passata. Questa è stata la grande intuizione di Sigmund Freud: esiste, nella mente di ognuno di noi, una parte inconscia che può condizionarci in molti modi. Recuperando il contenuto dell'inconscio (a questo proposito Freud propose la tecnica dell'analisi dei sogni, illustrando l'efficacia terapeutica insita nel far riemergere il contenuto delle esperienze oniriche alla luce della coscienza) un qualsiasi paziente potrebbe tornare ad essere libero dai condizionamenti di un proprio passato irrisolto o sofferto. La ricerca storica potrebbe contribuire a consolidare qualcosa di analogo, ma ad un livello esteso e collettivo. Quando un popolo viene aiutato a comprendere perché si è verificato un determinato avvenimento, quel popolo può intraprendere un cammino di liberazione dal rischio di ripetersi in quei comportamenti che hanno fatto sì che quell'evento si verificasse. Quindi, la prima regola da applicare in questa catarsi dovrebbe essere: noi non dobbiamo mai dimenticare nulla, dobbiamo sempre ricordare il più possibile. Non dovremmo mai dimenticare la Seconda Guerra Mondiale, questa catastrofe immensa, situata nel cuore del nostro secolo, non si dovrebbero mai dimenticare le grandi purghe staliniane, non si dovrebbe mai tentare di mettere in ombra, laddove siano state perpetrate, le torture ai danni di tutti i prigionieri politici di ogni regime andato al potere in questo secolo. Tutto questo va ricordato e va studiato, nonché fatto studiare seriamente nelle scuole, senza far propaganda, perché solo tramite la memoria storica le nuove generazioni possono essere educate al rispetto per una concezione della libertà che possa essere la più alta possibile. Noi storici abbiamo tutti il dovere di insegnare ai nostri contemporanei e ai nostri posteri a non ripetere quanto di disumano vi sia stato in questo secolo che sta finendo. Questa è la funzione catartica della storia.
Quindi, da un lato, come dicevo prima, la Storia può servire a comprendere meglio ciò che noi tutti siamo diventati, mostrando lo spessore reale dei problemi odierni, come quelli che stanno insanguinando i Balcani, o il Medio Oriente. Noi non potremmo neppure minimamente tentare di capire quello che oggi sta succedendo in quelle regioni, se non conoscessimo cosa c'è alle spalle di ogni avvenimento storico coinvolto in quelle vicende. Dall'altro lato, come abbiamo detto, esiste il secondo aspetto costituito dalla possibilità di purificarsi dagli orrori del passato attraversandone con la memoria storica gli avvenimenti. Abbiamo definito questa opportunità la funzione catartica della Storia. Abbiamo visto come questa funzione potrebbe liberarci dal condizionamento deterministico a ripetere quello che si è già verificato (quella che si suole definire coazione a ripetere). Che esista il germe di una coazione a ripetere, possiamo constatarlo dal fatto che esiste il fenomeno dei naziskin e dei nuovi gruppi estremisti di destra. Questi gruppi rinascono con l'illusione del ritorno di antiche ideologie totalitarie, hanno un proprio linguaggio, hanno dei propri modi di presentarsi, seguono delle precise mode, che mostrano, apertamente, di ispirarsi a modelli tragicamente noti alla storia di questo secolo.

STUDENTESSA: Secondo Lei a quali fattori va attribuito il merito di aver contribuito allo sviluppo di una maggiore sensibilità nelle discipline storiche del nostro secolo, nei riguardi della storia sociale, (la storia degli usi e dei costumi, degli strumenti e degli utensili utilizzati dagli uomini di un tempo)? Per quale motivo oggi si analizza la storia in questa nuova maniera (sicuramente più ampia) e perché, invece, in precedenza ci si soffermava maggiormente sulla storia delle guerre o sulla storia dei personaggi che avevano detenuto il potere politico nel corso dei secoli relegando, sul piano dell'analisi, la storia delle intere società in secondo piano come se essa fosse meno importante?

SCOPPOLA: Innanzi tutto la spiegazione più immediata di questo, ormai non più nuovo, interesse per la "storia sociale" potrebbe essere fornita tramite il richiamo ad una scuola di storici francesi, la scuola degli Annales. Les Annales è una rivista di studi storici che nacque in Francia alla fine degli anni Venti di questo secolo (viene ancora pubblicata) la cui nascita è legata a due grandi nomi della scienza storica, Marc Bloch e Lucien Febvre, ovvero coloro che la fondarono. Sin dai suoi primi numeri l'impostazione editoriale della rivista ingaggiò una polemica rovente contro la cosiddetta histoire - évenement ovvero la "storia del grande evento", dove per "grandi eventi" si intendeva (come si intende ancor oggi) la successione al trono di quella tal dinastia, la guerra tra quelle determinate nazioni, eccetera. La scuola dei fondatori de Les Annales, viceversa, richiamò l'attenzione degli storici su tutti quei cosiddetti fenomeni di lungo periodo (in primo luogo i fenomeni sociali), e sui fattori causali socio - economici protagonisti della storia di intere società, analizzate nel loro tessuto sotterraneo fatto di vita quotidiana vissuta ed usanze delle persone concrete. Questa rivista, in breve tempo, fece scuola e la nuova impostazione metodologica presentata da Bloch e Febvre coinvolse la maggior parte degli storici contemporanei. Dobbiamo quindi far riferimento, per rispondere alla Sua domanda, all'apporto scientifico di questa scuola sorta in Francia, la quale, in qualche modo, lasciò degli importanti contributi.
Va, inoltre, rilevato come lo stesso marxismo abbia contribuito a spostare, nello studio della Storia, l'accento dell'analisi dalle grandi vicende delle classi dirigenti alle storie reali, perciò non meno grandi, delle masse popolari. Da questo punto di vista entrarono sicuramente in scena dei fattori propriamente ideologici e culturali.
Inoltre, sicuramente, si verificò un fatto del tutto esterno agli studi storici stessi e alle loro nuove metodologie di analisi, ovvero un cambiamento della società stessa. Noi occidentali (e non solo), all'inizio di questo secolo, siamo entrati a far parte della cosiddetta "società di massa", la società in cui le grandi masse sono divenute costantemente attive sul grande scenario della realtà storica. Queste grandi masse furono chiamate in scena, in maniera drammatica, con la Prima Guerra Mondiale, perché fino a quella guerra, durante l'ottocento, (fatta eccezione per alcuni grandi conflitti europei e non) le guerre venivano combattute da poche decine di migliaia di militari di professione, di carriera o semplicemente assoldati. Con la "grande guerra" avvenne che interi popoli, decine e decine di milioni di uomini furono coinvolti, tramite la leva obbligatoria, in un evento tragico come la guerra di trincea. Fu così che le masse diventarono protagoniste e da allora divenne impossibile non prestare loro attenzione a livello storico, non chiedendosi come avevano vissuto fino ad allora, che cosa accadde nelle campagne quando gli uomini se ne andarono in trincea e le donne rimasero sole con le proprie famiglie e che cosa accadde loro quando tornarono dal fronte.

STUDENTESSA: A Suo parere, il ruolo giocato dalla nascita e dalla diffusione dei grandi mezzi di comunicazione di massa, i cosiddetti mass media, potrebbe essere stato fondamentale nel determinare uno spostamento dell'attenzione degli storici sui fatti della Storia sociale delle grandi masse di popolazione, prima relegate in secondo piano?

SCOPPOLA: Certamente la società di massa ha potuto nascere e ha potuto svilupparsi grazie allo sviluppo dei grandi mezzi di comunicazione di massa. Al tempo stesso la società di massa ha avuto costantemente bisogno di questi mezzi, mettendo così in atto una forma di condizionamento reciproco. La società di massa produce i mezzi di comunicazione di massa e i mezzi di comunicazione di massa favoriscono lo sviluppo della società di massa. Se non ci fossero stati il microfono e gli altoparlanti, non si sarebbero potute tenere, nelle piazze della Germania, quelle oceaniche (ora giustamente tramandate come orribili) manifestazioni da incubo che noi, ancora oggi, possiamo vedere in certe fotografie e in certi filmati, con Adolf Hitler colto nell'atto di lanciare i suoi messaggi davanti a centinaia di migliaia di persone osannanti e dedite a d ascoltarlo. Spettacoli analoghi li abbiamo avuti anche in Italia. Quando Mussolini si affacciò al balcone di Piazza Venezia per annunciare l'entrata dell'Italia in guerra, il 10 giugno del 1940, fu protagonista di una vera e propria manifestazione di massa, resa possibile dal fatto che si poteva parlare dentro un microfono amplificato e collegato a dei potenti altoparlanti, perché la voce umana di un dittatore non avrebbe mai potuto raggiungere da sola centinaia di migliaia o milioni di persone. La radio amplificava ulteriormente il raggio di diffusione di questi comizi oceanici, portando la voce del fuhrer o del Duce in tutti i piccoli centri della Germania o dell'Italia. Naturalmente la consapevolezza di tutto ciò, per essere messa a frutto, richiede un modo nuovo e diverso di studiare la Storia. Nella ricerca storica, ad un certo punto, lo storico si trova di fronte ad un problema: egli deve poter capire e sapere come abbia potuto reagire la gente ai grandi avvenimenti di massa. Affrontare questo tipo di problemi implica, ad esempio, porsi dei quesiti come: che cosa hanno fatto le donne durante la guerra? Il ruolo delle donne, durante la Seconda Guerra Mondiale, è stato enorme. Sono state le donne che hanno mandato avanti il paese reale, tenendo in piedi, nella famiglia, in molti posti di lavoro, nell'educazione dei bambini, il tessuto sociale di interi paesi, non solo in Italia. Questi sono i problemi (da affrontare e giammai da evitare) che possono nascere dall'adozione di un modo nuovo di vedere la storia, imposto dai cambiamenti che la società ha, indubbiamente, subito.

STUDENTE: La Storia che stiamo vivendo in questo periodo potrà mai entrare nei libri di Storia? Potremmo noi diventare oggetto di una pagina di Storia studiata nel futuro?

SCOPPOLA: Nella Sua domanda c'è un grosso equivoco che è implicito nell'uso che lei sta facendo della parola "Storia". Quando ci si riferisce alla categoria "Storia", in molte altre lingue, vengono tirati in ballo almeno due termini diversi, che, in realtà, vanno ad indicare due cose molto diverse. Noi utilizziamo il termine "Storia" per riferirci a quelle che i latini chiamavano le res gestae, le "cose accadute". Ma usiamo la parola "Storia" anche per riferirci alla "conoscenza" delle cose accadute, e quindi ad una scienza avente come proprio oggetto di studio il primo riferimento, il primo significato della parola "Storia": le cose accadute in passato. La parola "Storia", quindi, ha due significati e Lei l'ha usata intendendo riferirsi dapprima al primo significato, poi all'altro. Lei ha, innanzitutto, chiesto: "La Storia che noi stiamo vivendo potrà mai diventare Storia, ossia entrare nei libri di Storia?". Io le rispondo: certamente potrà entrare nei libri di Storia. Tutto può entrare nei libri di Storia. Nei libri di Storia possono entrare, o entreranno, i grandi eventi di questo fine secolo, eventi positivi o drammatici, perché basta considerare che la fine della Guerra Fredda e gli eventi che hanno fatto seguito alla caduta del Muro di Berlino hanno portato ad una vera proliferazione di "microconflitti" in tutto il mondo. Microconflitti è un termine che designa "vittime", "sofferenze". Si pensi a che cos'è, oggi, l'Africa. Portiamo la nostra attenzione alle guerre tribali, all'esplodere dei conflitti etnici, in Africa e in tante altre parti del mondo. Tutti gli avvenimenti di questo fine secolo entreranno a far parte delle pagine della conoscenza storica del futuro, ma entreranno a farne parte assieme alla vita quotidiana, al modo di vivere concreto della maggioranza delle persone, assieme al modo di fare scuola e di sviluppare la scienza e la tecnologia. Entrerà nei libri di Storia il fatto che la televisione " in quei tempi (i nostri tempi visti dal futuro) entrava nelle scuole con programmi culturali". Tutto quello che noi facciamo oggi entra immediatamente a far parte della costruzione della Storia; tutto è Storia. Per questo ognuno di noi dovrebbe sentirsi molto più responsabile di quanto noi tutti ci sentiamo normalmente di fronte al peso e agli esiti delle nostre azioni. Non esistono gesti indifferenti, che non contribuiscano, anche in modo quasi irrilevante, a creare forme di mentalità, a creare costume. Tutto questo è molto importante poiché investe direttamente il nostro modo di vivere, attraverso i gesti che compiamo, i quali dovrebbero sempre ricordarci, nei nostri criteri di orientamento, della dignità dell'uomo, del rispetto dell'uomo, esaltando la valorizzazione di questo grande mistero che è la presenza dell'uomo nella Storia del mondo.

STUDENTESSA: Lei prima ha parlato di valori universali che possono trascendere l'appartenenza storica e di funzione catartica della Storia. Ma la Storia, paradossalmente, non potrebbe assolvere la propria funzione insegnandoci che non esistono valori universali o che appellarsi a questi valori potrebbe essere molto pericoloso?

SCOPPOLA: Certamente! Appellarsi a questi valori, in astratto, "a parole", attuando una mera retorica dei valori, potrebbe essere realmente pericoloso perché con la retorica dei valori si potrebbero coprire degli interessi particolari. Ma, al contrario, scoprire all'interno di un processo storico l'emergere di concrete esigenze di libertà, di giustizia, di dignità, non potrebbe mai significare fare della pura retorica. Ma per comprendere tutto questo è necessario entrare all'interno di un processo storico in tutta la sua concretezza. Quest'ultima prassi non è pericolosa, perché non è retorico vivere questi valori nella propria coscienza personale. Io penso che normalmente di questi valori se ne parli troppo e che essi vengano vissuti troppo poco.

STUDENTESSA: Professore, potrebbe mai essere giusto (o giustificabile) sacrificare in nome di questi valori una vita umana?

SCOPPOLA: Questo è un problema enorme e drammatico, che è stato posto molte volte nella Storia umana. Nella nostra vita politica emerse drammaticamente con il caso Moro. Siete troppo giovani per ricordare cosa sia stata la tragedia della primavera del 78, il dramma del sequestro e dell'assassinio di questo grande uomo politico, che fu Aldo Moro. Si aprì un grande dibattito fra coloro che ritenevano fosse giusto trattare con i rapitori, dare loro un riconoscimento, nella speranza (più o meno fondata) di poter salvare la vita del prigioniero, e coloro che ritenevano, viceversa, si dovesse dire: "No, non tratteremo mai con chi sta tenendo prigioniero Moro", perché trattare significava riconoscere che lo Stato poteva essere messo in ginocchio da un pugno di estremisti sanguinari. In Parlamento ci fu una lacerante discussione e sia da una parte che dall'altra furono avanzati argomenti del tutto degni di rispetto. Dietro questi argomenti degni di rispetto, c’erano, comunque, sia da una parte che dall'altra, interessi politici non sempre del tutto puliti o chiari. Riscrivendo oggi la storia di quel drammatico evento, possiamo finalmente renderci conto di tutta quella che fu la sua complessità.
Io non ho una risposta da dare, una volta per tutte, alla Sua domanda. Di fronte all'interrogativo se sia giusto sacrificare ad un valore la vita di una persona è necessario chiedersi subito di quali valori e di quali sacrifici stiamo parlando. Certamente è giusto che gli uomini si sacrifichino per qualche cosa, ma non è giusto chiedere sacrifici di fronte ad una giustificazione basata su valori eticamente inadeguati o indegni di alcuna difesa. Quando il governo degli Stati Uniti entrò in guerra chiese ai propri cittadini degli enormi sacrifici. Se andaste in visita sulla costa della Normandia, nei luoghi in cui avvenne "l'Operazione Overlord", ovvero il grande sbarco in Normandia, l'operazione bellica finale della Seconda Guerra Mondiale, vi trovereste di fronte ad uno spettacolo impressionante. È ancora possibile vedere le casematte tedesche con i cannoni puntati sulla Manica. Il film Il giorno più lungo ha reso molto bene con le proprie immagini la storia del D-Day. Nel tentativo di risalire quelle scarpate sono morti migliaia e migliaia di ragazzi americani. Era giusto che il governo americano mandasse questi giovani ragazzi a morire in Francia per la libertà dell'Europa? Io penso che sia stato molto generoso il farlo e che si debba essere grati a chi sacrificò la propria vita, per restituirci la libertà e per liberarci dall'oppressione del sistema nazista, di quel cosiddetto "ordine nuovo" che mandava nei forni crematori milioni di ebrei. Questi sono i problemi concreti. Non esiste una risposta valida una volta per tutte. Quali valori propongono determinati e concreti sacrifici? Con quale spirito, con quale atteggiamento delle situazioni estremamente delicate e moralmente controverse vanno affrontate? Questi sono i problemi che la Storia propone all'uomo contemporaneo.

STUDENTESSA: Ma chi può decidere se questi valori, nel momento stesso in cui vengano propugnati, siano adeguati o no ad un sacrificio o ad una lotta?

SCOPPOLA: Il dramma di questo interrogativo è che nei governi democratici, nei sistemi fondati sulla libertà e sulla democrazia, in qualche modo queste decisioni dovrebbero spettare ai popoli, perché sono i popoli, in democrazia, che esprimono, attraverso libere elezioni, la composizione dei governi. Se in seguito i governi si comportassero in maniera non conforme al desiderio dei governati, esiste il modo di mandarli via e di sostituirli. Nei regimi totalitari, nei regimi dittatoriali, decidono i dittatori. In Iraq è Saddam Hussein a decidere che, per seguire una sua politica, si debba rischiare il bombardamento americano ed esporre i cittadini del suo Stato a drammatiche conseguenze per la loro vita e la loro sicurezza. Purtroppo la Storia ci pone sempre di fronte a queste situazioni. Noi dovremmo, sempre in nome di quel valore della dignità dell'uomo del quale parlavamo, sperare e far di tutto perché le responsabilità di queste decisioni così importanti possano sempre essere assunte consapevolmente dai popoli, dalla gente comune, facendo sì che le persone, i cittadini di un sistema democratico, possano essere coinvolti senza rimanere passivi.

STUDENTESSA: S. Agostino di Ippona parlava della possibilità di un intervento divino nella Storia. Secondo Lei questa tesi filosofica si può conciliare con una visione ispirata alla funzione catartica della Storia di cui Lei parlava prima?

SCOPPOLA: Ambedue le tesi si possono conciliare, certamente, purché non si arrivi a intravedere questo ipotetico intervento di Dio nella Storia in termini meccanici, deterministici e prevedibili. Il modo in cui Dio interviene nella Storia, per coloro che credono in un Dio, è misterioso. Noi storici non possiamo elaborare una Storia dell'intervento di Dio nelle vicende storiche umane. Noi storici studiamo la storia degli atti umani, riportiamo la storia di quello che accade, dei fenomeni sociali, mentre l'intervento di Dio nella Storia, per chi è credente, è leggibile solo alla luce della fede e non può essere oggetto di una ricerca storica.

STUDENTESSA: Nella analisi critica inerente a qualsiasi ricerca storica, si deve sempre poter prescindere da ogni forma di giudizio morale?

SCOPPOLA: La ricerca storica deve accertare come alcuni determinati fatti si siano svolti, cercando, innanzitutto, di capirne le cause e le ragioni. Lo storico non può avere (o dare) un giudizio precostituito sui protagonisti delle vicende storiche o sui fatti, cercando di sceverare i cosiddetti "buoni" dai "cattivi". Per fare un esempio, io dovrei cercare di comprendere l'intera dinamica della Seconda Guerra Mondiale, e solo al limite, cercare di capire le ragioni che spinsero, da un punto di vista personale, Adolf Hitler ad agire come agì. Perché il popolo tedesco, questo grande popolo con una grande storia alle proprie spalle, ha potuto credere nelle parole e nelle idee di questo personaggio? Perché alle proprie spalle i tedeschi avevano il dramma della sconfitta della Prima Guerra Mondiale, il peso insopportabile delle umiliazioni subite a Versailles. Diceva Benedetto Croce: "La storia non è un tribunale, non è una giustiziera. Il giudizio storico non fa giustizia, non dice: Tu sei buono e tu sei cattivo". Però, all'interno di questo sforzo di comprensione critica dell'accaduto, del perché le cose siano andate in un certo modo, riemerge, spontaneamente, necessariamente, l'esigenza di un criterio di giudizio, l'unica forma di giudizio che la storia possa contribuire ad affermare. Ci sono stati atti, personaggi, eventi che hanno contribuito alla liberazione dell'uomo e dell'umanità intera da svariate forme di schiavitù, oppressione, pericoli di morte. E ci sono stati innumerevoli eventi che hanno visto l'uomo perdersi dietro progetti irrealizzabili o addirittura folli e criminali, che l'hanno umiliato. Questo insieme di parametri di giudizio è l'unico criterio che si possa utilizzare per sfuggire, viceversa, alla Storia scritta in nome delle ideologie, per le quali è sempre giusto e buono tutto ciò che è servito all'Italia, o tutto ciò che è servito alla Gran Bretagna o alla Francia o tutto ciò che è servito alla Chiesa come istituzione politica. Questi sono criteri ideologici di giudizio. Ritengo che quando la ricerca storica diventa uno sforzo concreto di comprensione critica dell'accaduto, un tentativo di spiegazione del perché è accaduto quel determinato fatto e del come è accaduto, allora l'unico criterio che può rimanere è quello di fare appello a questa domanda: l'umanità è cresciuta? L'umanità si è espressa più liberamente o è stata mortificata? La dignità dell'uomo è stata mortificata? La risposta non può essere unilaterale, perché esistono eventi che, per la loro stessa natura, risultano essere ambigui, contraddittori.

STUDENTESSA: Vorrei sapere con quale criterio si possa stabilire come un determinato periodo storico sia giunto al termine e che uno successivo sia differente da quello che lo precede.

SCOPPOLA: I criteri di cui Lei sta parlando sono sempre molto arbitrari. Sono criteri che, del resto, possono cambiare nel tempo. Al crescere graduale del tempo storico narrato, descritto, analizzato, la parte della Storia che noi conosciamo e che tentiamo di analizzare in modo più approfondito si allunga (esiste un periodo lontano, pressoché sconosciuto, della Storia antica, dalla durata temporale lunghissima) e, di conseguenza, gli storici sono costretti a ricostruire le scansioni temporali della Storia, anche ai fini di un più corretto insegnamento di essa nelle Università e nelle Scuole. Il Ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Berlinguer, giustamente, ha affermato che negli ultimi anni della Scuola Secondaria superiore è necessario far studiare agli alunni la Storia del Novecento, del nostro secolo. Questo perché fino a pochissimi anni fa, il Novecento, con tutte le sue importantissime implicazioni con l'epoca nella quale stiamo vivendo oggi, era considerato "il grande sconosciuto": si usciva dal Liceo avendo studiato la storia fino alla Prima Guerra Mondiale, quando si era fortunati. Dopodiché, di tutto quello che era avvenuto dopo nella Storia (gli eventi che ancor oggi ci condizionano maggiormente in quello che siamo) non si sapeva più nulla. Quindi, giustamente, il Ministro ha stabilito che nell'ultimo anno della Scuola Secondaria superiore si studi la Storia del Novecento. Questo non significa che si debba studiare il Novecento in modo del tutto isolato dal resto delle epoche storiche precedenti. Se si studiasse meglio il Novecento, nell'analizzare quel secolo l'insegnante, come, di conseguenza, lo studente, non potrebbero non fare riferimento ai grandi fenomeni dell'Ottocento che hanno condizionato e preparato il Novecento. Si pensi ad eventi come le due grandi rivoluzioni industriali! Come si può parlare del Novecento se non si riesce a spiegare che nel secolo precedente, in tutta Europa, ci fu almeno una rivoluzione industriale? Come si può parlare del Novecento se non si tiene conto del fatto che nell'Ottocento vennero espresse le grandi rivendicazioni degli ideali di nazionalità ed indipendenza? La Storia è temporalmente continua ed è necessario eseguire delle scansioni cronologiche per ragioni pratiche, didattiche, per suddividere i volumi di una ricerca. Ma resta il fatto che, in realtà, la Storia è situata all'interno di un continuum. Persino quando io mi occupo di un piccolo fenomeno appartenente ad un brevissimo periodo devo conservare la consapevolezza di come questo singolo fenomeno possa collocarsi all'interno di una visione "di lungo periodo", perché altrimenti non potrei comprenderne lo svolgimento nella sua intima essenza.

STUDENTESSA: Lei ritiene sia più giusto, per uno studente, occuparsi, nell'ultimo anno di scuola, dell'intera Storia del Novecento e, quindi, nei limiti del possibile, mettere un po' in disparte il resto della storia precedente. In questo modo, però, la Storia più antica, quella greca, quella romana resterebbe un periodo che viene pressoché studiato solo intorno ai 14 anni quando da parte dei ragazzi non si detiene una piena consapevolezza della Storia e della sua funzione.

SCOPPOLA: Quelli da Lei posti sono problemi non facili da risolvere, perché certamente quando si progettano i nuovi programmi di insegnamento di una materia come la Storia e si arriva a sacrificare qualcosa dell'insegnamento dei periodi più antichi si diffonde sempre un disagio e si aprono delle discussioni quasi interminabili fra gli studiosi. Sono state organizzate diverse tavole rotonde, si sono svolti convegni sulla Storia del Novecento ma, complessivamente, io credo che il buon esito di questa riforma dipenderà molto dalla preparazione degli insegnanti di Storia. Di insegnanti bravi ce ne sono tanti nella nostra scuola. Anche quando questi insegnanti si accingono ad occuparsi di Storia del Novecento dovrebbero essere capaci di richiamare momenti e aspetti della Storia precedente, anche della Storia antica, che potrebbero avere avuto delle connessioni con il tempo presente. Non è affatto vero che si corre il rischio di vedere i nostri ragazzi studiare il Novecento e basta!

STUDENTESSA: Quale valore può avere la memoria dei fatti tramandata dal cinema? Lei prima parlava di film come Il giorno più lungo e a me vengono in mente molti altri film, come quelli di Steven Spielberg, che ha realizzato opere come Schindler's List, o Salvate il soldato Ryan. Le realizzazioni cinematografiche possono aiutare a ricordare eventi come l'Olocausto o la Seconda Guerra Mondiale, o possono, nelle interpretazioni da esse proposte, cadere nel travisamento degli eventi stessi? Quale valore può avere il ricordare la storia attraverso questi media?

SCOPPOLA: Io credo che il cinema abbia un grande valore e una grande utilità, perché l'immagine audiovisiva è sempre stata molto più evocativa, quindi molto più efficace, della parola scritta. Per quanto noi storici ci si possa sforzare di scrivere bene (e non sempre scriviamo bene, scrivevano molto meglio gli storici del passato) le immagini proposte dai film (Schindler’s List, Salvate il soldato Ryan) possiedono una forza di evocazione che, anche quando venga concentrata su di un aspetto particolare, può suscitare una profonda sensazione di coinvolgimento. In questo senso guardo con grande simpatia all'incontro fra la Storia e il cinema, purché non venga attuata alcuna forma di utilizzazione strumentale falsata da una premessa ideologica. Noi dovremmo muoverci verso la comprensione del passato con un atteggiamento di disponibilità a capire. L'ottenimento della verità richiede un atteggiamento di umiltà e di disponibilità, e la ricerca storica è una ricerca di verità sul passato.

STUDENTESSA: Non si può correre, con la produzione di un film, il rischio di romanzare la Storia, il rischio di spostare l'attenzione dal fatto storico a quanto esso possa suscitare in noi tramite i sentimenti provocati dalla visione della vicenda stessa narrata dalla sceneggiatura?

SCOPPOLA: È un rischio che esiste. Esistono moltissimi film, cosiddetti storici, che sono dei veri e propri "film romanzati", in cui, il più delle volte, vengono inserite delle storie d'amore. Si pensi alle sceneggiature tratte da I tre moschettieri di Alexander Dumas, per esempio. Se ne vedono continuamente. Dal punto di vista storico questo tipo di film vale molto meno di quello che dicevamo prima, ossia della strumentalizzazione storico - ideologica. Può essere un genere divertente, può essere utile, al limite, a fornire una prima, approssimativa, immagine, può addirittura arrivare ad essere la premessa di un approccio più serio e più attento ad una ricerca e ad una riflessione sul passato storico rappresentato nel film. Potrei essere anche abbastanza indulgente nei confronti del genere "storico" trattato liberamente dagli sceneggiatori, ed arrivare ad approvare un film che sappia divertire, pur non essendo storicamente perfetto, purché non si contrabbandi la merce venduta al pubblico, purché non si dica sempre: "Questa è Storia". No! Spesso non è affatto Storia quella che viene trattata da quei registi di film di fantasia, ma solo il frutto dell'ispirazione data da degli "spunti" storici.

STUDENTESSA: Secondo Lei può essere realmente possibile analizzare in maniera obiettiva degli avvenimenti così recenti e vicini a noi come quelli del Novecento oppure si tratta di un obiettivo troppo pretenzioso?

SCOPPOLA: Non è la vicinanza nel tempo ciò che consente allo storico una maggiore o una minore obiettività, perché esistono eventi lontanissimi che suscitano ancora grandi passioni e grande interesse in chi li studia. Si pensi ai grandi eventi della Storia cristiana, dalle origini al medioevo; nei credenti suscitano entusiasmo e riflessione: in chi non crede un netto rifiuto. Si può arrivare a discutere delle origini del Cristianesimo con la stessa passione, con lo stesso interesse con cui si discute di eventi cui abbiamo appena volto le spalle. Non è la distanza temporale a fare la differenza. Potrebbe essere, piuttosto, l'atteggiamento ascetico assunto dallo studioso verso il passato. Lo studioso dovrebbe tornare con la propria mente al passato con una piena disponibilità a comprenderne la realtà, giammai con un'idea precostituita. Questo può essere fatto sia per un avvenimento di dieci anni fa, che per l'evento di duemila anni fa. È questo l'unico atteggiamento che possa garantire la cosiddetta oggettività storica. Naturalmente sugli avvenimenti assai recenti manca una completa documentazione storiografica. Ma questo è un altro discorso. Noi possiamo elaborare una ricerca scientifica sulla Storia se, e solo se, abbiamo i documenti necessari. Ad esempio, i documenti ufficiali, quelli reperibili presso l'Archivio Centrale dello Stato, sono consultabili solo dopo quarant'anni. Oggi, presso l'Archivio di Stato si possono visionare i documenti della politica, dell'amministrazione italiana di quarant'anni fa. Solo dopo avere ottenuto qualche permesso speciale gli studiosi possono mettere gli occhi su dei libri vecchi di trent'anni, ma, in genere, non si può andare molto al di là di quel limite. Esistono, però, gli archivi privati. Allora per iniziare a lavorare sui fatti del passato si può cominciare dagli archivi privati. Per esempio, io ho visionato personalmente le carte personali di Alcide De Gasperi, parecchi anni fa, contenute nel suo archivio privato, quando i documenti ufficiali riguardanti De Gasperi non erano ancora stati aperti nell'Archivio di Stato.
La conoscenza storica è un processo aperto che tende a svilupparsi progressivamente nel tempo. Si tratta di un processo di approfondimento che non è mai definitivamente concluso. Non si da mai un momento preciso in cui si possa dire: "Ecco, abbiamo finito la nostra ricerca; ora sul passato sappiamo tutto". Non sappiamo mai tutto! Sappiamo solo qualche cosa e proseguiamo nelle nostre ricerche per riflettere e per cercare di accrescere e approfondire la nostra conoscenza di esso.

STUDENTESSA: Come oggetto da portare in trasmissione abbiamo scelto anche una cartina dell'Italia per riferirci al problema dell'unità della nostra nazione. Credo sia abbastanza attuale questo problema visto che alcuni nostri politici vorrebbero dividere nuovamente la nostra Repubblica. Non crede che la coscienza di un uomo dovrebbe tener conto, di fronte a queste proposte, del sacrificio di molte persone, che hanno lottato per una causa comune come la difesa della libertà e dell'unità della propria patria?

SCOPPOLA: Lei sta affermando che si dovrebbe difendere l'unità del nostro paese perché essa è costata tanti sacrifici in termini di vite umane?

STUDENTESSA: Io credo solo che il valore della "patria", posto accanto ai cosiddetti valori universali, sia molto importante e che, comunque, la nostra patria sia stata unificata e difesa sacrificando molte vite.

SCOPPOLA: Sono d'accordo con Lei e condivido i Suoi timori. Trovo molto bello che una ragazza oggi senta il bisogno di parlare della propria patria. Quando io ero ragazzino non si poteva parlare di patria, perché il termine "patria" era stato talmente abusato dal fascismo (con la retorica fascista della patria, della nazione), che per qualche decennio guai a chi parlava di "patria" o di "nazione". Adesso vediamo tornare di moda la parola "patria", che è una bellissima parola. E Lei, ad esempio, sta esprimendo questo sentimento.
Io penso che quello che Lei ha affermato sia giusto e condivisibile, ma penso, pure, che il modo in cui l'unità d'Italia sia stata realizzata nella Storia e che le forme istituzionali nelle quali questa unità è venuta a concretizzarsi non possano essere considerate necessariamente definitive; sono forme istituzionali che possono essere rimesse in discussione. Mi spiego meglio. In Italia è stato realizzato uno Stato fortemente "centralistico". I piemontesi e la classe dirigente piemontese e sabauda, dopo il 1861, si ispirarono al modello francese e napoleonico dello Stato basato su una struttura organizzata in prefetture, dove, cioè, il potere locale veniva gestito dai prefetti. Ciò non è stato fatto per cattiveria, ma per organizzare un effettivo controllo politico da parte dello Stato sul paese. La classe dirigente post - unitaria fece questo perché si rese conto che il paese era talmente diverso, diviso, talmente variegato nelle sue realtà sociali, che solo con un forte potere centrale si poteva difendere ed affermare l'unità appena conquistata. Credo che oggi si debba rimettere in discussione questo modello, senza arrivare a negare il valore indiscutibile dell'unità nazionale. Ciò può essere fatto solo realizzando delle vere autonomie, ispirate, nei propri fondamenti, alla nostra storia reale. Non è un caso che la bellezza del nostro paese, da questo punto di vista davvero unico nel mondo, possa essere ritrovata nel fatto che nel giro di poche centinaia di chilometri siano reperibili culture, costumi, forme di arte, completamente diversi. È sufficiente girare in macchina la Puglia, passare in Abruzzo, andare nelle Marche, per trovare in trecento chilometri di percorso, accenti, dialetti, gastronomie, costumi, tradizioni popolari diversissime. Questo concentrato di culture è l'Italia. Un paese fatto così non può più essere diretto da un governo centrale con un "polso di ferro". Dovrebbe godere di una struttura atta a garantire la libera espressione di questa ricchezza di autonomie locali. Un sistema come questo, ispirato ad un forte autonomismo, (questa era l'idea di Carlo Cattaneo), che fu già il modello di un intero filone ideologico presente nel nostro Risorgimento, oggi dovrebbe essere recuperato e rivalutato, proprio perché l'Italia è fatta di diversità che anelano alla tutela delle proprie autonomie. Questo non coincide affatto con l'affermare (come fa Bossi): "Noi siamo la Padania, siamo stufi di pagare le tasse, ce ne andiamo per conto nostro". Che cos'è la Padania? È un fantasma, non esiste storicamente. Questa non potrebbe mai essere, certamente, una soluzione al problema delle autonomie.

STUDENTESSA: Lei prima ha detto che si dovrebbero studiare approfonditamente alcuni fatti storici proprio per non commettere di nuovo gli stessi errori di valutazione umana evidenti in quei fatti. A fronte di questa consapevolezza esiste però il caso di molti personaggi che, oggi, vorrebbero di nuovo dividere l'Italia. Secondo Lei siamo di fronte ad un atteggiamento scientemente provocatorio o si tratta di qualcosa che, prima o poi, verrà realizzato?

SCOPPOLA; Non esiste alcun destino già scritto davanti a noi. La scienza storica può aiutarci a capire proprio questo aspetto fondamentale della storia: noi non siamo soggetti ad un destino prefissato. Un tempo andava in onda una trasmissione di Maurizio Costanzo (non so se a qualcuno di Voi è capitato di vederne una puntata) che finiva sempre con questa domanda posta da Costanzo all'ospite di turno: "Cosa c'è dietro l'angolo?". Quasi tutti gli ospiti intervistati rispondevano a questa domanda dicendo qualcosa di generico o facendo previsioni sul futuro. Una volta un ospite, una persona molto intelligente, gli rispose: "Non c'è nessun angolo". Ossia: non esiste un momento in cui debba necessariamente accadere qualche cosa. La comprensione storica può aiutarci a comprendere che noi esseri umani facciamo tutti parte di un processo del quale siamo tutti, ognuno per la propria parte, responsabili. Oggi, con gli strumenti di comunicazione di massa che abbiamo a nostra disposizione, possiamo formare gruppi di opinione che possono confluire, come torrenti, nel mare influente dell'opinione pubblica. Voi giovani potete creare in prima persona correnti di opinione. Non è stato affatto prestabilito da qualcuno se torneremo indietro o se andremo avanti sul sentiero dell'unità politica nel cammino della nostra storia. È auspicabile pensare ad un modello di unità fondato sul senso e sulla coscienza delle autonomie, della ricchezza delle varietà che formano il nostro Paese. Una più profonda coscienza storica può svolgere questa funzione catartica in grado di liberarci dall'idea del determinismo storico. Non tutto è stato necessariamente già scritto. Nella Storia esistono delle linee di continuità, ma ci sono anche dei margini di libertà di scelta e di casualità, talvolta più ristretti e talvolta più ampi. Scoprire questi spazi di libertà è solo una delle funzioni fondamentali della Storia. Mi pare, comunque, che essa sia da considerare una funzione importante.


Biografia di Pietro Scoppola

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