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Il Grillo (2/11/1998)

Remo Bodei

Lentezza e velocità

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...il problema di ciascuno di noi è di governare i ritmi della propria vita, cioè di mantenersi in rapporto con i veloci cambiamenti del mondo esterno, senza perdere la propria vita interiore. Come la famosa massima di Ernesto "Che" Guevara: "Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza", ossia, bisogna essere veloci senza perdere la lentezza...

Liceo scientifico Isacco Newton di Roma

BODEI: Buongiorno, sono Remo Bodei. Insegno Storia della Filosofia all'Università di Pisa e sono qui, stamattina, con gli studenti del Liceo Scientifico Isacco Newton di Roma per discutere il tema de i tempi della vita o, per usare un linguaggio più appropriato a questa trasmissione, già fatto presente attraverso questi oggetti, (come la lepre e la tartaruga, il sandalo e la scarpa da ginnastica) del tema lentezza e velocità. Ora vedremo una scheda filmata di presentazione, che ci introdurrà al dibattito.

COMMENTATORE: Il tempo della vita è il bene più prezioso di cui disponiamo. Raramente, purtroppo, siamo in grado di farne buon uso. Spesso lo dissipiamo, consumandolo in vari modi. Non sappiamo, in particolare, stabilirne adeguatamente i ritmi e le cadenze. Lo dilatiamo nella noia, lo snerviamo nell'attesa e nelle confuse speranze. Così, aspettando di vivere meglio "dopo", finiamo per non vivere mai appieno, per non essere presenti a noi stessi. "Ammazziamo", poi, il tempo libero, quello che non abbiamo ancora imparato a far fruttare. Logoriamo i giorni nel vortice degli impegni, nella fretta, nel desiderio di stordirci e dimenticarci, nella voluttà dello spreco di noi stessi. Siamo, in genere, trascinati dagli eventi, difficilmente capaci di fermarci a riflettere, a pensare, ritrovando la tranquillità dell'animo anche nella gestione dell'agenda quotidiana. In tal modo le tre dimensioni del tempo si separano, invece di integrarsi. Il passato ci trattiene nei rimpianti, il presente scorre via come sabbia dalle dita, il futuro ci estenua con i suoi timori e con le sue vaghe promesse. Invece di seguire il classico precetto, per cui la felicità consiste nel buon scorrere della vita, invece di sgomitolare il filo della nostra esistenza a velocità variabile, a seconda delle circostanze, invece di essere registi o compositori di noi stessi, rischiamo di trascorrere il nostro tempo, senza rendercene conto, innestando una sorta di pilota automatico.

 

STUDENTE: La maggior parte della gente non sa far fruttare il proprio tempo libero, perché si trova di fronte a molte situazioni che non riesce ad organizzare e rischia così di farsi pilotare dagli eventi, invece di rimanere alla regia della propria vita. Questo punto di vista può essere sostenibile, secondo me, per le persone che vivono velocemente. Al contrario, penso che questo discorso non sia valido per le persone che vivono lentamente, perché penso che riescano ad organizzare meglio la loro vita e quindi il loro tempo libero. Lei cosa ne pensa?

BODEI: Io penso che questo sia vero, nel senso che la scelta della lentezza non è soltanto la scelta dell'apatia o dei ritmi assolutamente lenti, ma è una disposizione di ascolto nei confronti delle cose e delle persone. Chi vive con ritmi rilassati sostanzialmente capisce di più il mondo. Invece la fretta è un modo assolutamente dispersivo di bruciare il tempo dell'esistenza. D'altra parte i nostri ritmi sono diversi. Se pensiamo che il nostro cuore in un giorno batte centottantamila volte, pompando 8.600 litri di sangue e che i nostri polmoni respirano in un giorno 120 mila litri di aria, allora ci rendiamo conto che soltanto i ritmi fisiologici che si trovano dentro di noi sono velocissimi e che quelli del nostro cervello e della nostra mente sono altrettanto veloci. Però questo implica che se un individuo riesce a coordinare questi movimenti, a non farsi venire la tachicardia per la fretta, o l'affanno per la corsa, a non consumare i neuroni del cervello attraverso un modo di bruciarli velocemente, credo che la vita possa risultargli, alla fine, più piacevole e più interessante. In fondo, come si diceva nella scheda di presentazione, il tempo della vita è il bene più prezioso che abbiamo. Se noi finiamo per consumarlo tutto in una vampata, moriremo senza esserci accorti di vivere.

STUDENTE: Sentendo la scheda di presentazione, abbiamo sentito parlare del presente, del passato e del futuro. Non è una visione un po' troppo pessimistica quella che ci consente di vedere il passato solamente come un'occasione per il rimpianto? Io penso sia uno stimolo positivo, o meglio potrebbe essere anche uno stimolo positivo. Quindi le chiedo di nuovo: non è un po' troppo restrittivo questo approccio al tempo della vita?

BODEI: Certo. Il problema è di tenere insieme le tre dimensioni del tempo, avere una vita, per così dire, "stereoscopica", il che vuol dire che il passato ci deve servire, principalmente, come luogo della memoria e come il luogo che costituisce la nostra identità. Noi non possiamo nascere in ogni minuto, o essere sempre come un pulcino che viene fuori dall'uovo. Quindi il passato non può essere semplicemente visto come il luogo del rimpianto. A parte il fatto che anche la malinconia può essere bella! E', comunque, certamente restrittivo come punto di vista. Così come è pur restrittivo il presente che viene consumato senza che ci si renda conto di quello che accade, ovvero nella frenesia. Ed è anche bello vivere il presente nella densità di ogni momento, nello spessore dell'esistenza, dando valore a ogni cosa che sentiamo e soprattutto mettendoci in condizione di ascolto nei confronti degli altri, nei confronti della nostra e della loro vita. Ed è un autentico spreco di vita e uno spreco di intelligenza quello di vivere nelle vane speranze. Ma la speranza, in sé stessa, non è qualcosa di vano. Se la speranza è retta dalla nostra capacità di realizzare degli obiettivi, anche il futuro diventa qualche cosa che possiamo vivere nel presente. D'altro lato noi non dobbiamo pensare al tempo come a una linea retta sulla quale si muove un punto, il presente, che separi, in maniera irreversibile, il passato dal futuro. Noi avanziamo nel tempo, lasciandoci alle spalle il passato e rosicando l'avvenire. Questa è un'immagine comune del tempo e anche comoda, però non è necessariamente vera. Se ci pensate bene noi viviamo soltanto nel presente. Il passato lo viviamo solo come ricordo e quindi non esiste mai come passato. Il futuro lo viviamo sempre come attesa. Dunque è al presente che bisogna dare questa elasticità, questa espansione. In questo modo possiamo riuscire a dilatare il nostro presente verso il passato, assorbendone i ricordi, e, come dire, a prolungandolo verso il futuro, mediante delle attese che ci mobilitano in direzione di uno scopo.

STUDENTESSA: Ha già spiegato il motivo per cui ha portato la lepre e la tartaruga. Volevo sapere che significato avevano gli altri oggetti che vediamo, per esempio, alla Sua destra.

BODEI: Dunque, il primo significato, quello della cabina di pilotaggio, vorrebbe essere quello di non dover vivere, come dicevo prima, semplicemente innestando il pilota automatico. Ossia trascorrere la propria vita, il proprio tempo, le cadenze della propria esistenza non in maniera totalmente dimentica di sé stessi, ma con piena consapevolezza. Quindi non dobbiamo vivere come sonnambuli, "inserendo il pilota automatico", ma dobbiamo vivere pilotando, guidando noi stessi verso la nostra esistenza. Il metronomo è il simbolo del ritmo della nostra esistenza. Io non vorrei farVi un elogio della lentezza, perché la lentezza va bene in certi momenti, la rapidità, viceversa può andare meglio in altri. Il colpo d'occhio, il prendere decisioni improvvise è una capacità che non va dissipata. I Greci usavano questo termine, che voi conoscete, il kairòs, ossia il momento opportuno, che era rappresentato nella simbologia statuaria come un fanciullo, che era calvo davanti e che aveva un ciuffo di dietro. Il significato di questo simbolo era il seguente: se non si afferra l'occasione, come si dice, per i capelli, l'occasione passa. E' bello essere lenti nella vita, ossia prendere tutte le iniziative che si possono prendere con una certa rilassatezza, ma è necessario, altre volte, avere la rapidità del colpo d'occhio e la rapidità della decisione. Gli altri oggetti li avete scelti voi, in realtà. A me piacciono molto, devo dire. La differenza tra il sandalo, che ricorda anche i monaci, che hanno la loro vita ordinata, lenta nei loro ritmi, e la scarpa da ginnastica, che indica la velocità, sta nella doppia dimensione, in cui noi dovremmo vivere. Dimensione costituita dal momento di meditare, di fermarsi, e dal momento di correre. Il momento di meditare è importante, visto che per professione insegno Storia della Filosofia, vi ricorderò un passo molto bello di Platone contenuto nel dialogo Teeteto, nel quale Platone se la prende con quei filosofi, i Sofisti, ma in parte anche con Eraclito, che "corrono sempre come dei cavalieri, lanciando continuamente delle frecce". Il vero filosofo - dice Platone e la cosa mi sembra sensata - deve fermarsi, fisicamente, sedersi e mettersi a meditare perché soltanto in questa forma di immobilità si riesce a pensare. Anche se altri filosofi come Aristotele, e la scuola dei peripatetici, appunto, i filosofi epigoni o seguaci di Aristotele, che amavano discorrere e passeggiare, o come Friedrich Nietzsche, avevano più cara l'immagine del filosofo in movimento, che pensa seguendo gli eventi. Queste scarpe, la lepre e la tartaruga, e tutto questo insieme di altri oggetti mi fanno venire in mente, a proposito del mondo antico, una bella storia che credo istruttiva. Ossia il paradosso di "Achille e la tartaruga" reso noto dalla filosofia degli Eleati. Si dice, allora, che Zenone di Elea, l'autore di questi paradossi, appunto, abbia affermato che Achille non raggiungerà mai la tartaruga o la lepre non raggiungerà mai la tartaruga perché deve compiere tutte le volte il percorso nelle sue infinite parti: la metà, la metà della metà, e così via (come dice anche la famosa canzone) e, quindi, non raggiungerà mai la tartaruga. Ora Zenone si dice che venne ad Atene per tenere un discorso sull’impossibilità del movimento. E il filosofo cinico Diogene si mise ostentatamente a passeggiare davanti a lui. Questo atto gli creò la simpatia e il plauso dei suoi ammiratori, dei suoi adepti, che gli dissero: "Bravo,  hai dato una bella dimostrazione che il movimento esiste". Zenone rispose: "Non avete capito nulla, perché non si ragiona con i piedi ma con la testa". Ecco: la testa nel suo ragionamento presuppone che esistano delle verità che vanno contro tutto quello che è evidente. Per millenni si è pensato, ad esempio, che la terra fosse ferma ed il sole si muovesse, perché questo è visivamente evidente a tutti. Eppure, con Copernico, è stata fornita un'altra spiegazione, assumendo un contesto molto più ampio, e si è visto che le cose stanno esattamente nel modo contrario, ossia che il sole sta fermo e la terra si muove, (anche se sappiamo bene che in realtà noi, in questo stesso momento, ci muoviamo alla velocità di trenta chilometri al secondo in direzione della Costellazione del Cane). Quindi, anche quella che sembrava essere la realtà indiscutibile della terra ferma, in realtà, se ci pensate bene, è risultata essere, infine, una concezione non vera, perché la terra si muove. Il movimento è ovunque. Tutto sta nell'abituarsi a credere che il movimento, il cambiamento, l'elemento di velocità in tutto ciò che ci circonda sia la norma e non l'eccezione. E quindi bisogna riscoprire la capacità di considerare la capacità di fermarsi a pensare non solo come un vero e proprio valore, ma anche come un'eccezione. Visto che siete un po' timidi, forse è il caso di farVi vedere un contributo, in cui un eminente uomo politico, un ex capo di stato sovietico, che ha avuto un grande ruolo nella storia recente, ci riferisce le sue valutazioni sul rapporto tra velocità e lentezza in campo politico.

MIKHAIL GORBACIOV: Una professoressa francese, studiosa della Storia Sovietica in Russia, mi diceva sempre: "Qualcuno dice che Lei, signor Gorbaciov, è stato troppo lento nel portare avanti le riforme. Io invece - ce lo dice la stessa professoressa - sono del parere che Lei sia stato molto veloce e che abbia imposto al popolo russo il ritmo delle riforme che la gente non è riuscito, comunque, a reggere". Io invece ho risposto: "No, per alcuni minuti siamo andati troppo in avanti, invece per alcune altre cose siamo arrivati in ritardo. Nel periodo de "I Quattro Anni" abbiamo vissuto tante vicende. La Russia ha conseguito una maggiore libertà politica, una maggiore libertà religiosa, democrazia, elezioni libere, economia pluralista, trasparenza. Erano delle cose incredibili, (come si soleva dire: i cervelli "bollivano"). Se poi parliamo delle questioni di politica estera i cambiamenti si sono realizzati in maniera molto rapida. Ma bisogna riconoscere che alcune cose le abbiamo intraprese con molto ritardo. Per esempio, la riforma costituzionale dell'Unione Sovietica.

 

STUDENTE: Che rapporto c'è fra filosofia e politica?

BODEI: Domanda molto impegnativa. Io credo che debba esistere uno stretto rapporto tra filosofia e vita civile. E che questo rapporto debba concretizzarsi nell'interesse del pensiero del filosofo per la vita nella sua comunità, ma non per consolidare una eventuale dipendenza dai movimenti politici del proprio tempo, perché una filosofia che resta legata a certe congiunture storiche, in realtà, può guadagnarci qualche volta, ma spesso ci perde. Quindi dei filosofo sono stati davvero grandi, come Platone o come Heidegger o come Lukács, non perché fossero, rispettivamente, uno amico dei tiranni di Siracusa, uno nazista, e l'altro, per un certo periodo, stalinista. Un filosofo deve tenersi ad una distanza di sicurezza dalla politica, ossia non ignorare i problemi politici, ma senza farsi impastare nella logica della politica. Vorrei aggiungere (se non avete da fare qualche domanda sull'intervista di Gorbaciov), quale è il rapporto, secondo me interessante, della politica con i tempi storici, con le scansioni temporali. Tutte le grandi rivoluzioni avvengono all'improvviso, nessuno le può prevedere. Nel 1989 l'impero sovietico era molto potente, eppure si è dissolto nel giro di pochi anni. E si è dissolto creando degli scenari, dalla caduta del Muro di Berlino all'avvento di Eltsin, in una maniera tale che noi non avremmo mai potuto prevedere. Quasi nessuno conosceva quali sarebbero state le conseguenze immediate. Accade così che le rivoluzioni siano brevi, intense, e c'è chi le vuole continuare mantenendo gli stessi ritmi, poi, piano piano, esse tendono a insabbiarsi. È successo, nella Rivoluzione Francese, con i giacobini, che volevano accelerare i ritmi della svolta rivoluzionaria, ed è accaduto, poi, che questi ritmi abbiano finito per rovesciare gli stessi giacobini. È successo dopo la Rivoluzione Russa, con Stalin che intendeva procedere col piede di piombo mentre Trotzkij voleva correre. C'è stata una grande pensatrice rivoluzionaria, Rosa Luxemburg, che ha creato un'immagine abbastanza popolare del rapporto tra rivoluzioni e riforme. La Luxemburg disse che le rivoluzioni sono come quelle "pedalate in bicicletta" che danno l'avvio, e le riforme sono come quell'andare avanti senza pedalare, con il quale il ciclista approfitta dell'inerzia di movimento che è stata impressa con le pedalate iniziali. Ora il grosso problema, in tutti i cambiamenti, è quello di non perdere mai la spinta iniziale del cambiamento, anche se è evidente come la vischiosità degli eventi tenda sempre a creare un ulteriore passo in avanti, qualche volta, e due indietro, (altre volte due avanti e uno indietro). Quindi, nella politica, è molto importante stabilire l'agenda degli impegni, perché esistono dei momenti in cui certe cose si possono fare, il clima è favorevole, e altri momenti in cui le cose da fare diventano impossibili da realizzare.

STUDENTE: Quindi, secondo il Suo punto di vista, quali dovrebbero essere i tempi della politica?

BODEI: Dipende da molte cose. Ci sono state delle epoche storiche in cui i tempi della politica sono stati e dovevano essere lenti, perché si trattava di rimettere insieme i pezzi dopo grandi cambiamenti e ci sono stati dei tempi in cui, invece, la politica doveva essere rapida, veloce, non potendo permettersi il lusso di "far passare l'occasione". Facciamo degli esempi: è quello che è accaduto durante tutti i cambiamenti rivoluzionari. E' quello che accaduto con i giacobini nella Francia rivoluzionaria ma anche nei movimenti del '68. Pensate alle vostre assemblee studentesche, nei momenti di effervescenza. C'è una passione, un pathos politico in cui sembra che si debba decidere sulle sorti del mondo nel giro di poche ore. Ci sono invece delle fasi in cui è necessario rallentare i tempi. La politica non ha un'agenda fissa. L'abilità del politico è quella di capire le situazioni e di essere, alcune volte, come diceva Machiavelli, impetuoso, e altre volte respettivo, ossia prudente. Machiavelli dice: "Bisogna essere audaci, impetuosi e veloci, per sottomettere la fortuna", che è, diceva lui, da buon maschilista, "come la donna". E invece ci sono dei momenti in cui è meglio essere respettivi, prudenti e cauti. Machiavelli afferma anche ne Il Principe: "Se dovessimo scegliere, messi alle strette, tra l'essere veloci, audaci, oppure respettivi e peritosi, è meglio essere audaci". In questo modo Machiavelli segna un cambiamento nella modernità, perché tutto il mondo classico era basato sull'idea di un'armonia e di un equilibrio, raggiunti attraverso la politica, che riguardava anche i tempi. Invece, in Machiavelli, c'è questo giovanilismo, questo modernismo, per cui gli eventi cambiano così in fretta, che chi non tiene il passo con gli eventi resta inevitabilmente indietro. O come ha detto qualcun altro: "Chi si ferma è perduto". Perché questo vale anche nei momenti delle dittature. Le dittature, dopo la conquista del potere, debbono mettere in campo una politica frenetica. Ossia debbono accelerare continuamente i tempi, perché devono mostrare l'attivismo del capo. C'era una famosa canzoncina durante il fascismo: "Sorge il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo", ovvero da subito. Oppure, come certi attuali capi politici, in Argentina o in altri paesi sudamericani, che guidano le Ferrari o gli aerei. Tutto questo "fa politica" e mostra l'attivismo della politica.

STUDENTE: Stavo guardando il metronomo, quell'oggetto che lei ha portato, e non riesco a capirne il funzionamento metaforico; la costanza è l'unica cosa che non dovrebbe essere mai troppo eccessiva. Ma il metronomo è appunto un simbolo di costanza! La tartaruga va lenta, il coniglio va veloce, la scarpa da ginnastica serve per correre. Il metronomo, invece o va piano o va veloce! E a questo punto, non riesco a capirne il senso. Forse aveva ragione Nietzsche quando diceva che in questo momento e in questa società: "Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante"? Il significato di quest'ultima metafora non è completamente all'opposto di tutti questi oggetti?

BODEI: Dunque, facciamo un chiarimento: il metronomo possiede una caratteristica multifunzionale rispetto alla scarpa da tennis o al sandalo del monaco o alla tartaruga e alla lepre. Nel senso che il metronomo siamo noi, noi che possiamo stabilire un ritmo e lo possiamo cambiare a piacere nostro. Se voi conservate un ritmo di "adagio maestoso", in musica, allora vuol dire che possedete un metronomo lento. Se voi vi tenete su di un "andante con brio", ciò significa che esso è più veloce. Se avete un "presto" allora il vostro metronomo è velocissimo. Il metronomo permette di mostrare che ci sono delle situazioni nella vita, quelle solenni, per esempio, in cui è opportuno conservare un certo ritmo (non credo che uno vada incontro al proprio matrimonio con un passo da bersagliere, quando avanza verso l'altare, mentre è più normale correre con un passo non cadenzato, ossia non da cerimonia, quando si va allo stadio). Quindi noi dobbiamo misurare i nostri ritmi vitali tenendo conto delle circostanze. Per quanto riguarda Nietzsche la questione è leggermente diversa. Il caos nietzschiano, paragonabile forse al "filosofare camminando" implica che noi non dobbiamo avere paura del disordine, perché, secondo Nietzsche, solo dal disordine può nascere l'ordine. Questo è tutto un altro ambito di problemi. Noi nella nostra vita non ci troviamo sempre di fronte a delle situazioni chiare. E, anzi, gran parte della nostra vita è fatta di disordine se vista dal punto di vista di una ragione troppo pura, troppo raffinata, ossia dalla prospettiva di quello che potrebbe essere considerato un consommé di razionalità. Perché? Pensate al momento notturno del sogno, pensate alla nostra vita quotidiana, quando non facciamo niente, quando ci trastulliamo con gli oggetti, facendo la punta alle matite, cercando di perdere tempo. Noi, fortunatamente, non dobbiamo per forza vivere con una razionalità assoluta 24 ore al giorno per 108 anni. Noi abbiamo bisogno di momenti in cui la razionalità funzioni, e non dobbiamo mai perdere il senso del limite che la ragione ci insegna. Dobbiamo soltanto essere, per così dire, sempre svegli. Però non dobbiamo esercitare la razionalità dove non è necessaria. Quindi va benissimo lasciare che il caos fermenti, purché il caos non generi il caos. Speriamo che possa generare una stella.

STUDENTE: Scusi, ma il caos generando il caos, ci dà soprattutto la spinta, almeno da un punto di vista personale. Come l'antichità filosofica ci insegna, mi sembra con Eraclito, "tutto scorre" e non solo; "la guerra è madre di tutte le cose", se non sbaglio. Quindi penso che il caos e la velocità siano la spinta principale, per noi giovani, per andare avanti. Quindi non riesco a capire se Lei sta dalla parte dei lenti o dei veloci.

BODEI: Non sto dalla parte del caos che abbia come puro risultato il caos. Mi sembra, francamente, molto pericolosa come posizione. Io sto dalla parte di un caos che significa semplicemente che noi non vogliamo mettere le brache al mondo e fare le cose più semplici di quello che sono. E quindi se il caos è tensione, è contraddizione, nel senso di Eraclito, a me va bene, ma neppure Eraclito pensava a questo divenire permanente, fine a sé stesso. Il problema è che da questo caos si possa ricavare il senso di un'esistenza o di un progetto. Il che equivale a dire: noi non potremo mai eliminare il caos. E potremmo dire, se mai, con Montale: "Tendono alla chiarità le cose oscure", ma tendono soltanto. Cioè noi dobbiamo, da un lato, rifiutare la fretta di giungere alle conclusioni, e dobbiamo rifiutare anche - io credo - questa urgenza di un caos, che è puramente senza meta. Quindi ben venga il caos (d'altra parte c'è già, è inutile dargli il benvenuto), ma non restiamoci dentro.

STUDENTE: Volevo tornare, solo per un attimo, al contributo filmato, ossia all'intervista a Gorbaciov. Vorrei sapere se, secondo lei, può avere influito negativamente sulle sorti della Russia il fatto che i cambiamenti che ci sono stati, con la Riforma del sistema politico russo, siano stati troppo veloci. Secondo Lei, se gli stessi cambiamenti fossero avvenuti in un arco di tempo più lungo e in maniera più graduale, il popolo russo si sarebbe abituato più facilmente alla nuova situazione politica?

BODEI: Sì, col senno di poi, io credo che sarebbe stata meglio una transizione più lenta e più guidata dall'alto. Ma questa è una di quelle constatazioni che si possono fare soltanto dopo che l'evento o gli eventi si sono verificati, perché la forza delle cose e degli eventi è trascinante e la situazione russa o sovietica o dei paesi del cosiddetto "blocco socialista" era simile per molti aspetti a una molla compressa. Quindi, nel momento in cui togliete il peso che comprime la molla, questa molla scatta in alto con molta rapidità e molta velocità, provocando quella specie di caos, di cui parlavamo prima. Questo andrebbe ricordato, di fronte a questa ubriacatura ideologica che c'è stata dopo la fine dell'Impero sovietico. Sembrava all'improvviso che il mondo fosse diventato pacificato. Ci fu uno scrittore americano, di origine giapponese, Fukuyama, che parlò di "fine della storia": il senso di questa espressione è il seguente: la storia è finita perché hanno vinto le forze del bene, quelle del mercato. Invece, abbiamo visto che, passati certi problemi, ne sono sorti altri. Anche perché la Russia non ha mai conosciuto una vera democrazia, un mercato davvero libero. E queste sono cose che non si improvvisano nel giro di pochi anni. Nei paesi occidentali, in fondo, l'idea di mercato, l'idea di una borghesia, in quanto classe e cittadina, come si diceva alle origini, senza dargli connotazioni troppo ideologiche, esiste almeno dall'età comunale ossia dal Trecento italiano. È stato, quello della modernizzazione russa, un processo molto lungo, un processo attraverso il quale la Russia zarista, per esempio, non è passato. C'è una tradizione autocratica, in quel paese, in cui la politica, il governo, l'autocrate, il capo, hanno sempre dominato, lo Stato ha sempre dominato sulla società civile. Quindi è difficile, come dire, gestire un passaggio così delicato. Tutte quelle convulsioni che ci sono attualmente in Russia sono il frutto di questa arretratezza. Naturalmente bisogna sempre dire che noi abbiamo, (io per lo meno credo di averla), un'ignoranza di fondo su queste vicende storiche, e che queste verità, di cui stiamo parlando, sono verità abbastanza macroscopiche. Ma se qualcuno volesse entrare nei dettagli, probabilmente avrebbe bisogno di saperne di più, e io non sarei la persona più adatta a soddisfarlo.

STUDENTE: Vorrei sapere anche se non pensa che magari, alla luce di queste considerazioni, possa essere logico ipotizzare che il popolo russo, non essendosi abituato  a questa nuova situazione, tenda più facilmente a ritornare alle vecchie forme politiche, rinnegando quelle recentemente conseguite, che, in fondo, non sente ancora come le proprie, perché non le ha mai vissute e non è mai riuscito ad accettarle gradualmente.

BODEI: Sì, perché, come si diceva in un altro contesto, i cambiamenti rapidi, troppo rapidi, a cui non ci si abitua, provocano una nostalgia nei confronti del passato, una nostalgia che, per certi aspetti e per certi ceti sociali, ha qualche giustificazione. In Russia l'economia andava male, andava al minimo, però c'era la piena occupazione. Si mangiava poco, i negozi erano vuoti, però qualcosa si mangiava. Questa introduzione di un sistema di mercato, che ha provocato l'arricchimento di certi burocrati (si dice che il figlio dell'ex Presidente del Consiglio russo e la famiglia, senza fare nomi, ma potete informarVi, si siano presi, attraverso privatizzazione del gas, che era stato nazionalizzato dai comunisti, migliaia di miliardi). Quindi il vedere gente che guadagna così tanto e il prevalere di certe mafie finanziarie, come è già successo in Albania per le così dette società "piramidali", provoca certamente il desiderio regressivo di tornare indietro. Regressivo perché, comunque, indietro non si può tornare, e quindi il problema non è di ricostituire la vecchia Unione Sovietica o il vecchio sistema di potere partitico del Partito Unico. Il problema, di fronte al quale si trovano i Russi e di fronte al quale si trova il mondo intero, perché un crollo del rublo o dell'economia sovietica, sarebbe un vero disastro per tutti è quello di creare una vita economica, una vita sociale e una vita politica, in cui queste disuguaglianze vengano ridimensionate fino a scomparire. Mantenendo il sistema di mercato, ma introducendo meccanismi compensativi.

STUDENTE: Le vorrei fare una domanda su Internet, visto che ho appena compiuto una ricerca. Ho trovato numerosi siti, che parlano, diciamo, del Suo lavoro. E volevo chiederLe: nella società di oggi, coi mezzi di informazione come Internet, le informazioni scorrono molto veloci. Come si può coniugare la velocità, con cui noi trasmettiamo le informazioni, con la nostra fisiologica lentezza nell'elaborarle? E quindi come possiamo noi stare al passo con le nostre stesse informazioni, che gestiamo?

BODEI: Anche questa è una domanda molto impegnativa, però è effettivamente il cuore del nostro problema. La velocità dei mezzi di comunicazione di massa si può intendere in due modi. Al giorno d'oggi esistono mezzi materiali, come gli aeroplani, e altri mezzi, come dire, immateriali, elettronici, come Internet. Internet, fra l'altro, è nata - forse qualcuno lo sa - come sistema di comunicazione, durante la Guerra Fredda, per l'avvistamento di aerei che sarebbero dovuti arrivare negli Stati Uniti attraverso il Polo Nord. E quindi è stata un'industria militare che ha contribuito alla sua creazione. E successivamente, dal 1984 è passato all'industria civile. Il grande problema della lentezza e della velocità è che bisognerebbe non navigare "a vista", in Internet o in qualsiasi altro sistema. Bisognerebbe avere dei canali di comunicazione, che selezionino già il materiale che ci interessa. In sostanza il problema della velocità è un problema del nostro tempo, ed è il grande problema del poter stare al passo con le innovazioni, con i ritmi accelerati, che riguardano non solo la tecnologia, ma tutta la nostra esistenza. Il Vostro sapere di liceali e quello degli universitari rischia di diventare obsoleto, come si suol dire, di non valere letteralmente più nulla, di risultare sorpassato nel giro di pochi anni. Si pensi agli informatici, per esempio! Dopo quattro o cinque anni, di quello che hanno imparato all'università resta loro soltanto il 20%. L'80% è già cambiato. Quindi il problema di ciascuno di noi è di governare i ritmi della propria vita, cioè di mantenersi in rapporto con i veloci cambiamenti del mondo esterno, senza perdere la propria vita interiore. Come diceva, in un certo modo, la famosa massima di Ernesto "Che" Guevara: "Bisogna essere duri senza perdere la tenerezza", ossia bisogna essere veloci senza perdere la lentezza.


Biografia di Remo Bodei

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