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Il Grillo (5/11/1998)

Erri De Luca

I tempi della vita

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"...si pretende che le persone siano sempre più veloci, pronte, scattanti: pullulano palestre che istigano ad avere dei corpi sempre più simili. Questa accelerazione porta ad una semplificazione: siamo sempre più uguali e da noi si pretende un comportamento sempre più omogeneo. La lentezza potrebbe invece portare a comportamenti diversi, ad avere dei corpi diversi o una forma diversa..."


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Liceo Isacco Newton di Roma

DE LUCA: Buongiorno, mi chiamo Erri De Luca ed ho 48 anni, vale a dire circa tre volte la vostra età. Sono nato a Napoli e, da alcuni anni, scrivo libri. Sono una persona sufficientemente lenta per poter parlare di lentezza. Per introdurre questa nostra conversazione ho scritto una mezza pagina che ora i nostri amici della televisione manderanno in onda.

Un proverbio russo dice che quel popolo è lento ad attaccare i cavalli al carro, ma poi fila svelto. Lo ha dimostrato nelle guerre contro Napoleone e Hitler, invasori della loro terra, ricacciati ed inseguiti fin dentro le capitali di partenza. Non ho questa esperienza. Nella mia età giovane c’era una generazione insubordinata ai poteri di allora, che correva per le strade e bloccava traffico e governo. Aveva lasciato famiglie, studi e città d’origine, cambiava la sua vita e metteva fretta a quella degli altri. Era velocità pura. Poi è venuta la lentezza, dagli anni ottanta in su. Per molti dei miei compagni di allora, lentezza è stato il carcere infinito, nel senso che non è ancora finito. A me è toccato conoscere la lentezza sotto la specie del mestiere operaio, svolto per diciotto anni. Era la giusta andatura dei gesti nei lavori pesanti, ma era anche un tempo senza rivolta in cui mi sentivo straniero. Nella lentezza ho imparato l’ebraico antico, lingua d’origine delle scritture sacre e le montagne, da rocciatore. La mia impressione fisica, meno di una tesi, è che il tempo accelerato è utile agli insiemi di persone, alle società, mentre ai singoli si addice la lentezza. Quando uno di noi rallenta, vede, se invece una società decelera, s’ammala. Disagio di questi anni è l’esperienza di un tempo che stagna. Nemmeno l’avvento del triplo zero sul calendario accelera il battito del polso.

STUDENTE: Secondo Lei il singolo individuo - in una società così accelerata - dovrebbe rallentare, assecondare l’accelerazione, o cercare una via di mezzo?

DE LUCA: C’è sempre contrasto tra la singola persona e l’andamento delle cose intorno ad essa. Quando ero ragazzo, ad esempio, il mondo andava pianissimo, eppure mi sembrava che la mia generazione fosse molto svelta. Adesso mi pare succeda il contrario. Credo che l’atteggiamento giusto da parte dell’individuo consista nell’andar di pari passo con l'andatura collettiva, sempre che questo sia possibile: se, ad esempio, una persona non ha i quattrini sufficienti per dotarsi di quegli strumenti atti a velocizzare il mondo - una macchina o un computer – si troverà nell’impossibilità di seguire il ritmo generale. Penso quindi che, se la società lo permettesse, la velocità ideale sarebbe quella collettiva.

STUDENTE: Può la società andare veloce anche se l'individuo rallenta per riflettere?

DE LUCA: La società va veloce per fatti suoi e si cura poco dell'andatura del singolo. Se qualcuno non ce la fa, arranca o rimane indietro, tanto peggio per lui: sicuramente la società non se ne preoccuperà più di tanto. Per quanto mi riguarda son convinto di essere rimasto un po' indietro: non sono stato capace di adeguarmi a quella macchina veloce che mette in comunicazione tutto il mondo che è il computer. Aumento la quantità di ritardo e non ne risento più di tanto, anche se mi rendo conto che gli altri vanno più svelti di me.

STUDENTESSA: Riguardo a questo tema, abbiamo scelto di portare in studio uno Swatch, ossia un orologio estremamente moderno. Qualcuno ha proposto anche un orologio a carica, mentre Lei ha indicato una clessidra. Perché questa scelta? Per ricordare qualcosa dei tempi passati?

DE LUCA: "Clessidra" vuol dire "che toglie l'acqua", "che ruba l'acqua", mentre adesso le clessidre son riempite di sabbia. Perché prima di questa "macchina a sabbia" la clessidra funzionava ad acqua e poteva essere descritta come un contenitore che perdeva acqua? La clessidra è stata inventata dagli Egiziani: era tarata in modo che si potesse vedere il tempo che passava. Curiosamente in seguito, invece di misurare il tempo tramite le perdite e le fughe d’acqua, si cominciò a prendere in considerazione l’acqua che si accumulava in basso, quella che si raccoglieva. Nel primo caso, il tempo è visto come acqua rubata, acqua che va via, nel secondo caso, invece, l'acqua viene raccolta e si ha l'illusione di custodire il tempo. In seguito la macchina-clessidra ha cominciato a funzionare con la sabbia, forse perché quest’ultima è qualcosa di più confortevole: l'acqua scappa via e ci dà l'impressione di essere dissipata o inafferrabile, mentre la sabbia, con la sua precisa granulometria, con quel suo passare attraverso un minuscolo buco, ci dà l'impressione di afferrare il tempo, di non disperderlo. Sono delle precauzioni - a volte delle superstizioni – messe a punto per resistere al fatto che il tempo vola.

Voi avete portato uno strumento – lo Swatch - che non ha bisogno di ricaricarsi. Io invece uso ancora l'orologetto che mi regalarono alla Prima Comunione e che funziona a carica: il fatto che posso farlo funzionare mi tiene compagnia, sono io colui che è in grado di dargli il tempo; quando mi scordo di farlo si ferma, quasi mi volesse rimproverare. Invece i recenti ritrovati tecnologici in fatto di orologi fanno sì che questi ultimi vadano indefinitamente avanti per i fatti loro, traversando le nostre età con le loro pile eterne e facendoci dimenticare che dentro hanno dell'energia, che il tempo stesso possiede un'energia che dipende da noi.

STUDENTE: Per Lei è meglio correre o camminare?

DE LUCA: A me non è mai piaciuto correre. Faccio un po' di attività sportiva, ma non ho mai trovato particolarmente interessante correre come i maratoneti, o anche correre nei parchi alla maniera di Clinton, che gira a vuoto. Una volta, invece, mi divertiva correre dietro ad un pallone, ma ho sempre preferito camminare e, siccome mi piace la montagna e lì si cammina ma non si corre mai, quella lenta è l'andatura che mi è più simpatica e che trovo più adatta a me. Inoltre porto i sandali perché mi piace sentire l'aria nei piedi.

Vi volevo mostrare un oggetto. Per quelli che non conoscono la montagna, ed in special modo l'arrampicata, questo oggetto potrebbe apparire misterioso. Esso funziona così: si preme e si ritirano le camme; lo si infila in una fessura nella roccia e, dopo che lo si è ritirato, la camma si dilata e si blocca. Da qui si fa passar la corda e tutto l’insieme regge il peso di una caduta, perché nella fessura la camma tiene. Questo è un oggetto moderno ma non invasivo rispetto alla roccia, perché non la sfonda ed è estraibile subito dopo il "gioco lento" dell’arrampicata. Nell’arrampicata, infatti, si sale su di una parete senza fretta, misurando tutti e quattro i punti d'appoggio necessari - mani, piedi - e si procede come delle tartarughe, anche se su di una superficie verticale, a volte strapiombante. Ecco: questa semplice macchinetta ha a che vedere con la lentezza.

STUDENTE: Lei ha passato la Sua giovinezza negli anni intorno al '68-'70. Penso che la società del '68 sia stata una parecchio accelerata rispetto a quella precedente: il suo ricercare la lentezza non potrebbe essere stato causato dall’aver vissuto un passato "accelerato"?

DE LUCA: Potrebbe essere una buona spiegazione. Quella società era in realtà lenta, siamo noi che l'abbiamo "infebbrata": fu una determinata generazione a farle venire la febbre e ad essere in grado di contagiare molti altri strati della popolazione. Da quel momento la società cominciò ad avere fretta, a subire la rapidità di una generazione insubordinata e indocile che rovesciava prima di tutto il principio di autorità - allora molto stabile, forte e fondato. Di contro, penso che oggi sia ragionevole l’ipotesi avanzata da te, vale a dire che la velocità generale della macchina sociale porti la generazione più giovane ad avere una maggiore riflessione e ad un'andatura più cauta, anche se a me sembra che, da un punto di vista storico, questa società ristagni e che il mondo subisca un procedimento di progressiva desensibilizzazione. Quando ero ragazzo il mondo era una specie di superficie di pelle intera ed era diviso tra due grandi nemici: tale divisione faceva sì che anche un punto remoto della sua superficie risultasse importantissimo per lo scontro generale. Anche il Vietnam, diventò centrale: il dolore era tutto concentrato lì, come ci si fosse fatti male da una parte. Quel punto del corpo divenne una specie di ossessione, perché il dolore chiama sempre dalla parte in cui duole. Il mondo era così: anche il posto più remoto, anche l'ultimo callo del mignolo del piede, diventava centrale.

STUDENTE: Ora la vita va tutta in velocità e a Lei piace la lentezza. Non si trova in difficoltà? Qualche volta non si sente un po' estraniato dalla società? Volevo sapere come riesce a vivere la Sua "vita lenta".

DE LUCA: Stamattina mi sono alzato molto presto perché c'era lo sciopero dei mezzi e poi mi sono avviato verso la città alle sei, sei e mezza, - io abito un po' fuori, vicino Bracciano. Malgrado l'orario abbastanza quieto, c'era un mucchio di gente che viaggiava con me e che andava in città a tutta velocità. Mi sono messo sulla mia normale corsia di lungo degente – vale a dire di colui che non arriva mai: la corsia di destra e non quella di parcheggio - e tutte le macchine sorpassavano veloci. Ho guidato tranquillamente sulla mia corsia a sessanta, settanta all'ora e lì non c'era nessuno: ero l'apripista, mentre le altre macchine erano tutte incolonnate dall'altra parte. Dunque - attraverso questo espediente semplicissimo e senza andare chissà quanto lento, ma solo quel tanto più lento degli altri - ho potuto fare un viaggio comodissimo, come se non ci fosse nessuno.

STUDENTE: Condurre una vita ad un ritmo differente rispetto a quello collettivo può isolare l'individuo? L'individuo che tende a vivere una vita per se stesso alla fin fine si ritrova ad avere un altro tipo di vita. Io abito in città ed ho un ritmo differente rispetto a coloro che abitano in campagna. In campagna forse si è un po' isolati o, comunque sia, si mantiene un ritmo differente rispetto alla città, si ha un ruolo un più marginale.

DE LUCA: Sicuramente bisogna avere la vocazione per tenersi in disparte e per non allinearsi all’accelerazione di questo tempo: io non sono in grado di adeguarmi ai ritmi veloci ed anche per questo abito in campagna. Sono più rallentato, ma non mi trovo in difficoltà: ho fatto per tanti anni il mestiere di operaio ed in quel periodo ho assorbito il ritmo regolare della vita di città. Vivevo come tutti quelli che si alzano presto per andare a lavorare. Non ne sento più il bisogno, anche se è chiaro che il tipo di vita che conduco adesso porta ad una qualche sorta di separazione. Vi vorrei far ascoltare le parole di una importante scienziata italiana - Rita Levi Montalcini - che parla della lentezza nella terza età.

Simone de Beauvoir dice della vecchiaia: "La vecchiaia è un segreto vergognoso, ispira ripugnanza più della morte stessa". Cosa pensa di quest'affermazione?

MONTALCINI: Dissento al cento per cento: Simone de Beauvoir , come anche altre persone, disse pure: " La vecchiaia è una parte fisiologica, è una fase della vita. Dipende saperla vivere ". Per quanto mi riguarda - senza erigermi a modello - la vecchiaia è forse il momento più armonico della vita, e sicuramente non un segreto vergognoso.

Da un punto di vista biologico, la vecchiaia è caratterizzata dalla lentezza fisica. Ma la velocità del pensiero e della creazione - che spesso attingono dall'esperienza - è maggiore nella vecchiaia?

MONTALCINI: Assolutamente no. In base alla mia esperienza posso dire che, dal punto di vista intellettuale, non sono sostanzialmente differente da quel che ero anni fa. Non ero molto rapida da giovane così come non lo sono in età avanzata. Sono quella che ero.

Il tempo della società e il tempo del singolo sono diversi? Sembrerebbe che alla società si addica di più la velocità e al singolo la lentezza. Secondo Lei avviene così?

MONTALCINI: No. Penso che il singolo di oggi, così come l'infante di oggi, si vada adeguando ad una società che viaggia ad un ritmo estremamente più rapido che in passato. Sappiamo che oggi un bimbo di tre-quattro anni, anche grazie ai nuovi sistemi educativi, si adegua ai tempi molto meglio dei suoi nonni o bisnonni.

Non pensa che la società del duemila, così rapida e tecnologizzata, stia invece ristagnando? Che la storia si ripeta e che, in fondo, non cambi nulla?

MONTALCINI: No: la società di oggi ha un ritmo differente da quello del passato. Non credo, in questo caso, ai cicli e ricicli. La società del Duemila è completamente differente da quella del Mille o del Millecinquecento: subisce un continuo crescendo che si riflette sul singolo.

 

STUDENTE: Prima Lei ci ha raccontato un aneddoto riguardante il suo tragitto verso Roma di stamattina, volevo comunque chiederLe: è meglio andare veloci o andare lenti in una società come quella attuale?

DE LUCA: Io sono un seguace della lentezza, anche se non credo sia un atteggiamento valido per tutti. Se tutti andassero lenti, forse mi verrebbe voglia di viaggiare sulla corsia di sorpasso: il problema è quello di cercare uno "scarto" rispetto all’andatura generale.

STUDENTE: I giovani non la pensano come Lei: non hanno un ritmo di vita lento. Secondo Lei, si potrà tornare a un ritmo di vita lento, oppure si sarà costretti ad accelerare sempre più?

DE LUCA: Si pretende che le persone siano sempre più veloci, pronte, scattanti: pullulano palestre che istigano ad avere dei corpi sempre più simili. Questa accelerazione porta ad una semplificazione: siamo sempre più uguali e da noi si pretende un comportamento sempre più omogeneo. La lentezza potrebbe invece portare a comportamenti diversi, ad avere dei corpi diversi o una forma diversa. In questo nostro mondo ben allenato c'è più salute ed un benessere superiore, e a questo non mi oppongo. Mi sembra però che prima, nonostante fossimo più goffi, più malandati e meno cresciuti, ci fosse più varietà ed una maggiore possibilità di forma umana.

STUDENTE: Lei non pensa che tra i ragazzi ci sia un minore interesse nei confronti della politica e della società e che si stia vivendo un periodo di stasi? Soprattutto rispetto, ad esempio, alla società ed alla cultura degli anni Sessanta – Settanta.

DE LUCA: Sono d’accordo con te: nell'aumento della disoccupazione giovanile, ad esempio, avverto una stagnazione nelle energie di questo paese, risorse che non vengono impiegate, ma che anzi vengono lasciate a marcire. Per quanto riguarda la possibilità data ai giovani di essere utili, di impegnarsi e di poter trovare uno sbocco, questa società è più immobile della precedente, anche se la maggiore velocità delle comunicazioni potrebbe dare l'impressione di una maggiore rapidità del sistema. Condivido con te questa sensazione di pausa, di prolungata età dell'inapplicazione.

STUDENTE: Volevo tornare agli eventi del '68 che, bene o male, sono stati provocati dal disagio dell'individuo, che si ritrovava ad avere dei tempi troppo veloci rispetto a quelli della società. Adesso che la situazione si è rovesciata e che la velocità della società è maggiore di quella dell'individuo, non pensa che ci si posa aspettare un "68 al contrario" col quale riallineare la società ai tempi dell'individuo?

DE LUCA: Se ci riuscite! Spetta a voi, che siete la forza motrice, il compito di accelerare o trattenere la macchina sociale conformemente ai vostri bisogni e delle vostre esigenze. La risposta ce l'hai tu.

STUDENTE: Come cambiano i sentimenti attraverso il tempo della vita? Quando siamo piccoli vediamo l'amore principalmente come affetto, poi, durante l'adolescenza, esso può diventare passione e nell'età matura un sentimento più "tranquillo"…

DE LUCA: Sicuramente i sentimenti mutano. Sull'amore non sono tanto esperto: oggi mi è più cara la fraternità o la complicità che l'ansia di possedere un amore o di essere posseduto da un amore. Ciò che sicuramente è mutato in me nel corso degli anni è il sentimento opposto: quello dell'odio. Ho fatto parte di una generazione che ha provato questo sentimento, così come lo ha subito. L'odio è un sentimento doloroso che impedisce di pensare ad altro, proibisce di vedere l'altro in maniera evolutiva: l’altro diviene esattamente l'immutabile contrario. Questo sentimento, nonostante si sia decantato, spezzato, disintegrato, ha lasciato una traccia in me: aver superato l'odio è molto meglio che aver superato l'amore. Come essere umano mi sento più solido proprio grazie al fatto di aver superato l'odio che non dall'aver affrontato varie tappe dell'amore.

STUDENTE: Che nesso c'è tra la velocità e la lentezza e tra l’odio e l’amore?

DE LUCA: Probabilmente eravamo usciti fuori tema. Penso comunque che amore e odio siano dei movimenti urgenti che non vogliono mai accettare lo stato di cose e che desiderano ottenere sempre qualcosa di più: spingono, forzano i limiti, non lasciano tranquilli. Direi quindi che essi appartengono alla velocità, all’urgenza, alla premura.

STUDENTE: Lei pensa quindi che i sentimenti appartengano o alla velocità o alla lentezza?

DE LUCA: Questo genere di sentimenti sono sentimenti che incalzano, che fanno passare notti agitate, che fanno saltare giù dal letto.

STUDENTE: Quindi non c'è una separazione netta tra vita, vita sentimentale e vita lavorativa, o anche tra velocità e lentezza?

DE LUCA: Non lo so: la vita quotidiana ha sia delle inerzie, sia delle accelerazioni, che dipendono da questi sentimenti. Stavolta non ti so rispondere.

STUDENTE: Lei ha scelto di scrivere perché questa attività si adatta alla Sua vita lenta, oppure per altri motivi?

DE LUCA: Non ho scelto l'attività di scrittore: fin da ragazzo mi sono sempre tenuto compagnia con la scrittura, raccontandomi delle storie che cercavo di risistemare a distanza di tempo. Alla fine la scrittura è diventata per me una specie di propaggine del mio corpo: non l’ho scelta, ci sono finito dentro. È diventata il posto dove mi trovo meglio.

STUDENTESSA: Volevo farLe qualche domanda riguardo ai tempi della scrittura: quanto tempo passa tra l'idea di scrivere un libro, la sua stesura e la sua pubblicazione? Un libro richiede lentezza o velocità?

DE LUCA: Ho scritto sempre lentamente: dopo aver steso alcune pagine, ci ritorno sopra a distanza di tempo – anche dopo un anno - per vedere se mi piacciono ancora, se le posso risistemare, riscrivere. Se non mi piacciono più le butto, se mi piacciono ancora, le riscrivo: è un lento deposito. Tutto proviene dalla memoria e dal suo gioco. Per me la memoria non è un album da sfogliare attraverso il quale sia possibile decidere: "Adesso mi voglio ricordare del '56 o del '72. Vado a guardare l'album del '72 e vedo le mie fotografie." Me la figuro invece come un ghiacciaio contenente delle cose scomparse: tutti ignorano ciò che vi è al suo interno. Poi questo ghiacciaio si ritira e cominciano a cadere dei pezzi, ossia delle persone, degli oggetti, delle figure, delle carcasse, anche dei cadaveri. Questi cadaveri vengono raccolti e diventano quello che la memoria mi cede: io non sapevo più di averli. Quando escono fuori non posso fare a meno di starci addosso e di raccontarli, o anche di seppellirli.

STUDENTE: Nella Sua vita ha mai incontrato qualcuno che abbia condiviso questo Suo modo lento di vivere?

DE LUCA: Ho conosciuto tanti operai che si sono adattati alla lentezza della propria vita, all’obbligo di custodirsi e di lavorare per raggiungere la vecchiaia e l’età pensionabile, senza essere mai stati completamente distrutti dal lavoro fisico. Non so se quest’atteggiamento possa essere definito "lentezza": sicuramente costituisce un tipo di cadenza molto particolare. Ho anche conosciuto molte persone – compresi alcuni amici - che patiscono lunghe pene detentive: essi condividono una lenta misura del tempo, una cadenza che permette loro di affrontare i giorni e i risvegli sempre nella stessa stanza. Credo che queste due categorie, operai e detenuti, siano quelli con cui mi sono trovato meglio dal punto di vista del tempo.

STUDENTE: Nel '68 Lei ha vissuto un periodo di cambiamenti veloci. Adesso sta conducendo una vita molto più lenta. Come è maturato questo cambiamento? Quali sono state le cause che L'hanno spinta a scegliere questo stile di vita? E’ stato un mutamento difficile che Le è costato caro?

DE LUCA: Non so se mi sia costato tanto, ma è stato un apprendimento lungo e difficoltoso. Non ho dovuto propriamente impararlo: a forza di passare tanti anni sui cantieri, a forza di passare l'età della ragione, ho appreso questa disciplina fisica. Non sono nato operaio, non vengo da una famiglia operaia: ho cominciato tardi a fare questo mestiere, verso i 26 anni. Gli anni Ottanta sono stati anni di "cadenzatissima lentezza" durante i quali mi sono abituato alla vita in cui ero finito, a una vita ferma.

STUDENTE: Alla velocità del '68 Lei ha deciso di sostituire la lentezza di oggi: l'esperienza del '68 non L'ha quindi soddisfatta? Oppure è stata semplicemente una fase diversa della Sua vita?

DE LUCA: Già da qualche anno prima del '68 mi sono trovato in mezzo ad una generazione che accelerava: non ero io a produrre questa velocità, era una generazione intera che andava per le strade e bussava forte. Per me era impossibile fare diversamente e dovevo per forza andarle dietro. Finché questa velocità e questa insubordinazione sono andate avanti, io ci sono stato dentro. Poi la rapidità è finita, drammaticamente finita, e io non ho potuto far altro che adattarmi a quest'altro periodo. Il noi collettivo si era disgregato, disperso, frantumato, e ognuno si ritrovava ad essere solo. Anche a me è successo così, ed in tale condizione di solitudine si diventa lenti, si inventa.

STUDENTE: Ci sono alcuni campi però, in cui è necessario andare veloci, per esempio nello sport. Cosa ne pensa?

DE LUCA: Non è detto che nello sport si debba per forza andare più veloci di tutti.

STUDENTE: A livelli agonistici sì.

DE LUCA: A livelli agonistici si cerca di fare il meglio che si può, ma spesso c'è qualcuno che va più forte di noi. Non bisogna farsene una malattia se certe persone, per qualità innate o grazie a qualche trucchetto di chimica aggiunta, riesce ad andare più forte degli altri. E’ sicuramente vero che si fa sport anche per ottenere delle gratificazioni e per sentirsi più forti degli altri, penso però che alla fine di una carriera si debba comunque avere la coscienza di aver svolto un'attività sana che ci ha donato qualcosa e che ci ha insegnato a lavorare. Lo sport fatto a livelli agonistici insegna una disciplina della vita, del corpo e del tempo libero. Il percorso e la sua durata sono più importanti degli obiettivi.

STUDENTE: La memoria storica, secondo Lei, è importante per la vita futura?

DE LUCA: La memoria storica non è una specie di blocco, di macigno che si deve trasmettere, intero, alle generazioni successive. La mia generazione era molto incuriosita dalla storia immediatamente pregressa - la guerra, i bombardamenti - , personalmente sentivo che i miei genitori erano stati protagonisti della parte peggiore del secolo, vale a dire del periodo più "macellaio" della storia dell'umanità. Adesso mi accorgo, invece, che la vostra generazione è meno incuriosita da ciò che è successo nel periodo a lei precedente: ogni generazione piglia quello che vuole e non si lascia appioppare una memoria storica semplicemente perché è necessario che quest’ultima sia tramandata alla generazione successiva. Ogni generazione acciuffa, strappa e scippa da quella precedente ciò che le serve e che le è utile. Può darsi che a voi non interessi o non risulti utile sapere qualcosa del nostro passato: in questo non ci trovo una mancanza, ma solo un diverso modo di piantare i piedi nel mondo, un modo privo del carico della generazione precedente. Noi ci consideravamo l’inevitabile ed inesorabile conseguenza della generazione precedente e con essa litigavamo continuamente. Voi, per grazia di Dio, non avete litigato con la mia ed io vi ringrazio per questa gentilezza.

STUDENTESSA: Lei quindi afferma che bisogna fare tesoro di quella che è la nostra memoria e dei fatti storici che sono accaduti in precedenza. Se prendiamo l'esempio dell'Olocausto, però, possiamo notare che anche ai giorni nostri resistono delle discriminazioni razziali. Non è sempre vero che l’esperienza di ciò che è accaduto precedentemente impedisca la ripetizione di certi errori.

DE LUCA: La conoscenza di ciò che è accaduto non ha mai impedito la ripetizione degli errori. D'altra parte, tutte le generazioni che hanno preceduto la mia hanno combattuto delle guerre. Le guerre sono quasi sempre delle stupidaggini, eppure si è continuato a combatterle nonostante si conoscesse benissimo la storia! Il mondo era pieno di storici perfetti: si sapevano tutte le date e tutti gli avvenimenti. Il fatto che ci sia una buona conoscenza della storia, non ha mai impedito che accadessero certi errori, anche se penso sia bene sapere ciò che è successo.

STUDENTESSA: Lei parla di storia ed afferma che, nonostante la si conosca, si continuano a fare gli stessi errori. Ciò di cui vorrei parlare in questo momento, però, non riguarda tanto la storia, quanto la memoria di quello che è accaduto. Il ricordo che appartiene a certe persone non ha impedito loro di continuare a fare gli stessi sbagli.

DE LUCA: Nella Shoah - la distruzione sistematica di un popolo di inermi nell'Europa di questo secolo - si è raggiunto un livello di ignominia, di infamia e di distruzione che non sarà più ripetuto: a questo voglio, posso e devo credere; putroppo nella guerra in Bosnia - dove ho agito come volontario in questi anni - ho visto delle cose simili, pure se di grado molto minore. In Bosnia si operava una distruzione sistematica per cercare di guadagnar terreno e di sgomberare l'altro: per questo non lo si poteva distruggere completamente - come era avvenuto nel passato - non lo si poteva più annullare facendo in modo che nessuno ne sapesse niente. Si adoperavano dei brutali esempi di annichilimento per convincere la popolazione a svignarsela. Dalla Bosnia sono scappati oltre un milione di profughi.

STUDENTE: Volevo segnalare alcuni siti sull'argomento. Innanzi tutto abbiamo trovato un sito su "L'arrampicata sportiva", che Lei ci ha presentato all'inizio della trasmissione, all'indirizzo www.comuneferrara.it. Poi abbiamo trovato una pagina su "I tempi della vita"al sito www.psice.unibo.it; in seguito abbiamo scovato una rassegna stampa, intitolata "Quel che resta del '68" all'indirizzo www.media68.com. Avrei anche una domanda da farLe: la tendenza ad una continua accelerazione, sia da parte dei singoli che della società, potrebbe portare al tracollo: camminiamo sul filo del rasoio e spesso subiamo dei crolli nervosi o dei problemi fisici. Lei pensa che ad un’ulteriore aumentare della velocità bisognerà aspettarsi un sensibile peggioramento nelle condizioni psicofisiche degli individui? Si potrebbe scatenare un inevitabile conflitto fra il bisogno di accelerazione della società e i limiti imposti dal corpo umano: in tal modo si arriverebbe o alla distruzione dell'uomo o ad un rallentamento della società. È d'accordo con me?

DE LUCA: Sono d'accordo: siamo di continuo circondati da persone che hanno difficoltà a reggere un ritmo elevato. Cerchiamo di sopperire a questo problema tramite un’infinità di appendici e di ammennicoli: si scopre che in Italia ci sono moltissime persone che soffrono di impotenza e, tempestivamente, arriva una pillolina che permette loro di ovviare all'inconveniente. L’andatura generale ci costringe ad una riduzione e fa diminuire la nostra potenza; anche se tentiamo di evitare questi ostacoli con la chimica, tali trucchetti premono sul nostro corpo. Credo che una riduzione della velocità contribuirebbe ad un nostro aumento di potenza.

Penso di aver terminato qui la mia chiacchierata con voi. Vi ringrazio per avermi ascoltato e vi saluto tutti.


Biografia di Erri De Luca

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