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Liceo Scientifico Isacco Newton di Roma FRANZINI: Buongiorno, mi chiamo Elio Franzini e insegno Estetica all'Università
degli Studi di Milano. Ho deciso di occuparmi delle passioni, dei sentimenti, delle
emozioni e dell'affettività in genere perché ritengo siano problemi centrali per lo
stesso pensiero filosofico in quanto precedono le categorie logiche e la ragione. In primo
luogo, credo che il problema delle passioni ci permetta di capire meglio il ruolo della
nostra sensibilità e del nostro corpo in relazione ai processi che fondano la conoscenza.
In secondo luogo, penso che la questione dei sentimenti dovrebbe essere rivalutata,
perché troppo spesso se ne parla a sproposito.
STUDENTESSA: Secondo Lei ci troviamo in un'epoca "spassionata" in cui domina la razionalità, oppure no? FRANZINI: Penso di no. In ogni epoca convivono passioni e ragioni: non esiste un periodo storico in cui domini di più la ragione o un periodo maggiormente caratterizzato dalla passione. Le passioni sono un qualcosa che si modifica nel corso del tempo e della storia. Forse in questa nostra epoca così difficile da definire, nella quale mancano tanto un principio unitario, quanto delle ideologie dominanti e dove lo stesso problema della verità risulta frammentato, sono più difficili da individuare le passioni prevalenti e il loro ruolo all'interno della nostra cultura. Probabilmente bisogna difendersi anche da una visione inautentica della passione che tende a ridurla a fenomeni di cattivo gusto o ad esperienze non realmente vissute dalle persone. Tale visione viene spesso imposta dalla società mass mediatica - ovvero da un elemento esterno - e dà alle passioni fondamentali, quali l'amore, l'odio e così via, un significato falso. Forse al giorno doggi bisognerebbe tentare di recuperare un "assenso della passionalità", un senso del sentimento che eviti il cattivo gusto, il kitsch e la ridondanza che, forse più che in altre epoche, dominano la passione. STUDENTE: Sappiamo che Pascal oppose allo "spirito geometrico" di Cartesio lo "spirito di finezza". Secondo Lei tale apertura rappresenta un ampliamento della conoscenza, oppure è solo un modo di considerare diversamente lo spirito geometrico cartesiano? FRANZINI: La domanda è ottima perché mi permette di togliermi una soddisfazione nei confronti di Pascal. Tutti conosciamo la famosa frase di Pascal "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce", una delle espressioni più citate e più considerate, ma forse più banali, che possiamo incontrare all'interno della storia delle passioni: la definisco banale perché con essa si continua in qualche modo ad asservire la passione alla ragione e si suggerisce che una passione senza ragioni non possa esistere. Un poeta francese contemporaneo, Paul Valéry, diceva che in realtà le passioni non hanno mai delle ragioni, bensì delle forze. Sicuramente le forze della passionalità ci permettono di capire meglio le possibilità della ragione stessa. Ciò che non bisogna fare, a mio parere, è contrapporre ragione e passione come se fossero completamente distinte: in realtà appartengono a due mondi in continua collaborazione. La passionalità si rivela essenziale nella stessa scienza, perché indica quello che è il nostro rapporto originario con il mondo: noi viviamo nel mondo non secondo ragione, ma attraverso un corpo, una sensibilità e un sentire, tramite, appunto, una "esteticità". Non siamo all'interno di una realtà anestetica in cui manca la nostra sensibilità. Un grande fisico contemporaneo, il premio Nobel Erwin Schrödinger, diceva che all'origine di ogni conoscenza scientifica, anche di quella più evoluta, c'è il nostro sentire: non possiamo disgiungere lo spirito di geometria da un sentire originario. Cartesio, comè ovvio, non sarebbe stato d'accordo con questa mia risposta, ma credo che i filosofi post-cartesiani - all'interno della filosofia dei nostri tempi - abbiano ben centrato questo punto. STUDENTE: Qual è la ragione che sta alla base delle passioni politiche? FRANZINI: Bisognerebbe vedere cosa si intende per passione politica: forse è semplicemente la volontà di vivere all'interno della società civile - della polis, ovvero della cultura spirituale di una comunità - portandovi tutto il meglio di sé. La passione politica sarebbe quindi indirizzata verso la costruzione di un mondo migliore. Probabilmente tale passione si rivela positiva nel momento in cui viene assimilata ad uno spirito di razionalità, intendendo per razionalità non un qualcosa di totalmente disgiunto dalla passione, bensì il tentativo di migliorare il nostro vivere nel mondo. La storia ci insegna, però, che le passioni politiche possono degenerare in una volontà distruttiva, ossia sragionata: il sonno della ragione ha creato dei mostri allinterno di certe passioni. Si tratta di riuscire a capire come la passione politica possa essere una forza di formazione e non di distruzione. Un filosofo del Settecento, Diderot, diceva che la passione è sempre lecita, eccettuato il caso in cui porta alla violenza, ossia alla distruzione dell'altro: la passione politica secondo ragione non porta alla distruzione dell'altro, ma alla costruzione di una società nella quale poter comunicare meglio, anche perché, in fin dei conti, ci esprimiamo di più con le passioni che con le parole o con i ragionamenti. STUDENTE: Se leros è desiderio di conoscenza, potremmo dire che ogni processo conoscitivo è alimentato da una passione? FRANZINI: Io ne sono assolutamente convinto: ogni nostro processo di conoscenza ha alla base un discorso erotico. A questo proposito, anche per rispondere alla Sua domanda, proporrei di vedere un filmato che ha per protagonista Eros e che è il contributo di un altro filosofo.
FRANZINI: Alla Sua domanda è stata data una risposta di carattere storico, una risposta conforme alla tradizione platonica che vede l'uomo diviso tra una parte sensitiva e una parte che tende verso l'alto. In questo caso Eros porta verso l'alto, verso il mondo delle pure idee, e della pura ragione. La posizione platonica ha assunto un ruolo dominante all'interno di gran parte della filosofia moderna: Cartesio, nel suo Discorso sul metodo, non fa che riproporre questa scissione tra mondo spirituale e mondo sensitivo. Forse oggi si tratta di vedere come Eros possa agire non solo verso l'alto, ma anche nei fondamenti di ogni discorso di carattere scientifico: si tratta di correggere la scissione. Per dirla in termini filosofici, alla base di ogni scienza - di ogni episteme, secondo i greci cè il mondo dell'opinione - della doxa - che è pieno di passionalità e di forza emotiva. Dobbiamo capire come questa forza emotiva animi i nostri moti razionali per non disgiungere i due processi. STUDENTESSA: La ragione o l'istinto possono considerarsi le forze generatrici delle passioni? FRANZINI: La dimensione istintuale si rivela sicuramente essenziale all'interno della passione. L'istinto precede la passione perché è radicato nel nostro stesso corpo: un organismo è in primo luogo un insieme di dimensioni istintive, che sono ciò che Cartesio chiamava "le passioni del corpo". Se queste passioni vengono lasciate libere, se viene loro permesso di operare nella più totale anarchia - come abbiamo visto nel filmato iniziale esse rischiano di diventare distruttive e di non consentire all'individuo di condurre una vita ordinata all'interno della comunità sociale, invalidando ogni comunicazione tra il sé e l'altro. Ecco che, allora, la ragione interviene per frenare l'istinto e per dare al nostro corpo la possibilità di agire senza giungere ad una dimensione distruttiva. Questo secondo elemento è ciò che Cartesio chiamava "la passione dell'anima", in un certo qual modo contrapposta alla "passione del corpo". La "passione dell'anima" indirizza allazione secondo ragione e guida le intenzioni che aprono alla volontà e al libero arbitrio, ovvero ai fondamenti della nostra stessa capacità di giudizio razionale. STUDENTE: Quanto gli stadi di vita e le società possono influire sulle passioni? FRANZINI: Moltissimo. Esistono passioni che mutano relativamente alle condizioni sociali, alle situazioni storico-politiche, alle latitudini e longitudini. Altre culture hanno, comè ovvio, passioni diverse dalle nostre, bisogna comunque capire che al di là di queste differenze - che ci sono ed è giusto ci siano - la passione agisce sempre: in tutte le società, culture e dimensioni storiche vi è limpronta di una passionalità che ha animato - sia pure attraverso modi diversi - la stessa volontà di conoscenza. La passione è un modo di comunicare che, in quanto originario, precede le categorie della logica e ci permette immediatamente di esprimerci: capiamo le passioni molto meglio di come capiamo un teorema. Credo sia questo l'elemento comune all'interno dellenorme differenza nei modi di apparire e di essere delle passioni, nonché della diversità che sussiste anche tra i singoli individui: ognuno ha passioni diverse, ma tutti abbiamo una passionalità. STUDENTE: Tornando al pensiero di Socrate, volevo sapere se il suo accettare la morte per coerenza abbia influito su tutto il pensiero filosofico successivo. FRANZINI: Sicuramente Socrate - questo "santo laico", come è stato definito
- è all'origine di ogni discorso filosofico. Socrate non solo ha accettato la morte, ma
ha anche abbracciato un tipo di filosofia che non dipendeva esclusivamente dalla retorica
e che non era determinata dal cattivo gusto imperante. Egli è riuscito a darci il senso
di un discorso filosofico, non dimenticando mai loriginaria dimensione passionale. STUDENTE: Noi ci aspettavamo che a Lei sfuggisse il senso
del microscopio, perché quello della chitarra ci sembra evidente: la musica. Molte volte,
soprattutto alla nostra età, ci riuniamo per suonare e tramite la musica si possono
esprimere grandi passioni, mentre il microscopio simboleggia la conoscenza, la ricerca.
Volevo anche FRANZINI: Ritengo che Lei abbia colto molto bene il punto centrale del problema: nella
cultura ebraico-cristiana la scissione tra corpo e anima ha costituito l'ossatura del
pensiero filosofico. Come abbiamo potuto capire dall'intervista a Curi, questa scissione
precede la tradizione ebraico-cristiana ed è radicata nel pensiero di Platone, un
pensiero che venne ripreso proprio dalla nostra tradizione religiosa. La scissione tra
corpo e anima in un certo qual modo ci perseguita e non ci permette di liberare i poteri
conoscitivi della nostra corporeità e della nostra sensibilità. Ma, come per tutte le
cose profondamente radicate in noi, credo che non ce ne potremo mai liberare. STUDENTE: Forse perché alla nostra età è più facile suonare la chitarra FRANZINI: Certo: è una questione puramente generazionale. Non che non lo abbia fatto anch'io: mi ero semplicemente dimenticato delle infinite serate in spiaggia con le chitarre in mano. La musica è sicuramente uno dei modi essenziali per determinare la nostra passione e, soprattutto, tramite la musica possiamo stare meglio insieme: essa è una delle forme artistiche che ci permettono di "sentire in comune". Pensiamo ai concerti: andare ad un concerto è molto differente che ascoltare musica per conto proprio, perché in esso ci si ritrova uniti da una comune passione. STUDENTE: Non penso che la musica sia così importante solo per la nostra generazione ed esclusivamente nel nostro tempo: basti pensare a L'inno d'Italia o a La Marsigliese, due brani che sono stati capaci di smuovere dei sentimenti molto profondi, che hanno persino portato la gente a rischiare la vita. Io penso che la musica sia l'espressione massima di tale passione. FRANZINI: La musica è certamente una delle fondamentali manifestazioni del nostro sentire. Quel filosofo del Settecento che ho prima citato, Diderot, quando voleva rappresentare il significato animale della passione sceglieva proprio un musicista. Il musicista, quindi, si ritrova ad essere colui che esprime il grido originario della passionalità. La musica è uno degli elementi che ci permette di tirare fuori la nostra passione originaria ancor prima di ogni ragionamento o di qualsiasi costruzione di carattere fisico o metafisico. Lei ha ragione. STUDENTE: La filosofia epicurea ci consiglia di fuggire le passioni, perché esse portano a turbamenti e perché non ci fanno arrivare a quello stato di quiete che è invece proprio degli dei. Possiamo quindi dire che le passioni sono ciò che ci rende terreni e che senza di esse saremmo anche noi divini? FRANZINI: Fortunatamente abbiamo le passioni, perché non credo che una vita da divinità sarebbe del tutto piacevole. Sicuramente la passione ci ricorda che noi siamo corpo e che la nostra realtà è essenzialmente corporea. La corporeità ha una dimensione istintuale, passionale e sentimentale della quale non possiamo assolutamente fare a meno: abbiamo bisogno delle passioni proprio per esercitare meglio le nostre capacità razionali e il nostro essere al mondo. In fin dei conti la divinità non è di questa terra. Noi siamo invece su questa terra e cerchiamo di renderla migliore tramite ciò che siamo, attraverso le passionalità che ineriscono a questo corpo. STUDENTE: In un libro di Brecht, La vita di Galileo, si legge che il "pensare è uno dei più grandi piaceri concessi all'uomo". Quindi anche la scienza può considerarsi una passione? FRANZINI: La scienza è sicuramente animata dalla passione: esercitare bene il pensiero vuol dire avere voglia di occuparsi di qualcosa, di capire meglio quella che è la nostra realtà. Perché cominciamo a occuparci di filosofia o di scienza? Non certo per motivazioni di carattere puramente razionale: iniziamo a farlo perché c'è un fuoco che ci porta ad interessarci di qualcosa piuttosto che di qualcos'altro. All'origine della nostra capacità di avvicinarci al mondo e di scoprire nuovi particolari della natura e dei nostri simili, c'è sempre una passione, che in tale maniera diventa il fondamento della scientificità stessa: non iniziamo mai con le categorie, ma con l'estetica, ovvero con il sentire, con la sensazione. La volontà di pensare, che è riconducibile alla volontà di sapere, è una forza che però non deve diventare quella tracotanza che tutto travolge e tutto distrugge. Si tratta piuttosto di cogliere la forza costruttiva della passionalità. STUDENTE: Abbiamo parlato di una passionalità universale - presente lungo tutta la storia dell'uomo - e di una ragione che limita questi sentimenti a "difesa" della società e degli uomini stessi. Ma a me sembra che tale ragione, essendo un elemento che dura nel tempo e che è sempre in simbiosi con i sentimenti, faccia riferimento alla morale, la quale è invece insita nel tempo. Penso bisognerebbe fare una distinzione tra ragione e morale. FRANZINI: Sullargomento cè una lunga tradizione filosofica che va da Aristotele, passa per Cartesio ed arriva fino a Kant. Ritengo che non si debbano separare ragione, morale e passione, non soltanto perché, dal punto di vista storico, la morale e le trattazioni sulla morale hanno riguardato in primo luogo la vita delle passioni vale a dire il modo di comportarsi della nostra corporeità secondo i dettami della ragione - ma anche perché quando parliamo di moralità e di senso morale, probabilmente ci riferiamo proprio al modo di indirizzare in senso positivo e costruttivo la nostra passionalità. Che cos'è la morale? La morale non è una mera imposizione dall'alto di norme astratte, ma è soprattutto la capacità di far convivere le diverse componenti del nostro essere e di fare agire tutto ciò che riguarda il nostro sentire in una direzione non distruttiva per sé e per gli altri. La morale è quindi il tentativo di costruire una società che viva secondo principi immediatamente riconosciuti da tutti: in essa persiste una componente estetica. STUDENTE: La morale si occupa dei sentimenti della maggior parte delle persone, però ci saranno sempre delle minoranze che non accetteranno ciò che la maggioranza definisce giusto o sbagliato, quindi la morale è comunque qualcosa di "dinamico" FRANZINI: La morale è sicuramente dinamica, ma è anche vero che a un certo punto deve scattare quella repressione dell'istinto di cui si parlava prima, tramite la quale la morale vede la passione come un elemento costruttivo e, proprio come diceva Cartesio, la intende come unintroduzione alla volontà e al libero arbitrio. E' chiaro che quando la passione dimentica questo legame con il giudizio ovvero con la nostra possibilità di scegliere - e si perde all'interno di una dimensione esclusivamente "pulsionale", la morale interviene a reprimere la dimensione puramente istintuale della passionalità. STUDENTESSA. Volevo tornare per un attimo a parlare della nostra tradizione filosofica e della sua contrapposizione tra la mente e il corpo. Piuttosto che opporre la mente al corpo non sarebbe più giusto o più valido poter considerare i nostri pensieri e le nostre idee come l'elaborazione delle esperienze o persino dei dolori che proviamo? FRANZINI: Sicuramente: ciascuno fa filosofia prendendo sempre in considerazione se stesso e la sua vita interiore. Questo è indubitabile. All'interno del pensiero filosofico c'è una componente ineliminabile di elaborazione concettuale della propria esperienza: non possiamo separare la filosofia dalla vita. Ma nel momento in cui esercitiamo la nostra razionalità, ovvero la nostra capacità di costruire concetti o teorie scientifiche, dobbiamo cercare di mettere fra parentesi le nostre passioni e le nostre esperienze individuali: bisogna salvare il senso generale dellesperienza, della vita e della passionalità, senza ridurre la validità della nostra costruzione razionale, che su quella dimensione vitale si fonda. Si tratta, a mio avviso, di capire come la passione possa non essere ricondotta ad un discorso individualistico. L'importante è proteggere la dimensione generale della passione e ciò che noi viviamo attraverso di essa senza ricondurre tutte le elaborazioni concettuali ai propri sentimenti individuali: se così succedesse ogni scienza sarebbe psicologia, o antropologia, o anche semplice esplicitazione del proprio io, ma non più il tentativo passionale di capire la realtà della natura, la parte sensibile del sapere stesso. STUDENTESSA: Nel romanzo di Antonio Tabucchi Sostiene Pereira c'è un esempio di come la passione raccontata attraverso l'affetto che Pereira prova verso il giovane Monteiro possa portare ad una scelta razionale di opposizione. In questo caso possiamo affermare che l'assenza di passioni è data proprio dal senso di impotenza che si prova nel cambiare la realtà che ci circonda? FRANZINI: Lei ha perfettamente ragione. Un filosofo del Seicento - G. W. Leibniz - sosteneva "cattivi sono gli uomini privi di passione", perché sono uomini noiosi, mentre invece gli individui che provano delle passioni sono quelli che vogliono cambiare il mondo, ossia che desiderano andare verso un sempre maggiore principio di perfezione. Le persone che mancano di passione sono inerti e frivole. STUDENTESSA: La distinzione tra ruoli pubblici e ruoli privati messa in atto dalla società può secondo Lei essere causata dal fatto che di solito si riduce la razionalità o a volte il cinismo - alla dimensione politica e l'irrazionalità ai sentimenti e alla dimensione privata e familiare? FRANZINi: Bella domanda! Siamo sicuramente abituati a pensare che i nostri sentimenti
appartengano alla sfera privata, mentre tutto ciò che è pubblico debba essere
controllato dalla razionalità. A questo punto vorrei arrivare ad una conclusione:
facciamo in modo di preservare il nostro privato - ovvero ciò che realmente siamo - anche
all'interno della vita pubblica, perché tale atteggiamento ci potrebbe portare ad una
maggiore dimensione di autenticità: se siamo autentici nel pubblico così come lo siamo
nella solitudine del privato, credo che potremo migliorare il senso e la funzione della
passionalità. Trasmissioni sul tema Le passioni
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