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Il Grillo (27/11/1998)

Salvatore Natoli

La felicità

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"....l'attimo della felicità si brucia e ci brucia. Ed è fecondo se ricade in ogni momento della vita...."

Liceo Scientifico Isacco Newton di Roma

NATOLI: Sono Salvatore Natoli, insegno Filosofia della Politica alla II Università di Milano. Nei miei scritti mi sono occupato di tematiche riguardanti le passioni e gli affetti: in particolare, un mio libro tratta della felicità - ovvero il tema di cui discuteremo oggi - e si intitola: La felicità. Saggio di teoria degli affetti. Prima di cominciare il dibattito possiamo vedere una scheda di presentazione.

Nel tessuto dei concetti che descrivono la vita umana, la felicità è tra i più mobili e difficili da catturare, ma è anche il più immediato e irrinunciabile. A che cosa possono aspirare gli esseri umani se non alla felicità? Gli individui desiderano stare bene, realizzare le loro aspirazioni e vivere la propria vita. Come possiamo vivere e sentirci attivi e padroni di noi stessi, se siamo nel dolore o nella desolazione? Ma alcune morali, come quella cristiana, hanno incoraggiato invece l'autorepressione o la coltivazione di alcuni sentimenti, come i sentimenti di mitezza e di compassione e una disposizione al sacrificio e alla rinuncia e la moderazione o la vera e propria soppressione di altri, come l'orgoglio o l'ambizione o disposizioni rivolte alla realizzazione della propria natura. Lo scopo di tutto questo dovrebbe essere la virtù o la santità. Ma c'è posto, all'interno di questa visione, per la felicità? E' pure vero che noi, esseri umani non vorremmo neppure essere obbligati alla felicità come accade negli incubi delle cosiddette società perfette. Come, invece accade nell'immaginifico scenario de Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley, dove è impossibile provare dolore o avere apprensione per il domani o nutrire desideri non realizzati, situazione distopica che può portare, addirittura, al paradosso di desiderare per sé il "diritto ad essere infelici". La felicità realizzata, compiuta e perfetta non è più felicità "vera". Assomiglia più a una beatitudine, a una condizione angelica, che è forse solo una idealizzazione, dove mettiamo a tacere le nostre aspirazioni e le nostre ansie più profonde, anziché dare loro una risposta. Esiste, nel meccanismo della felicità, la necessità del contrasto, del passaggio da una condizione dello spirito a un'altra. Ci appaga il confronto, la comparazione dei sentimenti. E' per questo che la felicità appare spesso, solo in momenti isolati. La sua condizione duratura, quella che appartiene alle abitudini acquisite e agli stili di vita, sembra sempre di una qualità inferiore rispetto alla luce cristallina con cui ci toccano i singoli attimi di felicità, in cui il turbinio della vita, in cui siamo immersi, diventa, per un momento, soltanto lo sfondo. E un oggetto particolare, un volto, un gesto o l'immagine stessa della nostra intera vita balza alla nostra attenzione, si differenzia da tutto il resto e ci riempie completamente

STUDENTE: Si può affermare, senza dubbio, che la felicità corrisponda al sentirsi felici. Ma questo "sentirsi felici" può derivare da ciò che ci circonda, dalle persone che ci amano e da cui ci sentiamo amati o è soltanto uno stare in pace con noi stessi?

NATOLI: Ebbene: io partirei, per la mia considerazione, dalla sua formula: "La felicità è uno stato corrispondente al sentirsi felici". Ma le motivazioni per cui ci si sente felici, per cui si è in questa condizione, normalmente, non si conoscono mai, direttamente, nel momento in cui ci si sente felici. Sulle condizioni di felicità, in genere, ci si interroga quando si sta uscendo dalla tensione estrema alla felicità. La caratteristica propria del sentirsi felici è la percezione o il sentimento della propria illimitata espansione. I motivi per cui si entra in questo stato sono molteplici. Ora quello che è importante constatare, in un qualsiasi discorso che verta sul tema della felicità, è questo: in genere, quando si è felici, non ci si interroga mai sul perché si è felici. La felicità la si vive immediatamente. E, quando si esce da questo stato, da questo sentirsi felici, vissuto come sentimento illimitato della propria espansione personale, quando sussiste una relativa interruzione di questo movimento, allora ci si può chiedere: perché sono stato felice? Perché adesso lo sono di meno? Ecco, allora, verificarsi una trasformazione nel nostro stato di felicità, che da esperienza vede tramutarsi in meta. Allora, a quel punto, ci si interroga sulle condizioni, nella speranza di potere ricostruire le più idonee per tornare in questa espansione che si è sperimentata.

STUDENTESSA: Secondo lo psicoanalista Aldo Carotenuto la felicità si vive soltanto quando si è in relazione con gli altri, mentre si prova infelicità quando si è soli. Ci fa l'esempio della persona anziana che è depressa perché non ha più rapporti con gli altri. Secondo Lei si può essere felici anche vivendo da soli? Come si potrebbe spiegare, altrimenti, il comportamento di chi sceglie la solitudine? Non si rischierebbe, così, di arrivare a credere che la solitudine non possa mai nascere da una libera scelta?

NATOLI: Bisognerebbe riflettere approfonditamente su questo aspetto, perché se la solitudine fosse dovuta alla separazione, da questo punto di vista non potrebbe che essere un qualcosa che genera sofferenza. Se c'è una cosa che, per eccellenza, separa, questa è il dolore. Nel dolore noi siamo separati dalla vita degli altri. Chi soffre non può fare quello che fanno gli altri. Invece la felicità ha, come propria caratteristica fondamentale, la effusività, ossia la caratteristica di portare colui la stia sperimentando a sentirsi in armonia con sé stesso e con gli altri, in una parola: con l'ambiente esterno. Infatti, in genere, le immagini di felicità sono quasi tutte legate al simbolo del locus amenus, ossia de la natura che accoglie. Noi sappiamo, tradizionalmente, quanto la natura sia feroce. La natura produce le malattie. Gli animali sono realmente belli, a vedersi, ma se uno va in una giungla rischia di essere divorato da quelli più feroci tra essi. E' una costante, invece., che nella felicità, in genere anche la natura venga vista non più come ostacolo, bensì come qualcosa che ci può venire incontro. Un sentimento caratteristico della felicità è quello della compenetrazione, della serenità. Stiamo parlando dell'atmosfera, per usare una parola tedesca, tipica della stimmung, termine con cui si intende la dimensione di armonia complessiva, che può catturare tutto e tutti. Da questo punto di vista, la solitudine non può, certamente, essere una ragione, o una causa, di felicità. Può esistere un tipo di solitudine, in cui non sussista separazione: ad esempio la solitudine dell'asceta non è una solitudine centrata sulla separazione dal mondo. L'asceta, infatti, non è colui che se ne va in ritiro per staccarsi dagli altri, bensì per trovare nella comunione con Dio anche il senso del proprio rapporto con gli altri. E quindi la dimensione della comunità, nella felicità, è senz'altro qualcosa in grado di farla crescere, che non può farla diminuire. Se c'è inimicizia, c'è sofferenza.

STUDENTESSA: L'Illuminismo ha affermato il diritto dell'uomo alla felicità e ha collegato questo diritto non solo alla libertà, all'uguaglianza e al benessere economico, ma anche all'istruzione. Questa concezione è ancora valida ai giorni nostri?

NATOLI. Direi che è presente un principio fondamentale in quanto lei ha appena detto, che ha a che fare con il tema generale della cosiddetta felicità pubblica. Se partissimo dall'idea che la felicità non sia altro che l'esito del libero sviluppo di sé stessi, della libera possibilità di svilupparsi, di crescere e quindi dal concetto di libertà visto e pensato in questo modo, ossia come riduzione del vincolo (la felicità come sentimento della propria illimitata espansione) allora è chiaro che, se nella società esistono dei nodi di miseria, di sofferenza, di riduzione dei sensi, di incultura, questi fattori di sviluppo, portando all'emarginazione culturale, possono portare all'infelicità. Perché la cultura va pensata e attuata anche nei termini delle proprie capacità di sviluppo della sensibilità, come nel percepire i suoni musicali, o nel leggere un libro. C'è una bellissima pagina di Giacomo Leopardi dove il poeta recanatese definisce la felicità come quello stato in cui può stare in compagnia dei suoi libri, o nel puro ascolto dei suoni, nella lettura. Perché si possa crescere in questa dimensione, è necessaria una struttura sociale che possa liberare il soggetto riducendo i vincoli naturali, permettendo questo decollo, questa ascesa. Per tutto questo la felicità pubblica è un ingrediente di base. E', soprattutto dopo l'Illuminismo, quasi una necessità da raggiungere perché gli uomini possano trovare le proprie vie di realizzazione.

STUDENTESSA: Potremmo vedere la felicità quasi come un abbraccio, un sentimento accogliente nel quale siamo, contemporaneamente, accolti e accoglienti, abbracciati e abbraccianti. Da ciò ne potremmo derivare che la felicità oltre ad essere un moto di espansione sia anche un moto di inclusione?

NATOLI: Sì. Quando io dico "sentimento della propria illimitata espansione", intendo riferirmi non ad un incontro di un ostacolo nell'alterità, bensì ad una vera e propria partnership. Perché, se per espansione si intende l'espansione del che divora tutto ciò che è circostante, allora, in quel caso, noi non troveremmo la felicità, rischieremmo di trovare il deserto causato dalla nostra voracità. Negli esiti della voracità non può esserci felicità. Si ha, come nel caso della lupa dantesca, "più fame che pria". Ecco perché lo sviluppo incondizionato del desiderio lascia sempre affamati. l'espansione della felicità va intesa tenendo presente che ciò verso cui mi muovo mi viene, nel contempo, incontro. Questa è la reale dimensione della fusione; Ecco perché la felicità si sviluppa fondamentalmente (si pensi alla figura dell'abbraccio) nella accoglienza dell'altro, non nel divorare l'altro, e quindi nel crescere insieme. Se non sussistesse questa dimensione di crescita condivisa, allora, da questo punto di vista, si arriverebbe costantemente alla delusione. Per cui bisogna intendere l'espandersi della felicità in questa forma di comandamento: non mangiare ciò che ti circonda, ma entra in sintonia con ciò che vi è presente. Da questo punto di vista esiste una dimensione perfettamente circolare in questo moto di espansione, che non può portare, invece, all'autodistruzione. E' come se nella felicità esistesse una vera e propria ecologia, ecco, perché il delirio di onnipotenza della voracità emotiva è una delle ragioni per cui l'uomo si sente massimamente infelice e insoddisfatto. Nella relazione d'amore questo aspetto è, per esempio, qualcosa di emblematico. Nell'amore è l'incontro con l'altro che rende felici, non l'uso dell'altro, perché l'uso dell'altro è seguito, il più delle volte dal gettare via l'altro il che, alla fine, lascia inevitabilmente e sempre in una condizione di miseria reciproca. Si può sviluppare su questo aspetto un tema importante, capace di mostrare quanto fondamentale nella ricerca della felicità sia il donare. Soltanto chi è realmente ricco dona. In questa ottica la ricchezza consiste nella volontà di dono, non in quello che si ha. Normalmente il "ricco" (ovvero colui che è materialmente ricco) che tenda ad acquisire, resta povero. Il povero che è capace di donare diviene ricco. Nell'amore ci si dà per intero e allora si è felici.

STUDENTESSA: Secondo Lei quale differenza è possibile stabilire tra gioia e felicità?

NATOLI: Direi che la gioia sia un modo della felicità, perché se assumessimo come pura esperienza della felicità, come suo termine di determinazione il sentimento della propria espansione, allora potremmo vedere come e quanto i modi dell'espandersi o i modi del sentirsi felici siano così diversi tra loro. Nelle manifestazioni della felicità esiste un prisma fatto di modi diversi per sentirsi felici. Una delle ragioni per cui gli uomini, molte volte, vivono infelici è quella per cui si arriva a ritenere che si può essere felici in un solo modo o che solo una certa cosa possa dare la felicità. Chi ragiona così normalmente finisce per disperarsi, perché si fissa su di una sola modalità della felicità finendo per escludere dal proprio orizzonte esistenziale quell'elemento di improvvisa ricchezza che è la felicità stessa. Sant'Agostino diceva che si è attratti dalla felicità, se si è trascinati dalla felicità. Non siamo noi che raggiungiamo la felicità, ma la felicità ci prende come se fosse un vortice. La celebre formula che Agostino usò per esprimere questo punto di vista era: raptim quasi per transitum, ossia: la felicità ci prende "improvvisamente" e "quasi di passaggio", ci trascina con sé. Ritenere allora che la felicità possa essere offerta solo da certe cose può trasformarsi in un'ossessione e mettere l'uomo nella condizione di escludere dalla propria vita tante altre occasioni che possono produrre la felicità. Detto questo va subito sottolineato quanti modi diversi di essere felice esistano: la gioia è il sentimento della propria felicità che esprime il proprio "sentirsi splendenti". Il significato della parola "gioia" è questo: la dimensione del godimento della propria bellezza. Ecco, allora noi, molte volte, abbiamo la percezione della nostra felicità nel godimento della nostra bellezza, che non è soltanto una bellezza fisica. Può anche essere la bellezza delle nostre idee. Difatti la caratteristica peculiare della gioia non è il sentimento della bellezza esteriore quanto piuttosto il sentimento della irruzione improvvisa della felicità con tutta la sua bellezza. L'incontro con un amico, una visita inattesa. Allora il gioire sta tutto nel sentirsi scossi dentro da un evento che ci prende e che non immaginavamo.

STUDENTESSA. Io penso che la serenità, la gioia, sia il prolungamento meno intenso della felicità, perché la felicità è un attimo che ti esaspera, mentre la gioia è uno stato d'animo che può essere più prolungato della felicità.

NATOLI: Mettiamola così: la felicità, abbiamo appena detto, non è altro che il sentimento dell'espansione. Per cui i modi dell'espandersi possono essere, per esempio, quello della gioia, l'evento improvviso e inatteso in cui tu ti senti espandere, come la visita di un amico. Nel Vangelo secondo Luca, per esempio, troviamo un'immagine bellissima della felicità, in cui la Vergine Maria va a visitare la cugina Elisabetta, la quale, come Maria, è incinta. Accade allora che, alla vista di Maria da parte della cugina, il bimbo nel grembo di Elisabetta cominci a sussultare. Si pensi al moto della gioia come a questo "sobbalzare"! Mentre la serenità, per esempio, è il modo più consueto della felicità, che corrisponde all'essere in perfetta sintonia con l'ambiente circostante. Questi sono tutti modi attraverso cui ci si sente felici. Un esempio di felicità come trasporto, per esempio, di un attimo, è rappresentato, per esempio, dal Bacio di Gustav Klimt. Pensate agli amanti presi dal vortice, dal trasporto del bacio. Quell'immagine è tutta da studiare, perché mostra una doppia faccia della felicità: la felicità nell'attimo di sentirsi felici e l'attimo seguente che, immediatamente, svanisce. Nell'attimo in cui ci si sente felici non si ha una percezione diretta dell'attimo, bensì l'abolizione del tempo stesso. E' questa la caratteristica tipica dell'attimo. Noi diciamo che: "la felicità è breve", solo se la guardiamo nel momento stesso in cui siamo caduti dall'attimo. Ma nell'attimo, nel momento in cui l'uomo si sente felice, esso prova felicità proprio perché il tempo svanisce. Non a caso Rilke parla di attimo immenso, ovvero attimo che si dilata quasi come il tempo diventasse spazio. La letteratura ha descritto molto bene tutto questo, e anche la musica. Pensiamo alla lunga notte d'amore del Tristano e Isotta, in cui i due amanti desiderano che non torni più la luce del giorno. Nell'esperienza culminante nella felicità, si è soliti dire che si " può toccare il cielo con un dito" perché cade il tempo. E allora la caratteristica della felicità è di farci sentire infiniti, perché il tempo stesso è come sospeso. Il tempo che cos'è? Quando noi siamo presi nel vortice della felicità, noi dimentichiamo il tempo. E' questa la dimensione di incanto descritta dal Bacio di Klimt, il guardarsi negli occhi degli innamorati, che dura un'eternità. Ma poi si cade da tutto questo. Goethe creò una bellissima immagine quando scrisse "all'acme non si regge, all'acme non si regge. O si cade nell'indifferenza o nella morte". Normalmente perché nel melodramma, per fare un altro esempio, gli amanti muoiono? Gli amanti muoiono perché deve vivere l'amore. E per permettere all'amore di vivere gli amanti devono morire, perché gli esseri umani non sono mai all'altezza dell'eternità che i loro stessi sentimenti sono in grado di raggiungere. Ecco allora, a questo punto, l'altra dimensione dell'attimo: quando si esce dall'acme, si rientra nella normalità della vita e allora ci si accorge che quel vertice a cui si era arrivati può durare soltanto un momento. E allora qual è l'atteggiamento tipico dell'uomo? L'atteggiamento dell'uomo è di ricercare nuovamente quell'acme. Ecco perché io sostengo che la felicità è realmente di questo mondo e che l'uomo è infelice soltanto perché è stato infelice. Perché se noi non avessimo avuto l'esperienza della pienezza della gioia, non potremmo avere neanche quella della perdita della felicità. E allora, a partire da questa constatazione, siamo in grado di rilanciarci in questa impresa. E' così che si cerca il modo di ricostruire la felicità. Qui il problema assume un connotato importante: come ricostruire la felicità? L'attimo, sicuramente, gli uomini sono in grado di raggiungerlo. Ma a questo punto io domando a Voi: l'attimo raggiunto può essere anche preteso? Se l'attimo raggiunto è preteso, diviene presunzione. L'attimo viene, piuttosto, come grazia. E allora quali sono i modi attraverso cui si può restaurare nell'uomo una condizione di felicità? Ecco: questa è l'altra domanda da porsi: quando noi usciamo dall'acme, la felicità è finita o la dobbiamo pensare in un altro modo, per raggiungerla nuovamente? Questo è il problema!

STUDENTE: Lo scorso anno abbiamo studiato, verso la fine del corso, Jean Jacques Rousseau e abbiamo visto come, al contrario di molti Illuministi, il pensatore ginevrino affermasse il progresso della scienza, del Sapere scientifico, non potesse procedere di pari passo con il progresso morale dell'umanità. Da ciò possiamo trarre la conclusione che la felicità non può derivare dal progresso esteriore, quanto, piuttosto da quello interiore dell'uomo.

NATOLI: Direi che in buona sostanza si possa sostenere questo. Per quanto riguarda il primo aspetto avevo già detto che se non si lavora sulle condizioni per il miglioramento dell'uomo, per la liberazione dai suoi vincoli esterni, allora è chiaro che questa libertà, questo movimento bisognoso di crescita, non può essere possibile. Ma questo, di per sé, non basta, perché si potrebbe immaginare che la felicità consista nell'idea che noi si possa disporre in modo incondizionato del mondo, ossia fabbricarci la felicità in modo strumentale, mentre già abbiamo visto che una delle caratteristiche fondamentali della felicità non è soltanto il creare, il produrre le condizioni per il suo ottenimento ma soprattutto il saper accogliere, il saper accettare. E allora, da questo punto di vista, la felicità non può essere più un qualcosa che un uomo si prodursi strumentalmente, ma sarà , di contro, sempre un qualcosa raggiungibile entrando in sintonia con gli altri. Se c'è un autore che si è fatto portabandiera del ritorno alla sintonia con la Natura, con l'innocenza del mondo naturale questi è proprio J. J. Rousseau. Molte volte, noi dimentichiamo che la felicità non stia soltanto nelle grandi cose, nella vertigine della grandezza. La felicità irrompe qua e là, costantemente, nella vita. Per capire questo possiamo vedere un contributo che è stato appositamente preparato.

Veniamo al dunque. Noi e Gdala non siamo venuti al mondo per scrutarlo a fondo. Eh, no davvero! Noi non siamo preparati, attrezzati, per questo tipo di indagini! No! La cosa migliore è quella di mandare all'inferno i grandi contesti. La morte colpisce all'improvviso. E all'improvviso si spalanca l'abisso, all'improvviso infuria la tempesta e la catastrofe ci sovrasta. Noi tutto questo lo sappiamo, ma ci rifiutiamo di pensare a queste cose sgradevoli. Noi e Gdala amiamo i nostri trucchi e stratagemmi. Togliete a un uomo i suoi marchingegni e vedrete che perderà la testa e menerà colpi in aria. La gente deve essere aperta - che diavolo! -, comprensibile. Il mondo è una tana di ladroni e la notte sta per calare. Il male strappa le catene e vaga nel mondo come un cane impazzito e tutti ne siamo contaminati. Noi e Gdala come qualsiasi altra persona. Nessuno vi sfugge, nemmeno lei, Elena Victoria o la piccola Aurora. La vita è fatta così. E' questo il motivo per il quale dobbiamo essere felici, quando siamo felici ed essere gentili, generosi, teneri, buoni, proprio per questo motivo è necessario e tutt'altro che vergognoso essere felici, gioire di questo piccolo mondo, della buona cucina, dei dolci sorrisi, degli alberi da frutta che sono in fiore o anche di un valzer.

STUDENTE: Tutti i moralismi e i divieti che riguardano la sfera sentimentale possono essere visti come uno strumento che il potere, espresso da qualsiasi forma di autorità, può usare per ribadire la propria presenza e porsi come unico punto di riferimento? In altre parole: vi è tutta questa potenzialità eversiva nella felicità?

NATOLI: Certamente la felicità possiede una propria componente eversiva. In quanto espansione, può spezzare il vincolo. Il problema è questo: i vincoli come tali sono ragioni di infelicità? Direi che, impostata così l'argomentazione, la caratteristica dell'essere felici sia data fondamentalmente da una competenza del proprio desiderio e del proprio sentimento. Allora noi sulle ali del nostro desiderio, della spinta del nostro desiderio possiamo arrivare a sentirci onnipotenti. Ma noi non siamo onnipotenti, perché la nostra quantità di forza, la nostra quantità di potenza è limitata. Tutto ciò che esiste, esiste perché ha una quantità di forza, ma non è tutta la forza esistente. L'espansione ci dà un'idea della nostra onnipotenza. E allora molte volte seguendo questa prospettiva noi ci dissipiamo. Allora il vincolo può essere interpretato nel senso buono, cioè come l'auto-organizzazione della propria, della propria potenza. Allora, se il vincolo è esterno esso è pure coattivo. Ma non ogni vincolo è coattivo. L'atleta, per arrivare alle prestazioni che raggiunge, si vincola. Se non si vincolasse, la sua potenza sarebbe sprecata. Il rammollito senza vincoli ginnici diventa debole, l'atleta che si vincola diventa forte. Allora il vincolo bisogna interpretarlo anche come una strategia di felicità. Quindi non ogni vincolo è negativo, anche se la felicità è come un qualcosa che domanda ai vincoli: "Che legittimità vi arrogate di vincolare?". E quindi da un lato il spezza, dall'altro bisogna modulare sé stessi perché il desiderio cresca in modo ordinato.

STUDENTE: Buonasera. Il pensiero filosofico ha elaborato il concetto di felicità pubblica. Quindi il comunismo può essere giudicato come movimento politico-sociale, rivolto alla felicità comune?

NATOLI: Nella storia della filosofia, e nella storia della cultura è sempre esistita questa utopia della felicità. E', questa, una situazione in cui si immagina di riuscire ad eliminare dal mondo un tipo di dolore, ossia il dolore inflitto, cioè il dolore che gli uomini si infliggono gli uni agli altri. Le rivoluzioni, sostanzialmente, hanno cercato attraverso un modello regolativo di giustizia di togliere dal mondo un certo tipo di dolore. Il dolore che gli uomini si producono, facendosi reciprocamente torto. Esiste, però, un tipo di dolore, nella vita, che, pur ammettendo di riuscire ad arrivare ad una situazione come quella concepita ed auspicata dalle utopie politiche, non si potrà mai eliminare; ed è il dolore naturale, la morte. Allora mi potrei porre questa domanda: rispetto a questo tipo di dolore, la felicità è negata per sempre o no? Vale la pena citare un pensiero importante di Nietzsche: "Non bisogna interpretare la felicità soltanto come soddisfazione". La soddisfazione è un'idea sonnolenta della felicità è come un riempirsi la pancia; la felicità bisogna interpretarla come ascesa. Allora la capacità di vincere il proprio dolore, diviene un modo di crescere. Da questo punto di vista lo stesso dolore può diventare un ingrediente della felicità. "L'uomo è felice - dice Nietzsche - non quando è sazio, ma quando è capace di vittoria". Allora nel vincere sé stessi, nel rafforzarsi attraverso la sofferenza, si ha un'idea più alta e più forte di felicità. Allora capite bene come, a questo punto, la nostra nozione di felicità stia cambiando. Non è più quella dell'attimo. Titolare vera della felicità è la vita intera.

STUDENTE: Prima Lei ha affermato che la felicità è di questo mondo. Però negli studi che stiamo conducendo, quest'anno abbiamo visto come in Kant l'unione tra la virtù e la felicità sia possibile unicamente nel raggiungimento del Sommo Bene. Quindi Le vorrei chiedere: possiamo affermare veramente che la felicità è possibile in questa terra oppure dobbiamo ricercarla dopo la morte?

NATOLI: Io non vorrei entrare, qui, in un ragionamento sul pensiero di Kant, che ci porterebbe a spingerci troppo in un approfondimento della filosofia kantiana. Però da Kant dovremmo trarre un'idea, utile al nostro tipo di ragionamento. Quando Kant afferma che l'uomo deve agire moralmente in ragione della universalità morale e quindi non per il proprio interesse soggettivo, è comunque costretto a postulare Dio come garante della connessione tra virtù e felicità, perché, se non si desse un luogo dove virtù e felicità coincidano, il mondo sarebbe irrazionale. Quindi, perfino Kant dovette trovare una situazione in cui virtù e felicità potessero coincidere. Ma, lasciando da parte Kant, il ragionamento da svolgere dovrebbe essere in gradi di poterci far concepire l'etica (lo accennavo prima), come una strategia di riuscita, ossia una strategia di felicità. Da questo punto di vista la virtù cessa di coincidere con il sacrificio, dal quale potrebbe nascere una compensazione, magari in un altro mondo. La virtù è la competenza del proprio desiderio, ovvero il modo in cui l'individuo sa investire la propria potenza, la propria libertà. Infatti virtù - deriva dal greco areté, da cui il latino ars, ossia "arte". La virtù è, quindi, l'arte di vivere. Da questo punto di vista il virtuoso è felice non perché sarà premiato per i suoi sacrifici, ma perché sa trovare nella vita la tecnica di riuscita. Allora la felicità non sarà più un premio della virtù, ma la virtù stessa darà felicità in quanto fornirà l'abilità per conseguirla. Ecco voi vedete lì una madia con del lievito. Questo è un modo in cui, abitualmente, la felicità non viene mai pensata. La felicità è pensate sempre nei termini dell'attimo, dell'ascesa. Si pensi all'ascendere dell'attimo come se fosse il movimento tipico della felicità. Invece la felicità possiede la caratteristica tipica del lievito, e può lievitare per intero la nostra vita. Infatti "felice", in senso stretto, si può dire solo una vita intera. La virtù lievita la vita, la fa crescere costantemente dal di dentro, la matura. Abbiamo, in questo contesto, una dimensione illimitata di crescita, ma non è nel vertice della crescita che si raggiunge la felicità bensì nel continuo della vita. In questo senso la virtù è matrice di felicità, nello stesso senso in cui il lievito fa crescere la pasta, perché felice, in senso stretto, può esserlo solo una vita intera. E in una vita intera gioie e dolori possono essere funzionali alla crescita. Questa è la dimensione più profonda e più alta della felicità.

STUDENTE: Secondo Lei il rapporto con la Natura e il godimento della bellezza possono essere considerati felicità?

NATOLI: Certamente! Già prima Vi parlavo di un'esperienza esistenziale di felicità frammentaria. Ecco nel mio libro sulla felicità (permettendomi dei riferimenti, in particolare, ad alcune pagine di Carlo Emilio Gadda, Marcel Proust) emerge questa dimensione della felicità come esperienza frammentaria. Nessuno di noi direbbe che un albero, una luce, un fuoco, possano essere la felicità, perché noi la felicità la pensiamo sempre nella dimensione dell'acme, mentre noi siamo grati alla vita e ci piace vivere, non tanto per l'acme, ma perché la bellezza frammentaria della vita, quando noi neanche ce l'aspettiamo, può irrompere e sviluppare in noi un sentimento profondo, anche inconscio, di gratitudine. L'infelicità involontaria (che è quella più costante, anche se non è quella più consapevole), è, purtroppo, la più piena, perché dall'acme si può cadere; mentre, di contro, questa irruzione, questi piccoli frammenti di felicità, che irrompono in ogni momento della nostra esistenza, ci fanno amare quest'ultima. Se poi ci chiedessimo il perché non lo sapremmo neppure dire. Ma questi attimi sono che nutrono costantemente la vita, sono quegli elementi di lievito, per cui la vita, nonostante tutto, ci può sembra davvero bella.

STUDENTE: Durante la Rivoluzione Francese, è stata elaborata la teoria della felicità vegetativa. Secondo alcuni filosofi francesi l'uomo può essere felice solo nella condizione in cui è sempre vissuto e non potrebbe essere più felice di così. Detta così, questa era chiaramente una soluzione ideologica con la quale gli aristocratici volevano tentare di legittimare il proprio potere. Ma non si può dire che in questa teoria esista, comunque, un fondo di verità?

NATOLI: Un fondo di verità, in questa teoria, c'è sicuramente. E' sensato dire che si è felici in un contesto. Le forme, i modi dell'essere felice, di cui parlavo prima, non variano soltanto come modalità affettive, ossia serenità, gioia, allegria, ma variano anche come modalità epocali, perché si è sempre felici nel mondo in cui si è vissuti, in cui si sta vivendo. Esiste una connessione (e questo vale anche per il dolore) tra epoche e vite. La modalità dell'essere felici è nel tempo, nell'epoca, nel mondo in cui si è situati storicamente. Questo è un elemento di verità. Si è sempre felici secondo un'idea, perché le aspettative di felicità, anche le percezioni di felicità cambiano nel tempo e nello spazio. In un mondo culturalmente naturalistico le percezioni della felicità sono di un certo tipo, in un mondo in cui esista l'affermazione della "mano umana", dell'artificio, le percezioni della felicità saranno di un altro tipo. Melodie e armonie diverse possono provocare vibrazioni diverse di felicità in tempi diversi. Si pensi al suono di una chitarra e di un clavicembalo rispetto ad una grande orchestra. Ecco: sono percezioni fruibili da sensibilità non confrontabili tra loro, perché la vita di un uomo, rispetto a un'epoca, che cos'è? E' un respiro. Quindi c'è un aspetto di verità in quella teoria: si è felici nel contesto, nel mondo in cui si vive. Quale fu, invece, l'elemento di errore, rispetto al quale, giustamente, gli Illuministi polemizzarono con la cultura ufficiale del loro tempo? E' che questo mondo non sia trasformabile. Se per un verso si può essere felici nel mondo in cui si è, non è detto che non si possa modificare il mondo e quindi allargare l'universo del gusto, della sensibilità e della percezione, fatta salva una considerazione: non è nella sovraeccitazione che è possibile trovare la felicità. Il vizio degli eredi perversi dell'Illuminismo è di ritenere che solo nella sovraeccitazione sia possibile trovare la felicità, e non invece nella capacità di accoglienza, di silenzio, di ascolto, di ricezione dell'altro. Di qui l'idea che la felicità possa essere fabbricata dall'esterno. Ecco, questo è il rischio: allargare la sensibilità sì, ma immaginare che la felicità possa essere fabbricata per acquisizione e non per accoglienza, è l'errore che, molte volte, porta gli uomini alla disperazione, tramite l'illusione che si possa essere felici solo perché si può ottenere, avere, tanto. E non è affatto vero.

STUDENTE: Lei prima ha parlato di felicità come attimo immenso, quindi legato a una concezione di perdita del tempo. Ma, allora, si può dire che la cognizione del tempo, dell'uomo sia una cognizione infelice?

NATOLI: Questa domanda è molto interessante perché, nel risponderLe, mi permette di mettere assieme, diciamo, i due temi che sono emersi in questa nostra discussione. Sicuramente nella dimensione dell'attimo cade l'esperienza del tempo. Ci si sente divini. Quando gli antichi greci affermavano che gli dei fossero felici, la parola che essi usavano era reia zoontes, cioè vivono scorrendo (rei vuol dire "scorrere"), ossia senza ostacolo. Il tempo fluisce in un modo così uniforme da non permettere la percezione del suo continuo spezzarsi. Ecco perché il tempo, psicologicamente, si allarga. Perché esso è continuo, in esso non c'è elemento di rottura. Ecco nella effusività, nel "grande abbraccio" con l'universo circostante il tempo si ferma. E' il tempo ad introdurre la caduta. Baruch Spinoza, un grande filosofo, ebreo olandese, affermò: poiché in variatione vivimus, poiché "noi viviamo nella variazione", ci sentiamo più o meno felici a secondo che cresciamo o diminuiamo. Ne segue che il tempo, di per sé, non produce infelicità, ma può cambiare la natura dell'essere felici. E allora si passa dalla immagine del Bacio di Klimt, ossia l'estasi dell'istante, all'immagine del lievito sulla madia, che lievita gradualmente. Nel tempo tutti i momenti devono essere funzionali alla crescita, al conquistare il tempo col tempo. Ecco perché la felicità, quella vera e profonda, può appartenere solo ad una vita intera, perché, se noi pretendessimo l'attimo, incontreremmo la morte. Soltanto quando l'attimo ricade nella vita, come il lievito, la vita può crescere attraverso gli attimi. Ecco perché l'attimo non può essere preteso. Ma cresce anche attraverso il resto: alle nostre abilità, alle nostre virtù, alla capacità di modulare l'esistenza, al reciproco dono che ci scambiamo con il nostro vivere: tutti questi sono meccanismi che fanno crescere la vita. E perfino il dolore la può far crescere. Ecco allora perché l'attimo può essere atteso, ma non può essere preteso, e perché il tempo può essere, da noi, fecondato. Dovremmo sempre tenere presente nella nostra mente questa "doppia faccia" della felicità.

STUDENTE: Si può anche affermare, per quanto riguarda il rapporto tra felicità e tempo, che non si possa sempre ritenere possibile un vita interamente felice, perché essendo la vita di ogni essere umano composta da attimi, questi ultimi potrebbero essere sia attimi di felicità che di infelicità.

NATOLI: Noi potremmo pensare ad una vita interamente felice, se tutti questi attimi che la compongono (ed ecco ritornare il tempo che si conquista col tempo) noi fossimo capaci di valorizzarli. E' la conclusione del ragionamento svolto da me poco fa: non dovremmo pensare che la felicità stia soltanto nel godimento, nella soddisfazione immediata, ma dovremmo renderci in grado di concepire la felicità nella capacità di vittoria. Quale modo più grande di accrescersi del vincere, del superare l'ostacolo? Se noi intendessimo la felicità soltanto in termini di fruizione, ne perderemmo il più alto messaggio. Perché chi vince una partita di calcio ha pure sofferto fisicamente. Nella felicità può esserci il dolore. Ma quale dolore? Il dolore del protendersi, come quello dell'atleta. Perché l'espandersi che cos'è? E' il protendersi all'estremo. Ecco perché la felicità pigra, rappresentabile dall'atto puro dell'ingoiare, non può essere la felicità vera. La felicità è nel tendersi. In tutto questo può giocare la sua parte anche la stessa sofferenza. Ricordiamoci di un fatto: il tempo, in quanto movimento, sviluppa un protendersi lineare.

STUDENTE: Abbiamo cercato su Internet dei siti riguardanti il tema della felicità. E devo dire che ce ne sono davvero molti, la maggior parte dei quali incentrati sui filosofi e sul loro rapporto con il problema della felicità. Ho notato una cosa davvero curiosa: la maggior parte di questi siti vertono sulla visione della felicità dei filosofi antichi, come, per esempio, Epicuro, e le sue speculazioni esposte nella Lettera su la felicità. oppure Aristotele, e le sue tesi su felicità e virtù. La cosa davvero curiosa è che non si trovano siti sul tema della felicità vista dal punto di vista della filosofia orientale. Mancano all'appello dei siti web ospitanti testimonianze su di una visione moderna o contemporanea della felicità Le vorrei chiedere: perché anche gli autori moderni o contemporanei scrivono saggi sulla concezione classica della felicità, di autori come Epicuro, Platone e Aristotele?

NATOLI: Direi che per molti versi sia un fenomeno spiegabile. Sullo stile orientale di conquistare la felicità, invece, è davvero strano che ci sia così poco al riguardo su Internet. Di questi tempi i modelli orientali stanno entrando sempre più prepotentemente all'interno della nostra cultura ma sarebbe bene tener conto del fatto che essi non appartengono né alla nostra cultura, né alla nostra civiltà. E' interessante che siano ancora molto presenti i filosofi antichi, perché i filosofi antichi sono quelli che meglio hanno usato la metafora del lievito. Vale a dire la possibilità di coltivare tutti i momenti nella propria vita e far crescere la vita intera. La filosofia moderna, la filosofia contemporanea ha lavorato più sulle condizioni di felicità, ossia sulla rottura dei vincoli, che possono gravare sulla capacità soggettiva di conquistarsi la felicità. Ed è singolare che oggi, alla fine della modernità, dopo che tanto abbiamo lavorato sulle condizioni di felicità, sulla libertà del bisogno, per trovare la felicità si torni agli antichi. Perché? Perché non è nell'esterno che c'è la felicità, ma nella capacità di fare lievitare infinitamente la propria vita come una buona pasta, come una sana pasta. I vecchi, grandi classici del pensiero: quelle sono immagini filosofiche davvero grandi della felicità!
L'attimo della felicità si brucia e ci brucia. Ed è fecondo, se ricade in ogni momento nella vita.


Siti Internet sul tema

World Database of Happiness: http://www.eur.nl/fsw/research/happiness/
Continuous register of scientific research on subjective appreciation of life


Biografia di Salvatore Natoli

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