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Il Grillo (4/2/1998)

Salvatore Natoli

Il senso del dolore

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Natoli: Sono Salvatore Natoli. Insegno Filosofia all'Università di Bari. Mi sono interessato delle questioni teoriche della filosofia, dei rapporti tra ragione e passione, quindi anche di teoria degli affetti, e, in particolare, del dolore. Ho scritto un libro: L'esperienza del dolore, che è poi il tema di oggi. Quindi passiamo a vedere la scheda di presentazione dell'argomento.

 

Il dolore, si dice, è universale. Ma è proprio vero che sia così? Nel dolore universale è di certo il danno - esempio: una malattia, un handicap -, non il modo in cui il danno è vissuto. Ma il danno, quand'anche è universale, è variamente interpretato. Un induista soffre in modo diverso da un cristiano, questi, diversamente, da chi non crede. Se così è, l'esperienza effettiva del soffrire è data dalla circolarità tra danno-senso, più esattamente dalla tensione tra il senso, a cui sempre e in ogni caso si appartiene, e il non senso che il dolore produce. Il dolore infatti lacera la ragione, costringe l'uomo a interrogarsi su di sé. Perché a me? Cosa ho fatto per meritare questo? Ma ancor più sul senso del mondo. Le cose si inabissano e l'enigma del male irrompe in tutta la sua atrocità. Eppure mai, come nella sofferenza, si cercano parole per dare senso all'insensato. E, bene o male, le si trova. Abbiamo preso a soffrire nel momento stesso in cui abbiamo cominciato a vivere. Gli uomini nascono in scenari di senso che li precedono e che danno loro il linguaggio e i termini per divenire interpreti, più o meno abili, del loro soffrire. Abili, e non da soli, gli uomini infatti riescono a condividere la comune sofferenza, a farsene reciprocamente carico. Ed è anche giusto dire che lo devono. Tuttavia nessuno è mai sostituibile nel suo dolore. Ognuno è chiamato a giocare la sua parte. Riuscire, nonostante il dolore, a portare a compimento una vita. Ma di questo poco si può dire. Infatti nulla più del dolore svela la fragilità dei singoli, la loro irrepetibile unicità. Manifesta insieme la comune esposizione all'imponderabile.

 

STUDENTESSA: Buongiorno, professore. Come abbiamo visto nel filmato, nel passato si aveva una concezione diversa del dolore da quella odierna. Come può il tempo modificare questo?

Natoli: Ecco, la sua domanda già ci porta nel cuore della esperienza del dolore. Lei introduce passato, introduce tempo. Ecco, l'esperienza del dolore, diciamo, ha due facce. C'è una parte oggettiva del dolore, che è il danno, che può essere rompersi un braccio, avere una grave malattia. E l'altro è il senso, cioè quale significato si attribuisce a questo atteggiamento. Allora, per capirci, brevemente, lei immagini un induista, immagini un cristiano, immagini un non credente. La stessa sofferenza è diversamente interpretata. Ci sono delle culture in cui la sofferenza è interpretata come la dimensione dell'apparenza. Ci sono delle culture in cui la sofferenza è vissuta in modo profondo: il dolore vivo. Ci sono delle esperienze, per esempio quella cristiana, dove c'è il dolore vivo, ma è visto nella dimensione della redenzione. Ecco lo stesso danno è vissuto in diverso modo. L'esperienza del dolore sta nella circolarità tra danno e senso. Ecco perché, pur essendo universale, il dolore è diverso.

STUDENTESSA: Professore, Le volevo chiedere: la tecnica moderna tende ad annullare il dolore in maniera diversa da come si faceva nel passato. Prima lo strumento fondamentale era l'uso della parola. Secondo Lei oggi è superato? E' superata la parola?

Ecco, qui bisogna fare una considerazione preliminare. Non annullare, la tecnica cerca di fronteggiare - magari riuscisse ad annullare il dolore -, cerca di fronteggiare il dolore. E' chiaro che in epoche diverse, quando la tecnica non aveva ancora raggiunto il livello di qualità e di efficacia di oggi, c'erano altre modalità per affrontare il dolore, modalità, per molte volte, per molti casi, esse stesse tecniche. Cioè la tecnica è molto antica, non sofisticata come oggi. Ma già con Ippocrate in fondo il dolore cerca di essere dominato attraverso il gesto tecnico. C'è una bella formula di Ippocrate, in cui si dice: "Il medico e il malato devono, insieme, combattere contro la sofferenza". Ecco, allora bisogna distinguere nella sofferenza tra la parola "efficace" e la parola "non efficace". Qui c'è un punto importante da considerare: il dolore, come esperienza estrema, è sempre al di sotto e al di sopra della parola. E' al di sotto della parola perché sono poche le parole efficaci. Chi soffre cade nel mutismo. Non a caso si parla di pietrificazione. Il dolore pietrifica, che dire. Dall'altro lato il dolore è eccesso di parola, c'è la farneticazione. Nel dolore costantemente ci si domanda: "Perché io soffro, perché a me?". Ricorderete tutti in Manzoni di Tonio, scimunito dalla peste: "A chi la tocca, la tocca. A chi la tocca, la tocca", fino al grido, la parola inarticolata. Ecco quindi, in quanto lacera il dolore, eccede il linguaggio. Ed è' sempre di troppo e troppo poco. Allora si cerca la parola "efficace". Per esempio nella credenza religiosa la parola "efficace" era la preghiera, perché magari il dolore non cessava, ma c'era una speranza, un "tu", una confidenza, un'attesa del miracolo. Questo non cancellava, non cancellava il dolore, ma lo rendeva in un certo modo sostenibile, vivibile. E poi con la parola "efficace", che è quella della tecnica, oggi l'uomo, quando soffre, a chi si rivolge in primo luogo, a cosa pensa, dove trova la parola "efficace"? La trova nella tecnica. Ecco allora il passaggio di civiltà, i modi diversi in cui quella circolarità tra danno e senso di cui parliamo prima, di volta in volta si attiva.

STUDENTESSA: Poiché attraverso la lacerazione dei sensi, l'animo di colui che soffre riesce a raggiungere dei livelli, potremmo dire di conoscenza superiore, è possibile quindi concludere che il dolore, che poi in realtà è sinonimo di male, in realtà è anche bene?

Ecco, qui, già c'è una considerazione preliminare da fare: coscienza superiore. Che vuol dire? Ecco, il dolore abbrutisce, il dolore strazia, il dolore indebolisce la mente, quindi non sempre nella condizione di dolore il soggetto accede a un punto di vista superiore. Nei dolori si sviene. Quindi non bisogna dimenticare la dimensione impoverente del dolore. Però c'è anche un'altra dimensione: il dolore non è sempre vivo. Anche nel sofferente ci sono momenti alterni. E che cosa produce il dolore? Il dolore produce una forte interrogazione su di sé. Che senso ha la vita, se io soffro? Se la vita è lo spazio in cui l'uomo deve realizzare le proprie possibilità, ecco, nel dolore che cosa si sperimenta? Si sperimenta non solo il dolore vivo, ma la interruzione delle proprie possibilità. E allora ci si interroga: perché, che senso ha vivere? Allora nel dolore l'uomo diventa una questione centrale. Il pensiero a sé diventa il pensiero di sé nel mondo e quindi il senso del mondo. Ecco perché, a partire dall'esperienza del dolore, l'uomo si interroga sul male e quindi sulla realtà, la verità dell'esistere. Da questo punto di vista il dolore pone una condizione di interrogazione e di domanda su di sé e quindi in un rapporto tra sé e il significato del mondo molto alto. Allora da questo punto di vista, per quanto abbrutisca, pone anche delle condizioni di interrogazioni radicali e profonde. Per cui, se il dolore non abbatte - e molte a volte abbatte e cancella - diventa una occasione per crescere.

STUDENTESSA: E quindi, se non abbatte, contrariamente invece si può anche rafforzare?

Può essere un modo attraverso cui l'uomo scopre risorse che altrimenti non avrebbe scoperte. E quindi può ricostruire una dimensione di sé, una immagine di sé altra, nuova, per molti versi, appunto, se non è sconfitto, vittoriosa. Quindi il dolore non è mai in assoluto un qualcosa di negativo. Può diventare un passaggio di crescita, senza dimenticare però che può essere anche una ragione profonda di sconfitta.

STUDENTE: La scienza, la tecnica, la conoscenza possono alleviare il dolore dell'uomo col passare del tempo, come sembrerebbe da un'interpretazione del mito di Prometeo, oppure esso è parte integrante, essenziale, dell'esistenza umana?

Ecco, che il dolore sia intimo alla vita, su questo, diciamo, che la storia del mondo ne è testimone. Anzi addirittura i Greci vedevano nel dolore l'altra faccia della felicità, cioè l'esistenza è insieme generativa e crudele. La stessa potenza che genera, la natura, distrugge. E quindi dolore e felicità stanno insieme. Ecco, ma non è di questo che voglio parlare, ma voglio venire alla sua domanda. La tecnica allevia il dolore. Beh, certo, direi che lo ha alleviato. Il dolore vivo è diminuito. Molte malattie sono gestibili, controllabili. Si può ottenere per venire alla guarigione. Quindi sarebbe chiudere gli occhi se non si ammettesse che la scienza ha ottimizzato la vita e quindi, nel contrasto col dolore, è stata appunto, come dicevo prima, parola potente. Però è chiaro che non lo ha sconfitto. Allora, a fronte di questa grande crescita e sviluppo della tecnica si sono create come sempre delle controfinalità. Per cui, se per un lato la tecnica ha riscattato un uomo da molti dolori, lo ha esposto a forme nuove di sofferenza. Per capirci, un esempio. C'è una bella formula di Epicuro, che dice: "Se la malattia è grave, è breve. Se è lunga si può apprendere a convivere con essa". Oggi la tecnica ha creato un quadro nuovo di esperienza. Ci possono essere malattie gravi che possono diventare lunghe, cioè la tecnica può mettere l'uomo nelle condizioni di essere sotto una ipoteca di morte per lungo tempo. Che si fa in questo tempo? Ecco, allora, come la tecnica, pur avendo risolto tanto dolore, crea condizioni diverse di problematicità, perché un uomo, che non ha futuro, come riempie questo spazio di tempo? Può la tecnica risolvere questo? Non sempre. Per cui, grazie ai successi della tecnica, noi abbiamo ridotto il dolore vivo, ma la sofferenza si è riformulata secondo un'altra qualità. E allora, per affrontare questo, ci vuole un altro linguaggio, a cui la tecnica non è sufficiente.

STUDENTESSA: Il dolore fisico ha anche un'attività pratica, in quanto serve ad allontanarci dal pericolo. Possiamo dire la stessa cosa del dolore morale? E se sì, in che senso?

Dunque il dolore fisico lo si è detto sempre, è un segnale, uno stimolo che preserva, che allerta. Tant'è vero che nella medicina classica il dolore era considerato un sintomo della malattia. Non era esso malattia. Poc'anzi si parlava di tecnica. Oggi, con lo sviluppo della tecnica, noi siamo arrivati al punto che il dolore ha cessato di essere solo sintomo. E' diventato esso stesso malattia. Perché? Perché, mentre prima, bisognava curare la malattia per togliere il dolore, oggi con malattie, anche gravi e incurabili, si può controllare il dolore senza con ciò estinguere la malattia. Allora da questo punto di vista il dolore oggi non è più solo un sintomo, un allarme, ma esso stesso un male. E quindi si possono evitare morti atroci, nel momento in cui la tecnica può trattare quello che un tempo era un sintomo, come un male. Il dolore morale esigerebbe una riflessione per suo conto, ma per stare alla sua domanda voglio risponderle in modo molto breve. Non bisogna separare il dolore morale, io preferirei chiamarlo il dolore mentale, dal dolore fisico, perché ogni dolore fisico mette a disagio la mente. E quindi esiste una somato-psicosi, cioè il disagio del corpo mette in crisi la mente, allo stesso modo in cui il disagio della mente o di rappresentazione mette in crisi il corpo. Quindi si tratta di definire il grado di questa circolarità. Ma ogni dolore fisico è anche mentale, ogni dolore mentale è anche fisico. Non possiamo mai scindere nell'uomo la rappresentazione di sè dalla sua condizione effettiva, corporea.

STUDENTE: Visto che si dice che il dolore affina le conoscenze, di conseguenza, secondo Lei, il piacere ottunde gli animi. Eppure Leopardi, affinato da una vita di dolore, desiderò con tutto se stesso il piacere!

Ecco, ho già detto prima, che non sempre il dolore affina. Il dolore anche abbrutisce, riduce l'intelligenza. Pensate quando avete un dolore atroce, anche di quelli passeggeri, insomma. Ma, quando c'è un momento acuto di dolore, beh, tutto il corpo è tratto in questa esperienza, non pensa più che il dolore fa male. Quindi affina. Affina nel senso che poi, essendo in questa situazione, trovandosi in questa situazione, per un lungo periodo si alternano i momenti estremi con momenti di maggiore vivibilità. Talora la sofferenza entra nell'intero della sofferenza, dell'esperienza, e allora, come dicevo prima, l'uomo scopre, latente, dimensioni di sé, modi di rapportarsi con gli altri, che gli permettono forme diverse di realizzazione. Questo è un tema che bisognerebbe trattare, nel senso che una delle caratteristiche del dolore è quella di produrre la separazione dagli altri. E allora come ci si incontra con gli altri? Ci si incontra in un altro modo. Anche qui si aprono dimensioni di pietà, di sensibilità diverse. Allora tutti questi sono modi in cui pur nella sofferenza si può crescere. Ora, detto questo, non si può sostenere che il piacere invece faccia male o ottunda. Ecco, una caratteristica del piacere è che, nel momento del piacere, non si pensa al dolore. Nel momento del piacere, la caratteristica del piacere è che il dolore viene messo tra parentesi, però il piacere esso stesso affina la sensibilità. Il piacere del suono affina la sensibilità. Si può sentire il canto delle cicale, il rombo, il rullare dei tamburi, il vento, la musica. Il senso stimolato dal piacere si specializza, si arricchisce. Quindi lo sviluppo della sensibilità o del piacere, di per sé, non è un elemento di riduzione d'intelligenza, ma di grande accrescimento dell'intelligenza. Certo che ci sono dei tipi di piacere, in cui l'elemento eccessivo, lungi dal perfezionare il senso, lo deturpa. Un suono troppo forte non perfeziona l'udito, lo fa perdere. In altre situazioni ho detto: "lasciamo stare la qualità estetica delle musiche da discoteca". Non voglio entrare nel merito estetico, ma se fanno perdere l'udito, se indeboliscono l'organo, sono negative. Allora ci possono essere delle dimensioni di piacere eccessivo ottundente, ci può essere un gioco variato del piacere, che invece è un accrescimento della sensibilità, il gusto del silenzio. Il silenzio è un qualcosa che si ascolta paradossalmente. Quindi, se nel dolore si può crescere, non per questo si deve dire che il piacere ottunde. Ottunde quando diventa monomaniaco, eccessivo, quando, anziché sviluppare la sensibilità, la fossilizza in un punto di eccessiva stimolazione. E l'eccessivo stimolo distrugge l'organo.

STUDENTE: Scusi, professore, si potrebbe parlare di una gradualità del dolore?

Certo, si può parlare di una gradualità del dolore in un senso elementare, nel senso che una piccola contusione non è un grande trauma. Un grande trauma non è una grave malattia. Ma allora qui ci sono due distinzioni da fare. Ci possono essere dimensioni di dolore vivo, molto forte, ma anche molto breve. Allora, quando si ha un dolore vivo molto forte, ma se ne conosce la natura, questo dolore viene meglio sopportato, di un dolore accennato, di cui non si conosce l'origine, perché quello può essere grave, perfino mortale. Allora cosa vuol dire grado del dolore? E' il dolore vivo oppure ciò che il dolore significa. Un dolore vivo, di cui si ha però la persuasione che svanirà, che è curabile, diventa meglio sopportabile, soprattutto con l'aiuto dei farmaci che oggi abbiamo a disposizione, di quanto non lo sia un dolore ambiguo. Quindi già si capisce bene come l'interpretazione del dolore definisca il grado del dolore o quello che comunemente si dice la "soglia" del dolore. Quindi la "soglia" non è mai oggettiva. Visto che abbiamo introdotto questo tema, allora torniamo di nuovo al discorso che si faceva all'inizio, la circolarità tra danno e senso. Anche questo gradua il dolore, perché è in una situazione in cui a un dolore anche grave si riesce ad attribuire un significato, questo dolore lo si sente meno. Pensiamo, in una certa tradizione cristiana, il dolore offerto in espiazione, per esempio, offerto in espiazione del male, che intenzionalmente gli uomini fanno, allora questa dimensione dell'offerta non annullava il dolore, ma in un certo senso lo finalizzava e allora diventava più sostenibile. E allora il modo di interpretare il dolore, soggettivo, cioè per quanto riguarda l'individuo, e culturale, ne definisce il diverso grado.

STUDENTESSA: L'esperienza del dolore può trasformare il rapporto con il proprio corpo? E l'immortalità dell'anima può derivare da questo?

Ecco, certamente l'esperienza del dolore trasforma il rapporto col proprio corpo. Mi capita spesso di portare un esempio elementare. Lei immagini di fare una gita in montagna in una giornata d'estate. Allora ad un certo momento ha camminato, è sudata, trova una fonte, c'è questa acqua fresca, lei si bagna, la beve, l'arsura è placata, sente un grande ristoro. Che cosa sente? Sente la freschezza dell'acqua, sente l'acqua, sente il mondo, sente gli odori. Immagini di avere una lesione al labbro, quando lei accosta le labbra all'acqua, sente immediatamente il bruciore alla bocca. Non sente l'acqua, sente il corpo. Ecco allora che cosa cambia: nel dolore il corpo è vissuto come ostacolo nei confronti del mondo. Nella sanità il corpo è sentito come apertura verso il mondo. Il corpo sano sente il mondo, il corpo malato sente il corpo. E quindi il corpo diventa una barriera tra il proprio desiderio, l'universo delle possibilità, e la realizzabilità delle medesime possibilità. Cosa vuol dire "venire al mondo", la parola "venire al mondo"? Che il mondo è lo spazio delle nostre possibilità. Il bambino viene al mondo, comincia a camminare nel mondo, i primi passi, tocca, raggiunge le cose. Il corpo colpito ha dinanzi a sé un mondo irraggiungibile. Ecco allora perché si cambia la dimensione dell'esperienza del proprio corpo. Si cambia anche soprattutto la dimensione dell'esperienza di sé nei confronti degli altri. Ecco perché il dolore separa. Si dice: il dolore inchioda. E' inchiodato a quella sedia. Gli altri vanno per il mondo. Potranno avere compassione, pietà? Lasciamo stare gli atteggiamenti, ma intanto loro vanno, perché la vita li chiama. Hanno anche dei doveri, e intanto tu sei inchiodato lì. Ecco allora, la dimensione di immutato rapporto col proprio corpo significa anche il mutato rapporto con gli altri. L'esperienza del dolore è anche esperienza della separazione. Immortalità dell'anima. Forse una delle ragioni per cui gli uomini hanno pensato all'immortalità dell'anima è dovuta dal fatto, è dovuta al fatto che questo mondo della rappresentazione, che, pur nel dolore, sussiste, si è formulato come mondo separato. Quello che io penso non coincide con lo stato di cose che realizzo, però continuo a pensarlo. Forse c'è una dimensione di me, allora, che può trovare pienezza al di fuori dei limiti del corpo, visto che il corpo si presenta come limite. Questa è una credenza, è un modo per spiegare questo tipo di credenza. Non solo, ma storicamente è diventata, questa, una forma di consolazione, di compensazione. In una umanità che credeva l'immortalità dell'anima, era persuasa di questo, ecco pensava il mondo a venire come un bilanciamento del male di questo. E' chiaro che non tutto il Cristianesimo si risolve in questa credenza. Per molti versi il Cristianesimo è altra cosa. Ma certamente nei secoli cristiani gli uomini hanno pensato all'altro mondo come quel mondo in cui l'uomo sarebbe stato riscattato dal dolore del presente. Questo era un modo attraverso cui la stessa sofferenza diventava assennata, pur nella lacerazione. L'immortalità era un modo per dare senso al dolore del mondo. Fine destino e Dio che consola, che protegge, che redime soprattutto.

STUDENTESSA: Lei prima ha detto che il dolore mentale è una conseguenza del dolore fisico e viceversa. Ma in realtà si possono considerare come due forme differenti di dolore?

Io più che usare la parola "conseguenza", che è troppo impegnativa, anche perché definire i nessi di causa ed effetto non è mai molto semplice, ho usato quella di "circolarità". Cioè un male fisico prende la mente e un male mentale prende il corpo. Ecco, certo l'origine non è coincidente. Ci possono essere delle forme di dolore, che prendono il corpo, che nascono dal disagio della mente. Allora, da questo punto di vista, noi ci rappresentiamo sempre in un mondo. L'uomo esiste in quanto è relazione. L'uomo non è una realtà atomica, non è una pietra. L'uomo è rappresentazione. Quindi, lo stesso nostro corpo è in uno spazio, e noi ci vediamo in uno spazio, in uno spazio fisico, la possibilità di raggiungere le cose, in una relazione con gli altri, con le altre persone, che interloquiscono, che ci corrispondono o ci rifiutano. Allora il modo di rappresentarsi il mondo ce lo porta vicino o lontano. Allora è chiaro che le forme di rappresentazione della realtà, il modo in cui noi viviamo le cose, il modo in cui stiamo nell'esistenza, può essere agiato o disagiato. Ed è chiaro che, se il nostro modo di rapportarci agli altri o al mondo-ambiente, è disagiato, bisogna andare a trovare le ragioni, questo immediatamente produce disagi del corpo. Però il disagio del corpo - una grande malattia che nessuno ha deciso e che ci prende - mette a disagio la mente. Allora lì bisogna ricostruire il contatto, ristabilire, se è possibile - non sempre è possibile - la relazione. Ecco, allora qui siamo dinanzi a una rete di nessi, molto complicata. Le voglio dire una sola cosa però, che, mentre nel disagio del corpo, fisico, per esempio una malattia, la mente è messa in questione, però l'uomo è, in certo senso, presente a se stesso, nel disagio della mente è la mente stessa che è portata fuori di sé e quindi è più difficile metterla in rapporto, di coerenza con se stessa. In questo senso il disagio mentale è enigmatico, meno chiaro del dolore del corpo.

STUDENTESSA: Secondo Lei, uomini o donne hanno un modo diverso di porsi di fronte al dolore? E se ciò è vero dipende da un fattore fisico o culturale?

Qui il problema più che riguardare il dolore riguarda alla cosiddetta "differenza". Certamente gli uomini e le donne sono diversi. Sono diversi dal punto di vista fisico, sono diversi dal punto di vista culturale. Quindi se è vero quello che io ho detto fino adesso, che c'è una circolarità tra danno e senso, probabilmente anche nell'esperienza della sofferenza l'elemento del sentirsi uomo e del sentirsi donna la caratterizza con delle variabili di diversità. Ecco allora è chiaro che poi bisognerebbe andare a vedere, entrando nei mondi storici, come le donne hanno sofferto differentemente dagli uomini. Credo che questo è un lavoro che si potrebbe anche fare, cioè probabilmente delle condotte diverse ci sono state.

STUDENTESSA: Ma è vero che comunque per la donna è più facile affrontare l'esperienza dolorosa che per un uomo?

Io qui non vorrei essere arbitrario, perché bisognerebbe appunto vedere questi modi storici, queste abitudini culturali. Certamente, così, a prima vista, si può dire che la donna è stata maggiormente legata alla figura della pietà. La dimensione pietosa della donna come ausilio, come accoglimento, questa figura materna, in fondo quando si soffre si diventa sempre un po' bambini, si ricade in questa gracilità originaria. Allora questa figura pietosa, materna, è stata associata al femminile. Ma questo è un discorso abbastanza generale, direi generico, per affrontare queste differenze bisognerebbe fare un'analisi antropologica molto dettagliata e rigorosa, altrimenti si rischia di dire cose senza fondamento.

STUDENTE: Professore, buongiorno. Vorrei sapere come Lei si pone di fronte al problema sull'eutanasia.

Ecco, questo è un problema che meriterebbe una riflessione, preso da solo, per sé solo. Ecco il ragionamento che io faccio circa l'eutanasia è questo. Dinanzi a situazioni finali, in cui il dolore è forte e non c'è nessuna possibilità di risanamento, il dolore comincia a diventare inutile. E perché allora far sopportare agli uomini un dolore inutile, una inutile crudeltà? Allora lei sa bene che si parla di accanimento terapeutico. In alcuni casi, in certe malattie si continuano a produrre cure che non hanno nessun risultato, tengono in vita una entità - che non possiamo più neanche chiamare persona - solo per farla soffrire. In taluni casi addirittura non c'è più neanche la sofferenza, perché siamo a un livello di insensibilità, di assenza di coscienza, dove l'accanimento, non solo tiene in vita ciò che non vive, ma è anche uno spreco di risorse rispetto a persone, che invece potrebbero essere aiutate. Allora in questo quadro oggi sono tutti d'accordo, anche su posizioni diverse, che l'accanimento terapeutico bisogna evitarlo e quindi bisogna lasciar morire, che non è in senso proprio l'eutanasia, perché l'eutanasia suppone che un soggetto decida lui che non può vivere più e dove la questione non è soltanto non sopportare un dolore inutile, ma è anche mantenere la propria dignità, perché effettivamente il dolore mortifica anche; c'è un problema di rispetto di sé. Allora in questi casi l'uomo deve diventare titolare della sua fine. E qui la situazione è difficile. Anche se in astratto si può condividere l'idea che, quando non si può più vivere, anziché entrare in un tunnel oscuro, è più giusto andarsene, - che era il modo in cui gli antichi pensavano l'eutanasia, la grande uscita dalla vita. La pensavano. Poi anche nel mondo antico non è che l'eutanasia fosse così facilmente praticata -, ma se in linea di principio si può accettare questo, ci sono dei problemi di fatto. Chi decide, quando decide, come e perché? Basta avere a che fare con dei malati, che ci si accorge molto spesso che passano da fasi di depressione a fasi di euforia. Quando sono depressi vorrebbero morire, quando sono euforici vorrebbero vivere. E poi dipende anche dal tipo di rapporto che c'è tra il sofferente e gli altri. Io ho visto dei sofferenti che sino alla fine della propria vita ritenevano di dovere portare a compimento un'azione. Si sentivano responsabili di un compito e quindi non volevano morire. Allora chi decide? Quando, come, perché? Può essere una decisione solo medica? Allora entriamo in delle situazioni di fatto, in cui, anche ammettendo, in linea di principio, la legittimità dell'eutanasia, è molto difficile trovare una oculata giustificazione per praticarla in certi contesti. Tant'è vero che il problema si formula sempre di più in termini di diritto. Come, quando, qual'è la legittimità? Ecco, questo è il tipo di problema.

STUDENTE: Sì, però consideriamo il fatto che Dio ha creato la vita. Ha diritto un uomo di levare la vita ad un altro individuo?

Dal punto di vista di chi è credente, è chiaro che la eutanasia è esclusa. E qui torniamo ancora di nuovo al problema che la sofferenza non è mai un dato puramente oggettivo. Intanto il credente stesso non entra in una logica di eutanasia, perché interpreta il suo dolore in modo diverso. E' vero che la sofferenza può far vacillare anche le fedi, però il credente non è in una logica di eutanasia. E il credente si rapporta anche con credenti. Quindi trova modi di conforto, modi di portare a termine la sua vita nell'ambito della credenza stessa. Diverso è il discorso per il non credente. Infatti, anche se si ammettesse giuridicamente l'eutanasia, non vuol dire per ciò stesso che tutti la praticano. Ci sarebbero delle persone che vivono il dolore in un modo diverso, correlato a un senso di riscatto, che non accederebbero all'eutanasia. Quindi anche qui il problema della decisione dipende dal modo in cui si vive il dolore, a secondo della interpretazione. Ecco perché direi che l'eutanasia è una questione più sulle condizioni di possibilità che sulla effettività. Quando si parla di eutanasia, si parla delle condizioni di possibilità perché questo atto divenga legittimo, ma la decisione dipende sempre dal soggetto e soprattutto dal modo in cui il soggetto si relaziona agli altri. Perché su questo è delicato. Cioè, è vero che c'è un dolore inutile, che è assurdo sopportare, ma molte volte, soprattutto nel nostro mondo, l'eutanasia è voluta, non tanto da chi soffre, ma da coloro che gli stanno attorno, che non sono loro capaci di pietà, che non sono loro capaci di farsi carico del dolore dell'altro. E allora dicono che il suo dolore è insopportabile perché non lo sopportano loro. E in una società spietata come la nostra un modo per liquidare il dolore lo sai qual è? Togliere di mezzo il sofferente. Se si toglie di mezzo il sofferente il dolore non c'è più. E siamo noi una società spietata.

STUDENTESSA: Scusi, professore, volevo chiedere se la vita di un uomo non fosse intervallata da momenti di dolore, potrebbe allora esistere la felicità?

Beh questo, questo tipo di ragionamento, diciamo che si discosta dall'esperienza che noi abbiamo della vita, perché la vita, come dicevo prima, come i Greci pensavano, è insieme crudeltà e felicità. Ci sono mondi, credenze, che accennano ad un mondo, in cui non ci sarà più il dolore e la morte. C'è un versetto di Isaia, che dice appunto che "ci sarà un giorno in cui Dio asciugherà le lacrime su ogni volto". Ma questo può essere solo creduto. Appartiene a quelle dimensioni di senso attraverso cui il dolore è interpretato. Però l'esperienza della lacerazione, in cui anche le stesse credenze sono messe a rischio, è quotidiana. Ecco allora direi che il dolore fa parte della vita, però non la nega, non la estingue. Può essere vissuto. Nonostante tutto, la sofferenza è un momento della vita. C'è sofferenza fino a che c'è vita. Quando si perde la coscienza del soffrire non si soffre neanche più. E allora se c'è sofferenza perché c'è vita, al fondo di ogni sofferenza bisogna promuovere fino a che è possibile la vita. E questo è importante nella relazione con gli altri, con la persona che soffre. Quando noi ci rapportiamo alla persona che soffre, l'unico modo per potere dare un senso non è compatirla, ma liberare in lei la vita. Il modo profondo, vero di compatire, nel significato originario della parola, sun-patere, vivere con, qual è? Non è essere pietosi del soffrire dell'altro, ma nel soffrire dell'altro capire che l'altro è importante per noi. Se l'altro si sente importante per qualcuno, anche se soffre, ha motivi di vivere. Se non si sente importante per nessuno, può chiudere la sua partita. In questo senso, anche nel silenzio, noi possiamo aiutare a vivere l'altro, se l'altro percepisce in noi, che è importante per noi. E quindi deve vivere per gli altri. In questo senso la pietas grande alimenta la vita, anche nel più profondo della sofferenza.

 


Biografia di Salvatore Natoli

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