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Il Grillo (9/2/1998)

Emilio Garroni

Pensare e interpretare il mondo: la filosofia

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Garroni: Stiamo qui per avere una conversazione con delle classi di Liceo del Mamiani di Roma sull'argomento molto impegnativo: comprendere e interpretare il mondo. Io insegno Estetica all'Università La Sapienza di Roma, cioè una disciplina filosofica. Nella autopresentazione dovrei dire perché ho fatto questo mestiere. E' difficile dirlo, dico. Io mi ricordo che all'uscita del Liceo non vidi altra possibilità che quella che iscrivermi a Filosofia. Non voglio parlare di vocazioni trascinanti, a cui non si può non rispondere. Questa sarebbe, dico, un'autopresentazione un po' pomposa. E' così. E' accaduto così e, di fatto poi, per tutta la vita, mi sono occupato di questi argomenti. Di che cosa mi occupo? Quanto mi occupo di Estetica? Beh, io ho una pregressa esperienza, per così dire, d'arte, di interessi musicali, letterari ovviamente, come tutti, non da specialista, però con particolare attenzione per esempio alle "Arti figurative". E questo probabilmente ha facilitato che io mi occupassi di filosofia da questo punto di vista. Tuttavia però invece lavorando nell'ambito dell'Estetica sono andato maturando una concezione dell'Estetica abbastanza diversa da quella convenzionale. Cioè non l'Estetica come filosofia dell'arte, ma piuttosto Estetica come, diciamo, filosofia generale, che poi ha come referente privilegiato quella che noi chiamiamo "esperienza artistica", ma non necessariamente soltanto l'esperienza artistica. Quindi voglio dire la mia estetica presume di essere un'estetica, dal punto di vista teorico, a raggio abbastanza ampio e soprattutto mira anche a mettere in dubbio, non a confutare, ma a mettere in dubbio quel mito della categoria dell'arte, che è corrente nella cultura comune. Non è che non ci sia l'arte, ma l'arte poi fa parte di tanti altri fenomeni della vita. L'arte può diventare, dico, più forte, più indipendente, e chiamarsi propriamente "arte" soltanto in certi momenti storici. La stessa parola "arte" del resto è una parola abbastanza moderna, usata in riferimento alle "arti belle". Nel Settecento si diceva sistematicamente "arti belle". "Arte" è un'altra cosa, "arte" è semplicemente, dico, una tecnica. Detto questo, veniamo al nostro argomento. Ci sarà una scheda di introduzione, in cui si cercherà di dire molto rapidamente in che senso un filosofo si può occupare della comprensione della interpretazione del mondo.

-Si visiona la scheda:

PRESENTATORE: Il mondo ci circonda nella sua totalità. Possiamo guardarlo secondo diverse prospettive, non mai tutto insieme, come se stessimo fuori del mondo e il mondo fosse un oggetto. Il mondo nella sua totalità non è un oggetto di osservazione. E' lo stesso orizzonte dentro cui possiamo guardare aspetti del mondo, cioè tanti mondi diversi: il mondo del cielo stellato osservato dalla terra, il mondo della natura terrestre, nel suo fuoco, da questo o da quel punto di vista, il mondo dei viventi, il mondo della società, il nostro mondo interno, e così via. Ogni mondo è un mondo particolare e richiede un suo punto di vista. Ad ogni cambiamento di prospettiva dobbiamo abituarci a vivere, comprendere e interpretare nuovi mondi. L'adattamento dell'uomo, e già del bambino, richiede, non solo da un punto di vista storico e sociale, ma anche da un punto di vista individuale, che egli esca continuamente da mondi già noti e rassicuranti ed entri in mondi nuovi e talvolta inquietanti. Il passaggio dall'infanzia all'età adulta non è che un avvicendarsi e stratificarsi di mondi diversi: da quello familiare e parentale a quello sociale, a quello interculturale. La città moderna ne è forse l'esempio più efficace. E' non solo confusione e omologazione, ma anche molteplicità e sovrapposizione di tanti mondi possibili. Ma la domanda a questo punto è la seguente: per caso molteplicità e sovrapposizione non rischiano di diventare solo confusione e omologazione, se non riusciamo a renderci conto che i tanti mondi fanno parte precisamente del mondo nella sua totalità? Ma che cos'è il mondo nella sua totalità? Possiamo conoscerlo comprenderlo e interpretarlo al modo dei tanti mondi da cui è costituito? Oppure comprensione e interpretazione sono in questo caso qualcosa di diverso?

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTESSA: Lo sviluppo della scienza ha parcellizzato il sapere in distinte materie. Secondo Lei questo ha tolto un qualche ruolo alla filosofia?

Garroni: Direi il contrario. Innanzi tutto bisognerebbe stabilire se è vero che la scienza ha tanto parcellizzato. Noi qualche volta confondiamo la scienza con la tecnologia. Sicuramente, dico, a livello tecnologico, la specializzazione è molto forte. Anche la scienza per la verità è fortemente specializzata. Oggi è diventata talmente complessa la ricerca scientifica che gli stessi scienziati, che si occupano dello stesso argomento, ma se ne occupano da punti di vista diversi, non comunicano perfettamente tra di loro. Però è anche vero che la scienza, per esempio la scienza fisica, a quanto mi risulta, è percorsa sempre da una, da una tendenza direi insopprimibile verso l'unificazione delle leggi scientifiche e quindi, in qualche modo, verso l'unità. Comunque, ammesso che ci sia, e in qualche modo c'è questa parcellizzazione, direi che forse allora è proprio la filosofia che prende su di sé, per così dire, il compito di richiamare continuamente la scienza non dall'esterno, insomma, di richiamarla nel senso che riflette per conto suo, - la filosofia poi la fanno anche gli scienziati, in quanto sono scienziati. Non è che il filosofo, dico, è uno specialista al modo dello scienziato -, ha il compito di richiamare precisamente a questa esigenza di unità. Unità che significa? Non in un ritorno ad un mondo concepito monoliticamente, no, non una metafisica dell'unità, ma l'idea però che la nostra esperienza e le nostre conoscenze e le nostre attività, anche pratiche, debbono inscriversi in qualche modo in qualche orizzonte, il più possibile ampio, il più possibile largo, via, via dico che le esigenze storiche, sociali, di convivenza e così via, propongono precisamente, promuovono questa esigenza stessa di unità.Potrei aggiungere qualcosa, se non vi dispiace. Questa domanda sulla parcellizzazione, mi pare interessante forse per poter precisare ciò che è stato detto, dico, nel filmato iniziale. Si è insistito sul fatto che una conoscenza è possibile in qualche modo soltanto di aspetti del mondo o di mondi particolari, per così dire. La scienza non si mette di fronte al mondo nella sua totalità, che è qualche cosa che dà le vertigini. Non riusciremmo a trovare il minimo filo conduttore per poterci orientare nel mondo, se non facessimo delle ipotesi tali da costituire aspetti del mondo in oggetti di conoscenza. Non è così ovvio che un oggetto sia un oggetto di conoscenza. Dobbiamo fare delle ipotesi, dobbiamo assumere delle regole di verifica, dobbiamo sapere attraverso quali procedimenti, intersoggettivi e verificabili appunto, noi possiamo stabilire che certe ipotesi corrispondono effettivamente alla realtà. La realtà non si dà, per così dire, immediatamente. Immediatamente è un coacervo di cose, è un magma di cose, nel quale non riusciamo, dico, a raccapezzarci bene. Del resto la cultura, diciamo così, prescientifica come nasce? Nasce in forma mitologica, quindi nasce, come dire, in forma organica, insomma, non distingue sempre bene, dico, i singoli fenomeni e soprattutto le tecniche per isolare il fenomeno e costituirlo come un oggetto di scienza. Allora, se questo è vero, se conoscere è conoscere aspetti parziali del mondo, sia pure con quella tendenza, tendenza non mai esauribile, che non può mai arrivare, dico, ad un termine definito, quella tendenza a raggiungere una qualche unità, una qualche unità, se questo è vero, allora dico qual è il problema della filosofia. Se la filosofia ci deve richiamare al mondo nella sua totalità, come se ne occupa? Conoscerlo non può, perché per definizione non ha a che fare con qualche cosa di osservabile. Allora qual è il compito della filosofia? Ecco, io vorrei che voi mi interrogaste, se fosse possibile, su questo aspetto abbastanza curioso, paradossale della filosofia, questo sforzo della filosofia di comprendere il mondo, ma al di fuori di una conoscenza in senso stretto, perché una conoscenza non è possibile, del mondo in generale o del mondo nella sua totalità. Vi viene in mente qualche cosa in proposito? Avete fatto anche delle letture. Voi siete ormai arrivati al Terzo Liceo, quindi avrete in mente qualche filosofo che si è occupato, per esempio, di questi argomenti. Perché no Platone, perché no Aristotele, perché no Cartesio o Kant, forse, il filosofo in cui, dico, questo problema è tematizzato in modo particolarmente forte? Sono a vostra disposizione.

STUDENTESSA: Per quanto riguarda la validità dei criteri della filosofia, di cui Lei parlava prima, visto che la realtà non è oggettivabile, come funziona poi l'interrogarsi del filosofo rispetto alla filosofia, rispetto a ciò che può comprendere del mondo, in tutte le accezioni che Lei ha appena detto e che abbiamo visto dal filmato?

Dunque, se lei pensa, per caso, ad un metodo della filosofia, se la domanda si volge a individuare il metodo specifico della filosofia, posso disilluderla subito: non esiste un metodo della filosofia. Come esiste invece un metodo per la scienza, nella misura in cui la scienza si è data già però una, come dire, una sistemazione forte. E' nei momenti di passaggio, se mai, che i metodi della scienza cominciano a vacillare e bisogna inventarne di nuovi. Per la filosofia un metodo non può esistere, perché, perché precisamente non ha a che fare con oggetti veri e propri, con oggetti osservabili. Se è vero, per esempio, non so, dico, - citavo prima il nome di Kant -, se è vero che la filosofia si deve occupare non di questa o di quell'esperienza semplicemente, ma della possibilità dell'esperienza in genere, che è un problema serissimo, è un problema tutt'altro che metafisico nel senso tradizionale, beh, l'esperienza in generale non è un'esperienza effettiva. L'esperienza in generale è un'idea. Quindi come affronterà questo problema? Dovrà cercare, dico, sulla base di esperienze, anche di fatto, di tentare di allargare il proprio orizzonte sulla possibilità dell'esperienza in genere e cercando di cogliere le condizioni di possibilità di quest'esperienza. Come? Usando il linguaggio che ha a disposizione, linguaggio contingente, linguaggio che è pieno di motivi scientifici, che è pieno di motivi anche ideologici, che è il linguaggio che viene usato effettivamente, il linguaggio anche della tradizione filosofica, della tradizione filosofica mutato opportunamente, perché il linguaggio della filosofia muta in continuazione. E, sulla base di questo, deve tentare rischiosamente di cercare di capire, ma non ha purtroppo un metodo. Non è garantito in nessun modo il filosofo.

STUDENTESSA: Il linguaggio filosofico fino a che punto può parlare del mondo della realtà, nella sua totalità?

Certamente non lo può conoscere. Deve però tener conto, la filosofia, che ogni conoscenza determinata, che si rivolge a esperienze determinate o se, per usare le terminologia usata prima, a mondi determinati, se questa conoscenza è possibile, è possibile perché si inscrive nell'orizzonte, fa parte in qualche modo di una cosa che noi, che noi vediamo confusamente, vediamo però ineluttabilmente. Fa parte del mondo nella sua totalità e non può non iscriversi in un mondo. Allora in che senso ne parla? Ne parla tenendo conto di queste figure in primo piano, che sono le figure della scienza, sono le nostre conoscenze determinate. E quindi la filosofia sarà sempre in qualche modo condizionata dalle conoscenze determinate del momento. Questo è inevitabile e però cercando, dico, di risalire dall'interno di queste esperienze determinate, per stabilire le condizioni, le possibilità in generale di esperienze di questo tipo. Beh, si tratterebbe, dico, di vedere qual'è la risposta che alcuni filosofi hanno dato a questo ... Per esempio: qual'è l'operazione di Platone, che in generale viene considerato un, come dire, un metafisico standard. E' il metafisico per definizione, colui che ha ipostatizzato il mondo delle idee. Beh, insomma, andiamoci piano. Anche in Platone c'è un motivo critico di grande interesse. E Platone si rende conto che, quando noi cominciamo a maneggiare concetti, in riferimento alle cose, stabiliamo delle identità, rispetto, dico, alle cose, nella loro variabilità, in quanto oggetti di percezione sensibile e di opinione, noi stabiliamo delle identità che non fanno parte, per così dire, degli oggetti stessi. E allora parla di una conversione dello sguardo. Il filosofo converte lo sguardo dai fenomeni, per così dire, che ha a disposizione verso questi concetti. Certamente, dico, la soluzione platonica è inaccettabile. E' inaccettabile, dico, a distanza di tempo, non ai tempi di Platone. E però, dico, l'esigenza fondamentale era di individuare, per così dire, questo, questo aspetto, non riducibile all'oggetto naturale, all'oggetto percepibile dai sensi e che è l'aspetto dell'intelligibilità, della nostra capacità di parlare per concetti delle cose. Vediamo una, come dire, una traduzione critica di questa idea di Platone della conversione dello sguardo, di questo volgere lo sguardo da qui, dalle cose verso le idee? Wittgenstein usa una metafora assai interessante, parlando della filosofia; Certamente la filosofia, anche per Wittgenstein, non è conoscenza delle cose, però in qualche modo è comprensione delle cose. Usa questa espressione: "La filosofia è come un guardare attraverso i fenomeni, per cogliere la possibilità dei fenomeni". Guardare attraverso è la riduzione critica della conversione dello sguardo. E' uno sguardo diverso. Non guardo più il fenomeno come tale, ma la possibilità dei fenomeni, quindi la sua intelligibilità, quindi la possibilità per cui io posso parlare in generale di fenomeni. Non è così ovvio che io possa parlare di fenomeni. E' ovvio che io posso parlare di questa o quella cosa determinata. Ma quando mi pongo la domanda: che cosa sono le cose determinate? Non ho più a che fare con cose determinate. Ho a che fare con un insieme di oggetti che fanno parte di una, di una nozione astratta. E questo devo, devo tentare di capire. Come trattare questo particolare oggetto? Il problema non è tanto di dire: che cose'è il mondo in generale o il mondo nella sua totalità, ma come trattarlo, nell'ambito della nostra esperienza effettiva. Rifiutarlo, per esempio, come fa il relativismo? Oppure invece, perché il relativismo in realtà non rifiuta proprio nulla, crede di rifiutare, oppure invece, dico, accettarlo e lasciarlo sullo sfondo, come fa per esempio Kant. Ecco questo credo che sia la soluzione più praticabile ancora oggi.

STUDENTESSA: Professore, noi prima parlavamo dell'impossibilità dell'esistenza di un metodo per la filosofia. Ma potrebbe essere la filosofia stessa considerata come metodo per guardare il mondo nella sua totalità? E se sì, la filosofia è solo metodo o è anche qualcos'altro?

Beh, certamente la filosofia è metodo a se stesso. Ma è metodo a se stesso significa però che in qualche modo cresce su se stessa senza un metodo esterno. Insomma il metodo è qualche cosa che noi possiamo fissare prima di fare certe operazioni, in modo che queste operazioni siano condotte secondo un certo metodo. Beh, la filosofia non può disporre di questo prima. Non c'è un momento prefilosofico in cui si possa dire: ecco, questi sono gli strumenti della filosofia. Questi strumenti vanno usati così e così. Non c'è. E' la filosofia stessa che lo dice. Quindi, voglio dire, gira sempre, dico, su se stessa. Questo è il rischio della filosofia. Può anche girare a vuoto. Si sono dette infinite sciocchezze in sede della cosiddetta filosofia, però che cos'è che decide? Decide la nostra capacità di comprendere certi testi, di distinguere tra le speculazioni che non contano nulla e quelle che invece, hanno provocato delle variazioni nel nostro modo stesso di vivere, di pensare il nostro essere nel mondo. Sono verifiche? Non sono verifiche. Non c'è neanche una verifica per la filosofia come c'è invece per la scienza. La scienza non soltanto dispone di un metodo, ma anche di un metodo che permette una verifica e una verifica determinata. A certe condizioni non è una verifica in assoluto, è una verifica alle condizioni poste dalla scienza. La filosofia purtroppo non può fare neanche questo. Quindi è essenzialmente rischiosa, però è un rischio che dobbiamo correre, che dobbiamo correre, perché non possiamo, in qualche modo, non porci questo problema. Il problema precisamente di questo iscriversi, dei tanti mondi o delle tante conoscenze possibili in quell'unico mondo reale, totale, che però non sappiamo che cos'è, non sappiamo, voglio dire, non sappiamo darne un modello, non lo sappiamo visualizzare, non possiamo descriverlo strutturalmente. Quindi allora è piuttosto il rapporto tra il mondo nella sua totalità e il nostro fare, il nostro conoscere, il nostro sentire, il nostro vivere nel determinato, che è il problema essenziale della filosofia. E' inutile soffermarci troppo a lungo su questo sfondo che ci sfugge da tutte le parti. L'importante è vedere come invece necessariamente il nostro stare qui effettivamente, determinatamente nel mondo, non può non avere a che fare anche con questo modo nella sua totalità e quindi con questa apertura ad altri mondi. Guardi questo è l'aspetto creativo della filosofia. Se c'è un'attività che stimola all'apertura verso altri mondi è proprio la filosofia, e, se mai qualche volta la scienza, per non parlare dell'ideologia, che tende a provocare invece una chiusura in sistemi dogmatici, per cui l'altro viene ignorato o viene addirittura, dico, espulso o considerato qualche cosa di detestabile, di preoccupante - l'altro è sempre preoccupante -, però è la filosofia che ci invita invece a considerare l'altro come qualche cosa da acquisire, non da espellere. Quindi forse anche una funzione, come dire, etica, non politica, eh, non politica in senso stretto, ma etica, forse la filosofia lo possiede, in quanto è precisamente questo, questo avviamento ad una apertura più larga, alla comprensione, alla comprensione quindi anche di altri mondi. Insomma io non so se avete studiato Kant. Sì, forse sì, ci siete già arrivati. Io credo che la filosofia si comporti, nei riguardi della scienza - o si debba comportare, insomma, secondo una certa prospettiva -, un po' come le idee della ragione di Kant si comportano nei riguardi dell'intervento. Le idee della ragione non ci danno nessuna conoscenza. Non corrisponde nessuna intuizione alle idee della ragione, e quindi sono vuote in qualche modo. Per esempio l'idea del mondo nella sua totalità è una delle idee della ragione. Non servono affatto? Non solo servono, non solo è necessario pensarle, ma servono anche. Servono anche precisamente come stimolo all'intelletto a proseguire nella sua ricerca. La funzione regolativa delle idee della ragione è precisamente questa funzione nei riguardi dell'intelletto, perché l'intelletto non si deve fermare a certe posizioni, pensando di essere arrivato alla totalità. No, perché c'è l'idea della ragione che gli ricorda che la totalità è irraggiungibile, ma che deve proseguire piuttosto nel proprio compito. La filosofia ha questo merito, qualche volta.

STUDENTESSA: Professore, a proposito di Kant, riguardo alla metafisica sosteneva che sarebbe sempre esistita, perché è un bisogno insopprimibile dell'uomo quello di andare oltre, no?

Sì.

STUDENTESSA: Ma cos'è la metafisica, oggi, effettivamente? E soprattutto volevo sapere se, secondo Lei, ha una vita propria e indipendente, ad esempio, dalle religioni o dagli altri tipi di credenze, dall'etica. Cioè c'è una metafisica indipendente oggi?

Beh certamente esiste una metafisica, dico, di chiara estrazione, per così dire, religiosa o per lo meno una doppia estrazione, sia religiosa che filosofica. Tutta la Scolastica, dico, nasce in realtà da una parte sulla base della filosofia greca, che certo non è una religione, e dall'altra parte sulla base del cosiddetto messaggio cristiano. Il pensiero cristiano si è modellato poi sulla filosofia antica, l'ha fatta propria insomma, in diverse forme: platonismo e neoplatonismo, oppure aristotelismo prevalente nella Scolastica. Però la metafisica come tale non è, non ha necessariamente, questa radice religiosa determinata. Guardi, se noi parliamo di una religiosità nel senso più vago della parola, cioè se noi mettiamo l'etichetta "Religiosità" a tutto ciò che si riferisce alla totalità, a ciò che non possiamo determinare, dico, da un punto di vista scientifico e che tuttavia in qualche modo dobbiamo tener conto, per esempio, l'unità del mondo. Questa idea non verificabile in nessun modo, beh, allora sì, certo, tutta la metafisica è, ha in qualche modo una tonalità religiosa in quanto si occupa di quello che Kant chiamava il "soprasensibile". Però questo "soprasensibile" anche Kant ha accezioni diversissime. "Soprasensibile" può essere Dio, la libertà, il nostro agire mediante libertà in quanto non siamo, non siamo determinati da stimoli sensibili, ma piuttosto ci autodeterminiamo. E quindi è qualcosa di soprasensibile in questo senso tecnico preciso. Può essere la natura in sé, in quanto richiesta dalla natura come fenomeno, dice Kant, e cioè precisamente quella totalità o quella, come dire, quello stare a sé della natura, dico rispetto alla natura in quanto ci si presenta, a noi, in quanto è per noi. Ed è per noi attraverso fenomeni determinati, non mai nella sua totalità ovviamente, nella sua incondizionatezza. Ma può essere anche, il "soprasensibile", una espressione che Kant usa più volte, esperienza in generale, conoscenza in generale o addirittura conoscenza d'esperienza in generale. Perché è soprasensibile la conoscenza d'esperienza in generale? Per la ragione che dicevo prima. Un'esperienza non è soprasensibile. Un'esperienza è possibile in quanto qualcosa è dato ai sensi e viene in qualche modo categorizzato, per così dire, dai concetti dell'intelletto. Insomma io concettualizzo, dico, il dato sensibile, e ne ricavo una conoscenza. Questa è un'esperienza determinata. Ma, quando io parlo di conoscenza d'esperienza in genere, non ho a che fare con dati sensibili. Allora mancano le condizioni perché si abbia una conoscenza. Non è più qualcosa di determinato, è qualcosa di soprasensibile, nel senso che non rispetta le condizioni, per cui una conoscenza è possibile. Quindi perfino la nozione, che era la stessa nozione di Locke poi - anche Locke si domandava che cosa fosse l'esperienza in genere dell'uomo, quali fossero le fonti di quest'esperienza e parlava di "sensazioni" e "riflessioni", come le due fonti fondamentali dell'esperienza -, ma anche Locke si occupava di qualcosa che non era sensibile, che era in qualche modo soprasensibile, come l'esperienza, la conoscenza dell'esperienza in genere di Kant. Pur essendo de-esperienza e quindi legata con la sensibilità, qui la nozione è soprasensibile nel senso che la filosofia si sta occupando di un oggetto di cui non possiamo avere una conoscenza, di cui in realtà non abbiamo esperienza. Abbiamo esperienza di cose determinate, ma non della conoscenza di esperienza in genere. Non so se la cosa è chiara.

STUDENTESSA: Oggi però c'è un materialismo molto accentuato, in tutti i campi.

Un materialismo?

STUDENTESSA: Sì, penso, da parte di tutti, di tutti quanti in generale. E perciò una vera metafisica, cioè una vera presa di coscienza di questa esperienza, in generale, che non è materiale, la possiamo ritrovare da qualche parte?

Senta, ma lei si riferisce a tutti chi? A filosofi oppure alle persone, dico, che vivono sulla terra?

STUDENTESSA: Alle persone che vivono sulla terra.

Ma quello non è neanche materialismo, quello, voglio dire, è un modo di vivere pragmatico perché si utilizzano quei beni di consumo e si ha qualche volta, dico, un desiderio sfrenato anche di beni di consumo, che non servono assolutamente a nulla. ma questa è un'altra cosa, questo fa parte del costume. Ma lei pensa che chi ha comportamenti qualche volta nevrotici, di questo tipo, non abbia in mente qualcosa come un'esperienza, in generale, come qualche cosa che va al di là, dico, del... Ma sì, ma sì, è inevitabile guardi, è inevitabile, se, non foss'altro, se passa da una cosa all'altra. Sarebbe un automa. Se lei ammette che alcuni uomini sono diventati automi e cioè si sono fissati su certi oggetti determinati, sì, allora avrebbe ragione lei, ma mi pare difficile ammetterlo però.

STUDENTESSA: Professore, per Lei una funzione della filosofia è anche una ricerca sull'etica. Io sull'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche ho trovato una domanda posta dal filosofo Gunther Bien. La domanda è: "Oggi vi è un'etica per ogni attività, dagli sport agli affari". Vuol dire che non esiste una ricerca sui fondamenti dell'etica?

Esiste, esiste, una ricerca sui fondamenti dell'etica, perché, se esiste un'etica per ogni attività, - la parte che io chiamerei piuttosto deontologia che non etica questo, questo tipo particolare di etica -, ma comunque, se esiste un'etica per ogni attività, per ogni gruppo e così via, e quest'etica non può essere un'etica puramente pragmatica, si fonda in qualche modo su un dover essere: debbo fare così. Allora io devo ricercare il perché qualche cosa io debbo farla, a prescindere addirittura dai miei interessi. Io credo che l'unica etica, come dire non voglio essere troppo filokantiano, che è il mio autore preferito, e andare sul patetico, ma l'unica etica veramente inconfutabile è quella kantiana, che tra l'altro, dico, non è affatto un'etica formalistica, come qualche volta si legge. E' un'etica fondata precisamente su un dover essere. C'è qualche cosa in noi, che è la libertà. Questo Kant cerca di mostrarlo. Per altro verso la libertà è per Kant è anche un fatto, un factum, dice, è qualcosa di inconfutabile. Ma che cosa vuol dire? Vuol dire che noi facciamo qualcosa sul mondo, sempre per nostra iniziativa, non siamo determinati soltanto dalle cose del mondo. Per esempio, costruiamo oggetti, per esempio abbiamo una cultura materiale, oltre che una cultura non materiale. Allora la libertà, dico, è discutibile. Allora questa libertà può diventare un principio, anzi deve diventare un principio, per il comportamento etico. Io devo regolarmi sulla libertà e in rapporto precisamente a quell'apertura agli altri, apertura non nel senso, come dire, cristiano, religioso, apertura nel senso che io scopro, dico, che nel mio giudicare sono implicati tutti gli altri e che io intanto giudico bene in quanto tengo presente, dice Kant, non soltanto i giudizi degli altri, ma anche i soli giudizi possibili di altri. C'è questa, questa apertura all'altro, all'altro nel senso che la filosofia e il pensare è precisamente questo cercare di comprendere, non il già saputo, questo è troppo facile. Tutti noi conosciamo il già saputo, quello che ci è stato inculcato fin da piccoli. Ma dobbiamo comprendere anche il non già saputo. E soltanto a questo patto, dico, comprendiamo davvero. Ma questo è precisamente un precetto etico. E' un precetto etico, è la base su cui si esercita un precetto etico. Se allora, dico, gli altri sono nei miei riguardi, in questo rapporto di interazione stretta, per cui c'è una parità assoluta tra me e gli altri - io posso anche non essere d'accordo con gli altri, ma questo non m'importa, devo tener conto però dell'opinione degli altri, non foss'altro, dico, per - dopo averla compresa - combatterla, ma comunque c'è questo rapporto di parità e allora il mio comportamento etico deve essere precisamente un dover essere nei riguardi degli altri così concepiti, così concepiti in questo modo largo. Che poi le regole dell'etica possano specificarsi deontologicamente nei vari campi: il medico come si deve comportare, il biologo come si deve comportare, per esempio la bioetica di cui si parla tanto adesso e così via, questa è un'altra faccenda. Questi sono, come dire, problemi più determinati che si pongono storicamente, via via insomma, ma sempre, sotto il principio del dover essere. Se noi perdiamo questo principio, nessuna bioetica e nessun precetto determinato ha più senso. Quindi un'etica come tale non può non esistere, a mio parere.

STUDENTESSA: Questo dover essere è sentito in modo uguale da tutti gli uomini?

Dovrebbe, è un imperativo etico. Molti non lo sentono affatto, per la verità. Siamo circondati da esempi di persone che si comportano non eticamente. Non è un mistero per nessuno. Tuttavia si comportano non eticamente, in qualche modo contravvenendo a qualcosa che - vogliamo usare un'espressione settecentesca? -, che "contraddice alla natura umana", come dicevano allora.

STUDENTE: Professore, Lei prima ha detto che le ipotesi filosofiche non sono verificabili, a differenza di quelle scientifiche. Ma allora come può dirci, come prima ha detto, che, per esempio, le idee di Platone sono oggi superate. Cioè in altre parole una teoria scientifica si dice superata quando è falsificabile oppure quando se ne trova un'altra che la sostituisce e comunque che la comprende. Quando si può dire invece che un'idea filosofica diviene superata?

E' la domanda più insidiosa che poteva essermi rivolta ed è una domanda del tutto giustificata. Se non che però dovrei rispondere un po' come ho risposto prima. Certamente, dico, che non è che è intervenuta una verifica per cui Platone non funziona più. Ma Platone funziona ancora, nei limiti del linguaggio del suo tempo, di come si è posto di quei problemi Platone, e così via. Non è che venga superato nello stesso senso in cui viene superata una teoria scientifica, che viene invece invariata, per esempio, nella teoria scientifica più potente, oppure addirittura quando viene dimostrata la falsità di questa, di questa teoria scientifica. Non questo, non questo, ma la capacità di aumentare, per così dire, la vostra comprensione del mondo. Beh, insomma, dico, la distinzione tra il mondo delle idee e il mondo delle opinioni, è una distinzione dura da accettare, è una distinzione che pone ulteriori problemi, beh, su cui si è riflettuto. Insomma il fatto che i nostri concetti siano affidati a queste entità che stanno da sempre in un mondo iperuraneo non è una cosa così ovvia, non è una cosa così ovvia. E il ripensamento di questa difficoltà può portare a comprensioni diverse. Sostanzialmente è poi, come dire, è lo stesso impulso, dico, che spingeva Platone e che spingerà altri che non sono platonici, ma appunto, dico, è un'identità che si manifesta ogni volta in modo diverso. Insomma la difficoltà può essere trovata anche in una filosofia e leggendo un testo ci sono delle cose che non funzionano. Non funzionano da che punto di vista?

STUDENTE: Da un punto di vista soggettivo, perché, come ha detto Lei, la filosofia non ha un metodo ....

Non ha un metodo.

STUDENTE: .., oggettivo, intersoggettivo, universale. Quindi è comunque un suo, è un suo, diciamo, un suo giudizio soggettivo scusi, quello di dire appunto: "E' per me superata l'idea di Platone"?

No, perché le difficoltà sono state effettivamente discusse. Non esistono mica soltanto questioni che possono essere risolte con argomenti come dire definitivi o argomenti di fatto addirittura. Esistono delle questioni che evolvono attraverso la discussione. Tutto questo è puramente soggettivo? Direi di no, non è puramente soggettivo. Noi cerchiamo di comprendere sempre meglio per quanto è possibile, per quanto è possibile e utilizzando, ripeto, sempre il linguaggio contingente con cui abbiamo a che fare. Forse lo stesso linguaggio di Platone era legato, ricordo, a un linguaggio per noi, dico, non più attuale, che non, non esprime più bene quell'esigenza di comprensione, che viveva in Platone. Abbiamo linguaggi e problemi e cose intorno diverse. Quindi dobbiamo riformulare il tutto, se è possibile, dico, evitando quella divisione netta tra mondo delle idee e mondo invece dell'opinione che certamente crea delle grosse difficoltà. Crea delle grosse difficoltà. Del resto, dico, se ne accorse già Aristotele. E in fondo, dico, l'antiplatonismo, dico, di Aristotele è incentrato proprio su questo punto. Il fatto che il concetto non può essere pensato separato rispetto alla cosa. Ma questo significa soggettivismo? No, significa che anche la discussione non è garantita da nulla, significa che ogni comprensione è rischiosa. Sicuramente sì. Però, dico, ci sono delle trasformazioni lente. Non sono trasformazioni, come dire, rapide, puntuali, come può accadere nell'ambito della scienza, ma sono trasformazioni lente della mentalità, si augura, ci si augura verso una comprensione la più comprensiva, la migliore possibile.

STUDENTE: Mi scusi professore, noi fino ad ora abbiamo parlato soprattutto mi sembra della scienza, in quanto l'unica cosa di conoscibile e di certo è la scienza, la conoscenza, che essa dà appunto. Ma allora la filosofia, lo scopo della filosofia è semplicemente un proporre alcune domande, è semplicemente un dare un impulso di ricerca poi alla scienza o ha una caratteristica propria?

Senta, qualcuno sosteneva - era un eminente filosofo italiano, si chiamava Carapellese -, sosteneva la "sublime inutilità" della filosofia. Aveva un linguaggio un po' arcaico, ma era una persona di primissimo ordine. Forse uno dei maggiori, dico, del nostro secolo. Che cosa voleva dire con questo? Che non ha né utilizzazioni pratiche, né applicazioni conoscitive in senso stretto e neanche prescrittive nel senso etico. Non è che prescrive come ci si debba comportare, può parlare del dover essere, come si diceva prima con la signorina, ma non può dire che cosa debbo, debbo fare per comportarmi eticamente. Quindi è inutile in questo senso. E' inutile nel senso che guarda precisamente a quello sfondo, che si è chiamato in modo diverso, che si è chiamato "origine", si è chiamato "concetto", "forma", "sostanza", "condizioni di possibilità", quello sfondo su cui si accampano i fenomeni e di cui in qualche modo dobbiamo parlare, dobbiamo renderci conto. La specificità della filosofia certo non consiste nel proporre modelli di mondo. Ecco, se c'è una filosofia detestabile è la filosofia che propone visioni del mondo. Io ho in sospetto radicale le visioni del mondo. Le visioni del mondo, sono in generale, delle invenzioni tra filosofico e poetiche, che lasciano il tempo che trovano e che non servono davvero a capire. Sono precisamente quelle visioni del mondo, ecco, che potrebbero essere - ecco, citiamo questi oggetti che ci circondano e che non sappiamo che funzione abbiano -, che potrebbero essere, per esempio esemplificate da quei modellini di questo genere. Cioè questi modellini, un modello tra fluido e meccanico, un modello che dovrebbe mettere in evidenza il movimento del pop-corn all'interno della macchinetta e quindi un mondo come molteplicità oppure il mondo come unità - la sfera -, sono modelli che falsificano la filosofia. Falsificano la filosofia anche quando la filosofia parla dell'Uno, come Parmenide per esempio, o parla del mondo come molteplicità, come fa Democrito, oppure parla del mondo come un meccanismo, come ha fatto il meccanicismo moderno. Kant, per esempio, era meccanicista nel senso, dico, che, come leggi scientifiche, accettava soltanto le leggi meccaniche, ma non era meccanicista nel senso che non trasformava il mondo in un meccanismo. Questa è metafisica, questa è visione del mondo. Non è lecito trasportare ciò che è valido nell'esperienza determinata alla totalità del mondo. Allora qual'è il compito della filosofia? Il compito della filosofia è certo di non dare modelli, di non dare visioni del mondo e di rendere però possibile la comprensione di quello sfondo per cui sono possibili anche i modelli. Non è semplicemente un, un, come dire, una funzione di stimolo per la scienza. Gli scienziati non hanno bisogno, dico, dello stimolo dei filosofi, tanto più che sono filosofi anche in proprio. Però certo sono filosofi in proprio, quindi la filosofia dentro di loro funziona come stimolo. Se procedono nella ricerca è perché c'è questa idea anche in loro del mondo nella sua totalità. Lei pensi, per esempio, a proposito della verità scientifica, anche qui, dico, il problema è più complicato di quanto sia apparso da quello che abbiamo detto fino adesso. Non è che la verifica, in scienza, sia una cosa assolutamente certa. E' la verifica secondo certe procedure accettate dalla comunità scientifica, tanto che molti epistemologi hanno, hanno delegato alla comunità scientifica il compito di validificazione della scienza. Non sono d'accordo su questo. E' vero di fatto che è la comunità scientifica che decide, ma non perché per ragioni corporative, non perché lo scienziato sottoponga agli altri scienziati, che fanno parte della comunità, scientifica i propri risultati e si affidi al giudizio della corporazione. Si affida, sì, al giudizio della corporazione, ma in quanto tutti i membri della corporazione sono interessati alla validità di una certa teoria scientifica, riguardo a certi fenomeni, in quanto si inscrivono nel mondo reale, nel mondo nella sua totalità. E' proprio il mondo. Non sono invenzioni, insomma, no? La filosofia rifiuta tutto questo. Rifiuta anche, dico, verifiche di questo genere, anche se la comunità scientifica è in qualche modo molto più nebulosa ed esiste anche per i filosofi. E' inutile. La filosofia è inutile ed è, nella sua inutilità, indispensabile. E' una contraddizione? Quasi una contraddizione. E' un paradosso? Sì, è un paradosso. Cioè non ci possiamo aspettare nulla di determinato, in termini di precetti, di conoscenze, e così via, e tuttavia però questa attività sembra legata indissolubilmente anche con tutte le attività determinate che ci stanno a cuore. Io di più credo che non si possa dire.

STUDENTESSA: Chi è il filosofo? Basta essere uno studioso per essere filosofo?

No, certamente no. Dunque, innanzi tutto, la filosofia è un nome che noi adoperiamo. Anche qui, dico, vale il presupposto che ho enunciato prima: che noi usiamo il linguaggio che abbiamo a disposizione, linguaggio, dico, contingente, relativo ad una certa tradizione e così via. Per esempio è una parola valida nell'ambito della cultura occidentale, non valida in generale. Adesso si sta diffondendo, ma insomma è perché c'è una espansione, dico, della cultura occidentale, anche in altre zone del pianeta. La filosofia storicamente è stata tante cose diverse. All'inizio, dico, è stato, è stato un miscuglio di mitologia, scienza e pensare. Tra scienza e filosofia i rapporti sono stati strettissimi fin quasi al Settecento. Non si distinguevano bene i filosofi dagli scienziati. E' alla fine del Settecento che c'è una frattura netta fra filosofia e scienza e si dividono, per così dire, i compiti. Quindi, quando noi parliamo di filosofia, non parliamo di un insieme di testi, raggruppabili in modo assolutamente certo, in quanto non portano l'etichetta "Filosofia". Ci riferiamo piuttosto ad un aspetto che ci pare oggi saliente. E' sempre l'interpretazione, che noi diamo di ciò che, di ciò che leggiamo e di ciò che discutiamo che conta poi in definitiva. L'aspetto saliente è precisamente quello della comprensione, è precisamente dico il problema evidenziato da Kant: la filosofia critica nasce come esame delle facoltà, della possibilità della conoscenza e dei suoi limiti. Questo fa la filosofia. E forse da questo punto di vista noi possiamo rileggere anche la filosofia antica, in cui la filosofia era mischiata con scienza, religione, come dire, esoterismo; c'è di tutto, tradizione sapienziale, e così via. Noi possiamo rileggerla sotto questo profilo e ci accorgiamo, per esempio, certo, che in Socrate, in Platone, questo elemento della comprensione nasce sicuramente, cioè è già presente, anche se non esplicito come nella filosofia più recente, diciamo dal Settecento ad oggi.

STUDENTESSA: Lei mi dice che la filosofia non offre una visione del mondo? Io sinceramente a questo punto non riesco a capirLa. Perché, a parer mio, ogni filosofia offre una visione del mondo. Ogni filosofo offre la propria visione del mondo, cerca di comprendere. Diciamo che la fortuna di ogni filosofo è proprio il capire come anche altri, altre persone, altri uomini, vedano il mondo. Unire le visioni del mondo di varie persone e quindi rappresentarle.

Senta, secondo me si tratta di metterci d'accordo sull'espressione "visione del mondo". Se per "visione del mondo" intendiamo semplicemente lo sguardo che noi rivolgiamo al mondo nella sua totalità e al tentativo nostro di comprendere, dico, come questo mondo per noi intangibile, non esperibile, influisce anche sulle attività più determinate, come questa condizione sia inevitabilmente presente, beh, certo sì, ogni filosofia ha una visione del mondo. Ma quando si parla di "visione del mondo" in generale si cerca di caratterizzarlo, come dire, in modo più contenutistico. E' come se io dessi un modello del mondo. Per questo io citavo questi oggettini inutili come controesempi. La filosofia non c'entra niente con modelli di questo tipo perché non dà modelli. Se intendiamo "visione del mondo" in questo modo contenutisticamente più determinato, allora no, non sono più d'accordo, perché quella non è più comprensione. E', come dire, è la creazione di un mondo fittizio, che potrà far comodo alle mie personali esigenze psicologiche. Una visione del mondo mi rassicura, oppure invece no, mi terrorizza, ma proprio per questo la desidero, perché magari sono un personaggio non privo di disturbi psichici, per esempio. Ma non è una comprensione del mondo.

STUDENTESSA: Sì, però c'è questo fatto. Allora, giusto ultimamente, nell'ultimo periodo storico che l'umanità ha vissuto, la filosofia ha, diciamo, perso, non è più arrivata a dare una definizione, ad assumere, ad avere una visione del mondo. Cioè ogni filosofia, nel passato, ha raggiunto uno scopo, è arrivata a vedere il mondo in un certo modo; la filosofia ha sempre tentato di esprimere una visione del mondo, a cui molti filosofi sono giunti.

Ripeto, se lei per "visione del mondo" intende "comprensione del mondo", beh, certo dico, comprensione del mondo che si articola poi naturalmente anche in concetti e anche in concetti e in quasi strutture, per così dire, concettuali, che possono essere discusse, insomma. Non è questo. Le voglio fare un esempio molto chiaro. Per esempio, Spinoza. Ci dà una visione del mondo? Spinoza, eh, no, Spinoza discute l'idea teistica. E' indirizzato verso una concezione non teistica, - deus sive natura, così comincia l'Etica -, verso una concezione antiteologica, meccanicistica. E, per fare questo, mette su una organizzazione concettuale che può far pensare ad una visione del mondo. Ma se noi vogliamo capire Spinoza, dobbiamo capire invece proprio i suoi motivi non teistici, i suoi motivi naturalistici e anche, dico, i suggerimenti etici, molto forti, che vengono da Spinoza. Di fronte a Spinoza, grande filosofo, prendiamo Schopenhauer con il suo mondo come volontà di rappresentazione. Quella è una visione del mondo, è una visione di un mondo risibile. E' una specie di storiella. Il povero Schopenhauer era intelligentissimo. Quest'opera l'ha scritta che era quasi bambino. Però purtroppo la sua fama è affidata soprattutto a questo scritto, ma poi, dico, ha scritto anche dell'altro. Il mondo come volontà di rappresentazione è precisamente, come dire, la descrizione di come mi figuro che possa essere il mondo, creandomi dei concetti-personaggi, per così dire, che non mi aiutano a comprenderlo, che addirittura me lo falsificano. Certamente il mondo come volontà di rappresentazione potrebbe essere rappresentato graficamente e plasticamente, cosa che, in generale, per una buona filosofia non si può fare neanche per Spinoza.

STUDENTESSA: Io continuo a vedere sinceramente in ogni filosofia, comunque sia, un tentativo, perché altrimenti non ci sarebbe nemmeno il motivo per cui iniziano i filosofi a pensare.

Ma certo, siamo d'accordo, se per tentativo ....

STUDENTESSA: Allora a questo punto se c'è il tentativo penso che spesso molti al loro obiettivo sono giunti, perché allora non avrebbero creato tutte le metafisiche che hanno creato.

Senta, un ultimo argomento vorrei portarle contro le visioni del mondo, ma contro le visioni del mondo, brevemente, non come le intende lei, ma nell'altro senso, quello che io non accetto. Se noi pensiamo alla filosofia come visione del mondo, noi diamo una piena giustificazione a quei manuali di filosofia che ci presentano i filosofi come una massa di deliranti. Ognuno dice la sua, contraddice il precedente, ad una visione del mondo ne sostituisce un'altra e non capiamo più nulla, non capiamo più nulla. E' questa specie di teatrino per cui si alternano gli attori e ognuno dice la sua battuta, contraddicendo l'attore che è venuto prima. Le pare un modo ragionevole di pensare la filosofia? Guardi, se la filosofia è questa, ne faccio a meno. Se invece io, nelle visioni del mondo, chiamiamole così, di ciascun filosofo, io voglio capire qual è il contenuto, di comprensione che contengono, allora sì, allora mi serve, mi serve anche Spinoza, cioè non mi interessa niente di tutta la costruzione dogmatica, metafisica per così dire, di Spinoza, ma mi interessano invece, come dire, il movimento dei concetti che stanno all'interno di questa costruzione.

STUDENTESSA: Professore, vorrei, un attimo tornare su quello che ha detto prima, cioè che la filosofia è assolutamente inutile però è anche assolutamente indispensabile. Mi chiedevo: ma per chi è indispensabile, solo per il filosofo o per tutti gli uomini. E se è per tutti gli uomini è perché tutti gli uomini, in fondo, hanno la possibilità di fare filosofia o perché tutti gli uomini in fondo si cibano di filosofia di qualcun altro?

Guardi accade tutto e di tutto un po'. Si cibano, ovviamente, ma anche sono inevitabilmente filosofi naturali, per così dire. Prima la signorina mi domandava se il filosofo è semplicemente uno che studia, che è colto di testi filosofici. Io ho risposto: no; perché conosco tanti ottimi studiosi e storici della filosofia, che per la verità mi fanno capire pochissimo dei testi degli autori che studiano, pur essendo, ripeto, inappuntabili dal punto di vista filologico. Che cos'è questa filosofia naturale? Qua bisogna fare un'ipotesi ardita: che intanto noi abbiamo l'esigenza di pensare e di comprendere in quanto questa esigenza sta dentro di noi, in quanto siamo uomini; in quanto, per esempio, siamo costretti ad adattarci continuamente a nuovi mondi diversi. La nostra vita è caratterizzata da questo passaggio continuo da un mondo ad un altro: dal mondo dell'infanzia, al mondo della scuola al mondo del lavoro, al mondo della nazione al mondo, dico, ancora più ampio. Abbiamo, incontriamo sempre qualcosa che è al di fuori del nostro mondo e in qualche modo dobbiamo assimilarlo, dobbiamo comprenderlo, se vogliamo sopravvivere e se vogliamo sopravvivere anche degnamente, per così dire, dal puto di vista anche etico. E siamo costretti a farlo. Questo prevede una plasticità, da parte nostra. Quindi non un adattamento puntuale. Io mi adatto perché mi adatto a questa situazione determinata e lì si chiude tutto. No, io mi adatto a questa situazione determinata in quanto essere umano, in quanto appartenente alla specie animale umana. Non sto facendo l'apologia dell'uomo come centro del creato. E mi adatto mediante una capacità proprio che mi è propria, che è creatività e libertà. Capacità di inventare nuove regole per esempio, nuove regole di comportamento per un migliore adattamento. Bene, ma intanto io posso inventare queste regole, in quanto io mi interrogo sull'altro. L'interrogazione è essenziale. E' essenziale anche nei momenti adattivi più modesti. Io vado in un ambiente nuovo e cerco di adattarmi e se invento una regola che mi permette di adattarmi è perché mi sono interrogato su una questione e questa interrogazione percorre tutta la nostra vita.

STUDENTE: Mi vorrei riagganciare un attimo alla obiezione che le ha fatto prima il mio compagno. Ma, diciamo, già nel porsi nell'ottica che la filosofia non può dare un modello del mondo, non è a sua volta un modello, cioè un modello che ha per oggetto un non avere un modello a sua volta?

Beh, guardi, no, perché noi togliamo, dico ... Il modello si caratterizza proprio per la sua determinatezza. Se noi invece togliamo queste caratteristiche di determinatezza al modello ...

STUDENTE: Ma non può avere un'unica determinatezza che è quella dell'indeterminatezza?

Mi parrebbe un sofisma. No, c'è qualcosa di vero in quello che lei dice. Certo è qualcosa, quello che dice la filosofia è qualcosa, si serve di parole, parole con un significato determinato, significato che viene quasi sempre transvalutato. La filosofia si serve in generale di parole, anche del linguaggio comune, a parte le parole tecniche. Anche nel linguaggio comune. Per esempio, un filosofo che è tipico in questo senso, un filosofo del nostro tempo, è Heidegger, che non usa quasi mai il linguaggio tecnico della filosofia, ma usa parole del linguaggio comune, però con un significato ulteriore. Le trapassa, per così dire, per fargli dire qualche altra cosa - è qui anche la difficoltà di interpretazione di un filosofo come Heidegger -, dice qualcosa con queste parole sia pure transvalutate. Quindi è qualcosa di determinato. Certo se tutto fosse indeterminato nella filosofia, potremmo anche sbarazzarcene, staremmo semplicemente nel nulla, insomma. No? Però a questo, alla determinatezza delle parole, non corrispondono degli oggetti che sono così determinati come le parole. Questa è la funzione del modello. E' di mediare tra la teoria e gli oggetti reali. Allora io costruisco un modello intermedio che mi permette di passare dalla teoria agli oggetti reali. E se gli oggetti reali si conformano al modello allora, dico, succedono certe cose in campo scientifico. Altrimenti no. Ma se io non faccio questa operazione e invece mi riferisco, attraverso parole che hanno pure un significato determinato, sia pure transvalutato internamente, ampliato, modificato e così via, e mi riferisco agli oggetti in genere, non ho creato nessun modello. Non si può parlare di modello. Certo si può parlare di una qualche determinatezza nel rapporto indeterminato tra me e gli oggetti. Questo sì, sicuramente. Ma non si può mettere sullo stesso piano questo tipo di operazione e invece l'operazione modellizzante della scienza.

STUDENTE: Dunque, volevo sapere, nel corso, diciamo della puntata, non siamo riusciti bene però, secondo me, a definire che cosa è esattamente la filosofia. Allora io voglio chiederLe: la filosofia può essere considerata una masturbazione mentale?

Guardi l'attività a cui lei allude, la si può fare in tanti modi diversi. La si può fare con la filosofia, la si può fare con l'arte - a parte che in modo proprio -, la si può fare con qualunque altra attività. Basta girare a vuoto. Se lei vuole applicare questa etichetta alla filosofia in generale, lo faccia pure. Sbaglia. Sbaglia perché nella storia della cultura, anche dovendo portare un argomento di questo genere, la filosofia ha un posto rilevante. Molte cose non sarebbero successe se non ci fosse stata la mediazione, la capacità di sollecitazione del pensiero filosofico. Quindi è divertente quello che lei dice, però è una provocazione, credo a vuoto.

STUDENTESSA: Senta, professore, io vorrei tornare un attimo sul disegno che l'uomo ha della filosofia. Lei ha detto che è un bisogno per sopravvivere, addirittura, mentre noi abbiamo il grande pesantissimo esempio della religione cristiana, che ci dice che Adamo ha colto la mela non per sopravvivere, ma per conoscere il dolore. Lei come si pone rispetto alla religione?

Ma sopravvivere significa anche conoscere il dolore. Vivere è doloroso, non è poi tanto divertente. La vita è bella - si diceva - perché è varia. Sì, è bella, ma non è soltanto bella, la vita. Anzi forse viverla davvero significa anche non lasciarsi sfuggire gli aspetti - non voglio usare parole troppo forti - tragici, dolorosi. Sì, certo, anche dolorosi. E' legato strettamente al nostro adattamento guardi, perché il dolore tra l'altro è in funzione dell'adattamento. E' proprio per alleviare, per quanto è possibile, il dolore, che noi ci adattiamo a ogni situazione diversa. Ma Adamo coglieva però un frutto che lo poneva nelle condizioni di conoscere. Quindi dolore, ma conoscenza. Conoscenza e quindi anche etica. Nel Paradiso Terrestre non esiste etica, come nell'età dell'oro. Tutto si svolge naturalmente, da sé, tutto funziona perfettamente - non si capisce bene come -, senza che ci sia un'etica. L'etica nasce precisamente sulla finitezza, sulla morte, sul dolore, e anche la conoscenza nasce da questo. Quando gli alberi offrono i frutti spontaneamente, non c'è bisogno di sapere nulla, basta cogliere i frutti. Quindi in fondo è un mito, quello di Adamo ed Eva, che si è iscrive abbastanza bene, anche nell'idea di nascita della filosofia come interrogazione, da parte di un essere finito, che ha problemi di adattamento e quindi problemi di quel passaggio da un mondo all'altro e quindi di attivare la propria creatività, la propria inventività e quindi anche le proprie capacità conoscitive.

STUDENTESSA: Quindi la filosofia e l'etica nascono poi in fondo da quello che è un istinto più animale nell'uomo, l'istinto alla sopravvivenza, perché diceva, quando non c'è ...

Sopravvivenza - beh certo - sopravvivenza, dico, è l'aspetto biologico. Lei ha ragione. Sì, animale in questo senso, nell'aspetto biologico. Però sopravvivenza non significa soltanto sopravvivere biologicamente, per esempio anche sopravvivere per quanto riguarda certe nostre prospettive sul mondo. Noi vogliamo che sopravviva di noi qualche cosa che non è, non è corporeo, nei limiti del possibile insomma. Sopravvive poco certo, però qualche cosa trapassa. Trapassa ai figli, per esempio, trapassa dico alle generazioni più giovani, qualcosa viene rifiutato radicalmente, ma qualcosa passa, qualcosa passa. Tutta la nostra cultura è fatta di questo complesso meccanismo, di accettazione, rifiuto, ma poi alla fine di assorbimento, insomma, di tutta la cultura precedente. Altrimenti non esisterebbe neanche la nostra.

 


Biografia di Emilio Garroni

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