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Il Grillo (17/2/1998)

Adriana Cavarero

Il racconto dell'identità

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Cavarero: Buongiorno, mi chiamo Adriana Cavarero. Per dirvi chi sono dovrei raccontarvi la mia storia, la mia storia di vita. Ma non c'è tempo e allora vi dirò che cosa sono. Sono un'insegnante, insegno Filosofia politica all'Università di Verona. Sono un'esponente di una corrente di pensiero che si chiama Il pensiero della differenza sessuale. Ho molti interessi, ma il mio interesse filosofico fondamentale è quello di dare senso, di fare una filosofia, di praticare una filosofia sensata, ossia restituire a che cos'è, a ciò che è. E una delle caratteristiche di ciò che è, per quanto riguarda noi esseri umani è il fatto che ognuna e ognuno di noi è un essere unico, con una vita irripetibile. Questo mi sembra una realtà molto interessante e tuttavia tradizionalmente la filosofia non si interessa di questo. Lo ritiene un elemento secondario da indagare. Questo è esattamente l'aspetto della filosofia che a me piace di meno. Quindi cerco di praticare una filosofia che invece dia senso a questo nostro esistere, che è un esistere unico, incarnato, irripetibile, dove ne va di ognuno e di ognuna di noi. Ma adesso vediamo la scheda.

-Si visiona la scheda:

COMANDANTE: I tuoi genitori hanno anche figli normali?

SOLDATO: Signor sì, signore.

COMANDANTE: Si saranno pentiti di averti fatto. Tu sei talmente brutto che sembri un capolavoro d'arte moderna. Come ti chiami, sacco di lardo?

SOLDATO: Signore, Lennon Lawrence, signore.

COMANDANTE: Lawrence, Lawrence come, d'Arabia.?

SOLDATO: Signor no, signore.

COMANDANTE: Il tuo è un nome da nobili. Tu sei di sangue reale?

SOLDATO: Signor no, signore.

COMANDANTE: Non mi piace il nome Lawrence. Solo finocchi e marinai si chiamano Lawrence. Da ora in poi tu sarai Palla di Lardo.

SOLDATO: Signor sì, signore.

COMMENTATORE: Uno dei tratti fondamentali dell'identità delle persone è il nome. Per quanto possano esserci delle omonimie infatti, ciascuno di noi vive il proprio nome come qualcosa di molto personale che in qualche modo ci descrive. Esiste poi una tipologia di nomi, i patronimici, che non si limitano a individuare una persona, ma ne raccontano la storia. Per fare un esempio celebre, l'ultimo Presidente dell'Unione Sovietica, Gorbaciov, si chiama Michail Sergievich, ossia Michail figlio di Sergieij. L'identità di una persona per essere svelata necessita appunto di una narrazione, una storia. Quella stessa storia che Edipo, figlio incestuoso di Giocasta, viene a sapere da altri e quando ormai è troppo tardi. Una vicenda talmente traumatica da indurlo a togliersi la vista, pur di non doverla guardare in faccia. Ma l'identità personale soprattutto è il risultato di una somma di differenze fisiche, caratteriali, di storia personale, culturali, ognuna delle quali concorre a fare di ciascuno un essere assolutamente unico. Riconoscere le differenze è certamente la chiave per cogliere la ricchezza del genere umano. Tra queste storicamente misconosciuta, anche se riguarda metà del mondo, è la differenza di sesso tra uomini e donne. Differenza biologica innanzi tutto, ma non solo, perché da un dato fisico discendono storie, culture e modi diversi di rapportarsi al mondo. Un fenomeno molto recente è la rivendicazione di questa parzialità da parte delle donne, cosa che sta progressivamente scardinando il pensiero unico, su cui si è fondata la narrazione della storia dell'umanità, una storia che fin qui è stata raccontata solo dal punto di vista maschile, salvo poi essere divulgata come la storia di tutti. Una storia che forse è giunto il momento di imparare a rileggere in maniera più completa.

-Fine della scheda, inizia la discussione.

STUDENTE: Le pretese che ha l'arte e la letteratura in particolare di universalità, cioè di prescindere dal soggetto che si racconta e il soggetto a cui si racconta, è un procedimento ideologico per giustificare uno stato, uno stato di fatto che si preferisce non cogliere non far vedere, oppure effettivamente la letteratura, può prescindere dall'identità mia, identità di qualsiasi tipo: storica, culturale, sessuale?

Cavarero: Io direi che se noi prendiamo la letteratura, soprattutto la narrativa, cioè quel tipo di letteratura che è la narrativa, il raccontare storie, il raccontare storie di un personaggio o la storia di qualcuno, si potrebbe cominciare da Omero, per esempio, che in fondo raccontava la storia di Ulisse e di Achille, che la letteratura è quel tipo di discorso che rende conto dell'unicità, dell'identità unica personale e quindi dell'unicità. La filosofia invece è un tipo di discorso che fin dall'inizio aspira all'universalità. Ad esempio, se voi guardate la sfinge, che è questo personaggio mitologico così importante e così simbolico nella storia della nostra cultura, la sfinge appunto legata al personaggio di Edipo. E a me piace indicare la sfinge come uno degli elementi iniziali di questa divaricazione, di questa separazione tra letteratura, fra narrativa io preferisco dire, e filosofia. La sfinge pone una domanda: "Qual'è l'animale, qual è quell'animale che cammina prima con quattro gambe poi con due, poi con tre?" - lo sapete - e Edipo risponde: "L'uomo". L'uomo è un ente universale, l'uomo vale per tutti gli esseri umani, al limite l'uomo vale per uomini e donne a quanto pare, per lo meno nelle intenzioni di Edipo. E questa è appunto la caratteristica, l'elemento di universalità. Ora è lo stesso Edipo, che risolve il problema della sfinge, quindi è una specie di filosofo, sa tutto, sull'universalità dell'uomo, lo stesso Edipo non sa chi è , e viene a saperlo dalla sua storia di vita che altri gli raccontano. Questo secondo me è uno scenario originario della nostra cultura, della cultura occidentale, dove si segna chiaramente la distinzione, anzi la divaricazione fra letteratura e filosofia. La letteratura non ha a che fare con l'identità unica. La filosofia ha a che fare con degli universali e invece la narrazione, la narrativa conserva questa capacità di dire chi ciascuno o ciascuna è. E questo mi pare molto importante.

STUDENTE: Riguardo all'universalità della filosofia, cioè non si cerca, - un attimo -, non può darsi che questa qui sia solo una pretesa che poi tende a nascondere cioè un particolarismo, appunto la filosofia che in realtà tende sempre a giustificare ciò che è. Non so, la filosofia per i Greci giustifica lo stato sociale dei Greci, mentre la filosofia attuale giustifica lo stato, non so, capitalistico?

Esattamente, esattamente. Hai detto molto bene. Ovviamente la filosofia, prendiamo quella greca, dice di parlare dell'uomo in universale, ma in verità, come noi sappiamo, parla del maschio greco, possibilmente ateniese, possibilmente parlante il greco e con determinati, diciamo, diritti di cittadinanza. Quindi viene sempre contrabbandata una universalità che invece, come dicevi tu, copre una particolarità e questa è una caratteristica purtroppo non solo della filosofia, ma di quella che possiamo chiamare la storia della cultura. Nella filosofia ciò è particolarmente evidente, e secondo me, ciò che è interessante in questa copertura, in questa cancellazione delle differenze, è che una differenza particolare, anzi una somma di differenze particolari: l'esser maschio, l'esser greco, l'esser cittadino libero, l'esser non schiavo, tutta questa differenza viene contrabbandata per universalità e le altre differenze vengono invece significate come inferiorità. La donna è il novus maschio, lo schiavo è il non libero, e così via. E' molto chiaro questo ne La politica di Aristotele, ma non è soltanto il grande Aristotele che dice queste cose. Questa posizione universalizzante e assolutizzante attraversa un po' tutta la storia della filosofia.

STUDENTESSA: Allora nel filmato si parlava di identità maschile e femminile. E si parlava anche di una storia, di cui i protagonisti sono stati specialmente gli uomini, quindi della necessità di rileggere la storia in maniera più completa. Ultimamente i giornali hanno riportato numerosissime indagini, che indicano in modo molto insomma inequivocabile, la crisi dell'identità maschile. Questo si può vedere - loro parlano che fin dall'età infantile, anche soltanto nell'esperienza scolastica, le femmine comunque in proporzione raggiungono dei risultati comunque migliori, e anche il numero dei diplomati sta crescendo quello delle ragazze. Allora quali sono i motivi, storici diciamo, e anche attuali, di questa, di questa situazione di, insomma, inflazione, in un certo senso, della categoria maschile.

Sì, tu hai sollevato due ordini di problemi molto interessanti. Un ordine di problema è che il Novecento, soprattutto la seconda metà del Novecento, si presenta come il secolo dell'ingresso delle donne nella storia. Voglio dire un ingresso eclatante. La soggettività maschile, per così dire abituata, possiamo trattarla un po' psicologicamente, anche se non è questo il punto, abituata a vivere da padrona assoluta e da riferimento assoluto, da modello assoluto di tutti i comportamenti, questa soggettività maschile, ovviamente, si sente messa in crisi dalla presenza dell'altro sesso, dal fatto che l'altro sesso, la differenza sessuale femminile acquisisce identità ed entra anche nella arena, diciamo, storica, del potere, della cultura, eccetera. Quindi si capisce la crisi. Io non sono molto preoccupata di questa crisi, ma la registro. Il secondo ordine di problemi che tu hai sollevato, è, ahimè, un po' meno consolate. Sì, è vero che a quanto pare le ragazze danno risultati migliori a scuola, è vero che, a quanto pare, raggiungono prima dei livelli di diploma o di laurea, insomma che, come studentesse, danno dei risultati, diciamo superiori, ai loro colleghi maschi. Tuttavia questo è il punto di arrivo, e non si va più in là, perché invece poi, nel mondo del lavoro - e per mondo del lavoro io intendo il mondo del lavoro, della cultura, della politica, ossia del mondo dove veramente il potere si gestisce, questo non dà risultati, perché lo stesso i maschi hanno un più facile ingresso, in tutti questi, i mondi dove il potere e la cultura e i saperi si gestiscono. Per cui siamo ancora ad un livello dove il paradosso fra la dominanza maschile nella gestione del potere e la dominanza invece - non propriamente dominanza, ma insomma dei segni di interessante protagonismo femminile nei luoghi della formazione -, ebbene, queste due sfere stanno in contraddizione.

STUDENTESSA: Però, per lo meno nell'ambito, diciamo, più sentimentale diciamo, cioè dei rapporti intimi, familiari, non si sta forse un po' recuperando quell'antica struttura matriarcale. Anche, per esempio, non so, nelle famiglie comunque generalmente le madri ricoprono quel ruolo decisionale, più che in tempi, insomma precedenti e poi anche nei rapporti affettivi, sentimentali, di unione tra uomo e donna. E l'uomo che tende un po' a essere soggiogato, sì, da una donna, che mi sembra sempre più intraprendente, anche più sicura di sé.

Sì, questo credo che sia vero, ossia indubbiamente c'è una acquisizione di maggiore sicurezza e di maggiore libertà da parte delle ragazze e questo dà dei risultati anche nei comportamenti sociali, nei comportamenti psicologici. Ovviamente crea una specie di reazione, nel senso che invece a quanto pare i ragazzi hanno maggiori insicurezze. Quindi rispetto a quello che dicevi tu mi pare che la tua proposta sia: da una parte le donne recuperano potere in vecchi ruoli, come quello della maternità, quello che tu chiami "matriarcato". E questo effettivamente è un vecchio ruolo che magari adesso è ricoperto con significati diversi, con maggiore sicurezza. D'altra parte invece mi pare che tu dica: 'Ci sono anche nuovi ruoli che le ragazze, più che recuperano, giocano nella società. E questo rende, a mio avviso, la soggettività femminile molto interessante nell'epoca contemporanea e di nuovo dà dei segnali di una certa crisi della soggettività maschile.

STUDENTESSA: Secondo Lei questa superiorità che abbiamo individuato delle ragazze, nell'ambito, diciamo, della formazione dell'età più adolescenziale è possibile attribuirla a una differenza tra intelligenza maschile e femminile, anche se non differenza qualitativa, però comunque differenza.

Sì, io non sono un'esperta, e, così, a fior di pelle, un pochettino diffido di questi biologismi, ossia di questa struttura cerebrale, che indubbiamente è diversa. Voglio dire: abbiamo delle componenti ormonali diverse nel maschio e nella femmina, ma che questo poi dia adito a un'intelligenza maschile che sarebbe analitica e a un'intelligenza femminile che sarebbe sintetica, io non sono abbastanza esperta e in genere appunto diffido di questi biologismi. Vedrei questa cosiddetta superiorità delle ragazze - intendiamoci, non è che le ragazze hanno mostrato di essere biologicamente superiori, più intelligenti - le statistiche, sia in Italia, che in Europa che in America, ho visto, segnalano dei buoni risultati scolastici, dei buoni risultati, nel periodo della formazione, da parte delle ragazze. Ciò può avere un sacco di motivi, non necessariamente biologici. Per esempio, non so se tu sei d'accordo, pensa alla motivazione, alle motivazioni di affermazione del sé, affermazione della propria individualità. In fondo, per i ragazzi, molte cose sono garantite, per le ragazze meno. Ossia un successo sociale, una carriera è più garantita per un ragazzo che per una ragazza. Io penso che sia più facile, se un ragazzo ha la passione, per esempio, dell'ingegneria, sia più facile pensare di diventare il capo di una grande ricerca nel campo ingegneristico. Più ad un ragazzo che non ad una ragazza. Quindi le motivazioni, le spinte proprio, sono maggiori e quindi forse aiutano a studiare meglio e con più solerzia. Di fatto poi, questo è tradizionale. Non si riferisce soltanto all'epoca contemporanea. Le ragazze proprio, per forme educative, che appartengono tradizionalmente alla famiglia, sono più tranquille, più ordinate e probabilmente proprio per questo più mature. E' quello che si dice: "Meno infantili". Io devo dire che, anche se insegno a ragazzi e ragazze più grandi, perché sono all'Università, statisticamente vedo una maggiore maturità nelle ragazze. Non sempre, insomma.

STUDENTESSA: Pensa che le differenze tra uomo e donna vadano rivalutate, oppure che si debba tendere ad una omogeneità, uniformità sociale?

Questa è una buona domanda e appunto io risponderò in modo filosofico, perché io mi occupo di Filosofia e non di Psicologia e Sociologia, e quindi ti do un tipo di risposta. Qualcun altro ti darebbe un tipo di risposta diversa. Ora la differenza sessuale, cioè questa differenza fra ragazzi e ragazze, fra uomo e donna, che è ovviamente innanzi tutto un fatto molto visibile, la differenza sessuale è stato un elemento a cui per un verso la filosofia non ha risposto e per un altro verso invece ha dato delle risposte molto importanti. Non ha risposto, come dicevamo prima con il tuo collega, non ha risposto perché ha cominciato a parlare dell'uomo e ha inteso l'uomo in generale. Quando si dice: "Il problema dell'uomo e della natura o il problema dell'uomo e della tecnica", per uomo, anche nel nostro linguaggio banale noi intendiamo il genere umano e il genere umano, chiamato uomo è universale, in teoria non dovrebbe avere sesso. Tuttavia, ovviamente questo è un trucco, perché il genere umano così inteso era soprattutto un certo tipo di genere umano maschile, e quindi la filosofia poi ha disposto la differenza sessuale come differenza di ruoli, come differenza diciamo di potere del soggetto. L'esser donna, l'esser donna è sempre stato un elemento di inferiorizzazione o un elemento di collocazione. Il grande Aristotele diceva: "L'uomo - inteso come maschio - ha come destinazione la polis, la politica. La donna ha come destinazione la casa". Quindi è un posizionamento molto preciso. Ora la mia posizione, posizione condivisa da altre pensatrici della differenza sessuale, non solo in Italia, la mia posizione è che il fattore della differenza sessuale segna una differenza che è visibile e ineliminabile, e che come tutti fatti dev'essere rispettata. Quindi io non sono per l'omologazione, omogeneizzazione, io no sono per la posizione, secondo la quale c'è un paradigma maschile, l'uomo; le donne sono state considerate inferiori, adesso caviamo l'inferiorità e diciamo: "Nonostante siano donne sono proprio come gli uomini. Nonostante io sia una donna trattatemi come un uomo". Questa non è la mia posizione; la mia posizione è: il fatto che ci sia la differenza sessuale segna non solo una caratteristica del genere umano, ma una caratteristica fondamentale e importante. E questo deve essere un fattore di cui il discorso, di cui il nostro dire, il nostro stare assieme deve dare conto. Vorrei aggiungere un altro elemento rispetto alla tua domanda. Ovviamente io non vorrei fare della differenza sessuale di nuovo un paradigma astratto, ma invece un paradigma che corrisponde alla incarnazione singola, ossia alla unicità, per dirla in maniera più semplice. Finora c'è sempre stato l'Uomo, con la 'U' maiuscola. Io non voglio creare né una Donna, con la 'D' maiuscola, accanto all'Uomo con la 'U' maiuscola, né annegare l'Uomo in un'altra Donna, con la 'D' maiuscola. Ci sono tante donne, tanti uomini, ognuna, ognuno di noi è unicità, un essere unico incarnato, incarnata. E nel dare conto di questo il fattore elementare dell'incarnazione sessuata deve essere rispettato. E la mia posizione è che la narrazione, fin dall'inizio, ha rispettato questo. La filosofia in gran parte non l'ha fatto.

STUDENTESSA: Quindi Lei valuterebbe l'unicità di un individuo cercando invece, in qualche modo di cancellare anche la generalizzazione del sesso. Quindi in realtà non ha neanche tanto valore questa divisione tra uomo e donna, quanto invece è importante l'unicità di ognuno a prescindere dal sesso di questi?

L'ultima cosa. Sono d'accordo con tutto quello che hai detto, meno l'ultima precisazione. E' importante l'unicità di ogni uomo e di ogni donna, di ciascuno e ciascuna, non a prescindere dal sesso, perché è impossibile prescindere dal sesso, perché l'unicità che io ho in mente è un'unicità incarnata. Io vedo te. E' la prima volta che ti vedo e io capisco che sei un essere unico, anche se non ti conosco, anche se non conosco la tua storia e capisco che tu sei una ragazza, non sei un ragazzo. Ossia l'unicità incarnata è immediatamente visibile. E' immediatamente visibile non soltanto in chi vediamo e incontriamo, ma, per esempio, è immediatamente visibile nella fotografia, in un ritratto fotografico. Qui, da qualche parte abbiamo, ecco, Liz Taylor, che poi conosciamo bene, nel senso che era un'attrice, che è un'attrice, quindi la conosciamo bene. E tuttavia l'unicità che noi riconosciamo in Liz Taylor, lei, e nessun'altra e nessun altro, ma lei, così col suo volto, col suo modo di parlare, con la sua storia, un essere incarnato. Ed è la stessa unicità che tu hai per me, anche se io ti conosco, per così dire, meno di Elisabeth Taylor che ho visto tante volte al cinema. Ora questo apparire immediato dell'unicità incarnata è secondo me qualcosa di cui il discorso, il logos si diceva una volta in greco, deve rendere conto. Ed è lì che io vedo la differenza sessuale, come qualcosa che è sempre carne, storia, vita, esistenza, mai un paradigma generale.

STUDENTESSA: Allora, io volevo chiedere invece, in tutto questo come inseriva l'identità omosessuale, nel senso, prima parlavamo della crisi degli uomini e vedevamo soprattutto una perdita di identità; ma questo fenomeno come spiega?

Allora, sì, hai fatto bene a fare questa domanda perché mi aiuta a chiarire. Nel nostro vocabolario, intendo dire non soltanto in un vocabolario di tipo filosofico, ma nel vocabolario comune del nostro parlare, "identità" è una parola molto ambigua, perché si dice, per esempio, l'identità sessuata, l'identità culturale, l'identità etnica. Ora, al centro della mia ricerca c'è l'identità personale, ossia l'identità che corrisponde alla tua assoluta differenza, che si può chiamare anche unicità. Ossia, ancora più precisamente, quell'identità che può rispondere alla domanda: "Chi sei?" Il "chi" qui indica una unicità che tu non condividi con nessun' altra e nessun altro qui. Ma accanto al "chi sei", c'è anche il "cosa sei". E allora io presumo che tu sia italiana, che sia una studentessa del Mamiani, che tu condivida, che so, certe preferenze, certe appartenenze culturali, etniche, familiari. Tutto questo designa il tuo "cosa sei". E " che cosa sei" oltre a questo? Ovviamente tu appartieni anche al genere femminile e quindi una risposta: "cosa sei" potrebbe essere: "Sono una donna, non sono un uomo". Ora tutti questi "che cosa sei", culturali o, per esempio, riferentesi al genere sessuale, ad esempio: "Sei una donna", sono rappresentati simbolicamente, cioè hanno una valenza, hanno un significato nell'ordine simbolico. E tradizionalmente "che cosa sei", "Sono un uomo" ha significato: "Sono il rappresentante più interessante del genere umano. Sono destinato alla politica, sono destinato al potere". "Che cosa sei?". "Sono una donna", tradizionalmente ha significato più o meno, "sono destinata alla casa, sono destinata alla maternità, sono un pochettino irrazionale e sentimentale". Tutti questi stereotipi, che possiamo anche chiamare identità sociali o identità collettive, ecco, in luogo della crisi di cui si parlava prima, per cui si dice "I ragazzi sono un po' in crisi nella loro identità", è a questo livello che si gioca, ossia si gioca a livello delle identità collettive, perché una certa identità collettiva, un certo stereotipo della mascolinità è entrato in crisi, non funziona più e non funzionando più ovviamente si riflette anche sull'identità invece personale, sull'unicità, perché il distinguere il "chi" dal "che cosa" è una distinzione che io faccio a livello metodologico, ossia a livello anche di comunicazione, comunicazione anche verbale, perché voglio che ci capiamo. Ma nella vita di ciascuno e di ciascuna di noi non c'è mai una distinzione molto netta. Ossia il mio "chi sono" a cui si può rispondere soltanto raccontando la mia storia è altamente imbevuto, altamente addirittura inscindibilmente imbevuto, immerso nel "che cosa" sono. Non è possibile una distinzione netta.

STUDENTESSA: Abbiamo parlato di identità sociale, prima, di come la donna, fin dall'antichità, è considerata un essere casalingo. A questo punto sono andata a visitare un sito Internet, che si chiama Dyothima, e che parla prettamente appunto delle donne dell'antichità. Ho trovato la vita della donna nell'antichità che appunto, come abbiamo detto era in casa. La donna, sia nel mondo greco che romano, era padrona, però solo nella propria casa. Quindi si dedicava alla cura dei propri figli, alla cura della casa. Però, ancora prima, già nel video, si parlava di come una persona acquisisce identità o comunque la manifesta raccontandosi, narrandosi. Attraverso il sito Voci delle donne ho scoperto che, per quanto riguarda la Grecia, abbiamo alcune testimonianze, poche ma, ad esempio, la più nota, Saffo, che è appunto testimonianza di una delle pochissime donne che ha avuto il coraggio e la possibilità di raccontarsi, mentre poi, quando ho cercato in ambito romano, ho trovato la donna solo come argomento. Quindi mi sono posta il problema: nella realtà greca la donna ha cercato comunque di affermare la propria identità mentre nell'ambito romano invece si è assuefatta al suo ruolo?

Non saprei rispondere con esattezza, semplicemente perché quello che a noi arriva riguardo alle donne è già selezionato. Voglio dire è probabile, è possibile che ci siano testimonianze molto forti, anche di donne con propria personale identità espressa nell'epoca romana, ma ce ne arrivano molto poche, anche se qualcuna ci arriva, e in Grecia, in fondo, dobbiamo limitarci a Saffo, più o meno. Ma Saffo è veramente un buon esempio, perché in Saffo abbiamo sia la capacità di narrarsi, attraverso la poesia, ma insomma di narrare i suoi sentimenti, sia questo elemento abbastanza costante del tema dell'amore E questo è tipicamente femminile. Intendo dire che, forse proprio perché le donne sono scacciate dall'ambito ufficiale della scienza, della filosofia, della politica, nell'ambito privato, che possiamo chiamare la casa, nell'ambito privato trovano degli spazi per narrarsi, per raccontarsi. Uno di questi temi della narrazione è appunto l'amore. L'amore, che è il luogo dove l'unicità incarnata, di cui si parlava prima si mette in gioco. Non si ama mai un universale, si ama sempre un particolare. "E' te che amo, con questo viso, questa vita, questa storia. E' la tua esistenza che amo". Ci sono molti pensatori e anche pensatrici - adesso voglio ricordare Hannah Arendt che io amo molto - che dice: "Non si ama mai in generale il genere umano. Questo è un modo di dire. Quando si ama, si ama sempre qualcuno nella sua unicità". E allora così, come nel raccontarsi - arte in cui le donne veramente eccellono - si ha sempre a che fare con una unicità incarnata, anche nell'amore è sempre l'altro, è sempre "chi sei" che io amo, non "che cosa sei". E quindi ci sono degli abiti di esperienze, non prevalentemente femminili, ma in ogni caso molto praticati dalle donne, dove questa unicità trova parola, trova significazione. Tanto più nell'epoca contemporanea.

STUDENTE: Mi domandavo se il sesso, in quanto gruppo cioè caratteristico, che distingue un gruppo di cui si può far parte, come qualsiasi altro gruppo - la famiglia, oppure, non so, un gruppo politico, che può essere il partito, eccetera -, come qualsiasi gruppo che è il risultato di uno sviluppo culturale, di un processo culturale non potrebbe essere in un certo senso abolito. Cioè non a livello biologico, ma comunque nella misura in cui a livello biologico non corrispondono in modo deterministico poi delle differenze biologiche e culturali. Per fare un esempio stupido: oggi la scienza, diciamo, permette di controllare le nascite. Non so se noi decidessimo di selezionare degli spermatozoi tutti con cromosoma ypsilon potremmo far nascere tutte donne, cioè, e fattivamente poi cioè l'identità maschile non esisterebbe più e visto che un'identità si determina sempre poi anche in contrapposizione, cioè non esisterebbe poi più questa differenza. Un esempio assurdo, cioè, però, così per dire; perché Lei prima diceva che era imprescindibile la differenza di sesso, quindi....

Sì è imprescindibile, a mio avviso, perché io mi baso, prevalentemente, preferibilmente sulla realtà elementare delle cose che vedo che non sugli scenari della fantascienza, anche se io amo personalmente la fantascienza. Allora se ragioniamo su scenari possibili di clonazione futuribile, possiamo anche abolire l'elemento della sessualità, ma se ragioniamo sul presente, e mi pare che la filosofia abbia questo dovere di rendere conto del presente, e allora nel presente l'appartenenza al gruppo sessuale è un fatto. Sono d'accordo con te, non è un fatto da assumersi dal un punto di vista deterministico, di modo che io possa dire cosa vuol dire esser donna, cosa vuol dire esser maschio, che sarebbe una forma di totalizzazione. Ma ci sono determinate esperienze, anche del proprio corpo. Voi pensate, ad esempio, alla maternità o alla differente esperienza del corpo femminile, che ogni donna può avere di sé o del corpo maschile, che ogni uomo può avere di sé, queste differenze è ovvio che hanno molti sensi possibili, ma in partenza sensi tendenzialmente diversi. E perché tagliare questa possibilità di espressione? Ossia perché andare verso l'essere unico, non importa se maschile o femminile. In fondo veniamo da una tradizione, che per duemila anni ha teso a uniformarci a questa idea di uomo, questa idea di maschio greco libero. Io non amo i pensieri unici, per cui non sarei affatto per l'eliminazione della differenza sessuale, tantomeno per la eliminazione delle differenze; mi pare una ricchezza che deve essere rispettata.

STUDENTESSA: Mi scusi; per me un grande motivo di sofferenza, in questa fase della mia vita è il fatto che spesse volte non riesco a far, a superare la fase infantile di me stessa, che si scontra con quella adolescenziale, cioè per me è proprio il momento in cui avviene il passaggio. Allora mi capita spesso di chiedermi: "A cinquant'anni, quando avrò cinquant'anni, in me sarà più forte la sensazione di una Claudia bambina, adolescente o adulta"? Cioè è possibile superare questo? Cioè si può essere soltanto in un modo: soltanto adulti, soltanto adolescenti, soltanto bambini?

Secondo me sarebbe sbagliato. Forse è un grande sogno di onnipotenza essere soltanto bambini o soltanto adolescenti o soltanto adulti e soprattutto soltanto bambini. Questo è un grande sogno, di onnipotenza. Ma sarebbe sbagliato dal mio punto di vista, perché in fondo l'esistenza è un divenire ed è un divenire che passa attraverso varie fasi dell'età e passa attraverso diversi tipi di esperienza. Ed è proprio questo che poi viene consegnato alla storia di vita. Intendo dire: la tua esistenza, adesso che sei adolescente, non è un'esistenza staccata dalla memoria che tu hai della tua infanzia. Non si è mai secondo me pienamente in un determinato stato temporale o diciamo generazionale. E' giusto che la fluidità del sesso, si dovrebbe dire in filosofia, ossia, è giusto che questo divenire, che è caratteristico dell'identità unica del sé - voi ricordate la vecchia storia di Parmenide -, la filosofia si interessa dell'essere, è una specie di orrore per il divenire, ma ciò che noi esperiamo è proprio il divenire, e questo divenire ha un senso, ha un senso che passa attraverso stadi e che tendenzialmente mantiene una memoria degli stadi attraverso cui l'esistenza è passata. E tutto questo appunto può essere consegnato a una storia e tutto questo fa di te, di me di ciascuno e ciascuna di voi, di noi un essere umano irripetibile, che ha la sua identità nella memoria, nella narrabilità di questo divenire che è insostituibile. Molti qui sono giovani, adolescenti, ma il modo tuo, di vivere la tua adolescenza è soltanto tuo. Cioè ci sono stati confrontabili e tuttavia unici? E questo è il paradosso, ma è il grande paradosso dell'esistenza umana. E io, come direbbe un eroe, sono pronta a morire per difendere questo paradosso.

STUDENTE: Scusi, prima abbiamo assodato il fatto che la società attuale è dominata dagli uomini. Ma non Le sembra strano visto che, come appunto dicevamo prima, la trasmissione della cultura, sia a livello familiare e sia anche istituzionale, legittimamente ci sono molte più professoresse, ci sono molte scrittrici, venga trasmessa più dalle donne?

Sì.

STUDENTE: Cioè come mai questo rapporto non cambia, visto che sono loro che trasmettono, soprattutto ai nuovi, cioè ai più piccoli i fondamenti della cultura?

Giustissima domanda. Ci sono molte donne, nei luoghi della trasmissione, nei luoghi dell'educazione, e tuttavia queste donne spesso, non sempre adesso per fortuna, spesso trasmettono la cultura che hanno ricevuto, ossia trasmettono questa cultura, questo sapere che è fortemente segnato al maschile e quindi contribuiscono diciamo alla loro emarginazione o per lo meno contribuiscono in maniera, involontariamente colpevole, alla emarginazione delle loro studentesse e alla tendenza ad emarginare dei loro studenti. E questo è uno dei problemi della cultura, del sapere e dell'educazione, ed è l'elemento, secondo me, cruciale, nodale. Quello che io ho nelle mie speranze, non è semplicemente cambiare meccanicamente il sesso, di coloro che stanno nella stanza dei bottoni, ma quello che è nelle mie speranze è che un nuovo ordine simbolico, un nuovo modo di pensare la differenza, una differenza che non sia gerarchia - questa è la parola d'ordine che io ho: una differenza che non sia gerarchia -, una differenza che non sia discriminazione, ma anche una differenza che non sia semplicemente assimilazione. Siamo tutti uguali. Non è vero. Ognuno, ognuno di noi è differente, ecco. Tutto questo non tradotto in una gerarchia appartiene, a mio avviso, a un possibile ordine simbolico, che può cambiare la realtà, può cambiare il nostro stare nel mondo e che ha il suo punto cruciale nell'educazione, nella trasmissione. E in un certo senso tu hai ragione: è in gran parte in mano alle donne. Quindi è una grande sfida.

STUDENTESSA: Lei più volte ha ribadito che una persona può conoscere qualcosa di un'altra solamente ascoltando il racconto della sua vita. Io invece credo che per conoscere una persona basti sentirla parlare anche a proposito di una qualsiasi cosa, perché comunque manifesta certi aspetti della sua vita che sono evidenti, attraverso il parlare. Non pensa che questo possa essere vero?

Sì, io penso che sia vero. Quando dico racconto, il racconto di vita, io non intendo un racconto che vada dalla nascita alla morte o che abbia una completezza. Ma questo modo di raccontare che si ha, per esempio, nelle amicizie, e che si ha per esempio nei rapporti d'amore, nei rapporti d'amore c'è questa tendenza a dire non che cosa si è , ma chi si è e a volere capire la storia dell'altro e volere raccontare la storia all'altro. Ma chi mi conosce? I miei amici, le mie amiche? Chi mi conosce può raccontare la mia storia, naturalmente non una storia completa. E allora io chiedo "chi sono" alle mie amiche, ai miei amici, e posso dire ad essi o ad esse chi essi o esse sono. In fondo la biografia - qui abbiamo un esempio di biografia di un importante italiano, che è Dario Fo' - ecco io credo molto di più in una biografia scritta su Dario Fo', che non nella autobiografia scritta da Dario Fo' medesimo, perché questa unicità è per me una unicità esposta, ossia una unicità fragile, una unicità che si affida agli altri. Io non amo l'unicità titanica, romantica, narcisistica. Questo sarebbe di nuovo un grande inganno, un grande modello eroico, di cui non abbiamo bisogno.

STUDENTE: Si è parlato più che altro di come la cultura, il modello culturale si imponga su qualcuno. Ma non può darsi che la donna per la tendenza generale, non so, all'inerzia, al quieto vivere si sia autoimposta un modello culturale che non ha né la forza né la voglia di mettere in discussione?

Ci sono le tue compagne che stanno facendo no con la testa e che quindi mi consolano. Naturalmente è sempre pericoloso, sia da parte tua che da parte mia dire: "Le donne" in generale. Diciamo che nella mia esperienza, se io parlo di me o se parlo delle ragazze che conosco, delle donne che conosco, questo autoimporsi un modello culturale del quieto vivere, ecco, non corrisponde alla mia esperienza. Io vedo sempre di più un desiderio, non di liberazione, che è una vecchia parola illuministica, ma di libertà, di espressione proprio della propria personalità, della propria unicità. E tutto questo in positivo. Questo fare, scambiare, mettere in relazione, mettere in circolazione la propria esperienza o il proprio desiderio di libertà. E tutto questo spero che dia adito per voi, che siete così giovani, a un futuro nel quale l'universalizzazione e l'astrazione o il grande scherzo della sfinge siano soltanto elementi marginali e dove invece la centralità sia il vostro piacere di stare assieme, il vostro piacere di esporre la propria unica fragilità, rispettando, ciascuna e ciascuno, questo miracolo, in fondo, di esistenza, che è l'irripetibilità di una vita di ciascuno e ciascuna di noi.

 


Biografia di Adriana Cavarero

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