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Il Grillo (18/2/1998)

Paolo Crepet

Diventare adulti

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La mia generazione, una volta compreso che doveva battersi contro le forme dell'autoritarismo, si è dimenticata, quando è diventata adulta - genitore, padre, madre, eccetera - di essere autorevole. Credo che l'intelligenza di un genitore si verifichi proprio in questa capacità di amare ciò che si allontana da te. Quando un genitore ama il controllo dei propri figli ama il suo egoismo

Liceo classico Mamiani di Roma

CREPET: Sono Paolo Crepet, e svolgo la professione di psichiatra. Sono nato in una famiglia di artisti e di professori universitari, ma nella mia vita ho cercato di occuparmi anche di altre cose. Di che mi occupo? Non saprei dirlo molto bene neppure io. Probabilmente per lo più, di disagio giovanile, anche se è un concetto che a me, non piace molto, soprattutto se si tratta di applicarlo al mondo dei giovani. Su questo argomento ho svolto, per molti anni, della ricerca, ma attualmente non provo più molto interesse per la ricerca pura. Ormai mi interessa scrivere di questi argomenti e parlarne con i ragazzi, piuttosto che studiarli. Certe volte mi pare di trattarli come degli insetti da laboratorio. Odio le categorie, non mi piacciono i pregiudizi, e credo che voi giovani siate stati fin troppo giudicati, perché se ne aggiunga un altro, come me, alla lista di coloro che fanno finta di occuparsi di voi. Cerco di ascoltarvi, di capirvi, perché mi incuriosite, altrimenti mi sarei occupato di anziani e di geriatria. Trovo che questa società sia una società essenzialmente geriatrica, che non vi voglia molto bene. Anzi, credo si tratti di una società che sostanzialmente vi odia, perché odia il vostro anticonformismo, la vostra sete di critica. Sono qui, oggi, per ascoltarvi, per parlare con voi, ma con un atteggiamento che francamente, spero, non sia troppo accademico. Insegno all'Università di Siena Culture e linguaggi giovanili, e all'Università di Napoli Psicopatologia dell'adolescenza, che è una sequenza di parole che può far venire i brividi solo a sentirla pronunciare, anche perché, se avessi conosciuto i neuropsichiatri infantili quando ero un bambino, avrei fatto sicuramente una brutta fine. Sono soddisfatto del destino che ho avuto da adulto, un destino, almeno a livello personale, non professionale, libero dalla psichiatria, dalla psicologia, dalla psicoanalisi. Credo che queste discipline abbiano un loro senso, anche se molto limitato. Credo che abbia più senso cercare di capire la vostra cultura, il vostro modo di essere, senza cercare di trasformarlo costantemente in un qualcosa di molto simile ad un sintomo, in qualche cosa su cui indagare. Questo nella mia vita non l'ho mai fatto. Ora per introdurre, brevemente, il nostro dibattito vedremo una scheda di presentazione che, forse, potrà esserci di aiuto.

Ore 7,15. A volte non riconosco il luogo in cui mi risveglio, a volte mi è troppo familiare.

Ore 7,20. In bagno avviene il primo impatto con lo specchio. Il mio volto, la mia figura, la mia immagine esteriore mi osserva attraverso quella lastra e sembra vedere nei luoghi più remoti di me stessa, mentre io ancora li conosco ben poco. Quell'immagine che mi guarda sono io. Ma cosa significa? Cosa? O meglio chi so io, chi è quella? Anche gli altri mi vedono così?

ore 8,10. Arrivo nel cortile di questo grande edificio chiamato "Scuola". È qui che imparo a porre le basi della mia visione del mondo adulto, in cui adesso mi affaccio soltanto, ma in cui tra pochi anni dovrò entrare, é qui che mi distinguo, in mezzo a qualcosa che non mi appartiene ancora, ma verso cui mi sto dirigendo, che mi rifugio, trovando tanti elementi che mi accomunano agli altri, in questo percorso da seguire.

Ore 8,20. In questo momento provo quella sensazione di oppressione che sentirò ancora molte volte nel corso della mattinata. Mi opprime l'idea che questa non sia una libera esperienza costruttiva, ma l'espressione di uno schema rappresentativo della società adulta. Questo comunque è il luogo dove dovrei formare la mia coscienza critica ed è perciò teatro dei miei cambiamenti quotidiani.

Ore 13,50. Uscendo dal portone, il cielo. Di nuovo me stessa per un po'. La caratteristica di comprendere noi, un lato bambino ed un lato maturo, ci distingue in un mondo di adulti a cui siamo destinati e ci porta a chiedere: "Chi siamo? Che ruolo abbiamo?". Avvicinandoci a definire la forma della nostra sostanza, ci chiediamo, senza conoscere risposta, la nostra reale identità.

 

STUDENTESSA: Secondo Lei, durante l'adolescenza di un essere umano, possono verificarsi dei fatti o delle situazioni capaci di determinare un cambiamento nell'identità di un individuo?

CREPET: Quei fatti, nella vita di ogni giorno, non fanno altro che accadere continuamente.

STUDENTESSA: Quindi, secondo Lei, l'identità personale cambia costantemente?

CREPET: In ogni minuto della vostra vita si verificano quel genere di "fatti", ma, per fortuna sono eventi che trovano tempo e luogo non solo nell'adolescenza umana, anche se, in seguito, lungo la vita adulta il ritmo degli accadimenti personali possa tendere a rallentarsi con il tempo. Ma quei fatti devono verificarsi, poiché si può crescere solo attraverso delle continue crisi, mai in un senso puramente lineare. Si cresce tramite delle esplosioni, nonché tramite dei tonfi, poi attraverso delle gioie immense, poi con degli enormi dolori. Nella vita, la maturità si può raggiungere solo attraverso un percorso straordinariamente avventuroso. È lì tutto il bello della vita. Guai a interpretare questi fenomeni, come possono fare certi miei colleghi che si mettono lì, con carta e penna, a prescrivere tante goccioline per appiattire un po' le stravaganze, qualche altra gocciolina per tirare un po' su l'umore. Ma queste cose chimiche! Terribili! Il problema, con voi giovani, è sempre quello di dover togliere, non di aggiungere.

STUDENTESSA: Quindi tutto ciò che si verifica nella vita di un individuo può influire sul mutamento della sua identità personale?

CREPET: Noi siamo, fondamentalmente, ciò che abbiamo appreso. Abbiamo appreso qualcosa dalla mamma, abbiamo appreso qualcosa dal papà, abbiamo appreso dalla nonna, dalla zia, dal cugino, dall'ambiente, dal bar, dalla scuola, dai professori e dal loro sadismo. Per capire veramente chi siamo dovremmo compiere diverse manovre. Una di queste manovre potrebbe essere quella di tornare indietro nel tempo. Ad esempio: tornare indietro con la memoria al ricordo di una fotografia di una famiglia che non esiste più. Per capire chi siamo, dovremmo capire chi sono stati i nostri nonni, non ci basta comprendere l'identità dei nostri genitori. I genitori equivalgono a dei fatti di vita troppo freschi, possono riportarci, al limite, alla nostra quotidianità, non alla nostra storia. La nostra storia corrisponde ai nostri nonni, ai nostri bisnonni. Solo quando ci incontriamo con questi aspetti delle nostre origini possiamo capire veramente chi siamo. Se io penso a chi fu mio nonno, capisco qualcosa in più di me. Se penso a chi era mio padre anche in quel caso capisco qualcosa in più di me; un po', ma non abbastanza. Mi spiego? Questa è una retromarcia mentale necessaria. Questa è una prima cosa. La seconda cosa dovrebbe essere un'opera di spoliazione da una serie di cose, di aspetti, che ci sono stati messi addosso, come dei "cappotti". Bisognerebbe fare come disse Michelangelo Buonarroti. Michelangelo scolpì un bellissimo Mosé. Appena ebbe finito il Mosé, gli dissero : "Oh, che meraviglia!". E lui rispose : "Io non ho fatto niente, ho tolto solo del marmo da sopra quel che vedete". In quel caso, dunque, Michelangelo tolse solo del marmo, un po' di materia, mostrando a tutti quel che si trovava dentro quel pezzo di marmo. Questa è la più bella, credo, descrizione dell'identità personale. L'identità personale è ciò che si libera dall'interno di ognuno di noi, dopo che siamo riusciti a toglierci di dosso ciò che è inutile, fatuo, il preconcetto. Dobbiamo liberarci da ciò che ci è stato messo addosso, che sono sempre le cose che vorrebbero gli altri per noi, non sono mai le cose che noi vogliamo per noi stessi.

STUDENTE: Con un amico parlavamo di suicidio, ci domandavamo se a tutti capiti di immaginare la propria morte, di assistere ai propri funerali, e poi se era davvero la causa della fine del dolore, oppure se era un po' una rivincita, una vendetta, oppure un'affermazione in negativo di alcuni valori. Per esempio soddisfare, a livello di immaginazione, alcuni bisogni: bisogno di morte, bisogno non so di cosa, per poi vivere meglio. Forse, questa idea si potrebbe, in qualche modo, inserire in un contesto più generale di crisi giovanile, crisi dovuta la fatto che ancora, nelle nuove generazioni, non ci si è del tutto adattati al mondo che sta emergendo, smarrendo il senso di dove si voglia rimanere, o di dove si voglia andare.

CREPET: Penso che voi siate stati cresciuti con l'idea che sia necessario eliminare il dolore dalla vostra vita. Voi giovani siete, perlopiù, passati attraverso una pedagogia della falsa felicità, non una vera pedagogia della vita, bensì una specie di fiction, una cosa da telefilm, da soap opera. Tant'è vero che i dolori, la morte, li avete sempre capiti ed interpretati come pura fiction, come eventi da romanzo. Sarà strano, ma il più grande avvenimento televisivo mondiale del secolo, guarda caso, è stato un funerale, non una partita di calcio. Il che vuol dire che noi abbiamo questa visione lontana del dolore. Al contrario: il dolore è quotidianità. Il dolore fa parte della vita, non é una parte malata della vita, non sono macchie che dovremmo togliere dalla camicia, come se fossero qualcosa di ingombrante. È lo spettacolo della tragicità della vita. I Greci andavano al teatro ad assistere allo spettacolo della tragicità. La tragicità è qualcosa che non possiamo spalmare come la marmellata sul pane. La dobbiamo vivere. Vivere vuol dire prendersi cura anche del dolore che portiamo dentro di noi. Se io crescessi con un'idea del dolore in stretta relazione della mia idea della vita, allora potrei conoscermi di più e avere meno paura della morte.

STUDENTE: Ma si può accettare il fatto che la quotidianità, in realtà, sia sofferenza e che possa consistere nel soffrire ogni giorno per i più vari motivi?

CREPET: Io, personalmente, non ho una visione cattolica della vita per cui solo il dolore ci può rafforzare, poiché siamo tutti in una "valle di lacrime". Non ho questa visione tremenda del mondo. Sono anzi, per metà della mia identità, romagnolo, e quindi sono molto attaccato alla terra, alle cose materiali, alla gioia di vivere. Penso che sia impossibile utilizzare un qualsiasi artefatto della selezione della vita, come se fosse possibile utilizzare un passino nel vano tentativo di trattenere, per noi stessi, solo le cose belle. Non è che io mi possa confrontare col dolore tutti i giorni della mia vita perché devo lavarmi, o cospargermi il capo di cenere. Il fatto è che il dolore è nella vita. In realtà, che cos'è la morte? È un'emozione. Il confrontarsi con la morte è un'emozione straordinaria, enorme. Quante volte mi è toccato di sentire da genitori: "Sa, l'altro giorno è morto il nonno. Non l’abbiamo mica portato mio figlio. È troppo piccolo, sarebbe stata un'emozione troppo grossa". Pensate che sacrilegio. Avete tolto a quel bambino per sempre un'esperienza straordinaria, che è quella di dire: "È morto?! E ora dove se ne andrà? Dove si va a finire dopo? Con chi andrò a comprare le paste? Qual è la vita che mi rimane? Cosa mi ha lasciato?" Mi spiego? Questo è il senso della vita, non è un puro parlare della morte. È dare, al contrario, un senso alla vita che rimane.

STUDENTE: Quindi il trauma della morte può avere un aspetto positivo?

CREPET: Il trauma possiede sempre un aspetto positivo, poiché la vita è al lordo di tutto. È inutile che stiamo lì a togliere una cosa o un'altra. C'è una cosa che mi ha molto colpito della vita di Primo Levi. Quando, qualche mese fa venne fuori il nuovo film tratto da La tregua, bellissimo romanzo di Primo Levi, durante un dibattito, un mio collega, che non stimo molto, disse: "Ma se quell'uomo fosse stato ben curato dal punto di vista psichiatrico ovviamente non si sarebbe tolto la vita". Io ho trovato quella frase di una assoluta mancanza di rispetto. Quell'uomo aveva conosciuto nella propria vita l'Olocausto, la cosa peggiore che l'umanità avesse mai potuto pensare e progettare e attuare! Migliaia e migliaia di suoi amici e compagni non erano usciti da quelle camere a gas, mentre lui ce l'aveva fatta. Pensate che sensi di colpa, tutte le mattine che Levi si alzava. Pensate il dramma di un uomo che diventa famoso perché scrive dei libri sull'Olocausto, su quella morte, su quella sua morte dunque, e che, pure, tutti i giorni si salva. È un senso di colpa straordinario. E allora chi è che ha il diritto, se esiste mai questo diritto, di cancellare dalla memoria di un uomo quell'esperienza? Guai, se qualcuno di noi disponendo di una neurochimica avanzatissima o di strumenti speciali per poter cancellare quella memoria volesse farlo! Ciò vorrebbe dire uccidere l'umanità stessa. L'umanità é fatta anche della memoria di un dolore, della memoria della nostra cattiveria, del limite stesso dell'umanità. Questa è parte della nostra vita.

STUDENTESSA: Lei ci ha raccontato che ha scelto questo lavoro in contrapposizione ai suoi genitori. Questo vuol dire che l'identità di una persona si forma contro quella dei genitori, o in contrasto con qualcuno che è, o che è stato importante nella nostra vita?

CREPET: Sì, certamente. Penso che l'opposizione sia un elemento insostituibile di crescita. Un bambino "fa i capricci" nella speranza che ci sia un adulto che gli dica di no, non un adulto che dica di "sì". Quindi fin da piccoli abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: "No, la spina non si tocca". Punto, finito. Poi, quando cresciamo, questo "no" diviene un modello di vita, una forma di cultura, rispetto alla quale noi abbiamo bisogno di opporci, di creare qualcosa che non sia la pura fotocopia di quel che vediamo ogni giorno. Quindi, tutti noi abbiamo cercato, e cerchiamo, di vivere in opposizione, in critica. Cerco di portare avanti qualche cosa che è mio, che è originale.

STUDENTESSA: Quindi è questo che spinge una persona, magari una persona giovane, ad andare contro...contro ciò che è istituzionale, contro i genitori, ecc?

CREPET: Io sono andato via dalla casa di mio padre perché volevo cercare di fare qualcosa di concreto per me. Naturalmente in quegli anni ho compiuto tanti errori. Sono stato drastico, sono stato rigido, sono stato idealista. Sono stato tutto quello che è giusto essere a 18, 20, 25 anni. È giusto correre dietro ai propri sogni. I miei genitori hanno avuto la straordinaria abilità e la grande intelligenza di lasciarmi a briglia sciolta. Credo che l'intelligenza di un genitore si verifichi proprio in questa capacità di amare ciò che si allontana da te. Quando un genitore ama il controllo dei propri figli ama il proprio egoismo, il che è una cosa abbastanza spiacevole.

STUDENTESSA: Lei prima diceva che oggi noi giovani non accettiamo l'idea della morte, o che, comunque, manifestiamo un rifiuto delle "cose brutte" della vita. Ma ciò non potrebbe essere vero in virtù del fatto che questo rifiuto è una caratteristica propria dei giovani in quanto, a fortiori, sono timorosi di una morte precoce.

CREPET: Ma aver paura della morte è ovvio. Sto semplicemente dicendo che ognuno di noi, voi compresi, abbiamo pensato in un momento della nostra vita alla morte.

STUDENTESSA: Però è anche vero che mettere un bambino di fronte a un evento così tragico della vita come la morte di un nonno o di un parente caro, potrebbe causargli uno shock, spingendo il ragazzo ad avere paura della morte, perché potrebbe arrivare a vederla come una perdita degli affetti e di chi gli è caro.

CREPET: Le farò un esempio. Quando c'erano ancora le famiglie patriarcali, dove tante generazioni di esseri umani vivevano insieme nella stessa casa, i bambini, le persone un po' più grandi, i nonni e, quindi, il patriarca, cosa succedeva? Che a un certo punto il vecchio patriarca moriva, e bisognava pur dirlo al bambino. Siccome si abitava tutti insieme non si poteva raccontare una bugia, bisognava affrontare questo evento terribile, spiegare ad un bambino che cosa vuol dire la morte. Come si procedeva seguendo quella pedagogia istintiva, di cui erano dotati una parte dei nostri avi? Si intuiva che bisognava riempire quel vuoto, come dice lei, causato da quel dolore. E come si riempie quel vuoto? Con l'affetto. Dunque si ricorreva a migliaia di coccole.

STUDENTESSA: Però spesso questo "affetto" può diventare eccessivo e soffocare una persona.

CREPET: Il dolore non è mai pura sottrazione, potrebbe essere anche un'occasione di affettività. Quando un bambino prende l'influenza, e se ne resta a casa, a letto, per due pomeriggi, invece di andare a scuola, è pur vero che egli non può andare a giocare, e quella è una bella perdita, non può andare a giocare a pallone, è un brutto giorno. Ma è pur vero che la mamma torna un'oretta prima dal lavoro, gli fa la spremutina di arance, che, di solito, non gli fa mai. Allora si può vedere come il dolore non corrisponde mai solo ad una pura perdita? Può essere una perdita e un'acquisizione. Questa è la cosa importante da tenere in considerazione.

STUDENTESSA: Però, per esperienza personale, posso dire che questa affettività che serve a compensare questa mancanza, in certe situazioni può diventare troppa, e quindi invece di far bene all'individuo, può nuocere.

CREPET: L'affettività, per quanto eccessiva possa essere, non potrebbe mai far così male come l'abbandono e il silenzio. Certamente l'affettività potrebbe avere, al limite, gli stessi effetti negativi della menzogna che consiste nel dire che il nonno "se ne è andato via".

STUDENTE: È sempre necessario dire la verità.

CREPET: Ma allora ne segue che il problema della morte bisogna pur affrontarlo. Naturalmente c'è chi lo sa fare bene e c'è chi non lo sa fare affatto. Se un ragazzo ha dei genitori un po' infantili, saranno proprio i suoi genitori ad andare in crisi ancor prima di lui. Questa è una delle cose più frequenti: perché i genitori preferiscono non parlare di molti argomenti? Non solo del dolore, ma anche, per esempio, della sessualità, dei problemi, di tutto ciò che potrebbe metterli un po' in crisi? Perché essi non hanno elaborato un concetto maturo di questi eventi. Se uno vive la propria sessualità come un problema, non può pretendere di spiegarlo ad un adolescente. Rischierebbe di spiegare una confusione che non sa chiarire neanche lui. Penserà: "Povero papà. È messo male. È alla frutta, non riesce neanche a dire cos'è un preservativo!" Così quell'adolescente finirà per rivolgersi a qualcun altro. Credo che il problema di chi svolge il mio mestiere, non sia tanto quello di "preoccuparsi" di voi. Noi ci preoccupiamo dei vostri genitori, dei vostri insegnanti. Spesso le loro situazioni sono molto più preoccupanti delle vostre condizioni mentali. Voi non state male. Più spesso stanno male i genitori, gli insegnanti, non perché siano degli psicopatici, ma perché spesso sono solo degli immaturi. Una reazione sadica di un insegnante al problema di un giovane allievo può verificarsi perché l'insegnante in questione è una persona poco serena. Perché un professore se la dovrebbe prendere con voi? Voi cosa c'entrate? Quanti professori sadici avete incontrato nella vostra vita? Io molti.

 

STUDENTESSA: Un grande scrittore disse: "Solo uno stupido non giudica dall'apparenza". Per i giovani, che sono alla ricerca di una propria personalità, e che spesso avvertono questo scontro tra ciò che sono dentro e ciò che vorrebbero apparire fuori, l’apparenza, l'immagine in che misura può essere considerata un testimone veritiero della nostra più intima realtà?

CREPET: Credo che questa domanda non me l'avrebbe potuta rivolgere che una ragazza. Ritengo che questo problema sia qualche cosa che attiene molto al comune modo di sentire al femminile, essendo questa una contraddizione, tra essere ed apparire, tipicamente femminile. Femminile, prima di tutto perché voi ragazze siete un po' più mature dei vostri coetanei maschi. Alla vostra giovane età avete già acquisito una maggiore sensibilità dei ragazzi, avete accresciuto delle aspettative, delle aspirazioni nei confronti del mondo, che i vostri coetanei maschi ancora non hanno, con altrettanta maturità, ed altrettanta precisione, sviluppato. Esiste, in molte giovani, una contraddizione tra un mondo interno che già esiste, ed un mondo esterno, che in qualche modo è assillato dall'apparire, dall'essere giudicati per ciò che si indossa, per come ci si trucca, dal tipo di anfibi che si portano, ed io credo che l'errore che noi adulti facciamo, sia quello di scindere queste due cose. Una cosa è necessaria all'altra. Non si può pretendere che un adolescente sia solo un essere sviluppato "dentro" e non sia anche una persona cresciuta al di fuori della propria interiorità. È una balla quella che consiste nel dire: "Sei bella dentro". "Chi se ne frega - potrebbe rispondere qualcuna di voi - quando sono in discoteca mi piacerebbe essere bella anche fuori". Non raccontiamo delle storie ai giovani. È certo che poi in una relazione affettiva, almeno nel medio termine, conta quello che sei dentro, perché dopo che hai trovato uno carino, simpatico, bellino, eccetera, poi preferisci che non sia scemo, di solito, perché potrebbe finire per annoiarti. Ecco, dopo un po' comincia a contare il mondo interiore. Ma il mondo esteriore è importante. Esiste una sessualità dell'apparenza, esiste un'espressione corporea, un linguaggio del corpo. Esiste anche un modo di essere, che rappresenta al di fuori di noi ciò che abbiamo al nostro interno. Io, quando avevo la vostra età, possedevo un mondo interno sviluppato pochissimo e cercavo delle ragazze più grandi di me perché mi potessero stregare, stordire con qualcosa che io non riuscivo ad avere, che intuivo che loro potessero, al contrario, avere per me. Mi facevo raccontare le loro storie. Ho avuto per molto tempo una grande passione per le ragazze molto più grandi di me. Naturalmente quelle ragazze non guardavano me. Ma io volevo fare il loro valletto, per capire e per carpire i segreti della vita da adulto. Ero innamoratissimo di queste donne perché avevo bisogno di crescere, perché ogni volta che mi guardavo dentro, vedevo dei grandi vuoti. E se una ragazza aveva letto tutto Pavese anche io mi mettevo a leggerlo, in tre notti. E' bellissimo, è straordinario, avere la capacità di dire:" ho dei vuoti dentro". Nessuno può nascere con un "pieno" di identità. Insomma; è necessario modellarsi, avendo la capacità di sentirsi dentro.

STUDENTESSA: Prima si diceva che spesso la nostra personalità si forma per contrasto, magari con quella dei nostri genitori. Però, spesso, esiste anche l'emulazione di chi è più grande di noi, dei genitori o degli amici. Questo dipende dal carattere personale di ciascuno, o esistono altre implicazioni per cui si tende ad emulare o a contrastare la figura di un adulto?

CREPET: Credo che dipenda anche dai buoni maestri di vita che si possono incontrare. Se uno ha avuto la fortuna di incontrare dei buoni maestri nella sua vita, credo che sia naturale imitarli. Ci sono delle persone, ma non è da tutti, che sono dei leader, dei trascinatori.

STUDENTESSA: Però, quando si è molto piccoli, è difficile capire se si ha un buon maestro o meno. Forse si tende a guardare qualche altra cosa.

CREPET: Questo non sta a noi adulti giudicare. Lei si ricorda quel bellissimo film L'attimo fuggente ? "Capitano, mio capitano". Chi era? Era un ragazzo che aveva trovato una guida. Qualche cosa che ti emoziona. E non c'è apprendimento autentico che non sia, al tempo stesso, emozionante. Ciò che si apprende senza emozione viene dimenticato. Ciò che apprende attraverso le emozioni diventa un collante potentissimo, ti si attacca letteralmente al cervello. Abbiamo tutti bisogno di questo collante. La scuola dovrebbe essere basata su questa consapevolezza . Non è un caso che voi abbiate proposto un film, prima, in cui quella ragazza parlava di tutto fuorché della scuola. Arrivava fino al cortile e poi riprendeva da quando finiva l'ultima campanella. È un bel giudizio sulla scuola! Tutto il mio mondo, finisce alle otto e mezza di mattina e riprende all'una e un quarto. Se fossi un insegnante avrei detto: "Abbiamo fallito. Questa è una scuola che ha fallito, che non emoziona più". Deve per forza emozionare di più camminare sul bagnasciuga, che una bella lezione di italiano. Ci potrebbe essere una lezione di italiano più emozionante del bagnasciuga o del proprio fidanzato, se soltanto ci fosse ancora qualcuno, tra i vostri insegnanti, realmente capace di emozionarvi con la letteratura. Come si fa a emozionarsi con un insegnante che dice le stesse cose da quarantacinque anni? Perché la scuola dovrebbe essere un qualcosa di totalmente irreggimentato dallo scopo dell'istruzione, come un'accademia militare? Perché voi giovani ne uscite senza la voglia di leggere dei romanzi, o con il prurito alla semplice idea di leggere delle poesie? Perché vi hanno insegnato ad odiare queste cose, perché vi hanno costretto a fare queste cose! Non vi hanno insegnato ad amarle, o a cercarle.

STUDENTESSA: Quindi, secondo Lei, queste nuove caratteristiche della nostra generazione dipendono dagli adulti? Dipendono da come ci insegnano le cose, da come si rapportano con noi?

CREPET: Questo non vuol dire che voi non abbiate delle vostre responsabilità. Credo che in questo confronto adulti - giovani, noi adulti si abbia delle responsabilità che siano prioritarie rispetto a voi, perché noi vi abbiamo messo al mondo, non siete voi che siete venuti al mondo così, per generazione spontanea. Allora, visto che abbiamo deciso di mettervi al mondo, dovremmo darvi degli strumenti per crescere, per vivere, possibilmente, nel migliore dei modi. Non credo che in questa odierna società gli strumenti per attuare queste finalità siano attualmente sufficienti. Credo che, nel frattempo, dovremmo mettere a punto una agenda dei problemi da risolvere. Una scuola migliore, un quartiere che non sia solo una sala di videogiochi, eliminare questo squallore orrendo delle nostre città, dove vi facciamo crescere, offrirvi una televisione migliore, più ricca di spazi dedicati a voi. Naturalmente quando noi adulti vi avremo fornito tutte queste cose, a cominciare da una scuola che funzioni sul serio, allora pretenderemo che voi studiate e che vi impegnate al massimo delle vostre possibilità. Ma se noi adulti non vi dessimo niente, come potremmo pretendere qualcosa di straordinario da voi?

STUDENTESSA: Abbiamo visitato numerosi siti di Internet riguardanti l'adolescenza e il cambiamento. Ne abbiamo trovati vari che riguardano la droga e come la tossicodipendenza sia una conseguenza di avvenimenti che si verificano, spesso, durante l'adolescenza. Poi mi sono soffermata su un sito riguardante il rapporto tra genitori e figli. Anche prima si è discusso di come le scelte dei genitori possano influenzare la crescita dei figli, e si è detto che spesso i figli fanno il contrario di ciò che i genitori hanno deciso per loro. Ma in che misura l'irruenza dei genitori può influire sulla vita futura del ragazzo.

CREPET: È quello che cercavo di dire prima: non siamo tutti uguali. I genitori non sono tutti dei buoni genitori. Alcuni sono positivi, non creano vuoti. Lei prima parlava della droga. La droga è ciò che si usa per riempire un vuoto. Tant'è vero che si chiama 'buco". Metaforicamente parlando il "buco" è un vuoto, e ci metti dentro l'eroina per riempirlo. Il giovane tossicodipendente si illude che quel vuoto possa riempire, mentre quel vuoto è un vuoto di affetto, di emozioni, di coccole. Le rispondo leggendo tre righe tratte da un libro molto carino che è Enciclopedia dell'adolescenza, che sta per uscire per Einaudi, in cui vi sono molti capitoli, come un'enciclopedia, scritti da ragazzi e ragazze della vostra età. Il titolo della voce che vorrei proporvi è Complicità:

Guardo dalla finestra dello studio di mio papà. C'è il vento, gli alberi si scatenano. Guardo i suoi libri, le sue notazioni prese su bigliettini sparsi sulla scrivania. C'è anche una frase in latino con la traduzione: "Tanta è l'arte che l'arte non si vede". Io da grande vorrei essere come lui, come il mio papà, perché ammiro la sua fede in quello che fa. Lui ama la letteratura, l'arte, lui ha degli occhi blu pazzeschi, sempre in cerca di cose nuove, di piccoli particolari che gli arricchiscono lo spirito. Tra me e lui c'è una bella intesa, forse perché quando ero piccola siamo stati molto insieme e insieme inventavamo dei giochi che solo noi due conoscevamo. Poi sono cresciuta. Sono cresciuta e i nostri giochi, senza che ce ne siamo accorti, lentamente sparivano nelle nostre vite.

Questo è un passo bellissimo, sul significato di essere un padre, la necessità di essere così. Questa complicità può creare un pieno, non un vuoto. Poi nella vita farai quello che ti pare, ma avrai questo pieno dentro. Farai l'artista, farai quello che vorrai. Potrebbe darsi anche che quella voglia di essere come tuo padre possa mutare nella vita, diventando un'altra cosa. Ma avrai sempre questo grande pieno dentro. Questa è una cosa stupenda. Questa complicità la cerchi negli altri. Se ti hanno insegnato il segreto delle emozioni, poi le cerchi nella vita. Non ti accontenti di una roba mediocre, di un giovanotto qualsiasi, vuoi il grande amore. E non hai paura di perderlo perché sai che ne potrai trovare altri. Questo è eccezionale. Quanti papà sono così? Quelli che conosco io, che arrivano alle dieci e mezza la sera, stanchi, bolsi, arrivano lì, si mettono davanti alla televisione, non ascoltano niente. Quello cos'è? È un padre quello lì? È uno spermatozoo, cresciuto e basta. Che rapporto puoi avere con un padre così? Nessuno. Non é emozionante un padre così, é un produttore di vuoti.

STUDENTE: Nel rapporto con i genitori, o anche con gli altri in generale, c'è un linguaggio diverso, che il bambino coglie, un linguaggio del corpo, dell'affetto, che forse può cogliere, nonostante tutto. Nel rapporto con i genitori, che di fatto esiste sempre, di contrasto oppure di affetto, si può avere il caso in cui il loro esempio non venga fatto nostro?

CREPET: Noi abbiamo i figli che ci meritiamo. È questo il fenomeno che più mi interessa. Che poi nella vita si vengano ad aggiunger delle esperienze, nelle quali i genitori non sono né attori né in qualche modo dei "responsabili", questo è abbastanza ovvio che sia. Ma noi siamo ciò che abbiamo appreso. Dunque il rapporto tra il genitore e il figlio: il linguaggio, la capacità di esprimersi. Lei pensa di essere totalmente svincolata da un rapporto con la madre? Una mamma che non ha mai dato una coccola a sua figlia, come può pretendere che sua figlia sia identica a quella di una mamma che ha dato affettività, complicità, come quel padre di cui ho parlato prima? No! Come si può pretendere che un padre così produca gli stessi effetti di un padre che non c'è mai, evanescente, vago, inesistente?

STUDENTE: Ma ai padri che non ci sono mai, non si può in qualche modo imporre di esserci.

CREPET: Nel mio modo di vedere le cose non c'è niente che va imposto. Certo che non posso dire ad un papà che fa l'avvocato: "Torni alle sette di pomeriggio". Non è quello il problema.

STUDENTE: Se anche tornasse, e giocasse con il figlio, o gli parlasse di letteratura, in realtà non trasparirebbe comunque un'indifferenza?

CREPET: Torno a dire: nulla deve essere imposto con la forza. Ma se quell'uomo cominciasse a capire l'importanza per quel figlio in quel momento, si verificherebbe un fatto straordinario. Cambia tutto.

STUDENTE: Secondo Lei, quanto può influire la mancanza di una figura paterna o materna nella crescita e nella maturazione di un adolescente?

CREPET: In generale, abbastanza. Direi che molto dipende da chi dei due rimane in vita durante la crescita successiva dei figli. Ci sono state donne straordinarie che hanno allevato i propri figli con i padri mandati in guerra. Donne che avevano mariti marinai, che tornavano tre anni dopo. Nella nostra storia il padre non c'è mai stato. Anche quando c'era, la figura paterna era scialba, mentre adesso sta diventando una cosa diversa. I vostri padri sono enormemente diversi dai padri di tante fotografie familiari. Quei padri si facevano dare del "voi" dai figli. Pensate la distanza siderale che ci poteva essere da un padre a un figlio. Era gente che quando tornava la sera tardi, spaccata dalla fatica, dopo avere lavorato come operaio, o come contadino, cosa volete che potesse dare? Niente. Amministrava quelle quattro regole educative nella maniera più barbarica possibile. "Sei stato buono?" "Sì". Altrimenti, botte e via. Minestrina e a letto. Questa era la pedagogia. Non era niente di diverso da questo. Non veniamo dalla Montessori. Noi veniamo da Erode. Noi veniamo da un mondo che non amava i bambini. Ne facevano tanti, quei signori lì, perché così avevano tante mani, braccia per lavorare nei campi. Questa è la verità. Solo adesso stiamo cominciando a capire che cos'è la pedagogia. Se io potessi chiedere a mio nonno che cos'è la complicità, direbbe: "Complicità? Cosa vuol dire? Empatia? Che cosa vuol dire?". Adesso invece lo posso pretendere, voi lo potete pretendere da un insegnante. Ai miei tempi ti mettevano dietro la lavagna per due ore. Era trent'anni fa. Non è passato poi molto tempo. Pensate qual'è il cambiamento straordinario. Quindi oggi sicuramente c'è più attesa e aspettativa da parte vostra riguardo ad un ruolo paterno e materno. Cosa che non c'era una volta.

STUDENTESSA: Lei prima ha detto che i genitori hanno i figli che si meritano. Però questa cosa secondo me è poco valida, in quanto anche i figli potrebbero dire: "I genitori in fin dei conti non me li sono scelti, sono capitati, e quindi anche io ho i genitori che mi merito".

CREPET: Purtroppo sì. Purtroppo questo è verissimo, tant'è vero che ho scritto un libro, qualche anno fa, dal titolo Cuori violenti, che è un viaggio nella criminalità giovanile. Ho incontrato tanti ragazzi, tante ragazze della vostra età, che facevano i rapinatori, i killer della camorra, gente che non scherzava. Se andavi a vedere le famiglie da cui venivano, su sei figli se ne salvava uno e a volte neanche uno. Questo vuol dire che esiste, per esempio, la responsabilità di una scuola. Una scuola diversa è una scuola che ha un ruolo vicario rispetto ad una famiglia che non funziona.

STUDENTESSA: Secondo Lei, un individuo, posto in un ambiente diverso si comporterebbe in maniera diversa?

CREPET: Naturalmente. Noi siamo come delle spugne. Immagini che un bambino sia come una spugna. Se lo mette nell'acqua, si imbeve di acqua, se lo mette nell'inchiostro diventa blu. Ma naturalmente questo avviene nei primi mesi, è da lì che cominciano le cose. Poi non nego che ci sia anche qualche cosa di trasmissibile attraverso la nostra biologia, la nostra struttura genetica. Abbiamo le idee molto confuse su questo, per cui credo che sia giusto continuare a cercare. Sicuramente abbiamo qualche cosa: così come ereditiamo il colore degli occhi, ereditiamo anche delle strutture di personalità, in qualche modo.

STUDENTESSA: Abbiamo parlato della figura del padre di un tempo, e del fatto che il figlio dovesse dare del "voi" al padre. I bambini di quel tempo adesso sono diventati genitori ed hanno deciso di educare i figli in una maniera diversa. Perché, invece, altre volte si cade, senza accorgersene, negli stessi errori?

CREPET: Credo che questo problema sia legato alla nostra capacità di capire chi siamo. Una ragazza che è stata cresciuta con le botte, tende ad essere una madre violenta. Tende ad esserlo, ma lo é o non lo è, a seconda della capacità di comprendere sé stessa. Se si mette in crisi, se dice: "io sono stata picchiata tutte le sere, ma non è giusto che faccia altrettanto con mia figlia", cioè comprende la propria storia e la possibilità di avere un nuovo, necessariamente nuovo, ruolo materno. Questo non sempre avviene, perché dentro questa crescita c'è, per esempio, la violenza. Dei bambini nascono e crescono in un ambiente violento. La violenza è la loro cultura, è la loro comunicazione. Papà e mamma non si parlano, si tirano i piatti. Dopo, a diciott'anni, capisce che non per tutti è andata così, che ci sono delle famiglie in cui non è mai stato tirato un piatto, ma per lui sarà una scoperta straordinaria.

STUDENTESSA: Dobbiamo però considerare che i nostri genitori effettivamente si sono trovati a vivere un momento di passaggio importante. Là c'è il Che Guevara, c'è il simbolo del '68, cioè di un momento di cambiamento generazionale importante. Nello stesso periodo ci sono i nostri genitori, che sono stati le vittime di genitori padroni, e poi le vittime di figli talvolta padroni, cioè sono stati artefici del proprio futuro, consapevoli della propria dimensione, dei propri problemi, delle proprie crisi, della propria identità.

CREPET: La seguo per buona parte delle cose che dice, però poi forse sul finale abbiamo un punto di vista un po' diverso. Anch'io faccio parte più o meno della generazione dei suoi genitori. Anch'io ho fatto parte di quella primavera di idee, di speranze, di sogni, di appartenenze. Che Guevara sta lì a nome di un'appartenenza collettiva straordinaria, che poi non aveva nulla di pratico, perché non sapevamo neanche chi fosse, forse voi lo sapete ancora meno, ma anche noi avevamo idee abbastanza vaghe su che cosa facesse. È un simbolo, è una bandiera. E questo era importante. Abbiamo fatto, ed in questo non siamo stati vittime, siamo stati artefici di una delle più grandi, importanti battaglie culturali che sia stata fatta nella storia dell'umanità, che è la rivolta contro le forme dell’autoritarismo, sia pedagogiche, sia familiari (le botte), sia scolastiche (le bacchettate sulle mani), sia nella vita, più in generale.

STUDENTESSA: Ma infatti nel dire vittima, intendevo dire nel periodo prima del '68.

CREPET: Certo.

STUDENTESSA: Poi nel '68 avete prodotto tutto ciò che ci avete trasmesso.

CREPET: Aspetta. C'è un passaggio, c'è un passaggio che rende più complessa questa cosa. Noi abbiamo avuto un'idea, - in effetti è stato un movimento enorme, che va dal pacifismo degli anni Cinquanta in Inghilterra, in avanti, quindi comprende una generazione molto vasta - abbiamo avuto questa intuizione e tutto ciò che di positivo c'è in questa società è prodotto da quello. Penso alle scuole materne, agli asili. Non ci potrebbe essere un asilo pedagogicamente sensato se non fosse antiautoritario. Come potrebbe mai funzionare un asilo con le botte e con le bacchettate? Quindi questa è una cosa. Quello che rende più complicato questo passaggio è che la mia generazione, capito che doveva battersi contro le forme dell'autoritarismo, si è dimenticata, quando è diventata adulta - genitore, padre, madre, eccetera - di essere autorevole. Questo è stato un errore formidabile della mia generazione, e siamo diventati spesso genitori di bassa qualità, proprio perché incapaci di essere autorevoli. L'autorevolezza fa parte anche di quell'appartenenza di cui parlavo prima. Essere il "capitano, mio capitano" è una responsabilità, ma quando eserciti quella responsabilità sei anche autorevole. Quando dico ad un figlio: " fai quello che ti pare. Mah, vedi te", oppure quando dico: "Io sono il padre, il migliore amico del figlio" e la mamma migliore amica della figlia, si crea una confusione di ruoli paurosa. La mia generazione è stata piena di mamme amiche delle figlie. Ma cosa c'entra? La mamma è la mamma e la figlia è la figlia. Le amiche della figlia hanno la stessa età della figlia, non certo della mamma. Questa confusione serve ad uscire dalle nostre responsabilità. Come fa una mamma o un papà a dire: "Non fumare lo spinello" quando lei fuma tre pacchetti di sigarette al giorno? Che autorevolezza ha? Il suo messaggio non ha nessun senso. L’autorevolezza vuol dire coerenza. E se Che Guevara fosse diventato un azionista della General Motors, sarebbe sui manifesti di tutto il mondo? No. Sarebbe stato un venduto.

STUDENTESSA: A proposito dell'autorità, tempo fa ho visto un programma televisivo che parlava di ragazzi che vivono in questa specie di ghetti, che ancora esistono, tipo "Corviale" a Roma. E la cosa che mi ha fatto impressione è che c'era una spaccatura interna in questi ragazzi. Cioè da una parte vivevano a contatto con la violenza e con la morte, in quanto molti amici si erano suicidati o erano morti per incidenti o in modi violentissimi, dall'altra parte c'era una ricerca, con la totale assenza dei genitori, di una autorità e di un ordine, tanto che il loro mito era ancora Mussolini e il fascismo. Allora perché chi vive a contatto con questa violenza e con questa realtà orribile cerca un ordine che ha generato violenza?

CREPET: Perché non possiamo vivere senza padri, metaforicamente parlando, e questo l'ha capito la mafia. I capi della mafia come si chiamano? Padrini! Non si chiamano mica Zio Tom. Si chiama "padrino" colui che detta le regole, spietate, indiscutibili, e tanto più sono spietate ed indiscutibili, tanto più offrono questo ruolo di autorevolezza. Un ragazzo nei quartieracci che ho conosciuto, con cui ho vissuto, vuole quello. I ragazzi di cercavano quello e basta. Non avevano i padri, avevano delle nullità, degli ectoplasmi. Questo vale per quei quartieri lì, ma vale anche per i quartieri residenziali, vale anche per i "Parioli", perché quel vuoto non c'è solo nelle periferie delle città, c'è anche nel bel mezzo della borghesia miliardaria, privilegiatissima, con i padri avvocati, dentisti, politici, che non ci sono mai, e che creano gli stessi, spaventosi vuoti, forse ancora peggiori.

STUDENTE: Un padre distante, che magari torna a casa tardi la sera, oppure non è molto presente, può comunque essere una figura importante per un figlio?

CREPET: Lo è sempre, lo è anche nella fantasia.

STUDENTE: Insomma, se é in casa due, tre minuti, o magari non c'è proprio, quella figura può comunque essere positiva e non negativa?

CREPET: Sì, può esser positiva, nel senso che è una figura sognata. "Mi piacerebbe che papà fosse così", anche se poi la realtà di papà la metti tra parentesi, perché è insopportabile, mentre magari sogni che papà sia in un altro modo, perché senti che è una persona importante, perché fa delle cose. Poi in realtà non è così? Il problema vero è la realtà delle cose. Dobbiamo cambiare. La nostra società cambierà se si fonderà più sugli affetti che sui soldi.

STUDENTESSA: Non mi trovo molto d'accordo con quello che Lei dice, perché, per esempio, mio padre sta fuori la mattina ed il pomeriggio. Lo vedo solamente a pranzo e la sera. Eppure mi dà tanto, e non è una mia fantasia, mi dà davvero tanto, e vorrei essere come lui. Ecco, nonostante trascorra poco tempo con me c'è ugualmente complicità, se non di più.

CREPET: Non è che tutti padri siano uguali.

STUDENTESSA: Certo.

CREPET: Contesto l'idea che la qualità del rapporto sia sempre migliore della quantità. A volte nella nostra vita abbiamo bisogno - e i nostri genitori non se ne accorgono - di una quantità, magari di silenzio, non di parole, non necessariamente di chissà quali argomenti intelligenti, ma di silenzio, di ascolto. Una ragazza che, per esempio, ha smesso da un po' di mangiare. Ha una storia complicata dietro di sé. Ha bisogno di essere ascoltata dagli adulti, non bastano i coetanei, non basta il fidanzato. Allora quella quantità/qualità chi ce la dà? Sto dicendo che questa è una società che è arrivata alla sua ultima fermata. Non possiamo essere più ricchi di così, ma possiamo essere più affettivi di così. Possiamo crescere nelle emozioni, negli affetti, nella cultura degli affetti. Ma più soldi di così a cosa ci servono? Per comprarci il settimo televisore? Non credo. Poi ognuno ragionerà a modo suo. Ci sono dei genitori che riescono a fare in un week-end quello che non hanno fatto nei cinque giorni precedenti. Ma almeno un week-end ci deve essere. Quest'idea che il padre sia una figurina, da mettere come un poster, questa è un'idea che funziona quando tutto va bene, ma poi, quando hai un problema davvero, non hai più bisogno di una figurina e non hai più bisogno di venti minuti a cena. Hai bisogno di qualche cosa. E allora un padre lo deve capire. Non quando glielo chiedi tu, lo deve capire prima che tu lo chieda, questa è la nostra sensibilità di adulti.

STUDENTESSA: Penso che tutti i padri lo capiscano.

CREPET: Ma non abbiamo gli schemi, non c'è la professione genitori per cui bisogna fare in un certo modo. Questa è una cosa inutile. Ognuno è padre come riesce ad esserlo, rispetto alla sua cultura, alla sua provenienza, alle sue capacità. Non sto dicendo che tutti i padri devono fare in un certo modo, sto dicendo che ad un certo punto nella vita il padre ha bisogno di uscire da questo suo calendario, da questa specie di visione un po' sognata, messa su un piedistallo, perché poi la mamma è quella che sta sempre lì, mentre il papà si può permettere di arrivare alle dieci e mezza, dire la sua, ed essere amato, sognato, eccetera. Questa è una visione squilibrata tra ruolo femminile e ruolo maschile. Credo che ci sia bisogno di una famiglia diversa.


Biografia di Paolo Crepet

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