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Il Grillo (23/2/1998)

Giacomo Marramao

Che cos'è la storia?

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Marramao: Buongiorno, sono Giacomo Marramao, insegno Filosofia politica all'Università di Roma Tre. Mi trovo qui, con gli studenti del Liceo romano Mamiani, celebre liceo, per discutere di un tema affascinante, enormemente difficile e spinoso, la storia, l'idea di storia. Dovremo cercare insieme di capire che cosa significa questa parola, che noi adoperiamo come fosse ovvia. "Storia" è una parola greca, "historìa", che vuol dire "rendiconto", all'inizio. E poi diventa una parola che esprime l'idea di un corso degli eventi, che ci abbraccia tutti insieme. Questa idea di storia, che è greca, originariamente occidentale, oggi si trova davanti al cospetto di un mondo globalizzato, in cui l'Occidente ha a che fare con le altre civiltà. Molti mettono in dubbio che si dia quindi una unica storia, che la storia sia unitaria e che la storia possa inglobare insieme tutte le civiltà. Si pongono degli interrogativi molto seri sul concetto stesso, sull'idea stessa di storia. Oggi sono qui soprattutto per ascoltare voi, voi studenti, voi giovani, più che per parlare, ma prima di andare al dibattito cerchiamo insieme di guardare la scheda che è stata approntata dalla regia. –

Si visiona la scheda: COMMENTATORE: Un giorno, all'inizio degli anni Novanta, un brillante politologo giapponese, decise che era giunto il momento di annunciare la fine della storia. Un'esagerazione. Forse che, all'insaputa di tutti, era arrivato il Messia e legioni di anime si preparavano ad affrontare il Giudizio Universale? Naturalmente no, ma un punto lo aveva colto: con la fine della contrapposizione tra i blocchi e il trionfo del modello occidentale, una sorta di Messia laico, l'economia di mercato aveva unificato il mondo. E, se la storia non era ancora finita forse un particolare pezzo della storia sì. In fondo questa sentenza non è che la punta estrema di un'idea profondamente radicata nella nostra cultura, quella per cui la storia è un processo lineare, dritto, diventa una sicura crescita dell'umanità. Un'idea che si esprime nell'attesa dell'era messianica per ebrei, cristiani e mussulmani e nella fede assoluta dei laici nello sviluppo della scienza e della tecnica, che ha dominato gli ultimi due secoli. E se le cose non stessero così? Se la storia non avesse proprio nulla di lineare, ma fosse un procedere erratico, senza capo né coda? E ancora, se lo scorrere del tempo, come lo dipingeva la civiltà classica, altro non fosse che la ripetizione di una serie di cicli, simili a quelli naturali: il giorno e la notte e le stagioni? Altro che fine della storia, allora! Questo scorcio di secolo, visto in un'altra ottica, sarebbe forse paragonabile a un qualsiasi inverno, dopo il quale, puntuale, arriverà la primavera.

-Fine della scheda, inizia la discussione.

Marramao: Bene; la scheda, mi pare, abbia fornito degli elementi molto stimolanti, quindi non prendo più tempo. La parola a voi. La prima domanda.

STUDENTESSA: Senta professore, noi abbiamo sempre dato per scontato l'accezione di storia come sapere cumulativo. Non c'era quindi, in seguito alla visione della scheda, molto chiara questa contrapposizione, se vogliamo, tra il concetto di storia come sapere, sì come corso lineare e quindi anche forse dipeso dall'attesa, per esempio, religiosa, oppure la fede laica nel progresso, e invece la contrapposizione con una storia vista in maniera quasi casuale, comunque sconnessa e associata ecco, per esempio, al ciclo naturale. E quindi volevamo sapere anche se Lei è d'accordo con questa possibile contrapposizione e forse anche spiegarla meglio, perché per noi era poco chiara.

Beh, vede la scheda era molto sintetica. Un po' raggruppava insieme tutti gli elementi che adesso Lei ha molto giustamente sottolineato. Il problema fondamentale è questo e mi pare uno dei temi che dobbiamo cercare di discutere insieme. Oggi noi viviamo sicuramente una crisi dell'idea di storia. Il problema è: di quale idea di storia noi stiamo vivendo la crisi? L'idea di una storia lineare, di una storia rivolta verso il futuro, come lei diceva di un processo cumulativo. Prima di capire però che cosa diciamo è entrato in crisi, occorre fare una genealogia, cercare di capire l'identità di quella cosa che è entrata in crisi. Allora il problema fondamentale è: quando è nata questa idea di storia cumulativa come processo orientato? Lei accennava prima la radice di questa storia è sicuramente una radice di tipo religioso, cioè l'idea di una storia rivolta al futuro è inizialmente una idea di tipo biblico. Nasce con l'ebraismo, poi si sviluppa prendendo una certa piega con il Cristianesimo, poi si secolarizza in idea di progresso. Esattamente questa idea oggi è entrata in crisi. Allora, ecco, dobbiamo cercare un po' di capire come voi la pensate al riguardo, ma non dobbiamo dimenticare che non si tratta di un processo puramente ideale, che avvenga nelle teste dei pensatori, dei filosofi, dei teologi. E' un processo che ha radici materiali ben precise, che ha radici all'interno di uno sviluppo della società occidentale e che al suo interno è molto più frammentato e spezzettato di quanto questa idea non lasci intendere. Allora chi pone un problema ulteriore?

STUDENTE: Cambiando per un attimo argomento, professore: c'è chi ha definito la storia come lo studio scientifico delle società nel tempo, cosa che mi trova abbastanza d'accordo. Lei che ne pensa a proposito?

Vede, nel significato originario lo histor era il testimone oculare, era quello che intanto poteva fare storia perché faceva rendiconto degli eventi essendone un testimone oculare. Ora questa idea originaria dello histor - il termine histor pare che venga da una radice indoeuropea, che è vid, id, video, da cui anche il termine vedere -, ecco poi colui che fa il rendiconto non è necessariamente più il testimone oculare, ma colui che riesce a raccogliere le testimonianze anche di altri, dove si pone il problema di discernere, - ecco il primo, diciamo, problema dello storico: il discernimento delle fonti, la critica delle fonti -, cioè riuscire a discernere quello che, per esempio, il giornalismo contemporaneo spesso e volentieri preferisce non fare, di discernere tra le fonti vere, autentiche, attendibili e quelle che non lo sono. Perché è chiaro che tutti raccontano, ma come riusciamo noi a stabilire la veridicità di un racconto e quindi la veridicità di una fonte rispetto a un'altra fonte e poi piano piano questa idea della storia si sdoppia. Cioè storia è non soltanto la trascrizione degli eventi e dei racconti, ma storia è anche ciò che accade. E allora che rapporto c'è tra ciò che accade e ciò che noi scriviamo, sopra ciò che accade. Quale relazione c'è? Allora la disputa intorno a questa relazione ha, come dire, attanagliato, attratto la cultura occidentale, dalle origini, da Erodoto e Tucidide, fino ai giorni nostri, fino ai grandi dibattiti storici del XX secolo. E naturalmente il problema oggi è: quali sono i metodi scientifici, lei diceva molto giustamente, per fare storia? E vediamo che questi metodi sono, vanno nella direzione di rendere la storia sempre più legata alle scienze sociali e meno, come dire, meno idealistica da un certo punto di vista, più legata al metodo comparativo delle scienze sociali.

STUDENTE: Professore, tornando al discorso della crisi dell'idea di storia, questa crisi è dovuta forse a una critica eccessiva nei confronti della storia. Lei quindi si sente in un certo senso, quale filosofo, causa di questa crisi?

Guardi la critica nei confronti della storia è iniziata non nel XX secolo, ma già nel XIX secolo, già nell'Ottocento. Nella seconda metà dell'Ottocento noi abbiamo degli autori, come Schopenhauer, come Nietzsche, come Kierkegaard, degli autori che voi conoscete molto bene, i quali hanno, diciamo, dico, svolto una critica radicalissima dell'idea di storia. Il problema quindi che oggi si pone è cercare di capire come il modo di fare storia ha introiettato, e cioè ha fatto tesoro di queste critiche. E direi che all'interno della cultura del Novecento noi abbiamo avuto delle linee di tendenza storiografica che hanno, che hanno sicuramente saputo mettere a frutto questa critica filosofica del concetto di storia e in particolare la storiografia francese delle Annales, in generale tutta la tradizione della storia comparativa nel mondo anglosassone oltre che nel mondo francese, la storia dei concetti e la storia delle metafore, che viene fatta in paesi come la Germania, che serve a capire che la nostra cultura è fatta di alcune idee guida, di alcune parole guida, di alcune metafore influenti, che in qualche modo accompagnano le svolte da un'epoca all'altra.

STUDENTE: Ma Lei si sente di condividere queste critiche? Volevo una risposta più personale.

Guardi noi non possiamo oggi fare a meno, come filosofi - io sono filosofo, non sono uno storico di professione, ma naturalmente, come tutti i filosofi seri, molto attento alla storia - ecco, io credo che nessun filosofo oggi possa prescindere dalla critica e dalla crisi dell'idea di progresso. L'idea di un tempo storico lineare cumulativo, oggi è entrata in crisi. Ed è entrata in crisi per due ragioni. Intanto per una ragione, come dire, legata al concetto verticale di storia, cioè la temporalità storica non è necessariamente una temporalità ascendente, nel senso del progresso, e poi in senso orizzontale. La temporalità storica noi l'abbiamo visualizzata fino a oggi essenzialmente come una temporalità occidentale, cioè riguardava, come dire, le magnifiche sorti progressive dell'Occidente. Oggi noi, nel mondo globale, ci troviamo al cospetto di altre civiltà. Quindi il problema è di comparare il tragitto della nostra storia con quello delle altre culture e civiltà. Questa è una cosa, tra l'altro, che la storiografia faceva prima che nascesse la filosofia della storia ottocentesca, quella di Hegel oppure quella di Marx, diciamo. Già l'Illuminismo, già Voltaire, intendeva la storia in chiave di comparazione tra le diverse culture, senza privilegiare necessariamente una cultura, una civiltà rispetto alle altre. Quindi occorre, da un certo punto di vista, valorizzare ancora questo metodo della comparazione dei contesti culturali.

STUDENTE: Professore, attraverso quali basi si può affermare se la storia ha un corso lineare o ciclico?

Vede, la storia intesa come lineare, si è detto prima, è una idea che ha origine dalla parola profetica, cioè ha origine dalla idea di redenzione, che è stata introdotta nella cultura occidentale inizialmente dal profetismo ebraico e poi dall'escatologia cristiana. Cioè l'idea che rompe, che spezza poi la visione della storia tradizionale, quella che avevano i classici greci della storia, oppure, poi, appunto, i grandi storici romani, cioè l'idea in fondo di singoli contesti di eventi, quindi di complessi delle azioni umane, che avevano la loro autonomia e che avevano sostanzialmente un andamento periodico, un andamento ciclico. Ecco l'ebraismo e il cristianesimo introducono l'idea che il tempo è orientato verso il futuro e che ciò che accade oggi non ha nessun termine di comparazione rispetto al passato. Ogni cosa che accade è un novum, un nuovo, e tutto è orientato verso una meta finale. Quindi si dà un senso della storia. Cioè una volta sola si attraversa il Mar Rosso, nulla si ripete, una volta sola Cristo nasce, poi ritornerà, ma soltanto nel momento apocalittico. E quindi c'è in fondo questa idea degli eventi che sono tutti orientati verso il futuro. Questa idea futurologica del tempo, che per noi è quasi ovvia, perché noi siamo abituati a pensare il tempo come qualcosa che va dal passato verso il futuro, questa idea non era per nulla ovvia e scontata per gli antichi, i quali ritenevano invece il tempo storico come la combinazione di una serie di possibilità limitate, cioè la combinazione all'interno di un numero di possibili che era già dato in partenza, prefissato in partenza. E quindi questa idea appunto generativa, creativa della storia, una idea che, secondo me, ha quella radice, oggi naturalmente è entrata in crisi e questo pone dei serissimi problemi.

STUDENTE: Allora volevo chiedere: quest'idea di storia è prettamente occidentale, ed essendo influenzata anche dalla filosofia occidentale, la religione. Allora, vedendo anche il filmato mi è venuto in mente se l'idea di storia è diversa fra Occidente e Oriente, anche perché appunto la filosofia è diversa e le religioni sono diverse. Allora se l'idea di storia può essere diversa, anche questa.

Vede, quando noi parliamo di storia o quando parliamo di filosofia non dobbiamo dimenticare una cosa, che noi usiamo delle parole di origine greca: historia, philosophia. Ora queste parole noi poi le applichiamo ad altre culture, ma, nell'applicarle ad altre culture, noi compiamo un gesto di colonizzazione culturale, cioè nel senso che quelle altre culture non necessariamente hanno elaborato delle idee di storia come noi la intendiamo o delle idee di filosofia come noi la intendiamo. Noi parliamo, per esempio, di filosofia cinese, di filosofia indiana, ma è un modo indebito di trasporre a delle forme di conoscenza, delle forme di saggezza, diciamo, prodotte da quelle culture, un imprinting, che è poi quello occidentale. Dobbiamo renderci conto che nell'estendere dei termini ad altre culture, dobbiamo sempre compiere un'operazione critica. Allora è evidente che vi sono degli scrittori di eventi, anche per esempio dell'antica Cina, ma gli scrittori di eventi dell'antica Cina, come dire, si comportano molto diversamente dagli storici Greci, ma soprattutto molto diversamente dai filosofi della storia, da Agostino Eurosio fino a Hegel, fino a Marx, cioè non hanno questa idea della storia. Cioè la storia per loro è una storia dinastica, è una storia legata alle dinastie per l'appunto imperiali, e quindi la matrice di quel tipo di scrittura degli eventi è data dalla genealogia dinastica. Badate bene, cosa che in parte accade, è accaduta anche in Occidente, non è che non sia accaduta. Cioè non bisogna credere che non si diano anche analogie, diciamo, tra l'Occidente e le altre culture, ecco, però non dobbiamo dimenticare che l'idea di storia, così come si è venuta configurando nella tradizione dell'Occidente moderno, è una idea che non ha un corrispettivo specifico nelle altre culture.

STUDENTESSA: Abbiamo detto allora che questa idea di storia come progresso, volta comunque a un procedere del tempo, che ha un verso, è entrata in crisi. E quindi si è creata una frattura tra questa tesi e la tesi passata, ormai superata, che era la tesi della storia ciclica. Ci può essere, all'interno della critica storica, una posizione di mediazione tra queste due tesi, quindi in un certo senso una posizione che sì mantenga il discorso del verso della storia, del passato e del futuro, che però ammetta la possibilità di anche dare un senso ad alcuni, ad alcuni avvenimenti del presente, avvalendosi di riferimenti al passato e quindi comunque che riesca un po' a non creare questa netta frattura tra le due.

Certo. Vede, quando noi parliamo di storia lineare progressiva o di storia ciclica, noi ci riferiamo a modelli, diciamo, un po' troppo schematici. Intendiamo storia progressista, quella illuminista, che poi non era così ingenua, come oggi si tende a credere, e parliamo della storia ciclica, quando per esempio, prendiamo, ecco, prendiamo un'opera come quella di Oswald Spengler, Il tramonto dell'Occidente, che esce tra 1918 e il 1922 e quindi negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale, e che poi è l'idea appunto della storia che va avanti per cicli di civiltà. Ora, al di là però di questa opposizione tra una concezione "progressista" e diciamo pure una concezione "reazionaria" - tra virgolette, diciamo, le due: "progressista" e "reazionaria" della storia -, ecco, al di là di questa opposizione tra casi estremi, in Occidente vi è sempre stata un'interazione fra questi due modelli. Cioè è difficile trovare una idea di storia, anche escatologica, rivolta al futuro, a un futuro di redenzione, che non contenga in sé anche un elemento ciclico. L'idea di redenzione e anche l'idea del ritorno, del riscatto, del ritorno a una purezza originaria. La stessa idea di rivoluzione, - io ho scritto su questi temi molti anni fa -, l'idea di rivoluzione, che per noi è l'idea di palingenesi totale, di trasformazione totale, è in realtà un concetto di origine astrologica, astronomica. "Revolutio" vuol dire "ritorno" al punto di partenza e la rivoluzione, in origine, all'idea di questo ripristino di uno stato incorrotto, che è stato invece appunto alterato e corrotto dalla civiltà. Quindi vi è l'idea del ciclo, anche nel concetto che sembra lineare per eccellenza, e sconvolgente per eccellenza. Quindi diciamo la linea e il circolo si intrecciano sempre. Vi invito a non prendere troppo sul serio questi schemi, che sono utili soltanto per orientarci nella enorme complessità, diciamo, delle idee della storia, che noi abbiamo.

STUDENTESSA: Professore, scusi, dal punto di vista linguistico che cos'è che fa privilegiare l'accezione di storia a quella di storiografia? La storia più che altro è l'oggetto che si studia, la storiografia è la scienza che studia, mentre noi stessi diciamo: "Studio storia invece che faccio, studio storiografia". Cos'è, dal punto di vista linguistico?

Vede questo è un problema, perché noi usiamo spesse volte storia per indicare entrambe le cose, in realtà il termine più esatto sarebbe "storiografia", che vuol dire alla lettera, "scrittura della storia", scrittura della storia. Espressione che sorge in Italia nel Seicento, unicamente nel Seicento. Dal Seicento in poi che si comincia a parlare di storiografia. E badate bene che il problema è molto serio, perché è un problema lungo, diciamo, molto lungo e costante della cultura occidentale: che rapporto c'è tra la storia scritta - la conoscenza storica quindi - e gli eventi storici, quella che Benedetto Croce diceva la historia rerum gestarum, la storiografia, e le res gestae? Che relazione c'è tra queste due cose? Questo è un problema molto serio. Noi spesso adoperiamo lo stesso termine "storia" oppure "history" per indicare il fatto e per indicare la scrittura. E questo naturalmente genera delle confusioni enormi.

STUDENTE: Ritornando al discorso che avevamo visto precedentemente, che non è possibile, almeno se consideriamo la crisi del senso della storia, dell'idea di storia ricorrere a schemi che adesso risultano troppo facili o di un finalismo di una storia orientata verso la meta o anche l'altra, l'altra prospettiva, quella, quella del ciclo. Allora bisogna arrivare al problema di quale sguardo rivolgere alla storia. Uno sguardo che non deve più vedere la storia come qualcosa avente un senso in sé, avente una razionalità intrinseca. E quindi che valore attribuire alla storia? La storia perde di valore quando le togliamo un senso interno, la sua razionalità, oppure acquista un valore diverso?

Vede, la fine del senso della Storia con la maiuscola, con la 'S' maiuscola, non significa che noi non possiamo e non dobbiamo ricercare dei sensi specifici e determinati negli eventi storici. Le faccio un esempio: l'autore che per primo introduce l'idea di progresso nella storia universale è Condorcet, un autore girondino, che muore in galera, pare suicida, nel 1794, lascia nella sua cella una serie di appunti, che sono l'abbozzo di un quadro storico dei progressi dello spirito umano. Badate bene, Condorcet parla ancora di progresso al plurale, di progresso o spirito umano. Ora Codorcet era un matematico e diceva sostanzialmente che la matematica si può applicare anche agli eventi storici e che il significato degli eventi storici lo possiamo ricavare. Come? Lo possiamo ricavare attraverso un metodo che lui chiamava "statistico probabilistico", cioè attraverso la analisi del ricorso delle costanti nella storia e il rapporto tra costanti e variabili. Se noi, come dire, cerchiamo di capire quali costanti si danno tra eventi diversi e che relazione c'è tra costanti e variabili, allora forse riusciamo a trovare un senso della storia, ma che è un senso molto simile a quello che viene adoperato, per esempio, adottato dagli scienziati naturali per gli eventi naturali, per gli eventi, per esempio, biologici, per l'evoluzione, cioè nel senso che si va avanti sulla base di metodi che sono "statistico-probabilistici" Quindi non di metodi, come dire, che pretendono di prefigurare un senso e ricavarlo da un nucleo originario. Ecco, ecco poi naturalmente è possibile anche, come dire, a posteriori, cercare di ricostruire una linea del processo storico e cercare di delineare quali sono, per esempio, i caratteri del razionalismo occidentale, della storia occidentale, rispetto ad altre culture. Però queste sono operazioni che hanno sempre a che fare con il rispetto del dato empirico.

STUDENTE: Professore, si può parlare di velocità differenti della storia, come per esempio la storia della politica e la storia degli usi e dei costumi nella società?

Vede il problema dei diversi tempi storici, della pluralità dei tempi storici è un problema che è stato al centro della grande storiografia del Novecento, in particolare quella francese de Les Annales, della rivista Les Annales. Beh, gli storici deLes Annales hanno fatto vedere come non si dà soltanto un unico tempo storico, ma che la struttura della storia è, per così dire, stratigrafica, cioè la storia non è né lineare né ciclica, non segue né l'idea della freccia, né l'idea del ciclo del tempo, ma la storia è fatta un po' come una struttura geologica, a più strati. Spesse volte accade che gli strati si sovrappongono l'uno l'altro e che lo strato che era in fondo tende a sorpassare gli altri, a scavalcarli, a giustapporsi agli altri. Vi è una continua mobilità tra gli strati della storia. Questa idea stratigrafica della storia, a mio parere, è molto più, come dire, in grado di farci intendere i problemi della nostra stessa attualità di quanto non ci consentissero il modello lineare progressivo o il modello puramente ciclico. Per esempio, pensate al conflitto della ex Iugoslavia. Com'è che nel cuore dell'Europa avvengono dei conflitti atavici, barbarici? Oppure pensate alla tragedia che sta al centro di questo secolo, alla shoah, dico al grande evento dell'olocausto, del massacro sistematico di sei milioni di ebrei. Bene questo praticamente si può spiegare con il ritorno dai fondali della storia di un materiale simbolico che sembrava sepolto nella notte dei tempi. Quindi questa visione della storia a più strati mi pare oggi in grado di dar conto anche dei fenomeni più inquietanti della nostra stessa attualità.

STUDENTE: Abbiamo effettuato come al solito una ricerca sulla rete, sul tema della giornata, ovvero: Cos'è la storia? Internet ha mostrato in questo caso tutti i suoi limiti, nel caso di ricerche, che non tocchino argomenti concreti. Infatti questa della storia è una domanda molto generica. Comunque abbiamo tentato lo stesso di fare alla rete la domanda: Cos'è la storia? E l'unica cosa che è venuta fuori è questa pagina, con una serie di frasi, molto interessanti. In particolare ce n'era una di Malcom X, che mi ha colpito molto, ovvero: "La storia è il ricordo di una persona e senza ricordo l'uomo si limita alla condizione di animali inferiori".

STUDENTESSA: Professore, noi studiamo la storia, ma la storia comprende eventi che comunque comportano, anche nel loro interno, la politica, la religione, tantissime cose. Mi chiedo, secondo Lei, in che modo sarebbe possibile ampliare lo studio della storia vedendolo da diversi punti di vista, nel senso il punto di vista religioso, il punto di vista politico...

Guardi la storia, oggi, è, come dire, articolata indubbiamente in una serie di discipline speciali: la storia economica, la storia sociale e via dicendo. Però effettivamente la storia più affascinante è quella che cerca di praticare le linee di confine tra queste articolazioni disciplinari. Cioè nel senso che a mio parere la vera creatività nella conoscenza si manifesta - e questo è direi un'acquisizione molto significativa di questo secolo che si sta chiudendo -, proprio nella capacità di scardinare i confini tra le discipline stesse, di percorrere le linee di frontiera e di eludere quelle che un grande, appunto, un grande uomo di cultura del secolo, Aby Warburg, che mise insieme una straordinaria biblioteca ad Amburgo, che poi venne trasferita a Londra, che è alla base dell'Istituto Warburg, dove si può studiare, per esempio, la storia delle immagini dell'Occidente, la storia dell'arte dell'Occidente, la storia dei simboli dell'Occidente moderno, Warburg diceva: "Bisogna eludere la sorveglianza delle guardie confinarie delle discipline. Chi riesce a eludere la sorveglianza delle guardie confinarie delle discipline alla fine produrrà un risultato di conoscenza storica molto migliore del migliore degli specialisti". Ecco e direi quindi bisogna riuscire a praticare questo, pur nel rispetto, ripeto, della specificità delle tecniche.

STUDENTE: Lei ha parlato di una visione della storia stratificata. Io avevo pensato più a una storia ramificata, per la serie di eventi, che poi permette l'accadere di altri eventi, quindi da un ramo principale di eventi poi possono svilupparsi altri eventi. Se questa visione è possibile.

Ma vede la visione ramificata della storia è fondamentalmente la versione che tende ad articolare il modello causale in un modello di pluri-fattorialità. Cioè l'idea che in sostanza non c'è mai una sola causa di un evento storico. Questa è la cosa fondamentale: più che ramificazione, si dovrebbe dire: una sorta di visione della storia rizomatica - per usare un termine un po' difficile - usato da alcuni filosofi francesi, cioè una sorta di struttura arborescente, che ha varie articolazioni, per cui non c'è mai una unica causa di un fenomeno, che vi sono spesse volte più cause per un fenomeno o addirittura diciamo più cause a volte possono, diciamo, convergere nella determinazione di un fenomeno che poi diventa esplosivo. Per esempio il fenomeno rivoluzionario francese non è determinato da una sola causa, non è mai determinato da una sola causa, non so, una crisi economica, oppure la corruzione della classe dirigente, in quel caso della monarchia e via dicendo, ma tutta una serie di fattori convergono a determinare, per così dire, a cuspide, un evento che è dirompente. Quindi dobbiamo tenere sempre conto che c'è una pluralità di fattori storici, che il modello causale in storia è uno strumento ausiliario, ma non è il fine. Non esistono delle leggi storiche universali, esistono sempre dei modelli causali specifici, che sono inerenti alla completa dinamica degli eventi.

STUDENTESSA: Abbiamo visto che la concezione lineare di storia ha una matrice religiosa. Ma se la storia è un percorso scientifico è giusto darle segni religiosi?

Vede, la storia non è un percorso scientifico, in quanto tale. Cioè la storia può essere studiata con metodi scientifici, anche se evidentemente questi metodi non sono gli stessi delle scienze naturali, hanno un diverso grado di complessità. Ora cosa significa questo? Si può scientificamente, senza essere religiosi, si può operare una genealogia del concetto di storia, proprio dell'Occidente moderno, a partire, per esempio, dall'idea giudaico-cristiana, di redenzione, dall'idea giudaico-cristiana di un tempo che si volge verso il futuro. Badi bene questa è la cosa fondamentale. Tutto nasce da questa grande svolta simbolica che è alla base della rivoluzione culturale, che poi l'ebraismo e il cristianesimo fanno, cioè l'idea di un tempo che è rivolto verso il futuro, a una sorta di tropismo verso il futuro, è rivolto all'avvenire e che è l'avvenire che dà il senso a ciò che accade oggi. Questa è la cosa fondamentale. Oggi naturalmente la crisi di questo fa ritornare in campo la necessità di prendere coscienza del presente, invece, dell'autonomia del presente e rivalorizzare invece il presente. Bene, però ora io volevo cogliere lo spunto da questa sua domanda per fare vedere una serie di oggetti che poi sono in qualche modo rappresentativi di questa successione delle concezioni storiche. Qui abbiamo il Colosseo, che un monumento a tutti noi familiarissimo, a voi poi, studenti romani, specialmente familiare, che indica l'idea in fondo di storia dell'antichità, questa sorta di storia legata alla dominazione dello spazio e quindi al controllo spaziale degli eventi. Abbiamo poi l'idea di storia biblica. La Bibbia è uno dei testi fondamentali per capire la nostra civiltà occidentale, perché soltanto leggendo la Bibbia, indipendentemente dal fatto di essere religiosi o non religiosi, credenti o non credenti, la Bibbia è, diciamo, una sorta di codice genetico della cultura, della nostra cultura occidentale. Da lì noi ricaviamo l'idea di tempo storico "infuturante", che si infutura, si rivolge al futuro. Abbiamo poi la Enciclopédie, la famosa Enciclopedia degli illuministi, Diderot e D'Alambert, alla quale collaborano tutti i più straordinari cervelli della Francia del Settecento e che è già, diciamo, la cultura del progresso, proprio della modernità. E poi abbiamo La Tour Eiffel, che è l'emblema della idea moderna di progresso, cioè l'idea di un progresso che è non soltanto un progresso sociale, ma anche un progresso tecnico, una sorta di scalata verso il cielo, di assalto al cielo, che l'umanità compie e che in qualche maniera rappresenta poi il culmine, il punto finale dell'idea di progresso così come noi la intendiamo e come è entrata in crisi, in questa visione ingenuamente ottimistica, nel nostro secolo, nel Novecento.

STUDENTE: Che importanza hanno i secoli all'interno della storia, visto che alcuni secoli si fanno durare meno di cento anni, alcuni secoli di più?

Beh, vede, diciamo è una domanda molto, molto interessante questa, perché la caratteristica della storia contemporanea è data dal fatto che viviamo in tempi sempre più accelerati. Ciò che caratterizza la storia contemporanea è il fenomeno dell'accelerazione. Negli ultimi vent'anni sono accadute cose che non erano accadute, per esempio, nei precedenti ottant'anni del secolo. Negli ultimi due secoli sono accadute trasformazioni, sono avvenute delle trasformazioni vorticose, sia della tecnica, della scienza, delle condizioni materiali di vita, ma della mentalità, proprio una mutazione antropologica straordinaria, che non era accaduta nei precedenti due-tremila anni di storia. Quindi, come dire, i tempi storici si accorciano. Hanno, hanno un andamento sempre più accelerato. Il problema che oggi si pone è cercare di capire come è possibile governare questa accelerazione, come è possibile, come dire, trovare delle pause in grado di salvarci dal vortice. Cioè essenzialmente, l'essenziale è interrogarsi sul progresso materiale e cercare di capire come questo progresso materiale può essere ricondotto a un governo di sé, in qualche modo a una sorta di rieducazione delle proprie facoltà poi di ritrovare le strade di una condotta di vita in qualche modo saggia, nei limiti in cui è possibile realizzare delle forme di saggezza in una società che è ormai irreversibilmente accelerata. Ecco questo è il nodo centrale. Però sicuramente oggi l'idea di secolo non è più l'idea che aveva il Medioevo e non è neanche l'idea che avevano gli illuministi come Diderot e D'Alambert quelli dell'Enciclopédie. L'idea oggi si è profondamente modificata e oggi il decennio, addirittura l'anno, ci porta delle trasformazioni che prima erano secolari.

STUDENTE: Professore, dopo aver sbranato e azzannato la storia in una maniera così feroce, secondo Lei rimane sempre quella cara magistra vitae alla quale ci avevano abituato i nostri padri?

Guardi la storia è necessaria. Noi abbiamo fatto qui un processo alla storia, che è un po' il bilancio del Novecento. La storia è necessaria, però, è necessaria per ricostituire il tessuto della memoria. Cioè noi come individui non esistiamo, non abbiamo identità se non riusciamo a ricucire le tappe della nostra biografia, della nostra storia. Come culture, come gruppi collettivi, come società non esistiamo se non ricomponiamo costantemente i fili del rapporto tra il passato, il presente e il futuro, però non dobbiamo dimenticare che il passato non ci insegna automaticamente nulla. Il passato ci insegna soltanto se viene costantemente reinterpretato e reinvestito verso il futuro. Cioè dobbiamo cercare di riaprire l'idea di futuro, ma di riaprirla non con la presunzione di allestire un grande progetto di trasformazione, no, come era quello dell'esposizione universale di Parigi, che quindi cambierà il volto del mondo. Ma dobbiamo cercare di dar mano a progetti consapevolmente limitati, consapevolmente contingenti, che siano in grado di riaprire l'orizzonte del possibile. Se riapriamo l'orizzonte dei possibili, noi potremo in qualche modo anche essere soggetti di storia e non soltanto dei soggetti ripiegati all'indietro verso il passato, verso la rielaborazione parassitaria di ciò che la tradizione ci ha trasmesso.

 


Biografia di Giacomo Marramao

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